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Charles Guèrin: anima senza patria

Franco Orlandini, poeta, saggista, prosatore, ci offre in questo volumetto uno spaccato della vita tormentata e inquieta del poeta francese Charles Guérin, vissuto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Occasione ghiotta per attraversare i trentaquattro anni della vita del poeta e le sue poesie, che Orlandini sceglie e pubblica in questa raccolta, nella lingua originale e nella traduzione italiana.

La silloge si apre con una lunga ed esaustiva prefazione dell’Orlandini medesimo: “La sofferta solitudine di Charles Guérin agli inizi del XX secolo”, che analizza, con riferimenti opportuni, non solo le varie fasi della poetica di Guérin, ma anche le rivoluzioni di pensiero che caratterizzarono la cultura francese di quegli anni. L’educazione cattolica e gli studi compiuti a Lunéville, sua città natale, cui furono informate l’infanzia e l’adolescenza di Guérin, lo spinsero ad accostarsi alla cultura classica, prima, e a quella romantica, poi, di cui ammirava soprattutto Wagner, per il suo ritorno onirico a un mondo di miti e di sogni, ormai perduti.

“Lasciate che sereno m’addormenti / e dorma un lungo sonno, con le mani / d’una donna posate sulla fronte … “ cantava in una lirica di quegli anni, descrivendo una notte, in cui le rose, che accompagnano l’amore di due amanti, e “répandent une odeur enivrante de miel” (“diffondono un inebriante odore di miele”).

Del simbolismo risente l’immagine del poeta, che vuole sollevarsi dalla carne per accedere alle alte regioni della luce; immagine che ricorda l’albatros di Baudelaire (“ Les Fleurs du mal”), che, nato per volare, “prince des nuées” (principe delle nuvole e del cielo), catturato dai marinai, rimane sulla tolda della nave, con le grandi ali bianche inchiodate a terra e diviene oggetto di dileggio e di risa.

Il poeta Guérin vorrebbe, dunque, volare alto, ma non è facile, perché il mondo non apprezza la poesia; e se anche la fede vacilla , cosicché lo spirito “si conturba come un chiaro viso / nel profondo d’un pozzo “ e il cielo diviene una parola sconosciuta, egli sprofonda nella disperazione e si chiude in una solitudine esasperata. Così Guérin diviene poeta decadente e sente la natura matrigna alla maniera leopardiana, perché la stagione dell’incanto d’amore s’è spenta ed è rimasto solo l’abbrutimento in attesa della fine. La taverna, simbolo di degrado morale e civile, diventa il suo rifugio; la taverna dove vanno ad ubriacarsi sino all’alba, “gli stravaganti privi e d’amore e d’ingegno”. Il poeta, “enfant divin”, com’egli stesso ironicamente usava definirsi, “barcolla ubriaco e oppresso da tristezza” e, appoggiato al parapetto d’un fiume, guarda bramosamente l’acqua, nella quale potrebbe finalmente perdersi e riposare (“Le fleuve”).

Le primavere si trasformano in grigi autunni declinanti verso le brume invernali; l’esistenza si fa sempre più triste, e il poeta diviene un fragile giunco che si piega al destino crudele, mentre il giunco dantesco si piega, ma non si spezza e, nonostante tutto, è ancora in grado d’affrontare il male del vivere.

A questo punto della vita, Guérin conosce Francis Jammes (e il manifesto del “jammisme”) e con lui stringe una sincera amicizia. Va a trovarlo diverse volte nella sua casa di campagna a Orthes, fra pascoli montani, campi di grano e filari di viti; una casa in cui cresceva l’edera e il cedro offriva la sua chioma ombrosa, mentre il cortile si copriva di muschio e nel giardino cresceva l’erba attorno al pozzo e al lauro.

Con l’amico Jammes, Guérin riesce ad entrare di nuovo in sintonia con la natura, vivendo qualche ora di serenità.

E si fa strada in lui il ricordo salvifico dei suoi antenati, che gli appaiono forti della loro fede e della loro sensibilità verso i deboli e gli emarginati, in quell’epoca felice in cui il pane della vita era davvero benedetto e l’amore fra i coniugi era consacrato dalla nascita dei bimbi, appesi alle loro braccia, “comme un bouquet de fruits dorés” (“come un dorato grappolo di frutti”). Trasportato dal ricordo, il poeta trova la forza d’invocare Dio, in cui vuole crede ancora, nonostante i dubbi abbiano attraversato tutta la sua vita; un Dio, che gli conceda “la jeunesse d’aimer”, la gioventù dell’amore, perché “ germogli ancora il seme / nel serrato giardino!”

Mi piace concludere questa mia nota , citando una delle poesie più belle, “L’adieu”, che canta il dramma dell’assenza: una donna “tendre et noble amie au pur visage” ( “ tenera e nobile amica dal candido sembiante”) è lontana per una serie di fatalità imperscrutabili, e il poeta è solo fino a sera, dove la sera ha il sapore della morte; ma nel ricordo rivive una splendida storia d’amore, descritta con toni ora teneri ora appassionati, una di quelle storie, conservate nel profondo della memoria, per cui forse vale la pena di vivere.

Recensione
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