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In occasione della presentazione:
Padova, Caffè Pedrocchi - 12 maggio 1994

Presentare un libro di versi appartenenti ad un qualsiasi autore comporta un carico di responsabilità di natura tecnica, e perché no?, anche morale, a meno che questo tipo di operazione non venga compiuto con quella nonchalance, con quel distacco, che oggi sono dote precipua di molti, probabilmente, troppi presentatori alla moda, i quali, di tutto parlano, evitando il più possibile di prendere posizione critica sul testo in argomento.

In questo caso, i loro pronunciamenti, vaghi e diafani come sono, non rendono giustizia all'autore, e perché no?, nemmeno al pubblico richiamato dalla stampa o per mezzo di inviti.

Se l'autore dell'ipotetico libro, non fosse, alla fine, uno scribacchino presuntuoso di mettersi in vetrina per godersi un'ora di gloria fasulla, ma avesse a dimostrare tutte le sue carte in regola di poeta, tanto da convincere l'auditorio fino a portarlo alla considerazione e all'applauso spontaneo, la presentazione del suo libro varrebbe ad affermare nel nostro tempo antipoetico e bislacco i valori indiscutibili della Poesia.

Nell'occasione che mi viene offerta di presentare il poeta e amico Alessandro Cabianca e il suo volume Il gioco dei giorni, il carico di responsabilità tecniche e morali, di cui dicevo prima, io me lo assumo in pieno, sentendomi subito alleggerito dal fatto di non dover annaspare alla ricerca di frasi posticce e melense. Anzi, mi scuso fin d'ora con Alessandro se non riuscissi a cogliere del tutto i molteplici e considerevoli aspetti del suo far poesia.

Dal punto di vista tecnico, dirò che Cabianca conosce i ferri del mestiere del poeta e se ne serve senza sfoggio, con opportune dosature. Ai non addetti ai lavori sentir parlare di "ferri del mestiere" potrebbe far arricciare il naso, ma chi frequenta attivamente il mondo dell'arte sa, ad esempio, che per comporre musica è indispensabile conoscere la musica da cima a fondo, che per dipingere è indispensabile conoscere tutto ciò che attiene al disegno e alla pittura in genere, e così via.

Anche per chi vuole comporre poesie, certe conoscenze non possono essere ignorate, perché non basta saper distinguere un ottonario da un endecasillabo, non basta, come molti fanno, rifugiarsi alla bell'e meglio nei versi cosiddetti "liberi", se vengono meno i ritmi e le cadenze che a quei versi devono comunque appartenere. E non basta. La conoscenza in questione si allarga come una macchia d'olio (chi ha buoni orecchi mi sa intendere) per abbracciare tutti gli effetti stilistici senza i quali la poesia si veste di abiti dimessi, o addirittura cenciosi.

Cabianca non ama le metriche classiche, ma non le disdegna, non le evita di proposito. Rispetta i ritmi, le cadenze, gli accenti; andare, come va lui, dal verso di tre sillabe al verso di oltre venti sillabe, parrebbe una esagerazione, se non fosse perché il suo percorso metrico è suggerito dalla quantità di respiro che ogni verso esige in se stesso. Ma io non parlerei di "nuove" forme di espressione perseguite dal nostro poeta nel corso degli anni, in quanto è lapalissiano che nell'arte in genere, e nella poesia in particolare, il "nuovo" non esiste da Omero in qua, a meno che il "nuovo" non voglia significare la ricerca cervellotica ad ogni costo.

Cabianca ha operato senz'altro dei tentativi, non alieni da tendenze ormai invalse nel nostro tempo moderno, poiché simbolismo, surrealismo, ermetismo, ed altri "ismi" in aggiunta, entrano a far parte del bagaglio di ogni poeta che si rispetti. Il quale, a ragion veduta, farà le sue scelte a proprio rischio e pericolo. Come si può ben vedere, le strade che conducono alla buona poesia non sono infinite, e quelle strade bisogna percorrerle con una inequivocabile chiarezza di intenti e, soprattutto, di idee.

La complessità insita nei versi di Cabianca è motivata da una ricca e composita visione del mondo lirico legato soprattutto alle problematiche temporee, in tutte le direzioni, fino a stratificare con dei tocchi sapienti il presente sul passato, anche arcaico, anche primordiale. In questo coinvolgimento si formano e si animano i più diversificati richiami afferenti all'uomo, dalla sua derivazione ai giorni nostri. Si assiste così al suo passaggio attraverso la temperie mitica, la favola e la leggenda, la storia e l'antistoria, l'urgenza e la casualità, fino al raggiungimento di una condizione oggettivata alla realtà naturale, più pagana che cristiana, niente affatto fideistica o pietistica.

C'è in Cabianca un ritorno alla atmosfera virgiliana, alla contemplazione di campi, montagne, colline, alberi, piante fiori, il riandare schietto e non retorico a paesi, borghi e casolari, ricuperati integri dalla memoria, a stagioni ridenti o rattristate, a infanzie verginali, a paradisi perduti.

C'è altresì un bisogno di vivere, soprattutto di amare, senza inganni e ipocrisie, di amare donne, cose, o divinità, fa lo stesso; c'è una necessità di fuoco, di acqua, di neve, di vento, di luce, di chiarità in tutti i sensi, quale espressione delle stagioni sorte dalla terra e dall'aria, in stretto rapporto con le stagioni umane. Anche la cronaca spicciola, apparentemente insignificante, coopera a nutrire e, in molti casi, a fecondare il dettato poetico con il suo umile humus.

E quanti incontri con uccelli rapaci o selvatici che sbucano dall'alto dei cieli aperti; quanti cervi confusi nel folto di aceri e pini, quanti cavalli al galoppo, e quanti altri animali che trepidano nel loro habitat ormai insicuro. E, ancora, orti, pozzi profondi, ruscelli, sole che arroventa le pietre, ramarri e lucertole paurosi del giorno che l'uomo rende sempre più ostile e chiassoso.

Tutte queste presenze, non stucchevoli, non pleonastiche, armonizzate tra loro, compaiono sul palcoscenico che Cabianca ci propone, oserei dire, in un'aura di moderna classicità. Ho pensato a Virgilio, per quell'impatto con la natura che contraddistingue il carattere latino di certi poeti.

Alessandro Cabianca, questo quarantacinquenne laureato in letteratura contemporanea, che ha preferito scegliere l'attività farmaceutica anzichè dedicarsi all'insegnamento, non è affatto un provocatore, come vorrebbe apparire quando si interessa a personaggi maschili o femminilicosiddetti di "rottura". E' piuttosto un animatore di incontri, un organizzatore di interessanti raduni artistici. Non so come sia arrivato alla poesia, probabilmente, anzi, certamente,

l'aveva nel sangue, come tanti di noi, dono o castigo che sia.

Sotto il profilo organico, Il gioco dei giorni è una raccolta strutturata in sette sezioni, ove si consideri che la sezione dal titolo "Sopra gli anni" è suddivisa in due parti.

"Il viaggio", la sezione più intensa sul piano concettuale, spazia in virtù di una simbologia che parte da molto lontano, da quel punto insondabile e misteriosamente vivo dove destini, presagi, mutamenti, si intersecano nella genesi magmatica dell'esistenza del nostro pianeta.

Il verso si fa profetico e colorito di infinite sensazioni: da una possente primitività sorge e si propone un trio esswenziale, quasi assolutistico (non oserei definirlo trinità): il "poderoso mambrouk", la "splendida allie" e l'"ineffabile lyonard", di evidente matrice sanguinetiana.

Sono progenitori idealizzati, esseri decisamente superiori a tal punto da apparire quali creature letterarie, piuttosto che proiezioni materiche pensanti. Il peso di siffatte figurazioni viene alleggerito dalla forte immaginosità di Cabianca, avvezzo ai suoi panorami di terre, acque, boschi, elementi primari enunciati in limine alla raccolta Il gioco dei giorni.

Nel proseguimento del "suo" viaggio , si incontrano personaggi mitici e divinità emblematiche: Venere e Diana; ma più che la pudica, efebica Diana, il sopravvento sugli esseri umani ce l'ha Venere anadiomene, uscita dall'onda e spinta verso amori sempre nuovi e fecondi.

In questi furoreggianti amori si può intravedere l'esplosione del canto poetico, nel quale (Cabianca ha certamente letto Charmes di Paul Valéry) si riscatta la fragile, corrotta natura umana.

La seconda sezione "Lettere" assomma alcuni pezzi colloquiali ad una voce. Tra le righe è presente una donna anonima, forse una innamorata, probabilmente un'amante o una compagna capace di concedere amorosi congiungimenti, una Eva del tutto personale, scelta per mettere al mondo una prole, per segnare assieme ad essa una traccia continuativa nel tempo..

Ma non si tratta di amori propriamente lussuriosi, e basta. In questa rievocazione si avverte un ritorno di calori e di sapori antichinel costante contatto con una natura accogliente, ospitale: "Cieli alti,/ accesi quanto più apre squarci d'immenso, amore./ Fertili terre, tremiti sulle magnolie/ (cigolii dai canneti)". Anche la notte è propizia all'amore primordiale che scalda la dura alcova della "pietra greggia". E' la prima notte, quella in se stessa irripetibile e fatale. Si intuisce una convivenza, se non proprio felice, almeno discreta, all'ombra di campi arati come si volesse succedere in progressione a dure generazioni passate, e non può venir meno la smania dell'uomo che travalica i millenni e via via trascina con sè i propri mutamenti, certamente la propria inquieta civilizzazione.

Si ripete, per mezzo del vino che abbonda sulle mense, una eucaristia pagana nell'ambito familiare. L'intesa fra "lui" e "lei" attraverso il pensiero e la parola può considerarsi ottenuta. Il poeta Cabianca, oltre alla comprensione amorosa, chiede alla sua donna liricizzata quella per la sua arte prediletta.

La raccolta Il gioco dei giorni riprende la parte I e la parte II delle sezioni apparse nel volume dal titolo "Sopra gli anni", pubblicato nel 1991 dalla Editoria Universitaria di Venezia, come pure la sezione "Racconti".

L'innesto di queste sezioni nel volume di cui oggi si parla è quanto mai indicativo, perché percorre stilisticamente nella forma e nei contenuti la poetica usata da Cabianca. Questa rivisitazione, voluta dall'autore, mi fa ritrovare la soddisfazione provata alcuni anni or sono allorquando lessi il primo suo libro e fui spettatore della sua presentazione nella tipica osteria "Da Codroma" di Venezia, non molto lontana dalla casa dove abitava Diego Valeri. Non mi fu allora difficile capire che mi era stata offerta l'occasione di conoscere un personaggio di valore, bonario e alla mano, privo di quella spocchia di cui oggigiorno sono dotati molti verseggiatori i quali, per fare migliore figura nel pubblico consesso, potrebbero tentare qualche attività alternativa alla poesia.

In "Sopra gli anni", dunque, uomo-natura-paesaggi-circostanze è affrontato all'insegna dei ricordi, ricordi che svariano dalla stagione infantile all'epoca adolescenziale, fino a quella giovanile, in un pregnante susseguirsi di accadimenti rivissuti con pacatezza, spesso con dolcezza, anche quando "la morte in fiore" fa la sua comparsa quasi in punta di piedi, foriera di foglie cadenti, di carducciana nebbia che si depone sulle colline, di boschi rassegnati all'abbandono invernale.

I ricordi si sovrappongono ai ricordi, scaturiti da tempi lontani, ma ancora nitidi e delineati nella memoria: "...Troppo conosco/ l'anima delle mie terre/... E non scordo/ che sul tuo orizzonte crescono montagne,/ che un fiume asciutto ti fa da letto,/ che il muto lavorìo delle massaie/ è più forte del canto delle cicale." Nenie e filastrocche si esauriscono alla scarsa luce delle lampade nel tepore invernale delle stalle. Gli orti e le pietre si scaldano al sole mentre il cammino dell'uomo si allunga come il suo modo di pensare.

Riaffiora il gioco più insolito e più pericoloso: quello del pozzo. Dallo specchio dell'acqua, che cela una profondità misteriosa, fuoriesce un Narciso in gonnella, non però destinato a soccombere per volontà propria, ma protetto e difeso nella sua immagine dallo stesso compagno lùdico. Il mito così si capovolge, e dalla negazione contemplativa si giunge ad una amorosa affermazione. Qui Cabianca, a parer mio, compie forse una delle sue prime originali operazioni costruite sul processo di metamorfosi, ed è in questa problematica che egli da tempo lavora con efficace padronanza.

Rododendri, girasoli, vigneti, ulivi, palme, pini, si accompagnano a terre friabili o a terre petrose, come ispirati da una ideale amicizia. Tutti questi elementi assumono, nel contesto dell'azione, un ruolo preciso, perfino definito nel tempo-spazio che dà dimensione al racconto poetico, e taluno di questi elementi adombra, nella lirica "All'ombra dei giochi", una identità simbolica: "Nemmeno rododendri/ (i draghi del pensiero)/ coglierò senza sorprendermi/ della tua gelosia,/ mentre le tue perle/ ampie curve rischiarano." interrompendo una dichiarazione disinvolta ad una certa "lei" chiamata "piccola gazzella" e invitata a ballare fino a raggiungere insieme una calma interiore. L'incertezza del presente non accenna a dissolversi, nemmeno rifugiandosi nella intimità della mensa, in un solus ad solam particolare e sentito, che ha un valore umanizzante.

In "Tristesse" prende finalmente nome, ma non si sa se reale o inventato, una delle figure femminili affiorate da Il gioco dei giorni: è Nanouche, la petite Nanouche. L'attacco edulcorato di questa poesia nasconde un rifugio sentimentale, che per il poeta è liberatorio: "C'è un riparo, nell'angolo del focolare,/ dove nemmeno i ricordi si accalcano." Dalla mensa al focolare, l'azione parrebbe talvolta limitata alle pareti domestiche, se non fosse per quei mitici contatti collaterali, cui l'amico Cabianca ci ha abituati, quando fa partire le sue improvvise proiezioni verso il passato antistorico, riconducibile ad eventi più o meno tragici, più o meno ideologici: "Nelle sere che il cane si dorme/ ho timore di tutti i presagi;/ non sarà Ifigenia, figlia di re,/ a invocare altre morti?" E ancora: "Ti avrei voluto sulla porta di casa/ ... a prendere il fresco dei boschi,/ se dalle cime alle valli/ non si muove una dea." Altri brani di vita, altre constatazioni, sotto forma di un probabile colloquio con se stesso: "(Non dirmi delle tue sere,/ non saprei che risponderti,/ ...Sei nato su piccole contrade/ tra gente che pianta vigneti/ e, tra vigneti, mirtilli,/ come dietro gli anni,/ oltre la fanciullezza,/ nelle feste degli avi."

Il poeta, dunque, non smette di scavare nella propria radice contadina, lui, nato in un semplice paese del vicentino, dal quale ha attinto e attinge tuttora, con evidente nostalgia, amori e umori terragni, soprattutto una nobilissima condizione di civiltà veneta, divenuta, per atavico diritto, la sua regola di sopravvivenza. Tali amori e umori rientrano, come accennato, nel migliore spirito virgiliano, tesi come sono ad onorare la sacralità della natura in virtù di quella somma di manifestazioni arcane, ma evidenti, per cui l'uomo è un frutto tra i molteplici frutti, una realtà fra le molteplici realtà che lo circondano e lo coinvolgono, nella piena consapevolezza dell'essere e del divenire.

In "Pianissimo" il senso della confessione è pacato, non disperante: "Sto invece qui/ vicino ai fuochi del focolare. Mi resta della vita/ appena il sogno o il gioco, oltre le vesti, oltre l'anima./ Così somigliante ai figli della mia gente,/ neanche questo profilo/ basta a riconoscermi."

L'aria di stupenda classicità allarga sempre più i suoi confini, si fa irreale, metafisica. In molti casi, magica. Seguitano a succedersi eccezionali ricostruzioni di piccole vicende, di lontani incontri, sotto il segno di predestinazioni o di sortilegi: "Cerco quel che ti piegò su questi sassi,/ pallida amica che vivevi ignara,/ sulle colline ove si spinse il primo uomo.../ e davvero mi chiedo quanti azzurranti dei/ scendano oltre la notte,/ lungo il disagiato Lete,/ e non so se è più corona nuziale o catena/ quanto era segnato nel certo cielo/ ove il tuo destino si congiunse col mio."

Su queste creature "segnate" incombe un fato inevitabile, ed è sempre la forza del passato a condizionare il presente: "Ai margini delle selve/ i nostri amori avevano una magione,/ se era notte di fresca rugiada./ Si andava in mezzo al fogliame,/ fuori dagli inganni di Circe..."

Dolcissimi e fluidi procedono i versi, disposti in un ordine e dotati di un ritmo di ottima fattura: oserei dire che la forma è sempre all'altezza del contenuto. Nessuna caduta, nessuno stridore. Nella lirica che chiude le due sezioni in oggetto avverto come uno scatto doloroso di drammatica attualità: "Se mai la fanciullezza mia ha qualche nome.../ molto peggio la tua,/ nello strepito della fucileria,/ le code per il pane,/ quel ragazzo sulla massicciata./ Sopra gli anni, sopra/ il nero fumante delle prime estati,/ dal caos fuggiva l'inquietante omega:/ lì stava, in primis, l'alma vita." In quel ragazzo che sta sulla massicciata individuo il poeta testimone dei suoi giovani anni rivisti in un momento tumultuoso: egli rimane impietrito nella propria sensibilità di individuo che ha il diritto di crescere e di vivere al di fuori del caos innaturale.

I "Canti cileni", pieni di vivezza e di delicata sensualità, pieni di domande e di profumi, pieni di giovinezza, di mare, di aironi, di betulle, pieni, insomma, di aneliti e di desideri, come pure di fatalismo incombente nell'aria, hanno molto sentore di terra veneta, dove il poeta si trova meglio a suo agio.

Nell'ultima parte de Il gioco dei giorni ("Racconti", "Davanti al vero" e "Fabula") le varie tematiche affrontate da Cabianca per realizzare i suoi canti, le sue canzoni, i suoi impatti lirici e liricizzanti, prendono corpo con maggiore vigoria espressiva e introspettiva, fino a raggiungere spessori e profondità di grande interesse semantico e simbologico. Vi riscontro anche una maggiore maturità nella naturalezza del gesto. Perfino le figurazioni emblematiche si sono fatte più chiare e più riconoscibili nella rincorsa che fa il poeta lungo i sentieri e i segreti che "esaltano il mito".

La lotta insolubile tra esistenza e parvenza, tra persona e maschera, tra favola e scottante realtà, diverrà, d'ora in avanti, per Alessandro Cabianca l'impegno più pressante nello sviluppo della sua operazione poetica più importante e più ardua, riguardante le "Metamorfosi" rivisitate alla moderna. (L'inimitabile Ovidio non si tocca, tutt'al più se ne respira la grandezza, come un aroma ristoratore, allo scopo di rinforzare i propri polmoni e di ossigenare le proprie idee).

Ed è in questo affascinante lavoro che aspettiamo con fiducia Alessandro, poeta dalla robusta spina dorsale, umile e simpaticamente temerario, che alla poesia diluita e scontata (ce n'è troppa in giro anche nelle alte sfere) preferisce, per vocazione, oltreché per legittima ambizione, l'impresa al mero esercizio di amanuense.

Materiale
Presentazione de Il gioco dei giorni di Alessandro Cabianca
saggistica 
Autori

Pubblicato su:
Literary nr.8/2009
 

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