|
| |
All’alba del terzo
millennio, in una società in cui si
uccide per gioco e
si vincono cifre astronomiche partecipando
a quiz televisivi
offensivi della comune intelligenza,
poco spazio rimane
alla poesia, che per me è l’estetica e la
religione della
vita. Ha il potere, infatti, di sconfiggere il
tempo, la paura,
l’indifferenza. Scriveva Heidegger: «Nel
tempo e nella notte
dei tempi, i poeti, cantando, insegnano il
sacro». E proprio il
senso della sacralità della vita ho fortemente
avvertito, al di là
di ogni retorica, nella poesia di
Antonietta
Benagiano, espressa attraverso il dolore che si
sublima in olocausto
e la passione che si fa oro fino nel sole
della fede. C’è
nella poetessa un retroterra culturale classico
che, lungi
dall’essere reminiscenza scolastica, diviene sangue
vivo e rende ancor
più prezioso il suo linguaggio poetico.
Da lontananze remote
approdano i mitici personaggi di
Afrodite, Elios,
Selene, Lachesi, Atropos, Mnemosine, Eros,
Calliope, Clio,
Poseidon, Orfeo, Minosse e il Minotauro, Arianna
con il suo gomitolo
salvifico, “Antigone cara”, e Niso
ed Eurialo ed
Ettore, l’eroe; personaggi della mitologia
splendidamente
inseriti nel tessuto del quotidiano perché la
poetessa canta
l’uomo con il suo dramma del vivere e del
morire; canta l’uomo
con i suoi sogni e le sue perversioni; e
in questo senso
canta l’eterno, perché il cuore dell’uomo è
eterno e non varia
col mutare delle stagioni o con lo scorrere
dei secoli.
Leggendo le liriche
di questa pregevole raccolta, mi
è parso di trovarmi
in una pinacoteca, in cui ogni quadro ha
la sua giusta
collocazione e ti irretisce come una fascinosa
Chimera. La poetessa
vede con raccapriccio la presunzione
dell’uomo
tecnologico che «sopra il pianeta di rovine» s’innalza,
novello Capaneo,
gridando «La vita è mio momento…
après moi le
déluge». E invoca da Arianna il filo per
ritrovare la via,
fuori dal labirinto della violenza bestiale e
dell’arrivismo
sfrenato. Ma il mito da solo non basta. Occorre
un aiuto più alto
per salvarsi da «l’urlo dei mostri d’acciaio
», dalle «abbuffate
lorde», dagli «incestuosi canti di lussuria
», dinanzi ai quali
«son le Muse di sorpresa mute». «O
Cielo, Te supplice
guardo – implora la poetessa – è sorda
l’umana genìa… |
acconciami ali | ch’io possa librarmi | libera
andare all’aperto
cammino…| Soccorrimi, Cielo!». Anche
se «i porci non
posson mai mettere ali», finché sarà salva
la sacralità della
famiglia in cui una madre sta a guardia del
focolare perché i
figli non si perdano nel mare in tempesta,
ci sarà un approdo,
perché l’Amore spezza le catene dell’odio
e il fiore potrà
ancora sbocciare sul ramo gemmato «tra
soffi di diossina».
| |
 |
Recensione |
|
Dove il mirto...
|
|
poesia
|
|
| Autori |
| • | Antonietta Benagiano |
|
Edizione:
Istituto Italiano di Cultura
Napoli 2002 |
|
| Prefazione di Maria Peruzzini. Progetto grafico, copertina e logotipo di Delia Chiaradia - pp. 64 |
|
| Recensione a cura di |
| • | |
Pubblicata su:
Il Convivio nr.13/2003
|
| |
|
|