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La recentissima raccolta di versi L'ombelico d'oro rappresenta sicuramente un punto apicale nella produzione della grande poetessa udinese. Se si colgono in queste pagine numerosi aspetti che da tempo caratterizzano il suo universo pensante e poetante, essi sono però portati qui ad un più che mai eccelso livello espressivo, dove i diversi elementi della sua costruzione poetica paiono ancora una volta amorosamente ritrovati e forgiati a nuovo nel crogiuolo della sua raffinata inventiva e della sua alta ispirazione.

Una lievissima e disincantata ironia è l'elemento che forse prevale in tutti questi componimenti, agendo in tal guisa anche da elemento unificatore. È difficile che la poetessa dia corda e voce a drammi e sogni sentimentali: come già su altro piano estetico in Le bonheur (2001), tutto è osservato da lontano con sorridente distacco in questa cosmopolita Alessandria d'Egitto scelta come locus amoenus che ricrei e diletti, in questa 'impiccata città dell'incanto', fulcro della cultura d'Oriente e d'Occidente, dove situare vivere in libertà ogni sbrigliata invenzione ed ogni fantastica peripezia.

"Una cosa è certa, che nessuno soffre o si prende sul serio" scrive la stessa autrice in una sorta di nota-avvertimento che precede i testi. Lei stessa, quasi, ci par seduta su una falce di luna, con un perenne e malizioso riso di Gioconda negli occhi e sul labbro, mentre da quella infinita distanza mette perfettamente a fuoco personaggi veri o fittizi, figure di oggi o di ieri, con lievi staffilate e comici sberleffi che talora accompagnano la straordinaria "ricchezza di situazioni, di oggetti, di forme" (Bárberi) che costituisce la base di un costante fantasmagorico rinnovarsi della materia poetica, una sorta di variazione e ricreazione a getto continuo, per cui l'ultimo componimento della silloge è soltanto come il fermarsi di un'incantevole giostra, pronta poco dopo a ripartire, a ricominciare il suo giro per una nuova incredibile avventura.

Il senso sottile del gioco, ironico e sofisticato, l'aristocratico e voluttuoso divertissement che volutamente investe i più differenti campi del pensiero, del mondo e della vita (con prevalenza su tutti dell'aspetto erotico) si rivela in particolare – come già ben sappiamo, in Maria Grazia Lenisa – nella suprema "manipolazione" del verso (con rime ed echi interni e ritmi sempre abilmente 'avviluppati' gli uni negli altri) ma ancor più della stessa parola poetica, la quale come non mai sa qui piegarsi alle più mutevoli intenzioni, agli improvvisi e rapidi 'cambi di rotta' semantici, al simulato e sarcastico stupore dell'intelletto, alle più svariate combinazioni ed allusioni; in tal modo collocando l'Autrice non solo vicino agli eleganti poeti alessandrini (e il riferimento ad Alessandria è pure in ciò non poco allusivo) ma anche fra le più alte conquiste del migliore Marinismo baroccce per il gusto della ricerca di immagini e sensazioni del tutto inconsuete; per la sagace incastonatura delle citazioni, per lo zampillare di concetti, di ritmi, di arguzie e di acutezze che suscitano ammirazione e commozione immediata; per una scrittura piacevole e armoniosa, si, ma soltanto in apparenza piana, semplice e fluida quanto è invece nascostamente pensata, filtrata e calibrata; per quella placida ma continuamente sottesa sensualità e per quella sovrana aura lussureggiante, avvolgente e fascinosa che non corrispondono, però, nel caso della poetessa moderna, ad un concetto della poesia come mero ornamento prezioso e squisito con cui estasiare il lettore, perché hanno invece salda radice in una profonda necessità interiore, in un'intima e irrinunciabile ragione che porta infine al "trionfo di quel supremo piacere – scrive Bárberi Squarotti – che è l'inventare senza fine e, in questo modo, far essere ciò che è soltanto nella mente ma che, dopo che è stato creato, non è più possibile dimenticare e fare che più non esista".

Come esemplificativa illustrazione di questa nuova, splendida opera poetica della Lenisa vorrei citare per intero almeno uno di questi 92 componi-menti, intitolato La controfigura, non certo con l'idea che esso per qualche aspetto possa da solo rappresentare la straordinaria varietà dell'insieme, ma piuttosto perché, nella sua sobria perfezione, nel suo incanto di smaltati riflessi verbali ci mostra ancor meglio di altri una "visione e invenzione ... che è anche poesia di gioia di tale capacità di vedere e di inventare", con quello stesso "sorriso del piacere degli dei nel momento in cui vedono il mondo che si fa via via dopo l'impulso che essi gli hanno dato" (Bárberi Squarotti): Il legno aurato dell 'antico ponte a cui sostenni | la controfigura, | mentre messa era la paura e l'attrazione dentro l'acqua morta | Ah che Ofelia di versi, antico segno | che non affonda | ma galleggia. Sogna l'anima bianca in un airone | muto di perseguire le Grandi Distanze, volare alto | mai più trattenuta | Per avere salva la poesia racconta, forse, l'Ultima | Storia | a video spento: l'Ombelico d'oro.

Recensione
L'ombelico d'oro
poesia 
Autori
Maria Grazia Lenisa
Edizione:
Bastogi Editrice Italiana
Foggia 2003

Presentazione di Giorgio Bárberi Squarotti. Appunti prossemici di Rossano Onano - pp. 120
prezzo: € 8,00

Recensione a cura di
Pubblicata su:
Pomezia Notizie nr.8/2003
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