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Relazione sulla poesia di Lucio Zinna

Relazione tenuta nella Sala Comunale a Mazara del Vallo il 21 febbraio 1987
in occasione di una serata in onore di Lucio Zinna, organizzata dal Comune.
Relatori. Rolando Certa, Giovanni Cappuzzo e Salvatore Lo Bue.

Giovanni Cappuzzo

Quelli che mi legano a Lucio Zinna sono vincoli di un’amicizia che chiamo solida ed antica perché cementata nel corso di un generoso sodalizio, di un impegno di ricerca culturale che ormai vive da tanti anni. Vincoli che mi legano a lui, per cui sono orgoglioso di essergli amico, di parlare di lui, parlare della forza della sua intelligenza, della sua costante presenza sul terreno della ricerca e del dibattito culturale contemporaneo, soprattutto della sua puntualità di riferimenti che sono una costante di questo suo operare denso, così tenacemente legato al tessuto della sua nascita e alla dimensione storica del terreno della sua nascita. Infatti c’è, a mio parere, come un filo che, tenace, robusto, lega i singoli momenti della sua produzione letteraria, così vario, così molteplice, perché va dalla poesia al romanzo, alla ricerca letteraria e saggistica, alla ricerca erudita, un filo, dicevo, che fa quasi da tessuto connettivo di un impegno più vasto, globale che è poi quello della cultura intesa non come mera esercitazione di carattere tecnicistico, retorico, avulso cioè dalla realtà storica, ma invece come sviluppo, cioè come espressione di esigenze che si raccordano alla vita dello spirito, cioè all’essere dell’uomo nel mondo con lo spessore intenso e partecipato delle sue necessità di carattere interiore, con le sue vibrazioni.

Giovanissimo, Lucio avverte una percezione inquieta del suo destino di letterato, di poeta attraverso l’elaborazione di un preciso rapporto, a mio parere, tra la necessità interiore, viva, presente, calzante e quella che io chiamo le ragioni linguistico-espressive – per cui, lungi dal subire il fascino delle mode post-ermetiche, del realismo magico che allora dominavano – rivolge l’interesse inizialmente verso l’acquisizione di una tecnica capace di strutturarsi come elemento e strumento funzionale di indagine e quindi di ricerca dell’esplorazione della realtà del mondo e dell’uomo nel mondo. In questa tensione lui avverte, dall’inizio, la condizione dell’esistere, diremmo la condizione esistenziale, con un termine piuttosto vago. Invece io parlo di questa tensione di fondo che esisteva e esiste tuttora, fra l’uomo singolo su cui incombeva e incombe il destino di una aridità spirituale mortificante dal punto di vista sentimentale e questa organizzazione della società la quale si è strutturata e si va strutturando in senso sempre più massificante e disumana.

Lucio, dalla consapevolezza di questa condizione non ne trae motivi di ordine populista: il suo impegno è indirizzato altrove, non trae da questa condizione consapevole pretesti di carattere giustificativo sul fronte del sentimento, anzi, l’ho sottolineato altre volte, fin dall’inizio c’è questo geloso ritegno del sentimento, questo voler nascondere, che evita al poeta il tono enfatico declamatorio. Tutto invece era giocato fin dall’inizio all’insegna del recupero dell’umano, cioè in una dimensione niente affatto svagata ma che chiamerei della storicità dell’io, calato sul terreno della storia di tutti i giorni, e il famoso, lucido, chiaro Filobus dei giorni ha questo tono leggermente ‘smagato’ del mito dell’infanzia si, ma si avverte anche il configurarsi sempre più articolato e complesso di un processo di formazione che parte si dal fatto della memoria, ma questo elemento memorativo viene filtrato da un fatto di coscienza e allora coscienza e memoria si presentano come estremi di questo meccanismo sintomatico, tipico di una poesia moderna che ha come sua caratteristica uno spessore denso, una struttura attuale cioè quella che si raccorda alla nostra qualità di lettura interiore, è capace di cogliere questa gamma svariata di situazioni, di accenti e, soprattutto, l’emergenza costitutiva dei sentimenti. Io ebbi a scrivere che: «l’uomo che viene fuori dal Filobus dei giorni non è un uomo sconfitto ma è un essere che si “abitua alla morte”, che prende dimestichezza col grande silenzio, quello alto, quello solenne della vera poesia».

Scriveva qualcuno che il silenzio è la più densa delle realtà e delle materie, perché non è uno spazio esausto ma una zona impervia, la quale si va popolando giorno dietro giorno, attimo dietro attimo di sogni e sono sogni senza ripari, sogni senza tempo. D’altra parte una cosa è certa: quando noi vogliamo percorrere la via fantastica, quella che adduce alle ragioni dell’anima, alle ragioni dell’immaginazione, non possiamo farlo da soli perché si resterà ammaliati e come confusi a quelle sirene che fanno la guardia ai miti, ai miti sacri come se fossero delle mute spine. Invece, la poesia di Lucio Zinna si lega al motivo del ritorno che non è la nostalgia ma tormento consapevole ma necessario per questa sorta di riscatto che alla fine il poeta auspica possa veramente realizzarsi.

Furono anni intensissimi quelli successivi, Rolando Certa ha accennato in modo particolare all’espressione avanguardistica, che Lucio Zinna ha affrontato con Antimonium 14 del ‘67, ma a mio parere quello resta una sorta di testo esemplare della letteratura di avanguardia che è stata interessante per la costituzione ulteriore del linguaggio espressivo. Fu un periodo interessantissimo quello in cui venne a stabilirsi un rapporto operativo tra chi vi parla e Lucio Zinna. Ricordo le lunghe intense conversazioni che facevamo sui temi dell’allora dominante valore semantico, il linguaggio, lo spessore esplorativo delle parole, il rapporto tra società e linguaggio. Era un periodo in cui il dibattito suscitato dallo sperimentalismo letterario d’avanguardia ci trovava pronti a cogliere due motivazioni di fondo: l’esigenza del nuovo linguaggio usato, abusato, trito e ritrito nel segno della convenzionalità era naturalmente sciupato, ma c’era la necessità di evitare la accentuazione di carattere tecnicistico per ricondurre tutto nell’ambito di una operazione che doveva legarsi soltanto esclusivamente alle esigenze espressive intese come fatto necessitante e nel volumetto Antimonium 14, pubblicato nella collana ‘I quaderni del Cormorano’ nei quali ebbi modo di scrivere un racconto informale, Lucio Zinna con quella sua ironica carica distruttiva, a mio parere, volle operare una sua personale conquista ed esperienza di questo linguaggio caustico ma nel contempo duttile, se non in grado di procedere attraverso una commistione idiomatica mediante una sovrapposizione di immagini creando quindi dei meccanismi linguistici audaci ed interessantissimi.

Era senza dubbio una sorta di spregiudicata carica iconoclasta che consentiva a Lucio Zinna di acquisire nuovi esiti linguistici soprattutto, questo, grazie al gusto divertito della parola come motivo per creare o soltanto per determinare delle suggestioni umorali completamente inedite.

Ma non era, ripeto, secondo la mia osservazione critica un semplice divertimento a sorpresa, perché anche in questo volumetto c’è avvertibile il senso di questo dramma di pensiero, una specie di inquietudine o meglio la consapevolezza di una distanza che trova poi compiuta espressione formale nell’altro volume Un rapido celiare. Qui il poeta è pronto al meccanismo dell’offesa, della violenza della lacerazione e il linguaggio si mantiene a un certo livello, è di tipo nuovo, in certo modo, scientifico, direi quasi a sottolineare la saldatura tra l’interesse del poeta per l’uomo d’oggi e la necessità di un linguaggio nuovo; diversa è senza dubbio la condizione psicologica, perché il poeta avesse ritrovato una maggiore serenità sia pure faticosamente e a stento.

I suoi occhi sono in grado di “commisurare le distanze”, di colmare gli abissi, perché la prospettiva, anche se assurda, anche se lontana, è lì e da raggiungere la coscienza fa da garante a questo modo di essere vigili e presenti a se stessi. Il poeta parla addirittura di «vigile calma irrequieta pazienza». In questa rinata condizione di accezione psicologica egli può veramente riaprire un dialogo con quella che lui dice «una terra coltivata da tempo all’insaputa» e si avverte come la presenza di un solco discriminante tra il passato che lui definisce «ferocemente remoto», un passato aspro, contraddittorio, – così come ogni dissidio della vita dell’uomo – e poco vivo invece di un avvenire verso cui lo spirito del poeta si proietta in una ricerca intensa e spasmodica. E questa ricchezza di motivi interiori legati alla più attuale problematica ci dice di un impegno di Lucio Zinna che si esplica proprio in questa specie di addensarsi di probabilità volta a volta affacciate e che scompaiono e nel contempo sono trattenute dal controllo di una coscienza che avverte che esiste un limite oggettivo. Quindi questa consapevolezza lucidissima lo porta al recupero dei motivi più profondi che sono poi quelli che rinveniamo nell’ultima raccolta, quella che poi sta riscuotendo tanti successi di critica e di lettori, dal titolo emblematico Abbandonare Troia.

Avete anche avuto modo di ascoltare qualche brano in cui si fa riferimento al titolo, quasi ad evidenziare che è venuto il grande momento delle scelte definitive della vita cioè l’assunzione delle grandi responsabilità. E allora che cosa è “Abbandonare Troia”? Forse potremmo definirla una specie di avventura, la più esaltante, la più complessa che poi non è altro che la vita con il groviglio delle sue infinite percezioni, con la linea seducente dei suoi inganni, dei suoi incantamenti delle sue magie e allora vedremo dipanarsi il fluire dei giorni, oserei dire il filobus dei giorni, quell’altalena delle attese, degli inganni, queste fila ininterrotte delle gioie, dei dolori della vita, il tran tran dell’effimero che è presente nella raccolta.

Però notiamo che al di là di queste facciate c’è come una riscoperta di miti, sono i miti sepolti nel fondo inesorabile delle vicende umane, sepolte nel gorgo insidioso della storia con i suoi echi, con i suoi richiami, le sue assonanze e soprattutto con le sue infinite vibrazioni.

È giunto il momento di trovare un ubi consistam cioè un luogo, un sito come certezza, come riferimento fuori dalla lacerante dimensione disarticolata del mondo. Allora questo Abbandonare Troia è un viaggio che parte dal cuore dell’uomo che è stato finora tradito nelle sue attese e che si sviluppa quasi in maniera circolare, come se il poeta volesse fabbricarsi attorno un fortilizio per resistere contro tutte le insidie mal celate, contro tutte le asperità, e questo movimento di carattere circolare si sviluppa partendo dal luogo di origine: una specie di topos memorativo, il luogo della memoria in cui la sensibilità del poeta quasi si imbozzola per trarne delle stimolanti sollecitazioni e un certo gusto della lotta, per reinventarsi «le albe, i tramonti» cioè per recuperare il senso perduto di un’armonia legata anche al ciclo metaforico dell’esistere, della stessa natura. E lo fa, Lucio Zinna, questo viaggio: lo fa mirabilmente e ci fa assistere a questo prodigio per cui anche l’effimero, anche il banale vengono ad essere riscattati proprio per elevarsi a motivo prezioso di poesia, quasi pretesto di un’avventura dello spirito che viene giocata all’insegna di una lontana armonia di cui si ha memoria. In questa ottica Lucio si avvale di un linguaggio in cui l’ironia è presente sottile, pungente, è da sempre una costante della sua formazione psicologica, viene utilizzata per ridurre il margine dell’emozione attraverso un processo espressivo che trova in questo tono discorsivo di affabulazione la più convinta delle intenzionalità letterarie.

D’altra parte è proprio su questo fronte che a mio parere si gioca la carta dell’essere poeta, cioè individuo che scopre lo spessore dell’esistere nella valenza remota del linguaggio, attraverso questo fragile diaframma della parola assunta ai suoi livelli sublimati; è questa d’altra parte la forza seducente di un mito che si chiama poesia, con i suoi incantamenti, con le sue magie, con i suoi preludi e con le sue accezioni, è questo è il fondo remoto di una ricerca che mi pare di potere individuare in un contrasto che c’è alla radice tra – potremmo dire facendo un giuoco di parole con il riferimento a un libro in cui Lucio Zinna è ricordato –, il sonno e la ragione, cioè tra la consapevole partecipazione problematica alle vicende del proprio tempo e il desiderio di un assetto organico, cioè un assetto razionalmente progettuale dei propri gesti e dei propri impegni nella vita.

Lucio Zinna ha percorso questo tracciato di itinerario complesso che lo vede impegnato a scoprire una sua verità, una verità sofferta, paziente anche nel groviglio, nella densità delle emozioni verso un approdo, fuori dalle sconfitte, proiettando ogni cosa verso il futuro ed è la stessa intensità che noi rinveniamo nel romanzo del 1980 Come un sogno incredibile, è un romanzo – inchiesta sul soggiorno palermitano di Ippolito Nievo, una specie di scoperta a futura memoria che si legava a questa dimensione in cui non sappiamo se la ricerca storica possa da sola bastare se non è aiutata, non è suffragata da quella intuizione ragionata che Lucio manifesta nella ricerca dei motivi interiori, motivi delle scelte, i motivi delle predilezioni cioè questo sentiero inesplorato magari inaccessibile che è quello che conduce alle ragioni vere, dell’io, dove cadono tutti gli infingimenti e dove si resta soli con se stessi.

Ma l’impegno di Lucio Zinna non manca di espletarsi anche nel campo della così detta attività pubblicistica, è direttore, insieme a chi vi parla, della rivista Arenaria, la quale vive proprio grazie alla spinta vivace, dinamica, animatrice di Lucio, a questo suo costante rapporto con la parte più viva delle attività letterarie, attraverso la sua puntualità di riferimenti, dicevo poco fa, di rimandi attraverso un confronto che hanno fatto di Arenaria, lo possiamo dire con un pizzico di orgoglio, un punto di riferimento dell’attuale situazione letteraria culturale nel meridione. Lo sforzo compiuto da Lucio e da coloro che gli stanno vicini è stato indirizzato a trovare una dimensione culturale mediterranea intensa come area di interessi culturali e letterari non del tutto omogenei ma comunque con un suo carattere di unitarietà pur nella molteplicità dei riferimenti dei rapporti espressivi. E quindi vedete che Lucio Zinna, a cui sono legato da questo rapporto che nel corso degli anni è diventato di stima, simpatia e soprattutto di affetto, è un figlio grande della vostra Mazara. Questa fa riferimento costante, nell’arco della sua produzione letteraria, proprio come un nucleo denso, per la sua sensibilità, di sollecitazioni e del suo amore.

Parlare di Lucio Zinna è stato per me come avere la possibilità, l’opportunità di tracciare il profilo di un’amicizia stabile, una di quelle amicizie capaci di dare forza al sentiero spesso infido della propria vita, perché l’amicizia è fatta di convinte partecipazioni, di sincera adesione ai motivi di fede che sono poi le linee portanti di un impegno che noi affidiamo, veramente, si alle parole, ma alle parole dietro cui si rapporta, si deve rapportare, consolidare, una struttura ideale della propria vita come partecipazione al flusso della vicende del proprio tempo, nella consapevolezza che il futuro ci appartiene nella misura in cui ciascuno di noi si impegna a costruirlo, questo futuro, da testimonio anche scomodo del proprio tempo.
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