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Giorgio Moio: morfologie della
leggerezza
In Un vibrato continuo e Con
occhio allegorico, Giorgio Moio riscrive il mondo in un caleidoscopico
rapporto alternativo all’assiduo e continuo rigenerarsi di una poesia
verbo-visuale, enucleando insistenti tracce di un viaggio verso un
Infinito-presente inevitabile, non ansioso, colto per morfologie leggere e
multiple. Le istanze sono in tutto ironiche e garbate, ritraggono fasi di
scrittura emozionale, gridi franti, traiettorie, divertite morsure, il teatro
dell’incompletezza iniziato con un post-crepuscolaristico alfabeto minuscolo,
non continuato alla fine, lentamente portandosi verso un’estrema mimesi grafica
e colore piuttosto divertito, inerziale, che diventa aspetto (e parte) di un
linguaggio tutto proprio (non improprio). Il senso finge di essere “melodioso”,
s’iscrive nell’ispide soluzione del suo imperfetto, poi si sposta da esso e si
riforma per parlare a qualcuno, stretto alle dimensioni della pronuncia, dentro
lo stesso suolo del foglio giallo ocra.
Gli stessi nuclei visivi nella
soluzione dipinta, quasi illogica, ardente, diventano nel percorso mozzo, di
macchia, la risposta a un immaginario che coltiva per frammenti le emersioni
della vita, del detto e del non-detto, a finzione paradigmatica, scritto a mano
o disposto ai vincoli con i dettati civili, umani. Su codici particolari ma
comunicati senza languori, e indubbiamente vissuti in un’intelligenza
sensibilmente coniata dal fervore quieto e attivo degli spostamenti adattati e
adottati al paradosso grafico, elementare, naturale, in effetto di densità. E su
spessori cartilaginei, medializzati dalla vocazione al diverso in ogni
situazione spaziale per andare più in là, in un farsi operativo dedicato alla
superficie che diventa oasi disegnata di eventi labili, asistematici, quasi
casuali e per finte istoriazioni.
In ogni modello esecutivo c’è in ogni
caso il suo verso, ridotto e riprodotto in fase incompiuta, reso gestuale (e
tesaurizzato) liberamente, in cui si identificano il collage fluttuante e
circoscritto e una scomoda sintesi per il lettore abituato a leggere e capire in
più corrette nozioni di chiarità e di armonia reale. Ma gli eventi epigrafici
sono innumerevoli nel suo percorso scritto, nel campionario in cui a volte
sembra guidato da una telecamera per farsi azione utopica, e quasi azzardo di un
dettato visuale, non circoscritto ad uno solo dei movimenti sperimentali o del
tutto cancellati per protesta e buio fluxus di un disincanto mimetico,
doc.
In questa biblioteca di prove (in
versi, in sparse riscritture, in circoscritte formalità provocatorie, su
elementi musicali dosati e non poi tanto acrobatici) Moio rilegge se stesso, in
un viaggio appassionato e discreto, in una testimonianza continua e muta, tra
anse precarie e voci confiscate dalla naturale tersità. Nel medesimo scompiglio
leggo i protagonisti novecenteschi che da Dada si sono riportati allo schema
pittorico composito, al massacro assai forbito delle “parole in libertà” e in
libera uscita dal contesto in cui sono stati coinvolti dall’esperienza sempre
reinventata e conflittuale. E Moio (un omaggio all’assente-presente sapere di
Luciano Caruso?) accoglie la lezione, non proprio segreta per gli stessi
operatori di oltranze mimetiche riprese per dare viluppo ulteriore e sviluppo
all’idea di epigrafe, ma per fornire (ed offrire) nuove contingenze allo status,
chissà quanto freddo, delle stesse speranze giovanili, ormai progettisti
assoluti (e non totali) delle risapute fascinazioni della tradizione del
“lineare”, delle “sonorità” a meccanismo retorico e a progettazione diffusa,
tramite l’abitualità.
Da tali ciuffi e cirri di parole
assemblate per scritture manuali, quasi confinate in un innocente gioco ostinato
e liberatorio, Moio vìola qualsiasi identità con la scrittura del passato (e del
parlato) per officiare una logorabile lingua dello scandalo, in una prospettiva
allusiva, per annodi allegorici, per capriole parodiche, stati di incertezza di
una disputa, le apparenze di un fermento qua e là appositamente innumerevole e
anagrammato, un panico (palazzeschiano) di parole fuse, ma non “divertite” o
soltanto glossa febbrile all’informalità delle iscrizioni profane, che si
reinventa sconvolta, trafitta dalla sua stesura abituale, e forse messaggio
sovrapposto nel generale mutismo (e paure) degli accadimenti, anzi degli
accidenti quotidiani e miniature. Gli effetti (ne La finestra, Edizioni
Riccardi, 2004) di una vivisezione verbale della parola narrata, intimano i
medesimi esiti ed esitazioni di una scrittura distintiva, provocatoria,
anacoretica, senz’altro salubre nelle pure icone verbali in cui si assesta
l’ubiquità del comune alfabeto: manuale, a stampa colorata, a versione
aforistica egemone e geometrizzata, meditante e cinguettata, sincera e insieme
divina, avversa e confusa per esigenza e protesta di un io che interroga lo
stralcio fratturato e il prelievo in esame, quasi esposto per la casualità e non
per intento autorale: “dalle crepe di una storia in fuga uno scampolo di luce
s’adagia già in questo tempo con occhio allegorico materialmente utopico”
(compresi l’inchiostro e il suo colore).
Giorgio Moio concorre così alla
legittimazione storica pulsante che fa capolino a quelle scritture le quali, a
stretto contatto con la mozione terapeutica di una realtà estranea ad una
fantasia dipinta, a mozioni di curiosità che si trasformano in segni, piuttosto
che in revoche indistinte o inibite, accostandosi a fruizioni (di silentium
?) intangibili. Esse hanno fatto parte delle scelte in cui campeggiano le
mediazioni firmate da Emilio Villa e da Roberto Sanesi, per citare i nomi più
immediati (l’uno perché era nato ad Affori, molto vicino alla casa in cui abito,
l’altro perché milanese amico, tra gli scomparsi meno lontani, almeno dal
sentimento eccentrico del poeta, che è abitato a fondo da variegate scritture e
strutture della poesia, ultimate all’inizio del presente millennio, e del tutto
evocate, anche se soltanto da pochi conosciuti con amaro incubo e amarezza).
Colgo – infatti – di Moio, alcune fondamentali evoluzioni, certe fiction
della sua purezza, un qualcosa di inscindibile da tanti isolati maestri estremi,
ritmi filologici che si autogenerano nell’ossessionante (e caustica) volontà di
iperpunteggiare le ali e le piste degli ondeggiamenti grafici, in barrette
cospicue, punti, virgole, emblemi di un’interpuntiva attrazione a ritroso, una
specie di teso arpeggio alla riflessione, al ludo letterario, e stelle e linee
per commento escogitato in scontentezze polemiche, notizie di un disastro
provocatorio, la desolazione morale ridotta a formula incerta dinanzi alle
ovvietà collettive, le voci nebulizzate dinanzi ad un possibile discorso civile.
Il tutto non inscindibile, colto in inferiorità strutturale ipotetico,
rielaborato per segnature quotidiane, in condizioni puerili, senza fracassi o
ire, mimetizzato dalla discussione, che – comunque – si avverte in tutta la sua
ostilità non controversa, proprio duplicata dalle diverse pieghe, dalla impari
lotta che Moio conduce sulla pagina bianca, riabituando il lettore alla
spezzatura (non eclatante) dei codici, ma tutti discussi e calpestati dal vario
(e liricistico) establishment semiotico, in ogni caso privo di dialogo e
di insufficiente indifferenza, incominciando dagl’insiemi cospicui di un tumulto
ortografico da cui potrebbe originarsi una tensione e un valore per l’accesso ad
un comportamento tra noi, meno scontato o virtuale.
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Materiale |
| Giorgio Moio: morfologie della leggerezza |
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saggistica
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| Autori |
| • | Domenico Cara |
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Pubblicato su: Literary nr.6/2006 |
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