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Il dialetto, quello di Mistretta, dove il Nostro è nato e vive, serve a meglio esprimere la dolorosa condizione del poeta innamorato della sua terra e deluso dallo scempio che lo scorrere della storia ne ha fatto, per cui tutte le sue meditazioni, velate di ironia, si risolvono in un malinconico oscillare fra memoria e realtà. E se nella prima lirica della raccolta la memoria si fa elegia nel ricordo di quel tempo felice “quannu i ciliegi erinu ggirasi”, nella medesima il poeta non rinuncia a sperare e sogna che ancora adesso una “scorcia ri limuni scamusciata” lanciata verso le stelle, possa incoronarne una, ubriacandola col suo dolce effluvio. E le antiche parole (I palori), ormai messe in quarantena, scalpitano sulle bocche di Enzo e Graziella, perché vogliono vivere ancora, come allora, quando incontaminate esprimevano sentimenti genuini e sinceri. Ma forse la più intensa lirica della silloge è “Paisazzu ri montagna”, in cui il Giordano, dopo avere elencato tutti i disagi che porta con sé la vita in un piccolo centro montano (dal clima gelido che ti fa ammalare alle maldicenze della gente a ogni passo) afferma che, se tu sei costretto ad allontanarti per cercare un lavoro, “u piettu si sbacanta” e resti secco e asciutto come il letto di un torrente che non trova più fra i sassi una sola goccia d’acqua. Raramente un poeta è riuscito a sintetizzare in maniera così egregia in pochi bellissimi versi il dramma dell’emigrazione. |
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