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Postfazione a
Giardini d'aria
di Maria Lenti
la
Scheda del
libro

Enrico Capodaglio
Scritto per una bambina del collegio
In un volume di
racconti si cerca in genere un'unità di sguardo, tanto più essendo i personaggi
discordi. Si guadagna così una persona, una maschera letteraria incarnata nel
volto invisibile dell'autore. Questo libro imbocca un'altra strada: lascia che
si mostri e si sfaccetti nel corso del tempo (si va dal 1949 al 2010) una personalità imprevedibile, una donna con la sua ambivalenza tra la memoria,
risalente a un'infanzia ferita, e l'attualità della vita. Il presente è
smemorato, ma vivo, vivissimo. E il passato, realtà parallela, è impressionante,
perché caldo di un bisogno di verità inappagabile.
La protagonista
che, nubile o sposata, con figli o senza, inconsciamente per noi una sola donna,
ha perso da bambina la madre, mentre il padre fa il minatore in Sardegna. Il
trauma si aggrava nel collegio delle suore, tema dei primi racconti, sgorgato in
Cinque sussulti e un congedo, per un'educazione religiosa dura e cruda, alla
quale pure il genio infantile non si piegava. Quelle bambine intuivano che il
peccato consiste nell'essere adulti, e cioè nell'aver perso l'innocenza, ma non
potevano capire che esso veniva addossato a loro, facendole sentire in colpa e
vergogna. Il dolore dell'orfana lontana dal padre diventa angoscia per la
propria misteriosa indegnità. La violenza sbocca in una scena di Il giorno era
innocente e fresco il vento:
... le piccole, le
prime ad essere svegliate e le prime a doversi avviare a letto. Da allevare con
ceffoni violenti, inaspettati... E la pipì a letto di alcune erano botte sul
culo scoperto e battuto al centro di un cerchio di bambine impaurite: sfinimento
da vergogna per la sfortunata e ammonimento per chi, a turno, incorniciava
quell'oscenità. Viola le natiche, scanalati di lacrime i visi, continuavano a
pisciare — a detta delle suore — per cattiva volontà, per pigrizia.
La pipi è
intrattenibile, la natura è incontinente, la natura che è la fonte di tutti i
peccati. Invece che farsi educare dalle bambine alla natura, le suore volevano
che esse sentissero da
subito la violenza della morale, della civiltà, che con la fede in Gesù nulla
aveva a che fare, essendo il segno di un cattolicesimo adeguato, dirà una di
quelle suore decenni dopo, ai tempi severi e cattivi. E, neanche a dirlo, la
repressione era anche linguistica, al libero e dialettale cinguettare delle
bimbe quelle suore opponendo la lingua corretta, normativa e fredda.
A queste storie,
radicate nel trauma e perciò combattive e dolorose, ancora in cerca, se non di
vendetta, di un risarcimento impossibile, se ne alternano altre popolate da
decine di voci, sulla scia di viaggi, amori, amicizie, speranze politiche e
disinganni. E che sono affidate al parlato, quello italo-francese, tinto di
dialetto, degli emigrati, quello dei popolani, dei bambini, degli stranieri
nonché alla lingua mista, ora ellittica e sincopata ora distesa e ragionata,
della narratrice. La quale ha un bisogno impetuoso, e comprendiamo il perché, di
saggiare ogni creatura diversa, come sa ben fare, in conversazioni extravaganti,
col flavour di una vita non repressa.
Allora siamo
impegnati a seguire con agilità l'autrice, che guida il ballo, proprio perché è
la sua personalità che si sventaglia in diretta, in gara con la freschezza
immediata della vita. O in bavardages lievi e distratti, tra amori sfiorati o
vissuti e malinconie capricciose, oppure in monologhi interiori, ai quali
vorresti a un certo punto sottrarti, per la paura di diventare donna, quella
donna, giacché tutti i racconti senza sosta inseguono il mito
dell'identificazione, tanto più in quanto il suo alter ego di bambina è
insanabile.
In Circonferenza, un
altro dei racconti cruciali, la narratrice contempla gli oggetti serbati da una
vita: i piatti con il campanile di san Marco, la statuina di una guardia reale
inglese, la locandina della Vita di Galileo, il depliant dell'Eclisse, un
reliquario che non si arrende a sparire. Le cose, che da Dolores Prato sono
investite da un'ascesi artistica e antropologica, da una sapienza del dolore,
qua ancora smaniano, invocano. In ogni caso non c'è amore per le cose che non
sia amore per le persone: nessuno e niente dovrà
morire, sembra dirci Maria Lenti, o almeno non sarò io a ucciderli.
Come infatti
l'umiliazione delle botte in collegio è stata pubblica, ogni cosa brutta o bella dovrà essere convissuta. Lasciar guizzare la vita intraducibile, aprirsi alla
natura, pericolosa e ambigua sia pure, ma libera e condivisa, sarebbe piaciuto a
quella bambina del collegio.
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Materiale |
| Postfazione a “Giardini d'aria” di Maria Lenti |
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saggistica
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| Autori |
| • | Enrico Capodaglio |
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Pubblicato su: Libro citato, da nr.10/2011 |
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