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Non si può dire come sia la vita, come il caso o il destino
incidano sulle persone, se non narrandone la storia.

Hannah Arendt

Legami di sangue

romanzo
© Alìda Casagrande
Cleup, Padova 2007

“Il potere reale è il potere sugli altri uomini”Come fa un uomo ad affermare il suo potere su un altro uomo, Winston?”“Facendolo soffrire.”L’obbedienza non basta se non soffre, come si fa a essere sicuri che egli non obbedisca alla sua volontà anziché alla tua? Il potere consiste appunto nell’infliggere sofferenza e mortificazione. Il potere consiste nel fare a pezzi i cervelli degli uomini e nel ricomporliin nuove forme e combinazioni di nostro gradimento.(G. Orwell, 1984)

Non sarà facile riportare questa storia, poiché a suo tempo ne hanno parlato tutti i giornali e a modo loro: dilatandola, distorcendola, aggiungendo di qua e togliendo di là, aggiungendo clamore al clamore per assecondare convenienze, per vendere più copie, per destare maggiore curiosità e maggior interesse, mi pare doveroso ascoltare dalla protagonista della vicenda, Mariposa Varisco, la verità, la sua verità mi suggerisce, perché non esiste una verità assoluta, una verità che vada bene per tutti, su quegli avvenimenti, e riportare parola per parola, i fatti nudi e crudi così come realmente sono accaduti.

La villa nella quale devo incontrare Mariposa Varisco è a pochi chilometri da Treviso, sorge tra i campi ed è seminascosta da una cintura di salici piangenti, di glicini spogli e di roseti debitamente potati. Villa Napoleon è una costruzione con un evidente bisogno di essere restaurata, ma le grandi vetrate ottocentesche che riflettono l’argento del cielo ed il lucore della neve la rendono comunque straordinaria. Parcheggio la vettura a pochi passi dall’entrata e scendo. Scivolo inavvertitamente sulla neve che sta gelando e mi reggo in piedi aggrappandomi alla portiera della mia macchina. Mi ricompongo e mi guardo attorno per vedere se qualcuno ha visto il mio incauto scivolone. No, sembrava proprio che non ci fosse in giro anima viva. Seguito ad osservarmi intorno e indovino un parco di alberi secolari dai rami spogli che oggi sono immersi nella nebbia, tanto che debbo aprire il mio ombrello per ripararmi dall’umidità di questa nebbia densa come una pioggerella filiforme ed appiccicosa che penetra fastidiosamente nelle ossa.

Ho percorso il vialetto d’ingresso facendo scricchiolare sotto i miei piedi, il ghiaino misto a neve gelata, giungo davanti ad un portoncino e suono il campanello. Mi apre lei, Mariposa Varisco, che riconosco dalle fotografie apparse sui giornali al tempo della tragedia, e mi fa accomodare.

Ora sono qui davanti a Mariposa, nella stanza d’ingresso della villa, siamo l’una di fronte all’altra, io mi sono accomodata su una panca di legno e lei su di una sedia di paglia e fuma con brevi e frequenti tirate una sigaretta, mentre il suo sguardo vaga irrequieto senza posarsi su qualcosa, né su di me, più di un fuggevole attimo.

Porta un cappello di feltro color lilla con un grosso fiocco di velluto viola, e i lunghi capelli spettinati le piovono arruffati sulle spalle. Sembra una bambina che ha perso l’orientamento, che ha smarrito la strada di casa, e in un certo senso è proprio così.

Da come si racconta (esige di riportare in prima persona le parentesi che più l’hanno segnata, nel bene e nel male, nel dolore e nella gioia), e da quanto mi racconta, risulta sempre più evidente che si è persa, persa in tutti i sensi.

• • •

Mariposa mi racconta che quel giorno nevicava. Racconta al presente, come se il tempo si fosse fermato. Per lei si è fermato, paralizzato, fossilizzato in un eterno e nebbioso presente.

Io l’assecondo e trascrivo quanto lei stessa mi detta.

Fa parte del mio mestiere, scrivere quanto mi raccontano.

Le nuvole si ammassano le une sulle altre come sospinte da una mano invisibile che si diverte a giocare, ora sono grigie ora sono bianche, ma sempre sono inquiete e pesanti, opprimenti. Sta tornando a casa dopo essere stata all’obitorio della Clinica San Camillo.

Cursum perficio. Ho compiuto il mio percorso” pensa con una tristezza mortale Mariposa Varisco ricordando un passato che non passa, che continua a germogliare dentro di lei come una rosa continua a germogliare a maggio. Intanto scende la neve, a sprazzi, disordinata, e capricciosa si fa inseguire dal vento come una prima ballerina che duetta con le note, sporca, mista a pioggia e a vento. Dal cielo piove una luce di metallo, cupa, fuligginosa che illividisce il paesaggio, la terra è coperta di neve gelata, e la nebbia, anziché diradarsi si è infittita e rende più pungente l’aria.

Mariposa ha il cuore a brandelli, come un foglio di giornale strappato perché già letto e non serve più, la testa pesante come un’incudine. Ogni tanto butta un’occhiata distratta alle vetrine dei negozi ancora colme degli addobbi natalizi, vetrine ancora colme di festoni che vanno da parete a parete, vetrine illuminate a giorno da grandi neon che fanno a pugni con il suo umore.

Le vetture passano veloci levando schizzi d’acqua sporca, melmosi, e i nudi rami degli alberi ai lati della strada si agitano nervosamente sotto le sferzate del vento che li spoglia delle ultime foglie rimaste. Mariposa cammina, ubriaca di dolore, senza sapere dove andare, cosa fare, soprattutto senza sapere cosa fare di se stessa.

• • •

Mariposa mi racconta sospirando a fondo che tutto è cominciato un paio d’anni fa, partito da una sua telefonata alla direttrice della Casa di riposo San Tommaso, quella che c’è dalle parti della stazione ferroviaria di Treviso. Ancora, dopo mesi, Mariposa si chiede cosa, o piuttosto Chi?, l’abbia spinta, di punto in bianco e senza che avesse un motivo plausibile per farlo, senza che avesse alcuna giustificazione, ad alzare la cornetta del telefono e a formare quel particolare numero. Da dove le è venuto il ghiribizzo di quel gesto? “Perché ho telefonato? Perché? Se non lo avessi fatto!” pensa angosciata, – SE! Ma l’ho fatto. L’ho fatto…– e un groppo di lacrime si strozza in gola, le blocca il respiro. Vuole ricordare per ferirsi. Per sfregiarsi il cuore. Per mondarsi l’anima da quelle colpe delle quali dice di essersi macchiata

– Buongiorno signora, – esordisce, – sono Mariposa Varisco, e la chiamo per sapere a che ora del sei del prossimo mese mia cognata potrà essere ospitata nella vostra casa di riposo.

– Come si chiama sua cognata signora Varisco?

– Serena Sabatini

– Un momento che controllo la lista …Sabatini …Serena Sabatini –, ripete la donna oltre il cavo, – Sabatini …non la trovo signora Varisco, è certa che sia nella lista della nostra casa di riposo?

– Sì. Me lo ha detto, un paio di giorno fa, mio cognato, il gemello di Serena, Toni Sabatini, che si occupa della questione.

– Vuoi che prepariamo le valigie a Serena? Così si abituerà all’idea di andare in casa di riposo –, aveva chiesto Mariposa a Toni, prima di fare la famosa telefonata alla casa di riposo San Tommaso. Lui le aveva risposto di no, le aveva detto che le valigie gliele avrebbe preparate lui con l’aiuto di Rinalda, sua moglie, e che lei poteva considerarsi quindi libera da ogni impegno e da ogni responsabilità nei confronti di Serena. – Dopo tutto –, aveva ribadito il cognato in quella occasione, – Serena è mia sorella e la sorella di tuo marito Giorgio, tu non c’entri niente con noi tre. Non hai nessun legame di sangue con mia sorella. Non curarti di Serena e pensa agli affari tuoi. Ci arrangeremo, l’abbiamo sempre fatto, no? Siamo tre gemelli: vorrà pur dire qualcosa, anche se tuo marito sembra fatto di un’altra pasta e figlio di un’altra madre e anziché prendersi cura della sorella si prende cura delle donnine...

– Come sarebbe a dire? –, gli chiede Mariposa risentita. – Non capisco perché tu debba calcare la mano con questa storia di Giorgio e delle sue donnine …sei per caso invidioso? Geloso?

– Ma naturalmente no. Ho sbagliato. Scusa. Intendevo dire che prima di te Giorgio si curava delle donnine anziché curarsi di Serena. Tutto qua. Puoi anche andare ad abitare da un’altra parte se la cosa ti da fastidio, almeno non sarei costretto a vederti tutti i giorni!

– Scusa, ti dà fastidio vedermi? – gli chiede Mariposa, in quel momento offesa. – Non me n’ero accorta.

– Ma naturalmente no! No, non si tratta di questo… –, risponde fissandola con un’espressione seria: “Ti ho sempre detto che sei una bambina e che non capisci niente. Vi sono più cose tra cielo e terra che nella tua psicologia. Lascia perdere le valigie per Serena, faremo io e Rinalda, tu non c’entri nulla –, aveva poi tagliato corto cambiando repentinamente tono e umore. – Sei una bambina adorabile Mariposa mia, ma con noi tre non c’entri nulla.

Ancora con quel verso di Shakespeare. E poi, addirittura dirle che lei non centrava niente! Bella affermazione! Abita in questa casa da dieci anni, ha vissuto con la cognata Serena e la sua malattia per dieci anni, tutt’ora vive qui, e non centrava niente! Come avesse fatto una passeggiata tra le rose anziché tra le spine. “Meraviglioso!” aveva pensato Mariposa “Procura un gran bella soddisfazione sentirsi dire questo”.

Ad ogni modo, Toni era il fratello maggiore in virtù del fatto che era nato prima di Serena e di Giorgio, pur sempre suoi fratelli gemelli, a lui – e solo a lui per un tacito accordo familiare in vigore dalla morte del padre – aspettava ogni decisione riguardo a Serena, lui si era preso questo impegno, “nessuno può muovere una foglia senza che Toni lo voglia”, per così dire. E a Mariposa andava più che bene che a lui spettasse l’onere di seguire la sorella senza delegare alcunché ad alcuno.

Suo cognato piano piano era diventato padrone dei suoi gesti, dei suoi sorrisi, delle sue risate, forse anche della sua vita senza che se ne accorgesse.

Toni le aveva consigliato, o meglio imposto, di non preparare alcun bagaglio? E Mariposa nessun bagaglio avrebbe preparato! Non avrebbe fatto niente che lo indisponesse poiché ultimamente era piuttosto nervoso e facilmente irritabile. Spesso doveva misurare le parole. Mariposa pazientava, perché era convinta che il suo malumore dipendesse dalla recente morte di sua madre. Anche lei aveva perso la madre da pochi mesi, e poteva ben comprendere il dolore e lo smarrimento di Toni. Tuttavia, riguardo a Serena e al suo imminente ricovero in casa di riposo, disobbedisce a Toni, ragiona con la propria testa e fa ciò che le suggerisce la propria ragione, decide di telefonare alla casa di riposo San Tommaso.

– La signora Serena Sabatini è nella lista degli autosufficienti? –, domanda la direttrice.

– Non saprei –, le risponde Mariposa, – Come le ho detto, è mio cognato Toni che segue la sorella invalida.

– Signora Varisco, sua cognata è autosufficiente? –, ripete, paziente.

– Più no che sì…

– È allora attenda un momento che ripasso la lista …permetta …Sabatini …no, niente da fare. Non la trovo. Non c’è.

– Ma… è sicura? –, domanda Mariposa confusa.

– A meno che non sia nella lista dei non-autosufficenti… permetta che guardo …Sabatini …no, non la trovo nemmeno qua, sa? È proprio certa che si tratti di questa casa di riposo? Magari si sbaglia…

– No, non credo di sbagliarmi. Mio cognato Toni Sabatini ha detto che il sei del mese prossimo, si sarebbe reso disponibile un posto presso la vostra casa di riposo. Non posso sbagliarmi perché è da quando mia suocera è venuta a mancare che si parla di ricoverare questa mia cognata invalida presso la vostra casa di riposo, non gode di un’ottima salute. Scusi signora, ma abbia pazienza, non potrebbe controllare meglio? Mi perdoni se insisto…

– Mi dispiace signora Varisco, ma davvero qui a San Tommaso non solo non c’è nessun posto libero per il sei del mese prossimo –, prosegue la direttrice mentre Mariposa l’ascolta, immobile, quasi senza respirare per non far rumore, per non perdere una sola parola di quanto le dice, – ma non ci sarà per mesi e mesi. Mi rincresce deluderla ma sua cognata non è in nessuna delle due liste. Casomai, si informi presso l’assistente sociale del suo comune ed eventualmente mi telefoni ancora, non si sa mai, può darsi che si tratti di un errore, di un disguido, anche se, le ripeto, qui di posti liberi non ce ne sono e non ce ne saranno per mesi e mesi, e di certo non possiamo augurarci che qualche ospite muoia per lasciare libero il letto… lei capisce.

– Sì, certo, capisco –, e invece no, Mariposa non capiva un bel niente. – Capisco… –, ripete tuttavia per non far trapelare che brancola nel buio più fitto, in mezzo ad una fitta sterpaglia.

Appoggia lentamente il ricevitore del telefono sull’apparecchio.

È perplessa. Non sa cosa pensare. Non riesce a pensare. Non vorrebbe pensare. Però non può non pensare. Nessuna Serena Sabatini è nella lista di quella casa di riposo.

Nessun posto libero per il sei del mese prossimo. Stupefacente.

Cosa sta succedendo? Non capisce. Si butta sul sofà di velluto rosso in salotto, chiude gli occhi per concentrarsi meglio e cerca di fare ordine nella sua testa.

“Dunque” medita ricapitolando Mariposa “Toni ha detto che il sei del mese prossimo si sarebbe liberato un posto nella casa di riposo San Tommaso e finalmente la gemella Serena avrebbe trovato una sistemazione consona alla sua malattia.

Toni ha la responsabilità di accompagnare la sorella Serena dagli specialisti per controllare il diabete, malattia, questa di cui Serena soffre da anni, aggiunta ad una depressione nervosa che psicologicamente la rende invalida al cento per cento. Nel complesso una situazione complicata dal fatto che lei comunica poco sia con i familiari che con chiunque altra persona, medici compresi, perché tanti anni di assunzione di psicofarmaci l’hanno indotta lentamente al silenzio, alla svogliatezza, all’apatia. È quasi impossibile sapere come si sente, come sta. È chiusa in una roccaforte, da sola, e sostiene di stare bene da sola, non ama parlare e non parla, vive rinchiusa nel suo mondo, prigioniera del proprio mondo, dei propri fantasmi, delle proprie allucinazioni”.

• • •

Il marito di Mariposa, Giorgio Sabatini fratello gemello di Toni Sabatini e di Serena Sabatini, gira l’Europa per il suo lavoro di giornalista sportivo, e lei è qui, in questa Villa del Glicine, con sua cognata invalida: è come un ombra che la tiene d’occhio, la controlla, e in caso di bisogno avverte Toni. È lui che fa tutto e che decide tutto pur non abitando in questa casa, la casa acquistata dai suoi genitori, casa invece nella quale abita Mariposa dal primo giorno del suo matrimonio: suo marito l’ha portata ad abitare qui, dieci anni fa, e qui è rimasta. “E qui vorrei continuare ad abitare” precisa tra sé e sé Mariposa.

Nessuno ci vede niente di male se Toni si fa carico di tutto e ricopre il ruolo che fu di suo padre. Ciò gli dà il diritto di venire qua in casa ogni volta che gli pare e piace, senza suonare il campanello (che ripete i vari brani dei Notturni di Chopin, mi fa presente Mariposa tentando un sorriso) per farsi annunciare e senza chiedere permesso: le porte non sono mai chiuse a chiave. D’altra parte, come fargli delle osservazioni? La casa dopo la morte della suocera appartiene ai tre fratelli: ognuno di loro tre ne possiede un terzo, niente da eccepire. I risparmi lasciati in eredità della loro madre sono stati devoluti con l’accordo dei due fratelli gemelli, alla cura e all’assistenza di Serena, la loro sfortunata sorella. Anche in questo caso niente da eccepire. A decidere che i risparmi della defunta madre vanno messi da parte per i bisogni di Serena è Toni, e per l’occasione invita a casa sua Giorgio il gemello e marito di Mariposa, e gli spiega come sia indispensabile che Serena possa disporre dei risparmi della madre oltre che dei propri. Giorgio Sabatini si dichiara d’accordo con il fratello. La fiducia che Giorgio nutre in Toni è assolutamente cieca, non si pone domande e d’altra parte non c’era nessun motivo perché si ponesse delle domande, almeno fino ad un certo punto della storia.

– Andiamo con ordine senza accavallare gli avvenimenti –, ammonisco dolcemente Mariposa, altrimenti faremo confusione.

Lei arrossisce imbarazzata, si scusa se è andata troppo veloce a raccontare, e accavalla le gambe mostrando un paio di calze bianche disegnate, un paio di calze da bambina che mettono in risalto le sue ossute gambe e più in generale una magrezza esagerata.

Mi sorride e racconta che Toni è un uomo che ha sempre lavorato tanto, molto più del gemello Giorgio che ha preferito dedicarsi agli studi per un tempo indefinito onde evitare responsabilità di sorta, però in compenso dandosi freneticamente da fare con le ragazze, come spesso, troppo spesso, precisava Toni con un pizzico di cattiveria mista ad invidia. D’altro canto come dargli torto? Parlava a ragion veduta. Toni ha costruito per sé e per la sua famiglia una bella villa sulla strada Ovest, vicino al palazzo del Gazzettino, una villa tinteggiata di rosa antico, colma di piante secolari che, a detta sua, gli erano costate un patrimonio, e di fiori alle finestre, per la sua famiglia, mentre il gemello Giorgio ha preferito condurre lei, Mariposa la sua sposa, nella villa di famiglia dove tutto era pronto e non mancava nulla. “In fondo”, soleva dire Giorgio Sabatini, che bisogno abbiamo di un’altra casa se c’è già questa? Mia madre ha l’età che ha, mia sorella non si sposerà mai, e allora perché non restare qui dove un giorno tutto sarà nostro?”

Suo marito Giorgio era il gemello di Toni, eppure era così diverso da lui, così indeciso e timoroso, sempre sul chi va là per la paura di sbagliare, di non essere all’altezza delle situazioni quanto Toni era audace e coraggioso, addirittura sfrontato, sfacciato. Giorgio aveva gli occhi azzurri e uno sguardo solare, Toni gli occhi neri e uno sguardo cupo. Facevano parte di un’unica moneta, di un’unica medaglia, ma come in una moneta e in una medaglia, c’erano due facce diverse l’una dall’altra. Testa e croce. Diritto e rovescio. Uniti eppure opposti.

A Mariposa la prospettiva di abitare nella Villa del Glicine non piaceva molto, in principio, da giovane sposa desiderava una casa tutta sua e di Giorgio, un nido d’amore, piccolo, raccolto, non un castello dove già regnavano due donne, sua suocera e sua cognata.

Ma si era presto capito che Giorgio non avrebbe mai lasciato da sola sua madre con la quale aveva un profondo legame, tanto profondo da mettere la sua sposa in secondo piano. Così, voglia o non voglia Mariposa si è sistemata in quella casa, e col tempo ha finito con l’abituarsi a Villa del Glicine e a tutte le cose preziose che conteneva, tanto che con l’andare degli anni ha incominciato a sentirsi parte di Villa del Glicine, e, suo malgrado, col trascorrere del tempo ha incominciato a sentire Villa del Glicine parte di lei.

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Mariposa stimava molto Toni perché in un certo senso rappresentava anche il padre che non aveva avuto, o meglio il padre che non aveva saputo amarla e proteggerla perché distratto da altri interessi per lui molto più importanti, come ad esempio le donne e il gioco d’azzardo. Ogni domenica mattina – pioggia o neve o solleone – Toni andava in chiesa per seguire la Santa Messa. Non mancava mai e lei che, al contrario, non andava mai in Chiesa se non alla Messa di Mezzanotte di Natale, lo ammirava. Lo riteneva un uomo integro, tutto d’un pezzo, perfetto, giusto: lo aveva messo su un piedistallo.

Era docente di filosofia all’università Ca’ Foscari di Venezia. Mariposa era affascinata dalla filosofia, e trovava sempre il tempo di fermarsi a dissertare con lui su questo o su quell’argomento, simpatizzando però per la materia che suscitava la sua passione e che aveva studiato, cioè psicologia.

Mariposa ha una laurea in psicologia, e lavora, o meglio ha lavorato tempo fa, in una struttura per il recupero dei tossicodipendenti e degli alcolizzati. Un ambiente piuttosto cupo la Piccola Comunità di Santa Maria del Rovere, ma lei ha sempre amato la propria professione e niente le pesava. Tutti i santi giorni, nel primo pomeriggio, sapendo che Toni sarebbe arrivato di lì a poco, Mariposa tornava a casa senza fermarsi da nessuna parte perché le faceva piacere incontrarlo anche se si fermava solo per un quarto d’ora. Lui faceva capolino nella sua stanza e la trovava sempre al computer, la prendeva in giro per questa sua passione “moderna”, come la definiva, lui che, al contrario di Mariposa, detestava il computer e a malapena sapeva accenderlo e spegnerlo. Più di una volta si era offerta di dargli qualche lezione di informatica, ma lui aveva sempre rifiutato, asserendo che era un docente di filosofia, che discuteva di Kant, di Schopenhauer, di Voltaire, di Montaigne e in quanto filosofo la sua testa era il suo computer, anzi, precisava che la sua testa era molto meglio di quella diavoleria moderna che è il computer. Molto spesso Toni non era d’accordo sulle teorie che Mariposa formulava, perché, anche se non lo voleva ammettere per non mancare di rispetto al suo ego, pretendeva di avere sempre ragione lui anche quando l’evidenza dei fatti dimostrava il contrario. Mariposa gli diceva spesso che aveva un caratterino per niente facile. Lui sosteneva altrettanto di lei.

A volte capitava che Mariposa non afferrasse qualche sua teoria filosofica, allora lui la prendeva in giro parafrasando Shakespeare: “Vi sono più cose tra cielo e terra che nella tua psicologia, Mariposa mia…”, quasi a voler sottolineare che era normale che lei non comprendesse tutto quello che lui diceva poiché la “sua” psicologia era di molto inferiore alla filosofia di lui. Era un autentico maschilista. Un dominatore. E piano piano aveva finito col dominare anche Mariposa, nonostante lei si ritenesse immune da lui, dalla sua dialettica, dal suo inquietante sguardo, spesso torvo, ma sempre foriero di mille emozioni, di mille turbamenti, di mille e più controversi moti dell’animo.

Piano piano Toni l’aveva lambita, come l’alta marea lambisce la spiaggia, inzuppando d’acqua la sabbia, dilagando ovunque e impadronendosi del suo spazio.

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“Nessuno che corrisponda al nome di Sabatini Serena è nella lista per un ricovero”, questa è stata la risposta della direttrice della casa di riposo San Tommaso alla domanda di Mariposa. Eppure, pensava Mariposa, senza ombra di dubbio Toni aveva pronunciato queste testuali parole: “Il sei del mese prossimo ricovereremo Serena: si è finalmente liberato un posto a San Tommaso”.

Glielo aveva detto con una certa soddisfazione, al pari di un bimbo che ride per aver finalmente ottenuto un giocattolo desiderato da tempo: come dimenticarlo o confondere la casa di riposo San Tommaso con un altro istituto? Se Toni si dimostra contento Mariposa lo è più di lui nell’apprendere questa notizia, perché sistemare Serena in una struttura adatta a lei per il resto dei suoi giorni sarebbe una specie di liberazione: per la prima volta, dopo dieci anni, Mariposa sarebbe stata libera di avere finalmente una casa tutta per sé e per suo marito: la sognava da dieci lunghissimi anni! Che questa casa fosse Villa del Glicine poi, era semplicemente fantastico per lei. Era entusiasta di questa idea che sembrava prossima a realizzarsi.

Anche un figlio, Mariposa lo sognava da dieci lunghissimi anni, ma ancora non era arrivato, e a dire il vero la spaventava il pensiero di avere un figlio con dei problemi psichici come li aveva sua cognata Serena, e come purtroppo li aveva il figlio di Toni. Nessuno poteva garantirle che non ci fossero tare ereditarie da parte di suo marito, che il legame di sangue tra lui e il figlio non lasciasse indelebili e dolorose tracce com’era accaduto a Toni con suo figlio, così a dieci anni di matrimonio un figlio non era ancora arrivato, forse perché non l’aveva cercato più di tanto perché la paura era più grande del desiderio.

Anche perché, è pacifico, che per desiderare e per volere un figlio bisogna essere in due, e Giorgio era a riguardo più timoroso e più indeciso di lei. Intanto gli anni passavano, inesorabili. Giorgio non era più un ragazzino, aveva tagliato il traguardo dei cinquanta e fare un figlio, per Mariposa sembrava diventare sempre più difficile se non addirittura improbabile.

In questo modo, lentamente, il posto che nel suo cuore avrebbe dovuto di diritto appartenere al suo ipotetico figlio, a quel figlio che sembrava non arrivare mai, per un motivo o per un altro, era stato occupato da Toni.

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D’un tratto Mariposa s’interrompe, si agita muovendosi scompostamente sulla sedia di paglia, si toglie e si mette di continuo il cappello.

Intuisco che vorrebbe spezzare il filo dei ricordi con le mani nude come si spezza un filo di cotone al termine del lavoro di cucito, ma i ricordi sono appiccicosi come il miele, come un chewing-gum masticato che quando si butta si attacca dappertutto, anche sotto la suola delle scarpe, e più si cerca di liberarsene più resta appiccicato. Tuttavia prosegue, seppure a fatica, ricordando che si guarda intorno mentre cammina sotto la neve, osservando la magia della neve che cade, la sua mente si distrae per un attimo, si rilassa, è più lieve come fosse un fiocco di neve. Sente di avere gli occhi gonfi. La neve cade illuminata da un lampione come tanti coriandoli iridescenti, come un soffione nelle mani di un bambino che si diverte a spogliarlo. Respira a fondo Mariposa, cerca a denti stretti il respiro che sembra essersi nascosto nelle cavità più profonde e recondite dei suoi polmoni, e in questo momento in cui il fiato le manca, in cui il dolore sembra soffocarla, il suo pensiero corre a Martin Eden, il personaggio dalla cui storia sua madre ha tratto il suo nome Mariposa (l’unica cosa bella e gentile che sua madre abbia fatto per lei, precisa, aggiungendo malinconia alla malinconia), il nome che Martin Eden aveva dato alla sua barca, che significa farfalla, e ripete piano le ultime parole del libro che tanto l’aveva conquistata: “Era caduto nelle tenebre. E nel momento stesso in cui lo seppe, cessò di saperlo”. “E nel momento stesso in cui lo seppe cessò di saperlo. Una frase che cela un mistero. È questa la morte?” si chiede Mariposa, “Un’esperienza che mai si potrà raccontare nemmeno a se stessi?” Un’esperienza inutile, una non-esperienza. Solo una sofferenza. Inutile anch’essa.

Si sente come se un bidone di pece le si fosse rovesciato addosso imbrattandola da capo a piedi e impedendole di respirare, e con le mani cercasse di pulire la pece dalla bocca e dal naso ma senza risultato, e respirare diventasse sempre più faticoso fino a quando il cuore sembra scoppiare. Se solo fosse possibile dimenticare, riavvolgere il cervello come fosse il nastro di un film, premere un tasto del video e renderlo vergine, incidere altre scene, altre canzoni, altri ricordi!

Si incammina verso casa mentre scende la sera, la penombra la protegge, l’avvolge come in un bozzolo. Si sente un bruco che non diventerà mai farfalla. Un’eterna crisalide. Il vento ha diminuito la sua rabbia per lasciare il posto alla neve che scende fitta come fosse un maglioncino di lana bouclé. Fa freddo, però Mariposa non lo sente perché è più fredda del freddo dell’aria. È un pezzo di ghiaccio. Ha i muscoli indolenziti, le gambe di legno come un burattino, i capelli imbiancati dalla neve, il cappotto intriso d’acqua, zuppo, che le sbatte pesante e ritmico contro le ginocchia ossute. Cammina senza meta. Il tempo di muovere qualche passo e il respiro le muore in gola, il dolore la percuote con ferocia come tante frustate sulla pelle nuda. L’aria è umida e fredda. Non ha più voglia nemmeno di tornare a casa. Non sa più cosa fare né dove andare per non morire di dolore. Continua a camminare ed esce dalle Mura.

“Ma come ho fatto arrivare fino a qua?” si domanda Mariposa quasi in trance, imbambolata, talmente sperduta che non sa rispondersi. Dà le spalle alla Porta Santi Quaranta e si avvia a destra, lungo il viale che costeggia il Sile. Guarda l’acqua che assorbe il piombo del cielo, i fiocchi di neve che si sciolgono al suo contatto, le anatre che vi sguazzano dentro. Starnutisce. “Prenderò un malanno” considera, ma non se ne cura. Sente la febbre addosso. Le sue gambe vacillano. Cammina ancora, poi si siede su una panchina colma di neve che pulisce alla bell’e meglio usando le mani nude. Mariposa si appoggia allo schienale, chiude gli occhi e lascia scorrere i pensieri, li libera dalla costringente prigionia della razionalità. Non deve riportarli a nessuno, sono suoi, sono pensieri suoi.

Ricorda, mentre trema per il freddo che si insinua fin dentro il suo cuore ormai fradicio, sguarnito, in frantumi. Incapace di stare ferma Mariposa si alza dalla panchina e riprende il suo inquieto andare mentre guarda l’acqua che scorre trascinando fili d’erba ghiacciati e fiocchi di neve sciolti, evanescenti. Un uomo cammina nel senso opposto al suo, sembra una figura aliena che barcolla nella tormenta di neve, nel momento in cui la incrocia lui le sussurra rauco guardandola in tralice: – Ciao bella. Dove vai tutta sola? Hai bisogno di compagnia? Io mi chiamo Willy, come il coyote del cartone animato, lo conosci?

Il suo alito ha un forte odore di vino, ha una sigaretta spenta in mano ed i capelli unti, lunghi, scuri che spuntano da un cappellaccio che un tempo doveva essere stato rosso, è vestito in modo trasandato, stropicciato come il cuore di Mariposa. Lei vede che è disperato, e cerca di non essere troppo sgarbata rispondendogli che sì, conosce Willy il coyote, ma che non cerca compagnia. Mariposa rispetta sempre la sofferenza degli altri quando la incontra nei loro occhi. Lui le sorride increspando appena appena le labbra, fa un inchino levandosi il cappello come un cavaliere d’altri tempi.

– Mi scusi bella signora se ho osato tanto –, dice, – Ma leggo nei suoi occhi tanta tristezza, e siccome è una materia nella quale sono ferrato, cercavo in modo maldestro di aiutarla, di evitare che caschi nel mio errore, anche se di errore non si può parlare poiché è la vita a condurci dove siamo, è la vita che decide per noi e non il contrario come si ama credere. Non si lasci andare bella signora: si rialzi il più in fretta possibile altrimenti sarà troppo tardi, troppo tardi e per lei sarebbe la fine di tutto. Io lo so, sono precipitato nel baratro di disperazione dove lei adesso annaspa, ma non sono stato capace di risalire la china, o forse non ho voluto risalirla la china, non ne ho avuto la forza, la possibilità: che ne so di cosa può essere stato? Non faccia così anche lei, non sia debole, si rialzi subito, prima di subito, come un pugile che ha ricevuto un colpo basso e vuole restituirlo al suo avversario… non c’è mai una sola via, una sola soluzione. Qualcuno mi ha detto che ogni tanto bisogna guardare le cose da un’angolazione diversa, da una diversa prospettiva: se per andare nel posto x da un posto y fa una certa strada, vedrà che se per tornare dal posto y al posto x farà la stessa strada, questa strada non le sembrerà la stessa, la strada dell’andata sembra diversa dalla strada del ritorno, eppure è la stessa, cambia solo la prospettiva di ciò che vediamo, le cose che vediamo sono le stesse sia all’andata che al ritorno eppure ci sembrano diverse.

– Già …ha ragione –, concorda stupita Mariposa. Lei cercava di insegnare sempre questo punto di vista ai suoi problematici pazienti.

– Sono certo che di cappotti ne ha più di uno e anche di pellicce ne ha più di una o sbaglio? –, dice d’improvviso interrompendo ciò che Mariposa stava per chiedergli.

– Sì… –, risponde perplessa non capendo il senso delle sue parole.

– Ecco, quando arriverà a casa si tolga questo bel cappotto viola pieno di chiazze di non so che, orribili a vedersi, e se ne infili uno pulito e profumato. Si sentirà meglio. Il cappello che tiene in mano invece è perfetto per lei.

Il cappello era nuovo. L’aveva acquistato uguale ad uno che aveva perso o dimenticato in qualche posto. Era un cappello di feltro color lilla (lilla come i grappoli del glicine di casa mia, mi fa notare Mariposa, stupendi, mi piace Villa del Glicine proprio per questo rampicante secolare, per i suoi tronchi nodosi che si aggrappano appassionati al terrazzo) e aveva un nastro di velluto viola.

Il suo bel cappotto viola imbrattato di vomito. Mariposa continua ad indossarlo come se non ne avesse altri perché queste macchie non sono banali macchie: c’è quel che restava della vita di Toni, del suo aver vomitato sangue quando aveva incominciato a morire.

Con fatica tenta di sorridere al suo viandante che scopre essere attento e acuto: – Ma lei chi è? – riesce finalmente a domandargli.

– Nessuno, ma ci siamo già conosciuti dove lavora dottoressa, lei ha tentato di aiutare me e ora volevo ricambiarla anche se con scarso successo.

– Lei è stato in analisi da me nella Piccola Comunità di Santa Maria del Rovere? –, domanda sorpresa.

– Certo, ma non mi chieda chi sono: l’ho dimenticato da tempo, ho preferito dimenticarlo, come lei ha dimenticato il sottoscritto nonostante tutte le ore che abbiamo trascorso insieme per tentare di cambiarmi: non si ricorda?

– Mi scusi signor Willy, adesso mi ricordo, e ricordo che mi ha fatto arrabbiare parecchio con il suo comportamento. Tornerà in Comunità?

– Mi piacerebbe tornarci perché credo che in tutto il mondo ci sia solo una persona che mi chiama signor Willy, e questa persona è lei. Di questa sua delicatezza non posso che ringraziarla, anche se, come può ben vedere, non serve a granché. Ma non tornerò in comunità di mia spontanea volontà! –, ribatte facendo spallucce. – Questo è certo.

– Non vedo perché non dovrei chiamarla signor Willy –, replica Mariposa, – Ha bisogno di qualcosa? –, aggiunge subito pensando che forse gli servono degli spiccioli per andare a bere.

L’uomo muove la testa in segno di diniego. – Ho tutto il denaro che mi serve per una bella sbronza, non le ho fatto dei complimenti per essere pagato, è solo che se non riesco ad essere utile a me stesso spero almeno di esserlo a lei, ma grazie lo stesso mia bella dottoressa. Continui ad aiutare gli altri: lei ci sa fare.

“No che non ci so fare!” pensa desolata, “altrimenti tu non saresti ancora ridotto in questo modo… né io starei così di schifo! Sono solo un fallimento”.

Per un istante osserva l’uomo allontanarsi muovendo passi incerti e confondendosi nella sera che scende insieme alla neve, nella foschia che sale dall’acqua del Sile. Incomincia improvvisamente a nevicare più fitto. Una neve che scende rabbiosa, tormentata, e le strade si rivestono di un insidioso velo di ghiaccio.

Le macchine sfrecciano veloci al suo fianco, le catene alle ruote producono un rumore sordo, come di uova schiacciate fra cuscini di cotone, di specchi frantumati fra lana di vetro. Suoni di clacson spezzano il silenzio del crepuscolo e si frantumano contro i suoi pensieri.

• • •

Aspetti per favore, esclama d’improvviso Mariposa facendomi sussultare e mettendomi la mano sulla spalla: vorrei raccontare in prima persona questa parentesi della mia vita. Ci tengo molto perché certe gioie come certi dolori non si possono raccontare ad altri, non si possono far capire ad altri.

Mi sembra di aver smarrito la strada di casa … mi sono persa, ci sono tanti modi di perdersi, ed effettivamente – anche affettivamente se vogliamo fare un gioco di parole – io mi sono persa …vorrei essere seduta sul mio sofà di velluto color rosso, e invece sono qua, su questa sedia di paglia, sono buttata qua come uno straccio e come uno straccio mi sento da tanto tempo.

Lei vuol conoscere la mia storia … vedrò di raccattare gli avvenimenti e di riportarli con un po’ di ordine che abbia un senso… i ricordi … sono disordinati, sa? Ho una gran baraonda in testa. …aspetti che mi accendo un’altra sigaretta, mi scusi, ma sono piuttosto nervosa all’idea di dover dissotterrare qualcosa che vorrei restasse sepolto per sempre.

Ricordo.

Purtroppo ricordo. Momenti che vorrei aver dimenticato ma che se ne stanno qui, saldamente ed eternamente piantati nella memoria come quadri a una parete, come ragni alle loro tele.

L’aria era impregnata del profumo che avevo messo, di questo Chanel numero 5 che odora di borotalco e vaniglia. La lampada Tiffany nell’angolo rischiarava a malapena l’angolo della stanza dei libri, così definita perché le quattro pareti erano rivestite di librerie cariche di opere di tutti i tempi e di tutti i tipi, buttata sul sofà di velluto rosso, ero intenta a leggere:

“Se non poteva avere Edgar, tanto valeva morire.
La vita sarebbe stata intollerabile senza di lui.
Meglio morire che soffrire così.
È una reazione rara, ma a volte insorge.
È l’ultimo stadio della malattia…”

Stavo leggendo per l’ennesima volta questo romanzo di Patrick McGrath, intitolato Follia, quando ho saputo di lui.

Fuori la neve scendeva, lieve, svolazzando dappertutto come farfalle impazzite. Un botto mi ha scardinato il cuore, come lo scoppio di un petardo che Toni mi ha conficcato a forza tra le valvole e i ventricoli; me l’ha ridotto a brandelli com’era a brandelli il suo cuore. Mi è mancata la terra sotto i piedi e sono precipitata come dentro un crepaccio. Sognavo sempre, quando ero bambina, che un terremoto squarciava la strada ed io precipitavo in una di quelle crepe, e precipitavo, precipitavo sempre più a fondo, sempre più in fondo incapace di sollevarmi e uscire, incapace di salvarmi, finché mi svegliavo, madida di sudore e impregnata di terrore come i pazzi che urlano, allucinati, perché si vedono coperti da scarafaggi e da quanto altro di schifoso.

Così mi sono sentita in quel momento, nell’apprendere la ferale notizia. Il libro di McGrath mi è scivolato dalle mani mentre ricordavo una frase appena letta per la centesima volta:

“So come funzionano le storie d’amore
distruttive. E alla fine si arriva sempre a
questo, o a qualcosa di simile …”.

Fuori lieve scende la neve. Sono impietrita mentre gli artigli del dolore mi aggrediscono conficcandosi nel mio corpo, negli occhi e dentro, dentro fino in fondo, fino a raggiungere il cuore. Sono immersa in un campo di ortiche, sono una farfalla presa per gioco da un bimbo che mi ha fissato le ali ad un cartoncino, fermandole per sempre con due spilli appuntiti. Un nodo mi serra la gola e il cuore accelera i suoi battiti e nella testa qualcosa picchia e rimbomba… dòn…dòn dòn… come rintocchi di una campana a morto. Nel soggiorno tutto svanisce e restano solo queste ferali parole: “Toni è morto…” che veleggiano nell’aria, intorno a me e dentro di me. Che mi colpiscono a raffica come una mitragliata. Eppure già ho sofferto tanto per lui! Dovrei tirare un respiro di sollievo nel sapere che è morto, che non mi farà più del male, che non mi farà ancora piangere con le sue cattiverie, che è finita, finita, finita! E la tortura del suo essere, del suo esistere, del suo amore, del nostro amore è finita. Da un quadro una donnina che tiene in mano un mazzo di rose mi guarda con malinconia, come partecipasse al mio dolore, da un altro quadro un cavaliere mi guarda e ride mentre alza il suo trofeo di guerra: la testa decapitata del suo avversario. Mi guarda e ride e sembra dire: “La Morte trionfa sempre!” Non può essere così. La morte di Toni mi scuote fino nel profondo. Mi sembra di impazzire, di non riuscire a sopportare questa ferale notizia perché ho paura di scomparire ora che Toni non mi vede più, proprio come accade ai bambini che temono di scomparire quando non sono visti dalla madre.

“Non parlare, non pensare.
Soprattutto, qualsiasi cosa tu faccia,
non sentire. Se senti, il dolore
ritorna. Non farlo.”

• • •

Si concentra e riflette sulla risposta che le ha dato la direttrice della casa di riposo San Tommaso. Le ha riferito di non avere nessun posto libero per il sei del mese prossimo, ma a lei risultava che Toni avesse detto il contrario.

Mariposa non riesce a capacitarsi, davvero non crede alle parole della direttrice, non può crederci, vuole pensare che si sia sbagliata, deve pensare che si sia sbagliata: cos’altro poteva essere? Niente. Dunque! Tuttavia, si sente inquieta, nervosa. Nessuna Sabatini Serena in lista. Sorprendente. Possibile che avesse capito male? Che avesse travisato le parole di Toni? Che davvero si trattasse di un posto in un’altra casa di riposo? Ci pensa e ci ripensa, ma le pare impossibile. Toni aveva detto testuali parole: “Nella casa di riposo di San Tommaso”, non aveva detto un altro nome, impossibile, l’avrebbe ricordato altrimenti.

Per accertarsi ulteriormente di aver capito bene, di aver telefonato nella casa di riposo giusta chiama ancora, e chiede alla direttrice, o a chi per lei, se per cortesia controlla nuovamente le liste d’attesa cercando il nome di Serena Sabatini.

Mariposa non riesce a capacitarsi della sua risposta negativa, e glielo dice. – La prego signora, controlli ancora una volta …per piacere, è di vitale importanza… –, ricorda di aver insistito rasentando la petulanza.

La direttrice, molto gentilmente torna a risponderle che nelle loro liste d’attesa non compare il nome di Sabatini Serena, né sulle liste degli autosufficienti né in quelle degli non–autosufficienti. – Guardi che forse si sbaglia signora Varisco… –, aggiunge anche questa volta.

Non si sbaglia. Mariposa sa di non sbagliarsi. – Chieda informazioni all’assistente sociale del suo comune se ancora non l’ha fatto, e senta cosa le dice. Mi dispiace ma non posso aiutarla –, aggiunge la direttrice chiudendo così la comunicazione con Mariposa più confusa che mai, come un cane cieco che perde l’orientamento e ossessivamente gira in tondo senza trovare la via per andare avanti o per tornare indietro. Sente di camminare sull’orlo di un burrone.

Più incerta che mai, Mariposa si risolve a chiamare l’assistente sociale di qui, di Santa Maria del Rovere. Quando le rivolge la fatidica domanda: – Come mai la direttrice della casa di riposo di San Tommaso sostiene che il nome di mia cognata, Serena Sabatini, non è in lista? – lei stupita, esclama: – Ma signora mia… per forza a San Tommaso la direttrice non riesce a trovare in nessuna lista il nome di sua cognata: la pratica che la riguarda è ancora qui nel mio ufficio. Non l’ho ancora consegnata alla casa di riposo, ma la consegnerò al più presto perché il signor Toni Sabatini mi ha detto che è urgente, che la sorella vive da sola …è la gemella se non sbaglio, e sono molto legati affettivamente l’uno all’altro …e per questo motivo bisogna trovare al più presto una collocazione alla signora Sabatini, e sempre a questo scopo il signor Toni mi ha confidato del suo stato di abbandono, ha aggiunto che lui ha la tutela della sorella gemella.

“Del suo stato di abbandono? Mia cognata abbandonata? Toni sarebbe il tutore di Serena? Di cosa blatera questa qui?” si domanda Mariposa vacillando. La terra sembra mancarle sotto i piedi, come essere a bordo di una giostra che gira vorticosamente su se stessa. Non ricorda nemmeno se ha salutato l’assistente sociale prima di chiudere la conversazione, tanto grande è stata la sorpresa nel sentire la sua risposta. L’assistente sociale ancora non ha consegnato i necessari documenti alla casa di riposo di San Tommaso.

“E Toni sostiene che Serena vive da sola, in stato di abbandono! E pure che lui è il suo tutore! Sconcertante. Quale novità è mai questa?” si chiede Mariposa. La ghermisce un turbine di sensazioni tutt’altro che piacevoli. Un nugolo di vespe pronte ad assalirla. Spegne con un gesto di stizza lo stereo e la musica si smorza di colpo come la fiamma di una candela che non ha più ossigeno per bruciare. È stranita. Dopo i primi momenti di smarrimento nei quali gli interrogativi ronzano fastidiosi nella sua testa come mosche sopra un pezzo di carne marcia, incomincia a farsi delle domande. Una soprattutto, le turbina nella testa: “Perché Toni mi ha mentito? Perché ha detto che per il sei del mese prossimo si sarebbe reso disponibile un posto per Serena nella casa di riposo di San Tommaso se ciò non corrisponde a verità? Perché questa bugia? Cosa sta nascondendo Toni? Cosa si cela dietro alle sue parole? Dietro la sua grassa risata colma di soddisfazione? Non ho mai avuto sentore di niente, eppure c’è qualcosa che non quadra. A questo punto, è indubbio che Toni qualcosa sta nascondendo, le bugie si dicono per mascherare la verità, oppure si dicono perché non si può dirla, la verità. È palese che Toni, sta nascondendo una verità, la sua verità, un suo segreto”.

Mariposa si macera la mente con queste considerazioni, come un matterello spiana la pasta colpo dopo colpo lei mescola e rimescola i suoi pensieri per cercare di trovare un filo logico, un qualcosa che le fornisca le spiegazioni che cerca. Ha il cuore stretto dalla morsa del timore, roso dall’ansia come un pezzo di formaggio nelle grinfie di un topo. Esce in giardino per prendere una boccata d’aria. Si sente soffocare. È grande il giardino di questa antica villa, e sul cancello d’entrata c’è una targhetta dove, scolorita dal tempo, si legge a malapena la scritta “Villa del Glicine”, un’abitazione spaziosa: tre piani, un seminterrato, un terrazzo che gira tutto intorno e un vecchio glicine che gli si arrampica addosso e lo abbraccia come un innamorato, più cinquecento metri adibiti a parco, cinquecento metri pieni di alberi, di edere, di grandi cespugli di ellebori, e sorge in una zona residenziale, a circa un chilometro dalla Porta di San Tommaso, qui a Treviso.

A due mesi di distanza dalla morte della madre, Giorgio Sabatini aveva deciso di liquidare il gemello Toni e la gemella Serena, per l’uopo aveva fatto stendere una perizia di stima della proprietà da un architetto, dopo di che aveva raggiunto il suo studio all’estero, in Inghilterra, incaricando Mariposa di informare della perizia il fratello Toni e la cognata Rinalda, e di consigliarli di chiedere a loro volta una stima della proprietà da un architetto di loro fiducia, dopo di che avrebbero potuto discutere del prezzo, dare a Serena la sua parte e chiudere la questione.

Mariposa, riguardo a questa proposta di suo marito Giorgio, ricorda che Toni era sbottato, brusco: – Ma naturalmente sì. Sì, ne parleremo dopo. C’ è più tempo che vita. Quello che a me importa è sistemare Serena. Prima sistemiamo lei che è la mia spina nel fianco, e dopo pensiamo alla casa. Dopo pensiamo all’eredità. Ma non è con te che devo trattare Mariposa mia, deve esserci tuo marito, tu non c’entri nulla bambina mia, tu pensa solo alla tua collezione di dipinti colmi di neve, il resto lascialo a me –, aveva poi concluso, evasivo.

– Chi dice il contrario? – gli aveva risposto Mariposa, dispiaciuta dal suo atteggiamento – Vorrei solo mettermi d’accordo sul prezzo, il resto lo farà Giorgio, è lui che deve rilevare le vostre quote.

E Toni aveva ripetuto: – Ma naturalmente. Sì, ma dopo aver pensato a Serena, alla sua sistemazione, dopo.

Mariposa sapeva che ci teneva proprio tanto, Toni, alla sfortunata sorella Serena, sempre ammalata e incapace di badare a se stessa. Non aveva tutti i torti nel voler prima pensare a lei e solo in seguito risolvere l’eredità della casa. Mariposa pensava che era proprio una persona coscienziosa il cognato Toni, un’ottima persona perché quando aveva bisogno d’aiuto con Serena lui c’era sempre. Sempre. Le dava ordini su cosa e come avrebbe dovuto fare per sua sorella e lei obbediva ciecamente perché Toni era Toni, complice la differenza di età, quei venti anni che Mariposa aveva in meno di lui, che la spingeva a rispettarlo senza limiti, e che permetteva a lui di trattarla come una bambina. Era strano il loro rapporto, pieno di luci e ombre che si alternavano come in una dondolante lanterna cinese, in un caleidoscopio.

Mai Mariposa avrebbe potuto dire qualcosa di poco simpatico sul suo conto. Era il suo angelo custode, anche se non volava ma zoppicava, e a lei si stringeva il cuore ad ogni passo che muoveva con fatica. Un po’ rude e un po’ brusco nei modi, ma con un meraviglioso e caldo sorriso che si faceva perdonare tutto, poteva trattarla male quanto gli pareva e vederla arrabbiata con lui perché poi, e lui lo sapeva benissimo, con un sorriso la riconquistava, iniziava a parlare della vita, del senso che secondo lui non aveva, del fatto che gli uomini si prendevano troppo sul serio e dell’amore che asseriva di non aver conosciuto.

– Perché ti sei sposato? –, gli aveva chiesto Mariposa, un giorno, per caso, spinta da chissà quale recondita curiosità. Lui insolitamente aveva accettato di fermarsi per prendere un caffè con lei. Era stata l’unica volta in assoluto nella quale avevano toccato argomenti così personali, così intimi. E chissà quale è stata la miccia che ha innescato questo discorso! Solitamente discutevano di tutto e di più fuorché delle loro vite private, e quando la conversazione languiva, di solito, parlavano del tempo, o di politica. Non era stato difficile non parlare di loro dato che Toni non si fermava mai per troppo tempo, giusto dieci, quindici minuti e poi via, verso la vicina fermata dell’autobus dove suo figlio scende arrivando dall’istituto La Nostra Famiglia, nel quale trascorre la maggior parte della giornata, perché a quindici anni è svogliato, apatico e assente a causa di un’insufficienza mentale dovuta a problemi sorti durante il parto, quantomeno Toni diceva sempre così, pubblicamente, ma Giorgio aveva confidato a Mariposa che in realtà non c’era stata nessuna complicazione durante il parto, e che la deficienza mentale del nipote era dovuta a una tara ereditaria, al legame di sangue con il padre che a sua volta aveva il legame di sangue con Serena, un legame di sangue guasto, marcio.

Quel giorno Toni era diverso dal solito, più malinconico del solito, con un’ombra di tristezza che a tratti gli offuscava lo sguardo e che Mariposa non gli aveva mai visto prima, nonostante non fosse mai stato un tipo troppo allegro né troppo scherzoso e, proprio questo suo modo d’essere, questa foschia nello sguardo gli donava il fascino che attraeva Mariposa. Aveva una cupità nello sguardo, un’inquietudine che lo distingueva dal gemello Giorgio invece solare e allegro.

Tra una parola e l’altra, in quei momenti Toni spesso si passava le mani sulla fronte, teso, si toglieva e si rimetteva i suoi immancabili Ray-ban dalle lenti nere, e aspirava la sigaretta come se avesse voluto masticarla per sfogare il malumore che lo avvolgeva come un maglione troppo stretto, che gli impediva di essere sereno come un pullover infeltrito impedisce i movimenti delle braccia, come la nebbia avvolge e imprigiona i campi agli alberi nelle umide mattine d’autunno.

– Perché mi sono sposato, vorresti sapere tu piccola intrigante: ti diverti a pungolarmi, eh? Ma naturalmente mi sono sposato perché bisogna –, aveva risposto scrollando le spalle, – arrivati ad un certo punto del nostro percorso è necessario trovare una compagna, tutto qua. La società vuole così e noi siamo schiavi della società. Se ci pensi bene non siamo come vorremmo essere, bensì come gli altri ci vogliono. E poi perché bisogna avere dei figli.

– Questo è uno stereotipo… –, lo interrompe Mariposa.

– Ma naturalmente no. Io non la vedo così. Gli esseri umani sono fatti per stare insieme e non da soli. Adamo ed Eva ci insegnano questo. Avevo compiuto trentacinque anni quando mi sono sposato, e mi sono sposato perché, mi ero detto, se non ho incontrato l’amore prima di adesso non lo incontrerò nemmeno in seguito. E poi, con questa gamba… – dice toccandosi la coscia della gamba destra. – Naturalmente dopo quel maledetto incidente che mi ha reso quasi storpio… senza quasi… quasi è una parola inutile, non bisogna adoperarla, mai, non significa niente, significa niente. Quasi. Che vuol dire quasi? Quasi storpio non vuol dire storpio, ma io sono storpio. Quasi è una parola inutile. Sono stato quasi sul punto di essere felice, ma non sono felice, il quasi annulla tutto, tutto. Ho quasi fatto questo, ma in realtà non l’ho fatto. Ho quasi fatto quello, ma non l’ho fatto. Le ragazze, quando avevo venti anni, dicevano di me: “è molto affascinante, somiglia a De Niro, peccato che sia zoppo…”

– È vero che somigli a De Niro, hai lo stesso sorriso furbo e lo stesso sguardo accattivante, ti manca solo il neo.

– Capirai che soddisfazione somigliare a De Niro senza neo ma in compenso zoppo! Le ragazze volevano, e tutt’ora è così, un uomo aitante e non claudicante, è giusto, no? Così ho evitato le feste, i balli e mi sono dedicato allo studio anima e corpo sperando che mi desse una nuova ragione di vita, il necessario coraggio per andare avanti.

– Non si nota molto che zoppichi …quasi non si nota.

– Tu vuoi essere picchiata. Quasi non si nota: bugiarda! Quasi non si nota significa che si nota. Non si noterà molto ma si nota. Tu lo noti pure. Naturalmente adesso ci soffro meno, ma allora, a vent’anni, è stata molto dura accettare questa deformità, ero pieno di rancore verso il mondo, soprattutto quando vedevo, e tutt’ora quando me lo vedo davanti agli occhi, Giorgio il tuo maritino, così bello e pimpante, scattante, sano e incosciente, mi si rimescolano le budella dalla rabbia! Scusa il termine, ma te lo confesso, l’ho odiato perché non è toccato in sorte a lui questo infortunio, ma tu non fare la spia eh? Ho vissuto un brutto periodo di crisi esistenziale. Mi sono sposato apposta, anche per smettere di sognare, di illudermi. Qualcuno ha scritto che esistere, in sostanza, non significa che questo: essere disperati. Quando ho capito che difficilmente in amore sarei stato ricambiato, mi sono arreso. Ho sposato Rinalda perché non avrei potuto avere altro. Era una ragazza triste, frustrata dai genitori che al posto suo si aspettavano il maschio tanto desiderato, e che per questo motivo da quando è nata l’hanno sempre guardata con delusione e amarezza; mi aveva confessato che non vedeva l’ora di andarsene e così abbiamo unito le nostre disperazioni senza sapere a cosa saremmo andati incontro. Rinalda mi voleva bene, anch’io le ero affezionato. Non era una cattiva ragazza, è solo che poi, con la nascita di nostro figlio… con questa responsabilità che grava sulle nostre spalle si è indurita e inacidita, ma come non capirla? Ho sempre avuto il terrore di avere un figlio che erediti i geni malati di mia sorella, così non è stato, tuttavia il destino ha voluto beffarsi di me. Accettare l’inaccettabile è una violenza, e il dolore non è scemato con l’andare del tempo, se ne sta in un recondito angolo del cuore e mi graffia, in continuazione, come un uncino, del resto, ogni volta che guardo mio figlio mi sento morire. Sono il padre zoppo di un ragazzo con problemi psichici, un figlio che non potrò mai lasciare da solo …una buia prigione, ecco cos’è diventata la mia vita, ho invisibili ma forti catene che mi ancorano al dolore –, sospira a fondo, poi trova la forza per sorriderle: – Ma a volte nel buio si intravede una luce, capita ai più fortunati, o meglio ai più sfortunati direi dato l’impossibilità della felicità di spiegare le ali, è una luce irrazionale, un’emozione ingovernabile, insostenibile, una confusione mentale che sembra ridare la vita ma non la ridà, e sembra alleggerire le catene ma non le alleggerisce: è solo un’illusione, una mera utopia… è una croce e una delizia allo stesso tempo, una fortuna e una sfortuna, la vita e la morte –, e la guarda con un sorriso stampato sulle labbra, un sorriso colmo di cose non dette, poi cambia discorso: – Avevo trentacinque anni e mi sono sposato perché era giunto il momento di farlo, di mettere su famiglia, come si dice. All’amore avevo rinunciato e così tutto è risultato più facile, meno triste.

– Tutto qua secondo te? Il matrimonio è solo un bisogno? Come far pipì quando scappa?

– Ma naturalmente. Tutto qua. È certo che il matrimonio è un bisogno, anche fisiologico, come far pipì quando scappa, o come fare sesso quando scappa: perché no? Ci si sposa anche per non restare soli, mica per altro. Una volta sposati è per sempre, davanti a Dio si giura per sempre. Quantomeno io la penso così. Soprattutto quando c’è di mezzo un figlio con gravi problemi…con quale coscienza un uomo che sia degno di questo nome, se ne potrebbe andare via?

– È triste questo tuo modo di vedere le cose… –, aggiunge Mariposa.

– E perché mai? È la vita ad essere triste, io vedo solo com’è la vita: ho molti più anni di te e molta più esperienza, quindi lasciami dire che l’amore è follia pura, è una catena che ti tiene prigioniero, che condiziona la vita, che vuole dominare. Tu vorresti essere una folle incatenata?

– No, che discorsi. Però non si può stare senza amore, senza amare. Bisogna essere un po’ folli, è indispensabile un pizzico di follia altrimenti la vita sarebbe un piattume… solo la pazzia permette di evadere la realtà, di colorarla, di abbellirla …e se ami la catena sarà invisibile. In fondo non tutti siamo dei bancari che si limitano a tirare le somme.

– Ma naturalmente. Sapevo che avresti detto che ogni tanto dovremmo essere innamorati e quindi folli. E incatenati. Ma che ne sai tu dell’amore! Tu non puoi capire questo sentimento perché sei ancora una bambina con la testa piena di sogni rosa. Capirai, prima o poi, che ci sono più cose tra cielo e terra che nella tua psicologia Mariposa mia. E poi vedi, il guaio è che non sempre ci si innamora della persona che ci può ricambiare. Insomma, per farla breve, meglio non illudersi che l’amore ci rischiari la vita… magari succede che ce la distrugge anziché migliorarcela, perché l’amore è una dilaniante nostalgia di chi si ama, uno spasmodico desiderio di essere sempre insieme, e se questo non è possibile allora ci si incattivisce, ci si sente traditi …si sente il bisogno di ferire…

– Perché?

– Perché quando non si riesce ad avere chi si ama allora si sente il bisogno di far del male, perché è umano voler distruggere chi non si può avere: non credi?

– No, non credo.

– Sbagli. L’odio è una potente valvola di sfogo che fa sentire meglio. Nella Bibbia, Giosuè parlando al suo popolo dice: Javhé è un Dio santo e un Dio geloso. Se lo abbandonerete e servirete dèi stranieri, egli si rivolterà contro di voi e, dopo avervi fatto tanto bene, vi farà del male e vi consumerà. Quindi vedi che non sto dicendo stupidaggini. Non ci rassegniamo alla perdita e al tradimento di chi amiamo: apposta succedono tanti delitti passionali.

– Naturale. Non ci rassegniamo perché siamo insicuri, frustrati, deboli …perché non ci siamo sentiti amati …oppure perché siamo troppo aggressivi, non sempre si è malati di mente quando si uccide… forse si è solo disperati, e quando si è disperati la malvagità s’impossessa di noi, dei nostri pensieri, delle nostre azioni...

– Ma naturalmente che è così. Naturalmente. È un assassino, però è malato di mente, non è in grado di intendere e di volere, e quindi non è colpevole pur essendo colpevole. Non è sempre così. Naturale. Siamo sani di mente ma odiamo pur amando. È un non-senso, se vuoi, ma l’animo di un uomo non è un ragioniere, i suoi sentimenti non sono un quadrato per il quale basta sommare i quattro lati per trovare il perimetro. Questa è una regola non cambierà mai, varrà per tutti i quadrati del mondo, la matematica non è un’opinione, ma l’animo dell’uomo sì, è solo opinione. È un caleidoscopio dalle mille sfaccettature colorate, dalle mille sfumature. I sentimenti sono sfumature. Non c’è niente di semplice. Sarai anche una brava psicologa, ma non puoi incasellare i sentimenti, o forse li vuoi incasellare apposta per non soffrire? Mettere dei paletti, prendere delle decisioni… tutto inutile. I paletti, le decisioni, non servono a niente. È mera illusione. In questo caso saresti già perduta Mariposa mia, perché non si pretende di incasellare, e dunque di imprigionare, ciò che non si teme. Tuttavia, sono del parere che nonostante la tua intelligenza non sappia cosa sia l’amore…

– A parte il fatto che l’intelligenza non ha nulla a che fare con l’amore.

L’interrompe con un gesto del braccio. – Ma dai! Una zucca non può innamorarsi: non credi? –, precisa sorridendo, sornione.

– Di un’altra zucca sì, è ovvio! –, risponde lei d’impeto.

– Vuoi sempre avere ragione, eh? Sei disarmante. Ma naturalmente è così, ogni simile ama il suo simile. In effetti, a mia moglie manca il dito mignolo della mano destra e non a caso ha scelto me …tutti e due difettosi siamo simili. Come ho detto, l’ho sposata perché mi amava, poi è arrivato nostro figlio che se l’è portata via devastandola come fosse stata colpita da un ciclone, nel senso che lei non pensa ad altri che a lui, il nostro rapporto le è diventato indifferente, estraneo, è apatica, per lei è come se fossi diventato invisibile. È convinta che nessuna mai mi guarderà in modo diverso da quel che sono, uno zoppo.

– Deve essere difficile crescere un figlio come il vostro, ma tua moglie sbaglia –, risponde Mariposa. – Di te si può innamorare chiunque, e tu puoi innamorarti di chiunque… –, aggiunge nascondendo a fatica il suo turbamento.

– Non di chiunque –, precisa lui sorridendole in modo inequivocabile.

Lei abbassa lo sguardo e finge di essere interessata alla lavorazione delle piastrelle del pavimento della cucina mentre il suo caffè sta diventando freddo. Toni continua a mescolare nella tazzina lo zucchero che non ha nemmeno messo. Mariposa fissa quei disegni esagonali color lilla e crema, imbarazzata, e sente imporporarsi le guance, – Non è importante come una persona cammina, è importante com’è dentro… –, alza gli occhi, lui la penetra nello sguardo con una forza straordinaria, con la serietà di un bimbo che infila di nascosto dalla madre un dito nel bicchiere della Nutella, e Mariposa si sente diventare di cioccolata.

Il loro desiderio è palpabile.

E logorante perché sta disfacendo la trama delle loro vite.

– Ma naturalmente. Ecco, hai ragione, e qui ritorniamo sul rapporto intelligenza-amore, una persona sciocca vedrà in me solo uno storpio, e ce ne sono tante di siffatte persone, mentre una persona intelligente riuscirà a vedere altro, e oltre.

– Sei convinto che bisogna essere intelligenti per amare?

– Ma naturalmente. Più uno è intelligente e più riesce ad amare. Credimi. È così. Ovviamente, e mi ripeto, tu non sai cos’è l’amore altrimenti mi capiresti al volo, così… – e schiocca le dita.

– Mah –, replica Mariposa, – dici che ignoro l’amore, ma ho sposato tuo fratello, sono innamorata di lui.

– Non credo che tu sia innamorata di lui: sei innamorata dell’idea di essere innamorata, forse perché Giorgio è un bel ragazzo, soprattutto sano, com’ero più bello anch’io quando camminavo bene. L’amore non permette la separazione, casomai pretende l’unione, l’insieme …quando si è lontani, in tutti i sensi, si tradisce facilmente. Non sentirti troppo sicura di mio fratello, e nemmeno di te stessa…

– E perché mai Giorgio dovrebbe tradirmi? Torna spesso a casa, non sta mai lontano più di una o due settimane –, sottolinea risentita.

La guarda e per un momento non parla. È diventato di colpo serio. Mariposa ha la sensazione che Toni stia per dirle qualcosa di spiacevole perché ha una strana espressione nello sguardo furbo e affascinante, ma è solo una sua sensazione, subito le sorride. – Non mi riferisco solo a lui…

– Ti riferisci a me? Io non lo tradisco: non ho la carne così debole.

– Ma naturalmente che non sei debole. Però hai la coda di paglia cognatina mia. Ti sei tirata in ballo da sola. Se ti capitasse l’occasione… sai come si dice: l’occasione fa l’uomo ladro –, e la fissa riducendo il suo cuore in una poltiglia sanguinolenta.

– Certo, però dovrei perdere la testa per tradire… –, precisa Mariposa con voce rotta dall’emozione.

– Ma naturalmente. Però chi ti garantisce che non la perderai la testa per qualcuno che non sia tuo marito? –, insiste Toni con uno sguardo tagliente, sensuale tanto da farle male, da scottarla, da lasciarle il segno addosso e dentro nel profondo del cuore come se il suo sguardo fosse la spada di Zorro.

– Nessuno… –, sente rispondere Mariposa da una tremolante vocina che sembra venire da chissà dove. È confusa, turbata. Ed è tutta colpa sua! Vorrebbe, nello stesso tempo, fuggire da lui a gambe levate e rimanere aggrappata a lui, al suo sguardo, alla sua voce.

– Appunto, nessuno ci garantisce niente in questa vita. Non abbiamo garanzie che ci tengano al riparo dalla pazzia dell’amore …niente, siamo nudi come Adamo di fronte a Eva, nuda pure lei, che gli porge la mela. Non abbiamo scudi che ci riparino dalle frecce avvelenate dirette al cuore. L’amore è una catena, e tu non sei incatenata a tuo marito, sei ben lontana da questa situazione. Non sei triste quando è via, mangi e dormi lo stesso, parli e ridi con me, e questo è un chiaro sintomo che conferma quanto ti dico. Te lo ripeto: Vi sono più cose tra cielo e terra che nella tua psicologia, Mariposa, farfallina mia. Per esempio. Hai letto il Martin Eden no? Mi hai detto che è il tuo libro preferito e so che lo tieni sul comodino della camera da letto come fosse la Bibbia… –, tace di colpo, un attimo, sorpreso di ciò che ha detto perché la stessa sorpresa la intravede nel lampo che attraversa lo sguardo di Mariposa, poi prosegue: – Ma naturalmente. Devo spiegarti. È successo che un giorno sono stato a trovare mia sorella, la porta della camera da letto tua e di mio fratello era spalancata ed io… beh… sono entrato per sbirciare quale libro poteva godere del tuo interesse al punto da essere tenuto sul comodino e di essere letto e riletto ogni sera, così l’ho visto, Martin Eden. Ti pare che un uomo così possa solo desiderare di morire? Ti pare logico? Dopo anni di gavetta arriva al successo, può avere tutto, e lui cosa fa? Si uccide perché la sua innamorata lo delude, perché forse ama più il suo successo che la sua persona, la sua anima! Da pazzi! Irrazionale, ti pare? La vita è irrazionale farfallina mia …si diverte a prenderci per i fondelli, ma naturalmente non possiamo fare altro che accettarla così com’è, anche e soprattutto perché di vita abbiamo solo questa, non ce n’è una di ricambio come succede per le ruote delle vetture, non abbiamo una vita di scorta. A volte trascorriamo l’intera vita a desiderare di morire, e poi, quando sappiamo di dover morire vorremmo solo tornare indietro, vorremmo vivere.

– Già –, aveva annuito lei con un sorriso forzato per spezzare la tensione che l’aveva imprigionata in quei momenti.

– Ma naturalmente –, aveva sentenziato Toni fissandola con intensità.

Lei aveva sostenuto il suo sguardo ma si era sentita vacillare, uno strano disagio le aveva afferrato il cuore stringendolo in una morsa con mani di acciaio fino toglierle il respiro.

Un refolo d’aria calda che entrava dalla finestra aperta le aveva poi accarezzato il viso ed era arrossita per l’imbarazzo di ciò che Toni le aveva appena detto. L’aveva talmente sorpresa con queste disquisizioni sull’amore da lasciarla senza parole. Il suo nervosismo si poteva tagliare con un coltello, tanto si spandeva denso nell’aria.

Poi, approfittando della sua momentanea afasia dovuta alla gravità di quanto Toni aveva avuto il coraggio di dirle, Mariposa ricorda che di punto in bianco si era messo a parlare di Machiavelli, “perché”, aveva sentenziato, “è macchinoso e contorto come me. E poi, che il fine giustifichi i mezzi è una sacrosanta verità. Il fine giustifica i mezzi. Parole e politica che condivido in pieno... sì, in pieno”.

• • •

Per quanto Mariposa ammirasse la volontà di Toni di provvedere a Serena prima di ogni altra cosa, non vedeva la necessità di dover per forza di cose aspettare di aver ricoverato Serena in una qualche casa di riposo per liquidare la questione dell’eredità di Villa del Glicine. Toni e Serena potevano tranquillamente essere liquidati subito, col tempo, poi avrebbero sistemato Serena in un istituto. Invece cosa sta succedendo? Se lo chiede, Mariposa, i sensi allarmati, perché Giorgio è in Inghilterra e perché qualcosa sfugge alla sua comprensione, qualcosa le sfugge, ma non riesce a capire cosa! COSA! Cerca di ricordare quale erano stati gli ultimi dialoghi avuti con Toni, fruga nella memoria per rammentare cosa si erano detti nell’ultimo periodo. Pensa centellinando le loro parole, riporta alla luce i loro gesti. E ad un tratto un lampo fende il buio, una scossa elettrica le accende il cervello, la elettrizza, la sveglia, la fa sobbalzare come colta di sorpresa da una frustata ai fianchi. Forte come un pugno al petto che le fa mancare il respiro ha la rivelazione, ed è come una mazzata su un dito delle mani.

A Mariposa torna in mente di avergli detto: “Giorgio mi ha chiesto di seguirlo in Inghilterra dopo che avremmo acquistato questa casa. Ma anche risolta la questione dell’eredità non riuscirei ad allontanarmi da qui lasciando sola Serena… e poi, lasciare il mio lavoro, lasciare Villa del Glicine… vorrei avere un figlio qui…”.

“Non potrei mai partire e lasciare Serena qui da sola e lasciare questa casa... mi piace troppo questa casa per andarmene via …”, e poi “vorrei avere un figlio, qui”.

Ecco, questo aveva detto a Toni. “…vorrei avere un figlio qui…”, ed è stato dopo queste sue parole che lui le ha detto del posto libero nella casa di riposo di San Tommaso. “Dopo quelle mie parole …perché lo avrà fatto?” si chiede Mariposa, “Perché questa bugia?” Non dorme quasi la notte, e quel poco tempo in cui riesce a dormire fa sogni sinistri, incubi nei quali non ha voce quando grida, quando precipita, quando si perde nel buio.

Deve sapere.

Mariposa deve chiedere spiegazioni a Toni.

“Già, una parola!” pensa “Come chiedergli una cosa del genere?”

Con quale coraggio gli avrebbe fatto un interrogatorio nonostante la confidenza che aveva con lui? Nonostante quel suo sorriso “da asso pigliatutto”, come lei amava definirlo tra sé e sé, che gli si accendeva di colpo nello sguardo? Era affascinante e anche di più, molto molto di più, ma si impone di non lasciarsi intimorire dal suo fascino. Se lo ripete all’infinito, per convincersi ad affrontarlo.

Mariposa era consapevole del fatto che non sarebbe stato facile, affatto, tutt’altro, però doveva farlo, doveva. Doveva sapere. Voleva capire. Deve andare a capo della faccenda per suo marito che è sempre lontano da casa per lavoro ed è tenuto in scarsa considerazione, è il bambino che, per così dire, ha trovato “la pappa pronta” e dunque non sa cosa significa la parola “sacrificio”, forse anche un po’ detestato perché ha percorso una strada già costruita da Toni, il quale Toni invece, si è sacrificato molto, almeno così dice, lui già zoppo per via del grave incidente automobilistico occorsogli quando aveva venti anni, per la gemella Serena e per i genitori. Sarà per questo motivo che a un paio di giorni dalla morte di sua madre, senza farne parola con nessuno, Toni si era preso il libretto di risparmio postale dove sono depositati tutti i soldi di Serena? Si era preso lo stipendio per la sua prestazione d’opera oppure c’era dell’altro? Si era chiesta Mariposa, perplessa.

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E arriva anche il giorno in cui Serena deve riscuotere la sua pensione mensile. Di solito è Toni che avendo delega, va all’ufficio postale in vece sua, ma quel giorno non si vede. E siccome Mariposa è piuttosto sulle spine per via di ciò che ha scoperto a proposito della casa di riposo, la sua attenzione nei confronti di Toni e dei particolari è molto sviluppata, la sua percezione delle cose è in allarme, perciò non lascia cadere nulla, nemmeno quella che avrebbe potuto sembrare una cosa di poco conto, e chiede alla cognata Serena come mai non vada a riscuotere la sua pensione. Lei la guarda sconsolata, e le risponde che Toni si sarebbe arrabbiato se si fosse recata da sola all’ufficio postale, e che era preferibile rimanesse a casa ad aspettare che lo stesso fratello le portasse i soldi. “Toni dice che i gemelli devono aiutarsi l’un l’altro molto più dei semplici fratelli, non posso deluderlo, ha questa idea fissa in testa anche se ormai abbiamo superato i cinquant’anni, mi sembra di essere una poppante quando c’è lui”.

Per quanto forte e profondo avesse potuto essere il suo legame con Toni, Serena era molto avvilita per questo potere che esercitava su di lei, ma non aveva il coraggio di ribellarsi, sempre per via del fatto che si sentiva in obbligo di dovergli assoluta obbedienza. Serena è sempre stata remissiva, sottomessa alla volontà altrui, la più debole dei tre gemelli, e questa sua mancanza di carattere le è valsa l’esaurimento nervoso e la depressione dai quali non si è più liberata.

Quel pomeriggio, quando Toni arriva per vedere come sta Serena, Mariposa è appena rientrata dalla Piccola Comunità, e ha fatto in tempo solo ad appoggiare la sua ventiquattrore sulla scrivania prima di uscire allo scoperto per affrontarlo. Era già nervosa per i fatti suoi, perché un suo paziente, un certo signore (Mariposa si raccomanda che io lo definisca ‘signore’ per una forma di rispetto) di nome Willy, sotto l’effetto della droga aveva rubato la borsa a una signora vanificando in un momento di stupidità il lavoro di ore e ore di analisi, e quindi Mariposa va incontro a Toni pronta a scaricare su di lui il proprio malumore e i propri nervi tesi allo spasimo.

Non riesce a tenere a freno la lingua e gli chiede come mai non permette a Serena di recarsi all’ufficio postale da sola a riscuotere la sua pensione. Freme. Sa che da questa domanda non potrà più tornare indietro, è consapevole che supererà “il punto di non ritorno”, punto oltre il quale tutto si frantuma, si rovina, si deteriora, sa che Toni non glielo perdonerà e lo perderà, lo sa. “Ma cos’altro posso fare?” si chiede “Imboccherò una strada senza ritorno, d’altra parte come posso comportarmi? Aprirò il mio vaso di Pandora, tant’è, tutti ne abbiamo uno da qualche parte”.

– Ma naturalmente. Non vedi che piove? –, le risponde Toni con maniere brusche, infastidito dalla domanda. – Vuoi che si becchi un malanno con l’asma che si ritrova?

Sì, fin qui Toni ha ragione, Serena è asmatica e diabetica. Probabilmente in un’altra occasione Mariposa non avrebbe aggiunto nulla, ma probabilmente in un’altra occasione nemmeno gli avrebbe fatto quella osservazione, non è nella sua natura essere impertinente; però quel giorno non era un giorno qualunque: quel giorno era il giorno dopo, il giorno dopo aver saputo che nessun posto era libero per Serena nella casa di riposo di San Tommaso nonostante Toni le avesse detto il contrario. E così, visto e considerato che è già sul sentiero di guerra e sta devastando tutto, Mariposa prosegue con le domande e butta là con finta noncuranza, a bruciapelo e ostentando indifferenza mentre il cuore le batteva a mille: “Perché mi hai detto che per il sei del prossimo mese ci sarebbe stato un posto per Serena nella casa di riposo di San Tommaso?”, e con il respiro che le si mozza in gola per il disagio che le provoca quel ruolo inquisitore nei confronti di un uomo al quale è legata da un profondo e sincero affetto, aggiunge: – Non è vero …non c’è nessun posto libero per il sei del mese prossimo…

Detto questo lo fissa, immota, e lui fa altrettanto, per un tempo infinito.

Se potessero incenerirsi e distruggersi a vicenda con il solo potere degli sguardi!

Il viso di Toni si scolora, diventa cereo, come se improvvisamente le vene gli si fossero lacerate lasciando fluire tutto il sangue dal suo corpo. Mariposa si sente a disagio, da morire per la vergogna di aver detto ciò che ha detto, ma oramai non può più tornare indietro, il dado è tratto.

– Ma naturalmente che è libero. Tu come fai ad affermare il contrario? Come fai a sostenere che non c’è nessun posto libero? –, le domanda Toni con asprezza, e le lancia un’ occhiata di straforo mentre i suoi occhi diventano due fessure. È pallido, il suo sguardo è feroce, appuntito come un chiodo che la crocifigge al suo stesso imbarazzo. Stringe la sua catena e lei si sente soffocare. Annaspa. – Semplice: ho telefonato alla direttrice della casa di riposo… –, gli risponde candidamente nascondendo il subbuglio che le scuote il petto.

– Hai… cosa? Hai telefonato alla direttrice …tu? –, ripete allibito, incredulo per l’impertinenza che Mariposa ostenta senza alcun timore, – Tu? Tu hai fatto questo …come ti sei permessa! Tu non eri ancora nata quando io ho incominciato a prendermi cura di Serena, quando insieme con mia moglie mi sono preso cura di Serena … io e Rinalda ci siamo presi cura di Serena, io e lei e non tu e Giorgio, il mio bel fratellino intento solo a rincorrere sottane …scusa non volevo… –, precisa accorgendosi troppo tardi di essere andato oltre, si sentiva imbarazzato come uno sciocco che scivola per una stupida buccia di banana e finisce col sedere a terra di fronte alla donna della sua vita.

Mariposa era rimasta senza fiato chiedendosi da dove provenisse quella insolita cattiveria di Toni, quel suo insistere con le donnine che Giorgio, a sentire lui, sembra rincorrere di continuo, anche adesso che è sposato.

– Non volevo dire quello che ho detto –, si corregge Toni senza convinzione, tanto per dire, – ma naturalmente sono arrabbiato con te. Con quale diritto ti sei intromessa? –, aggiunge stizzito, aspro come il succo di limone acerbo che lega la lingua al palato.

– Mi sono intromessa per il diritto che mi viene dall’abitare in questa casa da dieci lunghissimi anni, e dal vivere assieme a tua sorella gemella Serena da altrettanti lunghissimi dieci anni –, aggiunge lei continuando a fissarlo.

Toni annuisce col capo. Poi le chiede: – Ma naturalmente. Andiamo alla casa di riposo di San Tommaso per vedere se ho detto la verità? – le chiede palesemente contrariato.

– Non stuzzicarmi. Cosa ci vengo a fare? –, risponde lei serafica, facendo un notevole sforzo per non lasciar trapelare la sua ansia e la voglia di prenderlo per le spalle, scuoterlo e chiedergli: “Che stai combinando Toni?”, invece lo informa, pacatamente: – Mi ha riferito l’assistente sociale che tutti i documenti di Serena sono ancora nel suo studio. Non li ha ancora consegnati alla casa di riposo di San Tommaso …perciò come potrebbe esserci un posto libero per una persona per la quale ancora non è stata presentata la domanda di ricovero?

Toni è in difficoltà, senza risposte pronte all’uso, annaspa in un bicchiere d’acqua. Mariposa suppone che mai in vita sua si sarebbe aspettato che arrivasse a tanto, che mettesse il naso in ciò che lui e soltanto lui doveva fare. E Dio solo sa se avrebbe voluto farne a meno! Se avrebbe voluto risparmiare a tutti e due questa umiliante, e oltremodo imbarazzante, situazione! In fondo, a pensarci bene, se Toni si comporta come si comporta è anche perché lei gliel’ha permesso, perché una persona arriva fin dove la si lascia arrivare. A che serviva, ora, voler rintuzzare le sue parole e la sua presenza?

Ad un certo punto, incapace di sostenere lo sguardo accusatore di Toni, Mariposa abbassa gli occhi, imbarazzata, confusa, e gira lo sguardo sul rosso tappeto persiano steso sul pavimento. Il cuore le batte forte. Poi butta l’occhio sulle scarpe di Toni, scarpe di pelle nera lucide come sempre, poi sale con lo sguardo sulla piega perfettamente stirata dei pantaloni, vede le mani dalle dita affusolate, magre, le vene che corrono nervose sotto la pelle, le unghie ben curate e la vista di quelle mani sensuali fino all’osso, la sola idea di quelle mani sulla sua pelle la fa rabbrividire di desiderio, le fa mancare le forze e si sente sciogliere come ghiaccio al sole, la giacca doppiopetto abbottonata, la camicia d’un bianco immacolato, la cravatta azzurrina, il suo mento volitivo, il suo naso un po’ aquilino, i suoi occhi che la fissano, la scrutano, la sezionano mandando il suo cuore in mille pezzi come un puzzle che rovina a terra subito dopo essere stato completato.

Lo sguardo di lui le scava nel cuore come un cucchiaio nella panna montata.

Se guardi nell’abisso l’abisso guarderà in te”, le aveva detto lui proprio qualche giorno prima, dissertando su Nietzsche, “perché ogni uomo ha il suo abisso”.

Ad un certo punto, Toni guarda Mariposa e lei per un istante legge un po’ di dolcezza negli occhi scuri di lui, ma poi, come un cielo che improvvisamente si rannuvola, con modi scortesi sbotta in un aspro: – Tu non stuzzicare me! Tu, non stuzzicare me! Stai giocando con il fuoco bambina mia. Perché non te ne vai a stare da un’ altra parte e la pianti di ficcare il naso in questioni che non ti riguardano? Qualcuno ti ha chiesto qualcosa? No! E allora! Che vuoi? Cosa vuoi ancora? – Si zittisce e la fissa per un attimo che a lei pare un’eternità. La fissa e la incendia facendola diventare una brace. – Ma naturalmente. Vuoi giocare con il fuoco farfallina? Bene, allora brucerai all’inferno… anzi bruceremo tutti e due all’inferno, perché giocare con il fuoco che ci divampa dentro è naturalmente tutto ciò che desidero anch’io, siamo il fuoco e la polvere da sparo, inevitabilmente attratti, tragicamente attratti… da una vita lo desidero…vuoi questo …questo …vuoi me come io voglio te… –, e così dicendo muove un passo in avanti con la sua andatura claudicante, l’afferra per le spalle con le mani che sono una morsa, e prima che lei si renda conto di cosa sta succedendo la bacia, a lungo.

Per Mariposa è un bacio al miele. Sidereo. Un assaggio di Paradiso Terrestre. La vita oltre la vita. Un arcobaleno di turchesi. Questo è per Mariposa il bacio di Toni. Tutto questo e tutto il resto. Meglio della bavarese, il suo dolce preferito.

Quando Toni si allontana lei è stordita. Lo fissa incredula, il cuore in subbuglio, prigioniero di un uragano che lo scuote come un fuscello. Sente il viso che avvampa per il desiderio che si è acceso d’improvviso, come all’improvviso un’onda si solleva dal mare e rotola via, si solleva e rotola via, si solleva e lambisce e prende e afferra e stringe e trascina in acqua e sommerge e toglie le forze e imprigiona e svuota la mente paralizzando i pensieri come fossero morsi da un velenoso pesce palla.

Toni guarda Mariposa con un’espressione cupa ma nel suo sguardo c’è un intero universo di cose non dette, di desideri repressi. La osserva con una tale intensità che lei si sente come il ferro per la calamita. In questo momento la loro attrazione è insostenibile, è una scudisciata alle reni, un crampo allo stomaco, una brace stretta nelle mani. In questo momento la loro attrazione è dolore, un dolore insieme sordo e lancinante, che va e viene, va e viene senza trovare pace, un’onda che li sovrasta e li annega come poveri topi in trappola.

E tutto accade in modo inaspettato, di sorpresa come un fulmine nel cielo d’agosto. Toni prende Mariposa, l’afferra come una preda a lungo agognata e rincorsa, la stringe per il timore che gli sfugga di mano, la serra forte stringendola a lui, stringendola fino a farle mancare il fiato, la prende lì, in piedi, la stringe a sé con violenza, la bacia e lei lo ricambia, con furia selvaggia cercano di togliersi l’un l’altro gli abiti, la sua gonna, la sua maglietta, la sua giacca blu, la sua cravatta, la sua camicia, i suoi pantaloni. Gettano tutto sparpagliato sopra il tappeto rosso che veste il pavimento del salottino, lanciano i vestiti di qua e di là tutti in disordine.

E Mariposa abbozzando un sorriso ha un fuggevole pensiero: “Stupendo questo disordine nelle nostre vite all’apparenza tanto ordinate, tanto perfettine!” Si inginocchiano sul pavimento, continuano a baciarsi come due forsennati, come due pazzi innamorati, e fanno l’amore sul sofà di velluto rosso, fanno l’amore con naturalezza, come lo facessero da sempre, perché da sempre erano destinati ad incontrarsi, ad amarsi.

Quando tutto finisce lui fissa Mariposa per un eterno istante, ammutolito, poi si accende una marlboro. – E mia sorella?

– Serena è di sopra, credo stia guardando la televisione, come sempre del resto…

– Siamo stati incoscienti…

– Dire incoscienti è un eufemismo …dire pazzi è già meglio.

– Ma naturalmente… siamo pazzi. Se qualcuno disponesse per noi una perizia psichiatrica risulteremmo follissimi, non solo folli.

– Già …follissimi –, ripete lei accennando un sorriso. – Hai coniato un nuovo aggettivo …ma sarai bocciato a scuola.

– Ma naturalmente che sarei bocciato. E non solo per l’aggettivo superlativo che più superlativo di così non si può, ma anche per la mia disdicevole condotta. Scusami. Ho perso il controllo …sono uno sciagurato –, Toni aggiunge con un tono stanco, con una voce bassa, rauca, – Ma naturalmente è quanto volevamo tutti e due …da quanto tempo mi aspettavi …io ti stavo aspettando da quando il mio sciagurato gemello Giorgio ti ha portato a pranzo a casa mia, il giorno di Natale di dieci infiniti anni fa, per presentarci, tutto tronfio di te, ricordi? Nevicava fitto, e tu sfidavi il tempo, e la mia forza di volontà, indossando una minigonna con le calze bianche ricamate a fiori e una camicetta di raso bianco, e ti si apriva sempre il bottoncino, rotondo e ribelle all’occhiello, all’altezza del seno: mi hai sfidato spingendomi alla disfatta già allora, in quei momenti nei quali tentavo disperatamente di ingoiare il pasticcio di funghi e lasagne che mia moglie aveva preparato per l’occasione, non ricordo quanto ho bevuto, invece, quanto vino cabernet ho ingollato per cercare di sedare il tumulto che la tua presenza mi provocava, quel profumo di vaniglia e rosa che emanavi, tu, fiore tra i fiori, avrei voluto essere un’ape già allora e assaporare il tuo nettare, ma ho potuto solo bere vino, non ricordo quanto, ma ricordo di averne bevuto troppo, e ricordo di aver fantasticato troppo, su di te, fin da quel tuo primissimo esordio nella mia vita. Sei stata un uragano che ha sconvolto i miei giorni, hai seminato il disordine dove c’era l’ordine. L’ordine infonde sicurezza, lo sai, il disordine invece rende incerti e insicuri, prede del caso e degli eventi, in balia dei dubbi e dei forse. Il disordine disorienta. Eri una bambina, una farfallina nella neve, una mariposa, non che adesso tu sia diversa… per fortuna, e sei stata capace di tanto… hai fatto innamorare questo cuore stanco… questo uomo zoppo. Non ti ho fuggito, non ne ho avuto la forza, amavo troppo la tua presenza, la tua compagnia. Mi sono accorto delle catene che abbiamo messo l’uno all’altro, piano piano, giorno dopo giorno, sorriso dopo sorriso, parola dopo parola, ci siamo costruiti la prigione con le nostre mani, ed ora siamo dentro, in una buia cella, incatenati. Non ho mosso un dito per dividerci, ma la vita è così breve che sarebbe stato un peccato non assaggiare questo amore, sarebbe stato da pazzi buttarlo via, ed io sono sì zoppo, ma non pazzo così tanto da non assaggiarti, da non assaporarti prima di morire, tu, il mio frutto proibito, la mia mela… il legame che mi farà sputare sangue, i lacci del nostro legame sono fatti di sangue: ricorda questo.

– Da non assaporarmi …prima di morire …ma che dici! Tutti moriremo –, esclama lei perplessa per le sue parole, – Ma sembra che tu debba morire domani!

– Ma naturalmente. Certo, tutti moriremo prima o poi, ma c’è chi deve morire prima… – esclama quasi infastidito: – hai presente la roulette russa del film Il cacciatore? Ecco, c’è chi il proiettile per morire lo trova tardi e chi lo trova presto. Chi prima e chi dopo. È un caso. È tutto un caso: vivere e morire è tutto per caso –, risponde lui serafico lasciandola ancora più confusa. – Ma non parliamo di morte adesso, c’è tempo per la morte, adesso siamo vivi, io soprattutto sono ancora vivo, e desideravo così tanto e da così tanto tempo baciarti che mi è parsa la cosa più naturale da fare… sentivo che mi aspettavi, lo sapevo, so tutto di te, e so da quanto tempo mi aspettavi.

Mariposa continua a fissarlo, turbata, ipnotizzata, come assorbita da una forza straordinaria, come quando si fissano i fili di una lampadina accesa senza riuscire a distogliere lo sguardo incollato a quei filamenti luminosi, e poi, anche dopo aver distolto lo sguardo, i filamenti luminosi restano nelle nostre pupille e continuiamo a vederli pur non guardandoli. Così per Mariposa. Toni resta nel suo sguardo anche dopo che lo ha distolto da lui, dopo che lo ha abbassato. Vorrebbe aggiungere qualcosa, vorrebbe dirgli: “Da sempre… ti aspettavo da sempre”, ma non trova la voce per parlare. Non un fiato esce dalla sua gola. È diventata una statua. È di marmo. Sa di aver fatto qualcosa che non doveva fare. È la moglie di Lot che si è girata a guardare le fiamme di Gomorra nonostante il monito di Dio. Mariposa è paralizzata dall’accaduto, e non riesce a connettere, è afona come un violino senza corde, il cuore in subbuglio, simile a un tamburo dove un bambino picchia le bacchette senza una ragione, ma le picchia con un ritmo incalzante, rumoroso e disordinato.

Toni le mette l’indice sulle labbra e la guarda. La disperazione di lui è palpabile, è un pezzo di ghiaccio nelle mani di Mariposa.

– Sssttt… non dire niente... non c’è niente di te che io non conosca. Ma naturalmente quanto è successo non può essere altro per noi due, che l’inizio della fine. Questo amore non mi ha dato che infelicità e non porterà fortuna a nessuno di noi due. Non dimenticarlo questo: non avremo del bene dal nostro bene, perché la felicità di questi momenti diventerà un dolore domani, anzi, è già nostalgia e dolore e ricordo. Il nostro legame ci farà vomitare sangue. I legami di sangue, e per legami di sangue intendo legami d’amore e di affinità, sono spesso complicati, difficili se non impossibili, e non si riesce quasi mai a tamponare il sangue che esce a fiotti dal cuore e dall’anima, il sangue esce a fiotti e la morte entra a gran falcate, trionfante, nei nostri cuori. Apposta io vedo il nostro amore come un legame, un legame di sangue: non dà anche a te, questo termine, l’idea di una corda, il cui nodo scorsoio strazia i nostri cuori che grondano sangue? –, così dicendo, Toni si alza in piedi e si ricompone.

Mariposa cerca di fare altrettanto, ma è troppo sconvolta e a malapena riesce a sedersi correttamente sul sofà di velluto rosso.

– Addio –, dice lui guardandola negli occhi, quindi esce nella neve, l’andatura più incerta del solito, le mani serrate a pugno.

Il cigolio del pesante cancello di Villa del Glicine, che Toni uscendo chiude alle proprie spalle con un tonfo sordo, fa sussultare Mariposa come fosse punta da un calabrone. Aveva una gran voglia di piangere ma gli occhi erano dolorosamente asciutti. Era inchiodata in quel punto, in un penoso stato di confusione mentale e fisica per quanto era successo e per quanto Toni aveva pronosticato per loro due.

Il cuore pulsava veloce e forte da farle scoppiare la testa.

“La felicità di questi momenti diventerà il dolore di domani…”, oh, Mariposa aveva inconsciamente ignorato la verità, perché quando una verità fa troppo male si nasconde nei più reconditi anfratti del cervello, o del cuore, e la si lascia lì a marcire, nella speranza che si dissolva nel nulla, come una bolla di sapone. Per tanti anni erano stati prigionieri di un sentimento che non avevano mai tradotto in parole, e tanto meno in gesti, fino a quel fatidico momento, e nonostante fosse sempre stata convinta del contrario, Mariposa si era sempre detta: “Ti sbagli… non può essere… è una fantasia… sei troppo sola e la solitudine fa brutti scherzi …quando avrai un figlio, se ti deciderai ad avere un figlio, sarà tutto diverso … un figlio ti darà tutto quello che ti manca, tutto quello che vuoi, tutto quello che vorrai. Ti sbagli, non è lui che vuoi, dopotutto somiglia troppo a Giorgio, ti sembrerà una visione, un doppione”.

Invece voleva solo lui, non aveva mai voluto altri che lui perché sapeva benissimo che non era e non sarebbe stato mai il doppione di qualcun altro. E il suo amore era esploso con un botto assordante che l’aveva stordita. È sfinita. Questo lunghissimo tempo nel quale ha represso i propri sentimenti per Toni ha logorato i suoi nervi, l’ha sfibrata. Ma ora sta peggio di prima. Si sente persa.

Il domani a cui alludeva Toni era già arrivato, e la felicità già era diventata strazio, e molto presto Mariposa avrebbe conosciuto anche quel delirio che si insedia in un passato che non passa – perché si rifiuta di prendere congedo dal presente – e, nello stesso tempo, batte alla porta di un futuro sbarrato, su cui s’infrange ogni progetto che mantenga ancorati con il reale. Si sarebbe a presto accorta che per loro era iniziata quella fase che subentra nella vita di chi attraversa i più profondi sconvolgimenti, in cui non esistono né speranza né paura, e persino la percezione del presente, mancando ogni prospettiva sul futuro, diventa ottusa e indistinta. Mariposa aveva, in quel preciso momento di sconforto, la sensazione che la sua vita fosse finita, e che la sua esistenza fosse senza sbocchi, con l’inesorabile morte alla porta che viene a reclamare la sua vittoria, il suo trionfo; alza lo sguardo alla copia della stampa di Gustave Doré, Il V Canto, appesa alla parete del salotto, dove Paolo e Francesca continuano a stare insieme anche nell’Inferno di Dante, innamorati, per sempre innamorati. Per sempre. Sospira a fondo e lentamente raccoglie i suoi vestiti.

• • •

Lei scrive: “…il delirio di un passato che non passa”. Vero.

Così sarà, per me e per Toni. “… e persino la percezione del presente, mancando ogni prospettiva sul futuro, diventa ottusa e indistinta”. Così è, per me e per Toni. La nostra percezione del presente era falsata dalla nostra situazione disperata e disperante. Mi aveva detto: “Addio”, ma il giorno dopo era tornato. E mi aveva trovato ad aspettarlo, come sempre e nonostante tutto. “Domani mattina alle 7.30 ti aspetto in stazione. Non mancare”, dice mentre io lo guardo senza capire.”Io marinerò l’università e tu marinerai la comunità: intesi? Roma ci aspetta. Tre giorni tutti per noi…fingiamo un convegno, un meeting, quello che vuoi”.

Roma ci aspetta? Tre giorni tutti per noi? Sto per aprire bocca ma lui mi mette l’indice sulle labbra: “Rinalda si prenderà cura di Serena. Le ho detto che sei via con tuo marito”, mi sussurra all’orecchio facendomi il solletico, “È tutto a posto, non temere, ho pensato a tutto io. Tu devi solo accettare, devi solo esserci”, e mi implora con uno sguardo che mi fa tremare le viscere. “Naturalmente devi solo esserci…”, ripete, “e dovrai esserci!”, detto questo scompare oltre la porta lasciandomi qui, a stringere il biglietto ferroviario tra le mani gelidamente sudate come fosse una reliquia. In un baleno una felicità straripante mi stringe il petto.– A Roma con Toni! Straordinario – penso, solo questo riesco a pensare: – Straordinario – E nient’altro. Nient’altro. Il cervello mi va in tilt, diventa un buco nero dentro al quale non si riesce a vedere niente, nel quale non c’è niente da vedere... oltre alla mia felicità. Sono felice, disperatamente felice, assolutamente felice. Felice felice felice! Quel viaggio era la prima cosa tutta nostra e solo nostra, ed ero eccitata come una bambina con un nuovo giocattolo.

Domani a Roma con Toni.

Oggi dunque è il mio “Sabato del villaggio”, il giorno più felice, il giorno dell’attesa, poi verrà anche la domenica, lo so, è sarà sì un giorno felice, ma sarà anche un giorno triste perché precede il lunedì. Però oggi è il giorno in cui posso fare castelli in aria. Sono talmente agitata che preferisco non recarmi nel mio studio, e chiamo la segretaria della Comunità chiedendole di rinviare tutti i miei appuntamenti perché, dico, ho un importante impegno che mi terrà occupata per tre giorni. E l’oggi lo trascorro in giro per negozi, esagitata, come una novella “Madame Bovary” che deve rifare l’intero guardaroba per incontrarsi con il suo amante. Sono una donna innamorata che desidera essere bellissima per il suo amore. Non devo indossare nulla di ciò che già possiedo per i miei tre giorni a Roma con Toni, nulla, nemmeno le calze. E acquisto gli stivali nuovi, le calze, la biancheria e un vestito, il tutto rigorosamente color nero fuorché un cappotto color viola: amo il viola, anche se si dice che sia un colore che porta sfortuna perché è il colore che veste le chiese nella Quaresima, e un cappello in feltro color lilla ornato da un nastro di velluto viola. E vado anche dal parrucchiere per una rinfrescata ai miei capelli che improvvisamente mi paiono troppo lunghi e con la scriminatura al centro troppo infantili, ma alla fine non cambio pettinatura, li spunto solo di un paio di centimetri.

L’estetista per il manicure e il pedicure è d’obbligo, come è d’obbligo l’acquisto di un nuovo profumo, di un profumo mai usato prima, di una fragranza tutta nuova che, come uno scrigno che conserva preziosi monili, conservi il ricordo di Roma e di Toni, per sempre il ricordo di Roma e di Toni, voglio che annusando questo profumo fra cento o mille anni la mia mente mi trasporti a Roma con Toni, e così sarà perché l’olfatto è il più profondo dei cinque sensi, e niente come un profumo risveglia i ricordi. Mi lascio dunque alle spalle Boucheron, distillato di fiori, e scelgo Chanel numero 5, borotalcato e sensuale. Sono una maniaca del profumo. Ad un abito e ad un paio di scarpe, e anche al parrucchiere, rinuncio senza sacrificio ma non mi manchi il profumo!, l’essenza di un profumo, mai l’eau de toilette o l’eau de parfum, esclusivamente e tassativamente l’estratto del profumo che al momento mi piace è una parte di me, è un pezzo di me, del mio carattere, della mia personalità, forse anche della mia immaturità, ma che importa? È così. Questa sono io. Preferisco considerarmi capricciosa e infantile piuttosto che insoddisfatta, o peggio ancora frustrata. E per ricordare me e Toni per l’eternità ho scelto Chanel numero 5. Sono appagata dalla mia scelta, ed anche se la mia carta di credito scotta per lo smodato uso che ne ho fatto, che importa? Di soldi ne guadagnerò ancora, ma di viaggi con Toni, forse – anzi senza forse – non ne farò più.

L’ansia mi agita e mi accompagna per tutto il giorno, una gioia ansiosa mi perseguita come se un cavo elettrico continuamente mi sfiorasse in una qualche parte del corpo facendomi sussultare, altaleno l’umore tra malinconia ed euforia cambiando più che a marzo quando si passa dalla pioggia al sole al vento in un attimo. A volte mi sembra di volare all’idea di stare con Toni, e altre volte mi sento di piombo all’idea che poi sarebbero finiti i tre giorni di sogno e tutto avrebbe ripreso le sembianze di sempre, tutto sarebbe ritornato tedioso e noioso come sempre, più di sempre. Ho paura, una sottile paura che si infiltra sotto la pelle e mi gela il sangue. In certi momenti penso di non andare a Roma, di rinviare il viaggio per continuare ad assaporare il sogno ancora per molto tempo, forse all’infinito, perché si smania per realizzare i nostri sogni, e poi, una volta realizzati, non sempre ma spesso, ci scoppiano sul viso come bolle di sapone e lasciano in bocca un pessimo sapore di detersivo. Per quattro volte tento di chiamare Toni allo scopo di rinviare il nostro viaggio a data da destinarsi, per quattro volte ho tirato fuori il mio cellulare dalla borsa e ho digitato i nove numeri del cellulare di Toni, solo che al decimo e ultimo numero chiudevo tutto e rimettevo il telefonino in borsa, insieme alle mie paure.

E pur tra dubbi e timori e ossessioni, il venerdì mattina arrivo puntuale in stazione, dopo aver percorso in fretta il tratto di strada che separa Villa del Glicine dalla stazione dei treni ed essermi divertita a calpestare con un fragoroso scricchiolio di foglie secche e di gusci di uova, la neve fresca caduta nella notte. È ancora buio, l’aria è gelida, il paesaggio sembra una bomboniera, il dipinto di un “impressionista”, le vetture sembrano correre sull’ovatta, e la luce dorata dei lampioni si proietta sulla neve che sembra dilatarla, sono imbacuccata nel mio cappotto viola. Stringendo nella mano destra la mia ventiquattrore “portatutto”, come io la definisco e che in quella occasione era colma di biancheria mozzafiato, anziché di libri e dispense sulla mia psicologia e sui miei pazienti (e tenendo fermo, ogni tanto, il cappello in testa con la mano sinistra per impedire che gli improvvisi sbuffi di vento se lo portassero via), arrivo in stazione quasi volando tanto mi sento leggera. “Toni! Sono qui …sono qui”, dico tra me e me pazza di gioia mentre lo intravedo tra tanta gente. Lui già mi aspetta. Lui, il mio sole che splende anche se nevica e il cielo si indovina di piombo, carico di neve, lui, con la marlboro tra le dita e i Ray-ban sugli occhi nonostante il grigiore dell’aria. Il primo pensiero che ho formulato, vedendolo, è stato: “Ma dovevo essere impazzita per aver anche solo pensato di rinunciare al mio viaggio con lui! Anche se il nostro legame è impregnato di sangue, anche se ci farà sputare sangue, che importa?” Lo osservo, mentre mi avvicino piano. A guardarlo di sfuggita si direbbe che somigli a mio marito. Ma non è mio marito. È il suo gemello, mio cognato. Lo guardo, mentre mi avvicino piano. E il sangue, all’idea di restargli accanto e di toccarlo, mi bolle nelle vene come mosto nei tini. Lo guardo, mentre quasi l’ho raggiunto, e penso: “Forse sto sbagliando…”, ma che vuol dire sbagliare? Che significa sbagliare? E mi viene in mente quella signora che abitava poco lontano da casa mia, più giovane di me di un paio di anni, che qualche giorno fa è stata travolta da un camion e uccisa lì, in mezzo alla strada come un animale. Ha lasciato tre figli e un marito, un padre e una madre. È giusto morire in quel modo e così giovani? E allora, cos’è giusto e cos’è sbagliato? E se domani toccasse a me morire così, a tradimento, senza alcuna possibilità di scampo e senza alcuna possibilità di salutare chi amo? Osservo Toni e penso che niente è giusto come niente è sbagliato. Sono ad un passo da Toni, e penso a un giovane ragazzo che era stato in analisi da me, aveva saputo di essere ammalato di leucemia ed aveva tentato il suicidio, i medici si sono fatti in quattro per togliergli il veleno dei barbiturici che aveva ingoiato, e c’erano riusciti, lo avevano salvato, ma sei mesi dopo la leucemia se l’era portato via definitivamente a soli venti anni. La morte trionfa sempre. È giusto questo? No! Non c’è niente di giusto. Niente. Come non c’è niente di sbagliato. C’è solo l’uomo, l’essere umano con le proprie fragilità e con l’inestinguibile ed estremo bisogno di felicità.

E se qualcuno pensa che questa è psicologia spiccia, psicologia d’accatto, psicologia di strada, non importa, ognuno può pensarla come vuole, come gli permette di pensare l’educazione che ha ricevuto e la sensibilità della quale è dotato. E d’altro canto, questa è la storia mia, e la descrivo come l’ho vissuta io, con parole mie.

Ho raggiunto Toni, lo avvolgo con il mio sguardo e lo imploro, silenziosamente, di regalarmi tre giorni d’amore, lo chiamo: “Toni … ciao …sono qui”.

Lui si gira verso di me e mi guarda sorpreso: “Temevo non venissi”, mi sussurra cingendomi le spalle con un braccio. “Ho avuto paura che tu non venissi …ma naturalmente sei qui”.

“Ma naturalmente che sono qui: e dove altro potrei essere se non qui e con te?” Lui mi sorride, grato, e getta il mozzicone della sigaretta tra la neve fresca, poi ne accende subito un’altra.

“Fumi troppo”, lo rimprovero.

“Sì, hai ragione. Ma naturalmente di qualcosa bisognerà pur morire, no?”

“Ma naturalmente!”, preciso facendogli ancora l’eco.

Lui mi sorride e il suo sorriso mi scalda come il sole d’agosto. “Non farmi il verso”, mi dice bonariamente. “Bambina irriverente”.

“Per carità, non mi permetterei mai!”, preciso con un tono scherzoso.

E ci guardiamo, complici, e consci che stiamo andando incontro alla nostra disfatta.

Ai lati delle traversine i cumuli di neve ghiacciata fanno sentire più freddo di quel che c’è. Il ghiaccio è dovunque, anche sopra i tetti delle carrozze dei treni, e pende come tanti ghiaccioli. Arriviamo a Roma intorno all’una, alla stazione Termini ci mettiamo in fila e quando arriva il nostro turno prendiamo un taxi al volo mentre lieve scende la neve e trasforma tutto in una favola, e ci fa sentire unici, distanti anni luce da ieri, dalla vita di sempre. Mi sento dentro un Renoir. Il Colosseo, i Fori Imperiali, Piazza Venezia, l’Altare della Patria sfilano veloci davanti ai miei occhi. Scendiamo all’hotel Excelsior, qui saliamo in camera, ci è stata assegnata la numero 115 elegantemente vestita con la predominanza delle sfumature del rosa nei tendaggi, nei tappeti ai piedi del letto, nel copriletto, nel piumone, nelle lenzuola e nelle federe dei cuscini. E rosa è anche la tovaglia di fiandra stesa sul carrello del buffet, i pochi mobili sono bianchi e i fiori posti dentro i vasi di cristallo sono peonie rosa: una stanza confetto, una stanza da favola, da “mille e una notte”.

Ci barrichiamo dentro per tre giorni vivendo di acqua, succhi di frutta, facciamo scempio di uno straordinario Amarone inzuppandoci dolcissimi biscotti alla vaniglia. Ci nutriamo dei nostri corpi, del nostro piacere, di baci e carezze che languiscono, che sfiniscono, di esaltante felicità e feroce tristezza, di risa e lacrime, soffocati l’uno dentro l’altro come edere sugli alberi, attratti morbosamente l’uno dall’altro come falene dalla luce, ci amiamo con le unghie saldamente piantate nei nostri cuori graffiati, grondanti sangue, crocifissi, ascoltiamo musica in filodiffusione, cantiamo sottovoce, come sottovoce cade lieve la neve qui a Roma in questo gelido inverno per noi due sognante e rovente.

La senti questa canzone Mariposa? Sì? Te la regalo. Ascoltala. …ricordati di me, della mia pelle …il tempo lentamente ci consuma … La senti Mariposa?

Sì, la sento

…sei tu il mio rimpianto, il mio dolore …

Me la regali?

Sì, ti regalo queste parole.

Grazie.

Non dimenticarmi mai, mai.

Perché dovrei dimenticarti? Esisti.

Così, dicevo per dire.

Allora non dirlo più.

Va bene, non lo dirò più se ti fa soffrire sentirmelo dire.

Sì che mi fa soffrire.

Ma naturalmente, scusami, non lo dirò più, ma tu non dimenticarmi mai lo stesso, anche se non te lo dirò più.

Sciocco.

E tu sei più sciocca.

Restiamo qui sempre Toni, per sempre. Io qui sono a Lourdes.

In che senso sei a Lourdes?

Nel senso che sono un’ammalata in cerca del miracolo.

Di quale miracolo? Se di grazia si può sapere.

Spiritoso!

Scusa.

Della grazia di stare con te Toni. Per sempre con te.

Non si può Mariposa mia, non si può.

Sì che si può, basta volerlo.

Non è vero, si fa per dire che basta volerlo per farlo.

Basta desiderarlo

Sbagli, è una grande stupidaggine, io desidero uccidere tuo marito che è mio fratello per averti tutta per me, ma non posso farlo perché altrimenti andrei in prigione e non starei insieme a te, vorrei maledire il giorno in cui hai sposato mio fratello gemello perché sono geloso, ma non lo faccio perché se non lo avessi sposato io non ti avrei mai conosciuto, vorrei cancellarti dalla mia vista e dalla mia vita per non soffrire della nostra lontananza, ma non lo faccio perché non avrei questi momenti rubati al tedio e alla tristezza quotidiana, non avrei te: chiaro adesso? Siamo cani nevrotici che rincorrono la propria coda senza riuscire ad afferrarla, mai. Siamo imprigionati dentro una spirale maledetta, se ci guardiamo indietro scopriamo, per l’ennesima volta, che non avremmo mai e poi mai potuto agire diversamente da come abbiamo agito, operare scelte diverse da quelle che abbiamo operato. Non siamo uomini, siamo topi in trappola.

Sì, ma resta lo stesso con me Toni.

Non stuzzicarmi. L’hai già fatto che basta. Finirò con l’odiarti semplicemente perché ti amo, lo sai vero? Dimmi che lo sai!

Sì, lo so …ma lo stesso resta con me Toni.

Ma naturalmente. Sono con te.

Sì, ora, ma dopo, domani?

Dopo e domani anche, sarò con te nel pensiero, per sempre con te nei tuoi pensieri, e tu per sempre con me nei miei pensieri.

Non è lo stesso.

Ma naturalmente. Lo so, ma di più non si può avere.

Perché?

Perché è così e basta.

Perché è così e basta, bella risposta filosofica, il tutto equivale al nulla, teoria del cavolo!

Teoria del caos.

Ti amo.

Anch’io.

Sarà per la prossima vita Toni?

Certamente, sarà per la prossima vita.

Vivremo insieme nella prossima vita?

Sì, credo proprio di sì. Da qualche parte e prima o poi dovremo pur stare insieme, no?

Sì. Magari nell’Inferno di Dante, più o meno nel V Canto.

Sì, ecco, proprio lì, insieme a Paolo e Francesca che scontano il loro gravissimo peccato esattamente come accadrà a noi due, a Toni e Mariposa.

Ma se non altro vagheremo assieme e non saremo eternamente soli, l’uno distante dall’altro.

Secondo me per noi l’Inferno è qui e adesso.

Già, dal momento che abbiamo tolto il velo ai nostri sentimenti. Per Dante la fine di Paolo e Francesca non è la morte ma il drammatico passaggio dall’amore platonico alla passione, forse perché è questo che li conduce alla morte, la causa della loro morte, per me non è così, non la penso così.

“…io venni men così com’io morisse, e caddi come corpo morto cade”.

Bravo.

Bene, Pita mia.

Non chiamarmi Pita, io non posso chiamarti Creasy. Ho pianto troppo guardando quel film.

Perché?

Perché Creasy muore per Pita, e lei resta sola, ed io non voglio che tu muoia lasciando sola me.

È morto per vendicare Pita. La vendetta, terribile …i legami impastati con il sangue sono tenaci, duri a morire.

Terribile.

Però come Lupita col suo amore ha dato a Creasy una ragione per riprendere a vivere, così tu hai fatto per me …e a proposito della morte…

Dimmi che non morirai mai Toni! Dimmi che morirai dopo di me!

Non fare richieste assurde! Non è nostro potere decidere quando morire, a meno che uno non si suicidi. Ad ogni modo, con te ho vissuto il mio sogno, ho toccato il mio Paradiso, cursum perficio…ho compiuto il mio percorso.

Cursum perficio! Ho compiuto il mio percorso …ma che dici!

Dico, dico.

Cambiamo discorso.

Cambiamo discorso. Vedi come dalla finestra come scende la neve?

Sì...

È una bufera di neve e tu sei una bambina da neve, la mia bellissima bambina da neve. Che altro può essere una persona che colleziona dipinti di paesaggi invernali carichi di neve se non una bambina da neve? Tutti quei disegni naif di casette e alberi quasi seppelliti dalla neve rispecchiano il tuo animo di bambina, un animo puro, quasi un rifiuto a crescere: è così bambina da neve? E poi, con il nome che porti …Mariposa, farfalla …tutto è straordinario di te, tutto.

Forse … bambina da neve. Bellissimo, mi piace che tu mi definisca una bambina da neve. Adesso, qui con te e con la neve che fuori scende senza tregua, mi sento dentro ad uno dei miei quadri: grazie. Ti amo.

Anch’io.

Ed usciamo solo la domenica verso l’una per prendere il treno del ritorno.

Del ritorno verso il nulla.

Tre giorni d’amore. Tre giorni senza ore.

Alla libreria della stazione Termini Toni mi ha preso per mano e mi ha trascinato dentro, ha acquistato un libro, Follia di Patrick Mc Grath e me lo ha regalato. Gli ho scoccato un bacio sulla guancia che non radeva da tre giorni, e tentando un’allegria che non mi apparteneva gli ho sussurrato all’orecchio: sei un istrice!

Lui mi ha accarezzato il viso con una delle sue feroci occhiate colme e stracolme di cose non dette, e con la mano nella mano siamo saliti nel nostro treno, siamo andati incontro al nostro destino, siamo saliti sul patibolo, perché questo era il treno del nostro ritorno: un patibolo con il boia già armato di mannaia per rubarci la voglia di vivere, il nostro ultimo soffio di vita, il nostro ultimo respiro, l’aria che usciva dai nostri polmoni come la gomma di una bicicletta che ha infilato un chiodo.

Una volta arrivati qui in stazione a Treviso e scesi dal treno, i nostri sguardi si sono cercati e naufragati, inabissandosi l’uno nel baratro dell’altro, tristissimi perché senza alcun bisogno di dircelo sapevamo che doveva finire, che non dovevamo più incontrarci, più amarci, che avevamo rubato già troppo alla vita, e che questa, prosaicamente, ci avrebbe chiesto il conto, come si fa al supermercato quando si arriva alla cassa. Poi Toni ha preso un taxi per farsi accompagnare a casa, ed io mi sono incamminata a piedi mentre anche qui incominciava a nevicare, una neve battente, una feroce tormenta di neve, feroce come la disperazione che mi saliva dentro e che si divorava in un solo boccone la mia felicità. Ho sfogliato il libro che Toni mi ha regalato soffermandomi sulla quarta di copertina:

“Già, l’amore” dissi, “parliamo di questo sentimento che non riuscivi a dominare. Come lo descriveresti?”

Qui Stella fece un’altra pausa. Poi, con voce stanca, riprese:“Se non lo sai non posso spiegartelo”.

“Allora non si può definire? Non se ne può parlare? È una cosa che nasce, che non si può ignorare, che distrugge la vita delle persone. Ma non possiamo dire niente altro. Esiste, e basta”.

“Queste sono parole”, mormorò Stella.

Ai lati delle strade le croste di neve ghiacciata scricchiolavano sotto i miei passi come tanti cuori di vetro che andavano in frantumi. In mano stringevo forte la mia valigetta portatutto che, a parte il beauty-case utilizzato per il rossetto e il profumo, nemmeno avevo toccato. Il cappello color lilla l’ho dimenticato in treno: l’avevo tolto per baciare Toni, e l’ho lasciato lì, sul seggiolino. Ho iniziato il cammino verso casa con la morte che mi ghignava dentro, con il cuore che mi moriva in mano come un uccellino stretto troppo forte. Avrei voluto piangere, piangere forte, ma non ci riuscivo.

Non sono una bambina da neve, pensavo con l’amarezza che si scioglieva in bocca come un cioccolatino di fiele, sono una bambina di neve. E il dolore del distacco da Toni mi soverchiava, lo vivevo e rivivevo in continuazione cercando di ricordare i piaceri del nostro incontro e i veleni del nostro traumatico distacco. Il nostro distacco deciso da lui e solo da lui. Una realtà per me inaccettabile. Come se mi avessero diagnosticato un cancro fulminante, la leucemia all’ultimo stadio, la leucemia che già mi ha tolto l’udito e la vista, e la parola e si sta mangiando in tutta fretta quel poco di cervello sano che mi rimane. Mi sentivo come l’uomo che Stevenson ha descritto nel suo racconto “Il demone nella bottiglia”, un uomo che dalla vita, fino a questo momento aveva ricevuto solo del bene, scopre all’improvviso, con terrore, di avere sulla pelle una piccola macchia pallida. È la lebbra. Da questo momento la sua vita è chiusa: ogni proiezione nel futuro e nel mondo dei sani gli è interdetta. L’avvenire dunque si abbassa come una saracinesca su un garage, ed egli è costretto a rattrappirsi dentro un tempo che si stringe intorno a lui e che alla fine lo schiaccerà. Così io per l’addio di Toni. Nuda e senza speranze. Fissa e paralizzata nel passato. Piena di risentimento contro di lui. Toni era la mia lebbra. È la mia lebbra. Ed ero terrorizzata. Allora l’ho chiamato, arrabbiata per quel malessere che mi imprigionava, che cancellava il futuro, la gioia di vivere, che toglieva il fiato, l’ho chiamato sul cellulare. “Toni?”

“Sì …”, mi ha risposto lui sorpreso.

“Lo so che infrango il nostro scellerato patto di ignorarci d’ora in poi, lo so, ma volevo dirti una cosa…”

Lui taceva. Aspettava. Io nicchiavo perché avrei desiderato, agognato, averlo davanti agli occhi per dirgli ancora una volta che lo amo e per sentire che esistevo, che ancora sotto il suo sguardo ero viva, viva, viva! E vorrei che fosse qui, davanti ai miei occhi, per dirgli altresì che lo odio, con tutta me stessa. “Non sono una bambina da neve, sono una bambina di neve …”, poi gli ho gridato: “hai capito? Sono di neve! Tu mi hai ghiacciato …tu…”

“Ma naturalmente. Siamo pari allora. Ciao bambina di neve!”, mi ha risposto serafico e quasi compiaciuto. Questo ho intuito dal suo timbro di voce: un leggero compiacimento, lo stesso di qualcuno che pensa: “Benvenuta all’Inferno: finalmente stai bruciando nel mio stesso girone! Anche le bambine di neve possono ardere e bruciare: non lo sapevi?”

Ho chiuso la comunicazione e la voglia di piangere è aumentata, ma nessuna lacrima bagnava i miei occhi.

Ho continuato a camminare verso casa pestando con rabbia e con forza le croste di neve ghiacciata immaginando che fossero i cocci del mio cuore. E del cuore di Toni.

“Non parlare, non pensare.
Soprattutto, qualsiasi cosa tu faccia,
non sentire. Se senti, il dolore
ritorna. Non farlo.”

• • •

Toni riesce sempre a mettere Mariposa in imbarazzo, vederlo la agita: forse perché controlla tutto ciò che fa, dove va e quanto tempo sta via; vuole sempre sapere tutto di lei anche se il tempo libero che gli lascia il suo ruolo di professore è piuttosto scarso, domeniche a parte, ma in genere le domeniche le trascorreva fare ricerche per il lunedì seguente. La prima cosa che fa quando ritorna da Venezia e scende dal treno fascinosamente vestito dei suoi immancabili doppiopetto blu (le aveva confessato di avere almeno quindici di completi, e tutti sulle sfumature del blu: scuri per l’inverno e l’autunno, più chiari per la primavera e l’estate), camicia azzurra e cravatta regimental (una siffatta propensione per un’eleganza tanto perfetta e ricercata a Mariposa sarebbe apparsa stomachevole, artificiosa ed esibizionista in un qualsiasi altro uomo, in un qualsiasi altro Narciso, ma non in lui, non lui!, in lui tutto le appariva straordinario, affascinante, e i difetti, se di difetti si può parlare, altro non erano che pregi e virtù: in lui tutto era meraviglioso perché lui stesso era meraviglioso) è venire qui a vedere sua sorella, e poi cerca Mariposa, trafelato perché camminare gli costa fatica e qualche volta si sorregge ad una stampella, viene qui, con una scusa qualsiasi, magari solo per chiederle “Come va?”, o per mostrarle qualche opuscolo relativo a qualche argomento del quale hanno parlato di recente, opuscolo che tira fuori a fatica dalla sua ventiquattro ore in cuoio scuro piena di dispense, appunti, libri e libretti.

E Mariposa c’è quasi sempre, e più che la moglie del suo gemello le sembra di essere una sua alunna. Il professore e l’alunna. A volte si metteva a parlare come se le stesse dando una delle sue lezioni all’università, la costringeva ad ascoltarlo, argomenti principali il suo Macchiavelli, e il suo Nietzsche, argomento di riserva Pirandello, un altro personaggio “contorto” che lui adorava, tanto che a forza di sentirgli raccontare del “Fu Mattia Pascal”, ne aveva imparato a memoria intere pagine. Era così bello sentirlo, l’affascinava la sua voce, la incantava, come le sirene incantavano i marinai al tempo di Ulisse facendoli impazzire per il desiderio, portandoli al largo e quindi alla morte. Mariposa lo ascoltava attenta, come attente sapeva che dovevano stare le sue studentesse alle quali aveva vietato di indossare gonne troppo corte, jeans troppo stretti e avere gli occhi troppo truccati. Anche a lei era capitato di essere rimproverata da lui perché indossava le gonne troppo corte e si truccava troppo. Ma gli piaceva vederla sgambettare quando indossava la gonna corta, e puntualizzava sempre con rammarico: – Anch’io una volta camminavo veloce come te… tanti anni fa, ero un appassionato di corsa campestre …adesso sono solo un pallido ricordo di quel che ero allora… peccato che tu non fossi ancora nata, mi sarebbe piaciuto che mi avessi conosciuto prima dell’incidente, prima di questo sfacelo …invece la fortuna è toccata a Giorgio, e non sa di averla, non sa di averla e la sperpera come uno non avvezzo alla ricchezza che vince alla lotteria.

E ogni volta, ogni volta che le pronunciava, queste parole scendevano nel cuore di Mariposa come lapilli di fuoco e lo bruciavano dal dolore. Vederlo così tormentato la rattristava. Era un uomo per il quale la disciplina era importante, gli dava forza e sicurezza, tutto doveva filare come lui voleva, come lui desiderava, come lui comandava. Era un uomo autoritario, che ambiva dominare e sapeva esprimere la sua responsabilità solo ordinando loro cosa dovevano o non dovevano fare, come dovevano comportarsi più che consigliare o suggerire.

• • •

Sapevo che da un mese Toni era ricoverato nella clinica San Camillo, e che non esistevano per lui speranze di guarigione perché la chemioterapia alla quale era stato sottoposto per tentare di debellare il cancro che gli stava rosicchiando il pericardio non è servita, e la belva del cancro aveva ripreso il suo mortale pasto provocandogli vomiti continui da sembrare eterni, lo avevo saputo per caso da una conoscente. Tuttavia saperlo non aveva cambiato nulla, non mi aveva dato il permesso di andarlo a trovare, di vederlo ancora una volta, magari l’ultima.

Sapevo che era gravemente ammalato però nei miei più reconditi anfratti del cuore mai avrei pensato che dovesse morire. Chi amiamo è eterno. E ora è troppo tardi per rimpiangere di non essere andata a trovarlo in clinica nonostante il divieto impostomi dalla moglie.

Ed ora è troppo tardi, troppo tardi…

Provo un dolore indicibile,una pena indescrivibile. La morte di Toni mi trafigge il corpo con mille spade e getta manciate di sale sulle mie ferite aperte e sanguinanti. Vado ad accucciarmi in un angolo del salotto, metto le braccia intorno alle ginocchia e mi lascio andare al pianto. E piango tutte le lacrime che non sono riuscita a piangere prima, piango per tutto ciò che mi ha fatto soffrire. La neve intanto scende, fredda, lieve e pungente, disegnando immaginari voli di farfalle ferite a morte.

“Non parlare, non pensare.
Soprattutto, qualsiasi cosa tu faccia,
non sentire. Se senti, il dolore
ritorna. Non farlo.”

• • •

Per cercare di chiarire la nuova e destabilizzante situazione che si è creata in casa, Mariposa telefona a una sua amica: Ortensia Torresani. L’aveva incontrata in treno, un giorno mentre andava a Venezia, avevano fatto amicizia e le aveva detto di aver lavorato per anni alle dipendenze di notai, ma che aveva preferito riprendere gli studi universitari di giurisprudenza. Ortensia Torresani è una ragazza intelligente, sveglia, e ha una grandissima importanza nello svolgimento di questa storia, perché è stata presente in due momenti cruciali e strategici, tanto che Mariposa ha pensato le fosse mandata da qualcuno che veglia su di lei. Racconta dunque ad Ortensia la storia della bugia di Toni a proposito della casa di riposo di San Tommaso, facendo dentro di sé un notevole sforzo per essere un po’ – proprio solo un po’, quel che bastava per salvare le apparenze agli occhi dell’amica – distaccata, anche se ogni volta che pronunciava le fatidiche parole Toni o cognato, la voce le si incrinava e il cuore pulsava più veloce e più disordinato.

– Secondo me –, dice Mariposa all’amica, – il gemello di mio marito ha raccontato questa bugia allo scopo di farmi partire, per togliermi di torno. Sbaglio se intuisco che, dicendomi che potevo partire tranquilla, che a ricoverare Serena avrebbe provveduto lui, e che l’avrebbe fatta ricoverare addirittura con la forza se fosse stato necessario, mi vuole portare via la casa, questa casa?… È una supposizione, questa mia, campata in aria? Tu che ne pensi Ortensia? Se io avessi raggiunto mio marito all’estero, lui avrebbe potuto piazzarsi qui?

Ortensia l’ascolta con grave attenzione, scrolla il capo e dice con quel suo modo di parlare dalla R molto pronunciata, alla francese, che piaceva tanto a Mariposa e che la faceva sorridere perché richiamava alla sua memoria una grattugia: – Sì, legalmente tuo cognato potRebbe piazzaRsi in questa casa dichiaRando che tu e tuo maRito l’avete abbandonata … e magaRi potRebbe anche aggiungeRe, in suo favoRe, che avete abbandonato puRe SeRena …avRebbe potuto faRlo, anzi, cRedo pRopRio che lo avRebbe fatto senza scRupoli! C’è mancato poco così –, aggiunge facendole il segno con il pollice e l’indice. – L’hai scampata peR un pelo amica mia. Devi aveRe un Santo in PaRadiso che veglia su te.

Nel sentire queste parole che confermano i propri timori e le proprie supposizioni, a Mariposa scappa una risata colma di amarezza. “Avrei un Santo in Paradiso che veglia su di me?” pensa “Non può essere. Sui due piatti della bilancia c’è Toni da una parte e la casa dall’altra parte. Ho solo da perderci in questa situazione, altro che santo in Paradiso! Un demone all’Inferno, direi piuttosto! Possibile?” pensa con amarezza crescente “La casa è tanto di Toni quanto di mio marito che di Serena, e non era scritto da nessuna parte che un gemello avesse più diritto di un altro gemello nell’abitarci. Nessuna rilevanza poteva assumere il fatto che Toni e Rinalda dopo il loro matrimonio celebrato una quindicina di anni fa (più o meno) si fossero costruiti una casa propria e di questa non ne avessero alcuna necessità, come non rivestiva alcuna importanza il fatto che dal giorno del loro matrimonio Mariposa e Giorgio avessero abitato qui e qui volessero restare. Perché due sono le probabilità per Toni di avere Villa del Glicine: la prima è di ricoverare Serena in un casa di riposo, quindi farsi cedere da lei il suo terzo di casa e diventare così il proprietario di maggioranza che gli avrebbe dato il diritto di liquidare il fratello Giorgio e di prendersi Villa del Glicine come, alla luce dei fatti, sembrava tanto desiderare; oppure convincere Mariposa di seguire il suo gemello Giorgio in modo da lasciare la casa libera per lui, in questo caso avrebbe potuto piazzarsi qui con la sua famiglia, avrebbe potuto cambiare le serrature impedendo a loro di ritornare ad abitarci, poi con comodo avrebbe potuto rilevare la quota della sorella Serena e buonanotte al secchio! Mariposa era convinta che a Toni interessasse essere liquidato e niente di più o d’altro, non si era mai posta il problema perché per lei e Giorgio non esistevano problemi al riguardo.

Ed in effetti era questo che suo marito voleva fare: liquidare Toni e Serena pagando la loro quota di eredità, pagando fino all’ultimo euro, ma a quanto pareva, a Toni, era la villa che interessava. La casa nella quale Mariposa abita dal giorno del matrimonio con Giorgio, la casa nella quale abita da dieci anni.

Ne avevano parlato spesso, lei e Toni, di Villa del Glicine.

– Adoro questa casa, ne sono innamorata –, aveva detto Mariposa a Toni mentre prendevano un caffè al bar dell’ospedale di Treviso, il Ca’ Foncello, dove la suocera era ricoverata poco prima di morire, – vorrei avere un figlio, qui.

E lui le aveva chiesto provocatorio: – Non andresti in un appartamento tutto nuovo?

– No –, aveva ribattuto Mariposa, – E chi cambierebbe una casa a tre piani e un parco di cinquecento metri con un appartamento dove nemmeno puoi ascoltare musica a tutto volume come faccio qui? Nemmeno per sbaglio!

– Ma naturalmente un appartamento nuovo ha i suoi vantaggi, non credi? È più facile pulirlo e tenerlo pulito… le piastrelle nuove e lucide non ti fanno voglia? Io non resterei ad abitare in una casa vecchia che si fa fatica a riscaldare, e poi, con tutto quel vecchiume in giro per le stanze, tutte quelle poltrone e poltroncine damascate che odorano di stantio! –, ribatte lui mentre si accende quella che sarà stata la decima sigaretta fumata in un paio d’ore.

– No, non fa niente se il pavimento di questa casa è consumato, i preziosi tappeti persiani che lo coprono sono adesso introvabili, come del resto tutti i quadri ad olio che sono appesi alle pareti, non mi riferisco ai miei di quadri con i paesaggi innevati che non sono antichi e forse nemmeno preziosi, ma ai quadri che ho trovato già qui al momento del mio matrimonio: i Borsato, i Guidi, i Casonato, per non parlare della copia della stampa di Gustave Doré, il V Canto, che immortala Paolo e Francesca, è solo una copia, è vero, ma dove la trovi un’altra copia del genere? I mobili antichi mi sono sempre piaciuti e le poltrone damascate non odorano affatto di stantio. E poi se è difficile riscaldare una casa così grande perché i soffitti sono troppo alti, santa pazienza, io sono abituata a restare al freddo: abitavo in una casa senza riscaldamento, quindi sono temprata. D’altra parte, chi li avrebbe i soldi per comperare un’altra villa grande uguale e così vicino alla città pur essendo fuori?

– Ma naturalmente –, aveva mormorato, – Sicché sei felice di abitare qui, nella Villa del Glicine.

– Sì, molto, è il mio piccolo paradiso terrestre: perché me lo domandi?

– Così, chiedevo per chiedere –, aveva concluso facendo spallucce. – Sei proprio una bambina, non dovresti essere così attaccata alle cose terrene. Ci si sente padroni del mondo, ci si sveglia al mattino convinti che sia l’inizio di un nuovo giorno, del domani, e invece, poi si scopre che quel mattino non è l’inizio del nuovo giorno ma l’inizio della fine …che il domani non ci sarà più –, aveva aggiunto stancamente.

– Ti riferisci a tua madre che sta morendo?

– Naturalmente sì –, le aveva risposto, – Anche …mi riferisco anche a lei.

– Come sarà morire, Toni?

– Non lo so, non ho mai provato… –, aveva detto abbozzando un sorriso e portando la sua marlboro in bocca, ma subito aveva aggiunto serio: – Chiudi gli occhi e aspetta che tutto finisca… –, e così dicendo le aveva soffiato sul viso una boccata di fumo. – Non credo si possa fare altro, ti pare?

– Già. È triste sapere che tua madre deve morire – aveva risposto lei cercando di consolarlo.

– Ma naturalmente che è triste. Tuttavia tutti moriremo, l’unica domanda che possiamo farci è come e quando...

– Si, è vero… ma la morte della mamma segna la nostra vita comunque…

– La sua morte ci segna, oppure i sentimenti che ha provato in vita? –, domanda guardandola intenzionalmente battagliero. – Non si è mai preparati alla morte della mamma, è vero, ma a tante cose non si è preparati. Nemmeno a non essere amati si è preparati. È un peccato amare un figlio più di un altro, ma non si possono ignorare i sentimenti, e forse nemmeno nascondere, non per tanto tempo almeno. Mia madre ha avuto un debole per Giorgio da che è nato, forse perché è nato sottopeso, forse perché ci ha impiegato più tempo di me e di Serena per venire al mondo e lei l’ha interpretato come un rifiuto della vita o chissà che altro, fatto sta che è sempre stata innamorata di lui, così tua madre di tuo fratello, mi dicevi …a lui ha dato la polpa e a te è rimasto l’osso …per così dire in parole povere, a parte il nome che ti ha dato, Mariposa, farfalla …i vincoli di sangue sono disastrosi fallimentari il più delle volte…

– Non aggiungere altro… ti prego. Non mi va che parliamo di vincoli di sangue, lo sai, è un tasto dolente, e comunque sono del parere che in tutte le cose della vita qualcuno più fortunato abbia la polpa e a qualcun altro meno fortunato tocchi l’osso, in tutti gli accadimenti della vita, non solo nei rapporti tra familiari …è così e non c’è una spiegazione, non c’è un perché …è così e basta. E pure se mia madre ha dato a mio fratello la polpa riservando per me l’osso è così e basta. Non mi va più di parlarne. Anche perché parlarne non serve a niente. Posso fare una colpa a mio fratello se ha avuto fortuna anche grazie alla presenza di nostra madre? Con questo non voglio dire che mio fratello non si sia adoperato nel suo lavoro, no, nemmeno sua moglie si è risparmiata, ma è facile e possibile lavorare fuori casa se in casa hai qualcuno che fa tutto: che cresce i tuoi figli, che ti prepara da mangiare, che pulisce, che lava e che stira, e, cosa non trascurabile, che non solo non ti costa niente, ma che al contrario, mette pure soldi in casa... ma non sono mai stata invidiosa di mio fratello, nè gli ho portato rancore, ho vissuto solo un lungo dolore perché quando ho avuto bisogno io, mia madre non c’era, non c’è mai stata ... e ora chiudiamo qui discorso perché non voglio più parlarne di questo argomento. Non ne parlo mai e con nessuno, ma con te sento il bisogno di confidarmi certa che mi capisci.

– Ma naturalmente. Ho capito. Scusa. Ma sappi che non parlarne non serve a non soffrire, anzi. Lasciami però dire che ti fa onore se riesci ad amare tuo fratello nonostante tutto, io un po’ lo detesterei, e credimi, sarebbe più che umano un sentimento del genere, una siffatta altalena di sentimenti contrastanti. Ma lasciamo perdere. Dicevo: come possiamo sapere cosa scatta nella testa delle mamme che le porta a preferire un figlio anziché l’altro? In un certo senso è un delitto amare un figlio a discapito di un altro, ma bisogna capire e perdonare. Soffrire non ha senso: quello che è perso è perso per sempre. Stare male non serve a niente. Ogni persona fa quello che può, si comporta secondo la propria natura, il proprio carattere. Mio padre mi raccontava sempre una storiella, mi diceva che uno scorpione voleva attraversare uno stagno ma non sapeva come fare, vedendo poi una rana saltellare nell’acqua le chiese: “Mi fai attraversare lo stagno?” “No – rispose lei – non mi fido di te” “Non temere – le disse lo scorpione – non ti farò nulla. Puoi fidarti di me” e le saltò sulla schiena. A metà dello stagno lo scorpione punse la rana che lo guardò tristemente e gli chiese “Perché lo hai fatto? Ora moriremo tutti e due” “Non posso farci niente – rispose lui – sono uno scorpione”.

– Forse… –, dice lei fissandolo e comprendendo che ha ragione da vendere.

– Senza alcun forse: tu sei troppo buona Mariposa mia. I rapporti tra familiari sono i più difficili, sono nidi di vespe. Sappiamo entrambi che gli odi più profondi covano sempre tra i parenti più intimi, e i delitti più efferati accadono in famiglia, alla faccia dei vincoli di sangue. Hai sentito di quel caso accaduto l’altro ieri in un paesino non lontano da qui, di quel marito che insieme ai due figli ha ucciso la moglie: terribile, no?

– Altroché! Sembra fantascienza…

– Il tutto per interessi economici. I figli quantomeno, il marito avrà avuto il fegato divorato dai rancori. Uccidere a bastonate una madre e una moglie: allucinante! Si vocifera che tutti e due i coniugi non volessero lasciare la villa che avevano costruito insieme, che vivessero da separati in casa e che nessuno dei due volesse andarsene: forse è stato questa presa di posizione a far scoppiare il bubbone, chissà! Un po’ come La guerra dei Rose’s, ricordi?

Mariposa annuisce. – Altroché se me lo ricordo! È un film che fa riflettere. Magari di primo acchito può sembrare surreale, ma a pensarci bene è più reale che mai, vedi cosa succede anche qui vicino.

–Ma naturalmente. Naturalmente. E perché accadono tragedie simili? Ammesso che un perché ci sia. Anche, ma non solo, perché non riusciamo ad amare chi per natura dovremmo amare e questo ci fa sentire talmente in colpa da mandarci fuori di testa? E sì! Perché questo è il nocciolo della questione. Perché è impossibile amare chi, seppure indirettamente o senza volerlo, ci ha fatto del male, ci ha rubato, rubato in senso lato, qualcosa o qualcuno che ci apparteneva. E nemmeno la vita, riusciamo ad amare, in casi come questo, e per questo stesso motivo: ne convieni? Soffriamo, soffriamo come matti per questa nostra incapacità, per questa nostra mancanza, e il senso di colpa ci inquina la vita. Io ne so qualcosa, credimi, essere obbligati, obbligati tra virgolette, ad amare è amaro, faticoso, snervante e chi più ne ha più ne metta.

– Forse… –, ripete ancora Mariposa continuando a fissarlo ma senza alcuna intenzione di approfondire e di sviscerare l’argomento.

– Ma naturalmente, altro che forse e forse! –, sbotta Toni, – Ti ripeto che sei troppo accondiscendente. So di essere l’ultima persona al mondo che può arrogarsi il diritto di farti questa osservazione, ma ti prego, non aspettarti grandi cose da nessuno, mai nella vita, nemmeno dalle persone a te più care, anzi! Soprattutto non aspettarti niente dalle persone a te più care perché solo così eviterai amare delusioni. I sentimenti sono un mondo misterioso, insondabile. Le persone sono misteriose, insondabili, e più ci sono vicine più ci chiedono, più pretendono, più ci feriscono. Vi sono più cose tra cielo e terra che nella tua psicologia, Mariposa mia, e anche più che nella mia filosofia, purtroppo, l’hai imparato questo? –, aveva concluso fissandola, ma lei aveva la sgradevole sensazione che col pensiero fosse lontano mille miglia, e non sapeva cosa dire per spezzare l’improvvisa tristezza che gli era precipitata addosso, così aveva buttato là con noncuranza: – Giorgio mi ha chiesto di seguirlo in Inghilterra dopo che avremmo acquistato questa casa. Ma anche risolta la questione dell’eredità non riuscirei ad allontanarmi da qui lasciando sola Serena …e poi, lasciare il mio lavoro, lasciare questa casa… vorrei avere un figlio… qui, in questa dimora d’altri tempi.

Toni l’aveva guardata senza l’ombra di un sorriso, con uno sguardo tagliente, duro. Si era allontanato da lei di qualche passo. – Ma naturalmente. Sembrerebbe un paradiso terrestre per te e per mio fratello Villa del Glicine. Forse tuo figlio sarà sano e forte… ho già pagato io a questa vita il conto per te… –, aveva aggiunto con un tono permeato di tristezza. – Ho pagato io per tutti e continuerò a pagare per tutti… forse hai ragione tu nel dire che in tutti gli accadimenti della vita c’è a chi tocca la polpa e a chi l’osso, mi secca ammetterlo ma forse hai proprio ragione tu cognatina mia. Non darti troppe arie. Mi hai dato scacco matto ma è un caso, è solo un caso.

– Spero che mio figlio sia sano, ma la paura è tanta –, e vedendolo pensoso, Mariposa gli aveva poi chiesto: – C’è qualcosa che non va?

– Ma naturalmente no. Tutto a posto, anche se è solo un modo di dire –, e si accende l’ennesima sigaretta con il mozzicone della precedente. Più lei lo osservava e più lui l’attraeva, più la intrigava. Mariposa era ridotta al punto che solo a stargli vicino le girava la testa: la sua presenza la turbava da morire, come l’odore che si portava dietro, quel misto di muschio e fumo.

• • •

Prima sono andata all’obitorio della clinica San Camillo. Scendeva il crepuscolo insieme alla neve, ma non ho avuto paura. I morti non fanno del male. Il custode mi ha consegnato la chiave ed io mi sono avviata alla cella mortuaria. Ho fatto un giro di chiave e la porta si è aperta. Era buio pesto nella stanza. Fuori il vento sibilava fra i rami nudi degli alberi e scompigliava la neve. Con la mano ho tastato il muro ed ho trovato l’interruttore della luce. Ho acceso trattenendo il fiato. Lui ora è qui. Disteso dentro la bara coperta da un velo di tulle. Indossa un doppiopetto blu, una camicia bianca e un cravatta blu e rosso amaranto. Non avrebbe più faticato a camminare. È qui, disteso e immobile. Ha sciolto la mia catena. Per sempre. E anche la sua catena ha sciolto. Più lo guardo e più mi pare impossibile che la sua vita sia finita. Lo guardo, e gli chiedo se l’amore può consumarci, può ucciderci, se davvero la morte trionfa sui nostri sentimenti, se la morte trionfa su tutto, su tutto. E se il pungolo del rimorso resterà intollerabile. Avrei voluto ottundere la punta di ferro dei ricordi perché non mi bucassero l’anima. Invece piango, piango e basta.

Lui non mi risponde. Non mi risponderà più, ma il suo corpo immobile e freddo è la risposta che cerco.

…ricordati di me, della mia pelle…

Nell’aria si spande il suo profumo, quel misto di muschio e fumo che mi fa girare la testa come fosse oppio.

“Non parlare, non pensare.
Soprattutto, qualsiasi cosa tu faccia,
non sentire. Se senti, il dolore
ritorna. Non farlo.”

• • •

Mariposa mi racconta che è di questa proprietà che Toni mira ad impossessarsi, di Villa del Glicine. Toni vuole mettere le mani sulla villa e non essere liquidato, e questa rivelazione è come un coltello piantato nel fianco di Mariposa: ad ogni respiro la ferisce più a fondo e più forte. Anela solo a buttare fuori lei e Giorgio con l’inganno.

Si sente tradita. Pugnalata alla schiena. Vorrebbe scappare, ma è obbligata a restare.

Chiama ancora l’amica Ortensia Torresani e le chiede se può recarsi all’ufficio del Catasto per fare delle ricerche su questa casa perché, a questo punto, può essere che Toni abbia fatto qualche imbroglio servendosi dell’ignara Serena che manovra come un burattino, e che magari già si sia impossessato del suo terzo dell’immobile con una finta vendita, diventando così proprietario dei due terzi che gli avrebbero dato il diritto di liquidare il fratello gemello Giorgio.

Ortensia accetta l’incarico che Mariposa le affida. Il giorno dopo ritorna con le mappe catastali nelle quali si evidenzia che la casa è ancora divisa in tre parti e che i tre fratelli ne possiedono una parte in misura esattamente uguale tra loro. Ciò tranquillizza Mariposa, almeno in parte, se non del tutto. Però la sua soddisfazione sarà come una goccia d’acqua nel deserto, si evaporerà in fretta ed i fantasmi torneranno a volteggiare nella sua mente come tanti pelosi pipistrelli dalle nere ali spiegate.

Per il momento le sembra tutto a posto. Le sembra, questo fa la differenza, questa semplice parola: le sembra, che sta per: le sembra ma non è. Non è. Mariposa è frastornata, come fosse sorda o cieca. Brancola nel buio. Cammina tentoni.

Alcuni giorni dopo suona il telefono. Risponde.

– Buongiorno, signora Mariposa Varisco? Parlo con la signora Mariposa Varisco? –, domanda una voce che le giunge nervosa e a scatti.

– Sì… sono io…

– Buongiorno signora Varisco. Sono il direttore della casa di riposo Padre Pio a Paese, e le telefono per dirle che si è liberato un posto per la signora Serena Sabatini …è sua cognata la signora Sabatini?

– Sì …Serena Sabatini è mia cognata…

– Bene signora Varisco, io la chiamo per informarla di questo posto che si è improvvisamente liberato. Mi dica quando può portare sua cognata, ma mi raccomando: in fretta perché quando un posto si libera è un caso fortunato e di solito non rimane libero a lungo. Quando porta sua cognata?

Il direttore della casa di riposo Padre Pio a Paese. Mariposa è perplessa perché sa che l’Assistente Sociale avrebbe consegnato i documenti per il ricovero di Serena alla casa di riposo di San Tommaso. Che lei ricordasse, Toni non aveva mai fatto il nome di questa casa di riposo dove ricoverare Serena.

Che novità era questa?

E cosa poteva rispondere Mariposa al direttore? La cornetta del telefono pare diventata di piombo, è pesantissima, e le palme delle sue mani sono sudate. Ha bisogno di tempo, non può rispondere subito, non può farlo perché nuovamente la paura l’ afferra più violenta di prima. Il cuore le batte a mille. Si sente stanchissima, sfinita, come se stesse camminando da mille anni lungo una strada della quale non scorge la fine.

– Intanto le rispondo che io non posso portare da lei mia cognata perché non è un pacco, casomai potrei accompagnarla –, precisa seccamente, – e se mi lascia il suo numero di telefono la richiamerò al più presto e le darò una risposta –, mormora alfine sentendosi in difficoltà e a disagio.

– Sì, va bene …ma non aspetti molto a decidere perché altrimenti perderà il posto –, ribadisce infastidito per non aver ottenuto subito una risposta affermativa, il direttore, e con un tono di voce nervoso, come se fosse costretto a dire quel che dice, quasi avesse una pistola puntata addosso.

È curioso come il suo modo di parlare e il tono della sua voce spingano Mariposa ad immaginarlo imbarazzato, grasso, appiccicoso, rosso in viso e con le mani dalle dita tozze che stringono un fazzolettino candido con il quale si strofina la fronte sudata e le scappa da ridere, ma subito si dispera ripiombando nella cruda realtà. Appoggia la cornetta dell’apparecchio come si trattasse di qualcosa di fragile e riporta il numero del telefono della casa di riposo Padre Pio di Paese su un foglio. Si sente a pezzi, spaurita come una bimba prigioniera in una stanza buia: sente dei rumori, degli scricchiolii sinistri, ma non riesce a vedere da dove e da cosa provengano. È prigioniera del buio, come fosse cieca, il cuore attanagliato da un’indescrivibile ridda di sentimenti e un nodo che le stringe la gola. Lei, sempre sicura di se stessa, delle sue decisioni e delle sue azioni, ecco che invece d’improvviso si trova spaesata, insicura da morire, ferma, anestetizzata, i muscoli del corpo immobili, paralizzati come se si fosse cosparsa di crema al botox.

– Cosa devo fare? – si domanda angosciata – Nuovamente la paura di perdere Villa del Glicine l’assale. Se Serena fosse ricoverata nell’istituto di Paese, e qui il posto c’è davvero!, lei e suo mio marito perderebbero di certo Villa del Glicine perché Toni sarebbe libero di fare uno dei suoi giochetti di prestigio e sfilargliela da sotto il naso legalmente, senza che nessuno possa pronunciare nemmeno una parola, una sillaba, un “Ma …”, senza che nessuno possa avanzare una qualsiasi obiezione.

Come poteva comportarsi Mariposa in quel frangente? Fingere che quella telefonata non fosse mai arrivata, perché Serena restasse qui, per sentirsi al sicuro? – Ma …e se Serena desiderasse andare in quel posto? – si chiede. Mariposa vive momenti terribili. In lotta con la propria coscienza, lacerata dal desiderio di tacere e dalla consapevolezza di non dovere, e di non potere, stare zitta, non parlare di questa telefonata con la cognata.

Alla fine si decide. – Sia quel che deve essere – conclude, – tanto, sarà quel che deve essere indipendentemente dal mio volere – e va in camera da Serena. Ha le gambe che tremano, le ginocchia di carta velina e i piedi di piombo; la sua coscienza è leggera ma il suo animo è pesante, schiacciato da brutti presentimenti, da una gelida paura, è un serpente che, strisciando di nascosto muove solo le foglie sopra di esso e si rende indistinto, vago, si sente che c’è ma non si sa dov’è.

– Serena… –, chiama piano.

La cognata è distesa a letto come sempre, lei trascorre quasi tutta la giornata in camera sua e non reca alcun disturbo – Sì, che c’è Mari? –, domanda distogliendo lo sguardo dal film che danno in televisione e volgendo impercettibilmente il capo nella sua direzione.

– Niente …volevo chiederti se …sì … insomma… andresti in una casa di riposo? –, balbetta Mariposa.

– Perché? –, domanda Serena mettendosi di colpo seduta sul letto e di colpo interessata, – Hanno telefonato? C’è posto per me?

– Sì… –, dice sconsolata Mariposa per quello scatto che la cognata ha avuto, – hanno telefonato …ma Serena …sul serio andresti in quel posto?

– Perché no? Lì mi cureranno …mi guarderanno… starò bene lì…

Mariposa non crede alle proprie orecchie!

– Anch’io ti guarderei Serena …non credere che si stia bene in casa di riposo, non è come vuole farti credere tuo fratello… –, tenta d’improvviso ma senza nessuna speranza, parlando più a se stessa che alla cognata e facendo un notevole sforzo per non scoppiare a piangere. Senza aspettare una risposta Mariposa scende in salotto e cammina avanti e indietro, calpestando nervosamente i pregiati tappeti persiani, irrequieta. “Farò un buco prima nei tappeti e poi nel pavimento fino a trovare il petrolio se continuo ad andare avanti e indietro come una pazza”, pensa sorridendo nervosamente e sfregandosi le mani sudaticce che ogni tanto, ritmicamente, si passa sui capelli per scostarli dalla fronte. Avrebbe dovuto chiamare il direttore della casa di riposo a Paese e dirgli che sua cognata accettava di ricoverarsi.

Questo doveva dire Mariposa a quel direttore, ma non riusciva a decidersi di alzare la cornetta del telefono e formare quel numero che aveva scritto con un pennarello verde su un foglio bianco. Le lacrime salmastre scivolavano lungo il suo viso bagnandole le labbra. Stava per perdere Villa del Glicine: era sufficiente che sollevasse quella maledetta cornetta da quel maledetto apparecchio e tutto si sarebbe sistemato. Per Toni. Non certamente per lei. Era come se fosse in bilico su un burrone: bastava un soffio d’aria per farla precipitare. Eppure, istintivamente, si aggrappava con le unghie e con i denti per non cadere nel vuoto, per non cedere allo sconforto anche se si sente persa, sconfitta, come una colomba alla quale hanno tagliato le ali.

“Sembra proprio che Toni avrà la meglio, assorbire i suoi colpi è difficile e la mia sconfitta sarà il suo trofeo di caccia. Questa benedetta-maledetta villa!” pensa Mariposa, “Potrebbe prendersela, perché no? Ce ne sono di case qui a Treviso per me e mio marito…” ma poi immediatamente si rivolta contro se stessa, si ribella quasi si trattasse di un’altra persona, come una vipera alla quale abbia pestato la coda: “E perché?” si domanda arrabbiata, “Perché accidenti si? Perché dovrei cedere a lui? Perché cavolo dovrei lasciargli Villa del Glicine? Perché?”

Non si capacita Mariposa, eppure sembra che non ci sia scampo, che il dramma sia inevitabile, com’è inevitabile che le stagioni si susseguano l’una all’altra, che la notte segua il giorno e viceversa, finché la vita smette.

Ed è in uno stato parossistico, tesa come le corde di un violino nell’istante prima di spezzarsi, quando sente il ciabattare di sua cognata Serena e la sua voce rauca per il raffreddore che aveva preso agli inizi di questo inverno insolitamente umido, che la chiama come sempre con il diminutivo: – Mari… ci sei?

Era scesa dalla camera da letto e la sua alta figura si stagliava contro la porta del salotto. Mariposa alza lo sguardo sulla cognata senza aspettarsi nulla di buono: – Sì? Dimmi Serena…

– È stato Toni a dirmi che devo andare in casa di riposo …ha detto che a te non devo chiedere niente e che tu non hai tempo di accudirmi e di seguirmi …lui non vuole che io ti parli né che ti chieda aiuto …è stato Toni a volere così …è lui che vuole che vada in casa di riposo, lui …da due mesi a questa parte non fa che ripetermi le stesse cose, da quando nostra madre è morta e Fifì se n’è andata via; viene qua a dirmi che devo andare in casa di riposo perché tu andrai via con Giorgio, nostro fratello gemello. Io non sapevo come fare, credevo avesse ragione … tu sei così gentile e così giovane in confronto a me, hai un lavoro che ti piace, come posso chiederti di badare a me così malridotta?

Mariposa ha un tuffo al cuore. Un violento spasmo provocato dalla sorpresa di quella timida confessione della cognata le serra la bocca dello stomaco.

Ancora non ha afferrato in tutta la loro importanza le parole della cognata Serena, ma la guarda fisso, sbalordita, come vedesse qualcosa che non ha mai visto, una specie di meraviglioso refrigerio le parte dal cuore e le sale in gola, addolcisce il suo palato e frena le sue lacrime: come bere una sorsata d’acqua dopo una lunga corsa sotto un sole d’agosto.

– Chiedimelo Serena: domandami tutto ciò che vuoi: io sono qua anche per te. Se non ho seguito Giorgio in giro per l’Europa è anche per te oltre che per il mio lavoro... – e sottovoce aggiunge “e per Villa del Glicine che non lascerò a Toni manco morta” – Chiedimi quello che vuoi Serena, ti prego.

E Serena continua dicendole: – Mari, se tu ti prendessi cura di me io preferirei restare qui, in questa casa. È qui che vorrei morire …anche se fosse domani.

Se tu ti prendessi cura di me io preferirei restare qui, in questa casa. È qui che vorrei morire anche se fosse domani…” queste parole sono melodie per Mariposa.

Un groviglio di emozioni le sconvolge i pensieri. Freme, impaziente come un cavallo da corsa che scalpita per andare in pista. Guarda la cognata e considera quanto si deve essere sentita sola dopo la morte di sua madre, e considera pure quanto doppiamente sola l’ha fatta sentire suo fratello Toni obbligandola a non rivolgersi a lei.

Allora Mariposa le risponde con entusiasmo: – Certo che mi prenderò cura di te, Serena! – e arresta il suo penoso e pensoso andirivieni nevrotico. – Non ascoltare Toni –, prosegue Mariposa contenta per aver schivato questo tranello, ma nello stesso tempo con l’amaro in bocca perché Toni era pur sempre Toni, l’uomo del quale era innamorata, e coltivava la dolorosa consapevolezza che fino a quando lei sarebbe rimasta in questa casa e con sua sorella, non avrebbe potuto perderlo di vista, non avrebbero potuto perdersi di vista “Anche per non perderlo!” si disse disperata Mariposa, “Perché qui lui dovrà venire sempre per vedere sua sorella …e vederlo, solo vederlo, magari spiarlo dalle fessure dei balconi sarà pur meglio del niente che altrimenti avrei andandomene via da qui.” Questa realtà che concepisce lì per lì, le fa mancare il fiato, e a stento riesce a mormorare alla cognata Serena: – Lascia stare quanto ti ha detto Toni, e chiedimi tutto ciò di cui hai bisogno senza riguardi.

– Va bene –, risponde la donna. – Mi prepareresti una pastasciutta per domani a mezzogiorno? Sai, non sono una brava cuoca …non sono capace di seguire la dieta dei diabetici… prima c’era la governante che pensava a tutto…

Vero. Vero. Vero. Troppo presto dopo la morte della suocera Mariposa, presa dagli impegni che la sua professione richiedeva, aveva dimenticato che Serena aveva perso anche Fifì, la cameriera moldava che se n’era andata via subito dopo la morte di sua suocera. Mariposa aveva cercato un’altra domestica nei giorni che immediatamente seguirono la morte della suocera, ma senza successo, e quindi aveva lasciato perdere, come aveva lasciato perdere Serena sapendo che Toni, comunque, c’era sempre, controllava che avesse mangiato e che avesse preso le medicine, e orchestrava magistralmente la vita della sorella, e anche la sua, a quanto pareva visti i risvolti.

Ora di colpo come risvegliandosi da un lungo sonno, Mariposa si rendeva conto che doveva assolutamente rimediare alle sue mancanze. E sperava di essere ancora in tempo per salvare capra e cavoli perché stava imparando che chi sopravvive non è il più forte o il più scaltro, ma chi resiste meglio ai cambiamenti.

– Come no! Certo che ti preparo la pastasciutta Serena –, le risponde Mariposa sicura, – da domani ti preparo io da mangiare e ti farò seguire una dieta ferrea, e prima o poi riusciremo a sostituire Fifì con un’altrettanto brava governante, ti pare? Tu Serena devi solo stare tranquilla –, le risponde tentando un sorriso malriuscito, un sorriso che cela lacrime pungenti, amare.

– Va bene –, aggiunge la cognata, e ritorna in camera da letto, soddisfatta.

Mariposa invece, oltre ad essere tremendamente abbacchiata come un cane bastonato dal suo padrone, ha un diavolo per capello, è arrabbiata in primis con se stessa per non essersi accorta di quanto le accadeva intorno, e poi con Toni. “Come ha osato, Toni, dire quelle cose a Serena? Come ha potuto impedirle di chiedermi aiuto quando viviamo sotto lo stesso tetto? Come si è permesso di fare questo?” Non si raccapezza. “Come ha potuto dire queste cattiverie a sua sorella, gemella per di più, con la quale il legame avrebbe dovuto essere più saldo, una donna così debole e indifesa, che perdendo la madre aveva perso il suo bene più grande, l’ancora a cui aggrapparsi, ed era rimasta sola?” Poi con amarezza considera che anche lei ha la sua parte di colpa nell’aver lasciato sola Serena, non solo Toni.

A quel punto Mariposa avrebbe messo la mano sul fuoco che Toni aveva a che fare con la telefonata del compiacente direttore della casa di riposo di Paese. E poi, di colpo, si chiede allarmata: “Ma non avrà messo lo zampino anche con Fifì? A suo tempo m’era parso strano che se ne fosse andata via in tutta fretta… non ci sarà di mezzo Toni? Non l’avrà spinta ad andarsene per far restare da sola la sorella e poterla dominare meglio? Santa pazienza!” E a pensarci bene, ora, a mente fredda, Mariposa si domanda quante volte era entrato nelle sue stanze, Toni, senza che lei ne sapesse niente? E quante volte aveva sbirciato tra le sue cose intime e personali senza che lei ne sapesse niente, nello stesso modo in cui aveva curiosato riguardo al libro di Martin Eden che lei teneva religiosamente riservato sul suo comodino della camera nuziale riservata a lei e a Giorgio? E quante volte aveva fatto visita alla gemella Serena, per inculcarle in testa strane idee, per indurla a fare come lui voleva, senza che nessuno ne fosse al corrente? La situazione stava diventando inquietante. Ed ora la casa di riposo di Paese. Ecco perché il modo di esprimersi del direttore in questione le era risultato sgradito a pelle, perché se lo immaginava viscido e untuoso, falso e inaffidabile. “Eh sì” pensa Mariposa “Toni vuole a tutti i costi ricoverare Serena da qualche parte, non importa dove, importa solo che vada fuori da questa casa e la lasci libera magari per lui.”

Arrabbiata, ma animata da una nuova e potente volontà, Mariposa alza il ricevitore del telefono, compone il numero dell’ufficio del direttore della casa di riposo di Paese e a lui che risponde di persona alla chiamata dice con tono asciutto: – Per il momento mia cognata resta qui a casa. E dica al signor Toni Sabatini che si vergogni! Buongiorno. – E chiude la comunicazione. “Sì, Mari” mi dico, “hai fatto la cosa più giusta.” Si dà del “bravissima” anche se è sgradevolmente sorpresa per quanto, poco a poco, sta succedendo.

È deciso allora, considera Mariposa, Serena Sabatini rimarrà qui, non andrà in nessuna casa di riposo. E così, forte di questa sua decisione e della felicità che aveva letto sul viso di Serena quando le ha detto che poteva rimanere, Mariposa telefona a Toni ma risponde Rinalda, la moglie, allora non va per il sottile: la detesta per il solo fatto che ha sposato Toni.

È arrabbiata e non ha intenzioni amichevoli, tanto è vero che appena sente la voce della cognata all’apparecchio la aggredisce senza tanti preamboli: – Chiamo per dirti che Serena vuole restare qui e non andare in casa di riposo. Troverò una badante o una donna di servizio che si prenda cura di lei quando io non ci sono, quindi, per piacere portami il libretto di deposito postale con i suoi risparmi, sai, quello che tuo marito si è preso di nascosto dal comò di sua madre subito dopo la sua morte. Cosa ci fa lui con i risparmi della gemella? Vorrei comperarle qualcosa da vestire, della biancheria e un paio di lenzuola per il suo letto. Nostra suocera, lo sai, aveva poca biancheria perché era avara come tutti gli anziani, e preferiva tenere il denaro sotto il materasso piuttosto che spenderlo, anche se avrebbe avuto bisogno di tutto, quindi biancheria ce n’è poca e quella poca che c’è è vecchia.

Non avesse mai pronunciato queste parole! Al di là del ricevitore il silenzio più assoluto. Rinalda è ammutolita e Mariposa se la sto godendo. “Per la miseria!” pensa arrabbiata “Toni ha tutti i soldi di Serena, mentre io e mio marito che viviamo sotto lo stesso tetto, non abbiamo in mano niente, come fossimo due turisti di passaggio, e poi dicono che i gemelli si vogliono bene, più che i fratelli, che hanno un legame indistruttibile. A me pare che il legame dei tre Sabatini sia intriso di tutto fuorché di affetto e di amore…” e considera di colpo che a proposito degli odi familiari Toni parlava per esperienza diretta.

Ad un certo punto Rinalda farfuglia: – Ma… tu… tu avresti il coraggio… di chiedere a Toni i risparmi di Serena …tu avresti il coraggio di fare questo…

– Come no! Certo che ho il coraggio di farlo! –, esclama Mariposa risoluta. – Perché non dovrei? Se i soldi sono di Serena perché li deve tenere tuo marito? Anche quelli della loro madre: perché li deve tenere lui e solo lui averne il monopolio?

– Ma… i soldi di Serena non li tocchiamo, nemmeno quelli della povera mamma …sono per tutti …tutti e due i fratelli …quando morirà divideremo …e la villa andrà a chi avrà il diritto di averla… –, seguita a balbettare Rinalda.

“Santo cielo! Ma che cavolate sta dicendo questa pavida e scialba donna?” si chiede Mariposa “Cosa blatera?” Non ci vede più e sbotta: – Ma Serena non verrà a morire a casa tua! È ancora viva e vegeta e credo che non le dispiacerebbe avere qui i suoi soldi, no? Non lo credi? Ha bisogno di un sacco di cose per la miseria! – La provoca, Mariposa, la pungola e può sentire il disappunto della cognata correre lungo il filo del telefono. È certa che quanto le ha appena detto l’ha turbata, e si sta mangiando la bile. – E chi avrebbe il diritto di avere la casa se non io e Giorgio che ci abitiamo dal giorno del nostro matrimonio? Perché non siete rimasti qui tu e Toni anziché costruirvi una casa nuova, se tanto questo posto vi interessa?

– Farò solo quello che mi dice Toni! –, sentenzia alla fine Rinalda.

Mariposa è sconcertata. Le parole della cognata le danno il disgusto, ha in bocca un sapore acre, come avesse bevuto succo d’uva cruda. Scrolla il capo mentre pensa che non ci sono limiti alla pochezza della donna. “Perché mai Toni l’avrà sposata? Possibile che fosse disperato a tal punto? Non ci possono essere che due risposte a questa domanda: o aveva bevuto troppo o aveva sniffato dell’eroina” si dice Mariposa incredula. – Senti Rinalda –, dice alfine comprendendo che da lei non avrebbe ottenuto niente, – Se non mi porterai qui il libretto postale di Serena che tieni in casa, discuterò la questione con Giorgio, e bada bene che fino ad ora non gli ho detto niente per non procurargli un dispiacere facendogli capire che razza di fratello e di cognata si ritrova. Adesso ti saluto, devo andare al supermercato, ma sappi Rinalda, sappi che di qui io non mi muoverò, così Serena e Giorgio, sappi questo!

Aveva fatto la voce grossa, Mariposa, aveva tuonato contro la cognata, ma dentro era una gelatina, e la sicurezza che ostentava era una facciata per mascherare le sue paure.

Mariposa aveva taciuto a Giorgio quanto stava succedendo per non preoccuparlo, perché essendo lontano avrebbe ingigantito tutto e a lei non pareva il caso, anche perché nella sua ingenuità era convinta che tutto si stava risolvendo, o che si sarebbe risolto in breve tempo. Non si era ancora accorta, Mariposa, che i pesci che le giravano intorno non erano giocherelloni delfini ma squali in attesa dell’odore del sangue per assalirla.

Dopo aver chiuso la conversazione con la cognata Rinalda, Mariposa va a prepararsi per uscire e recarsi al supermercato. Si sta spazzolando i capelli quando sente la voce di Toni provenire dal giardino. Non si erano più avvicinati dopo il loro rientro da Roma. L’accordo era tacito: non si sarebbero più frequentati, invece di colpo Mariposa, illusa come solo ci si può illudere per amore, pensa: “È tornato! Toni è tornato, come tornano le rondini a primavera. Già una volta mi aveva detto addio e poi è tornato, così adesso. Non poteva lasciarmi così, non può… non possiamo!”

Il cuore le batte veloce e il viso le si imporpora per l’emozione. Al settimo cielo per la felicità molla di colpo la spazzola che cade rumorosamente sul pavimento dell’antibagno ed esce di corsa per andargli incontro, ma arrivata sulla soglia si ferma di colpo, sorpresa. Vede Toni agitato, nervoso, paonazzo in viso ed incapace di stare fermo, come se fosse scalzo ed i suoi piedi poggiassero sui carboni ardenti. È una visione grottesca. Toni parla con Serena che è seduta fuori all’ombra del pino. A Mariposa si serra la bocca dello stomaco perché intuisce che Toni non è qui per lei. Non è qui per loro due. Sua sorella, chi vuole lui adesso è sua sorella Serena. “Ma che vuole da lei?”, si domanda preoccupata Mariposa. E uscendo in giardino glielo chiede: – Cosa vuoi da lei? – Toni non le risponde preferendo ignorarla, come non esistesse, come non ci fosse. Lo sente dire a Serena che è venuto a prenderla perché vuole farle visitare la casa di riposo a Paese. Serena non vorrebbe seguirlo, ma Toni, agitato come punto da una tarantola, la incalza dicendo: – Dai …andiamo solo a vedere quell’istituto …lo visiti, guardi le stanze e poi se non ti piace, se non vuoi restare torneremo a casa.

Mariposa seguita a guardare interdetta la scena che si presenta davanti ai suoi occhi. È allibita. Fissa Toni, inquieta, continua a chiedergli una spiegazione ma lui continua a non prestarle la minima attenzione, sembra spinto da chissà quale malefica forza mentre cerca di convincere Serena ad alzarsi dalla panchina, di mandarla in camera a cambiarsi e di andare con lui a visitare la casa di riposo a Paese. Serena è impaurita, non vorrebbe muoversi, ma nello stesso tempo si alza perché non ha il coraggio né la forza sufficienti per contrastare il volere del gemello. Mariposa non può fare niente. Non può opporsi a Toni, non ha nessun potere per impedire che Serena lo segua, ed è per questo particolare che Toni si fa forza, e anche se tentasse di fermarla le farebbe solo del male perché la povera donna non saprebbe chi ascoltare, non saprebbe se dare retta alla cognata oppure al fratello. E Toni è suo fratello gemello, e un fratello è pur sempre un fratello, un gemello poi è considerato più di un fratello… solo in teoria come si potrà vedere nello svolgimento dei fatti. Così Mariposa lascia che Serena salga in camera e si vesta per andare a visitare la casa di riposo Padre Pio a Paese. Toni è al piano superiore, dov’è salito con notevole fatica come sempre, ed incita Serena a prepararsi: – Veloce Serena, più veloce… muoviti sorella –, bofonchia.

Anche Mariposa sale. Toni la fissa senza dire una parola, lontano mille anni luce dai momenti allegri che hanno trascorso insieme, ha i lineamenti contratti, tirati, il respiro affannoso e gli occhi arrossati. È un’immagine tanto strana da sembrare irreale. Se fuori fosse buio Mariposa potrebbe pensare che sta sognando, ma la luce del giorno, seppure la pallida luce di un pallido giorno, rischiara quella orribile scena.

– Qualcuno ti ha chiamato? –, le chiede Toni.

– No –, risponde Mariposa.

– Ma naturalmente. E allora? Cosa vuoi?

– Niente –, mormora stranita.

– E allora togliti di mezzo! – aggiunge stizzito.

Lei lo guarda incapace di reagire, spaventata, proprio come desiderava lui che si era fermato ad osservarla con insistenza, torvo. – Comportati da brava bambina e lasciami in pace almeno per una volta. Vai via, non tormentarmi ancora. Sono troppo stanco… non sto bene e la gamba mi duole con questo tempo gelido. Ti prego vai via. Non ho bisogno di te, non voglio aver bisogno di te –, e si passa una mano sugli occhi come a voler scacciare qualcosa che gli da fastidio. – Va via! –, urla, – Non voglio più vederti… –, grida caparbio, risoluto.

Mariposa è senza parole. “È impazzito!” formula angosciata in una frazione di secondo, “È impazzito!” Le gambe le tremano. Non sa più cosa pensare, cosa dire. E anche se il metallico riverbero della luce che entra dai finestroni le fa capire che non sta sognando, lei si sente prigioniera di un incubo. “Mi sveglierò”, pensa tremando come una gelatina di mirtilli.

Ma non è così. Non sarà così. L’incubo sta diventando la sua vita, l’incubo è Toni, è lei, sono loro due, e non se ne libererà mai.

Credeva Mariposa, che Toni avesse abbandonato il proposito di ricoverare Serena in una qualche casa di riposo, in special modo dopo che lei aveva riferito al direttore dell’istituto di Paese che Serena voleva rimanere nella propria casa, e invece era tornato, più deciso di prima, più determinato a raggiungere con qualsiasi mezzo il suo scopo.

“Se solo ci fosse Giorgio!” pensa impaurita Mariposa. Però suo marito non c’è, è sola, e intuisce in un attimo che se Toni riuscirà a portare Serena a Paese non le permetterà più di ritornare qui a casa, non tornerebbe indietro nemmeno se lo volesse: verrebbe fatta accomodare in una camera, stesa in un letto e imbottita di psicofarmaci, in fondo, Serena è depressa, e la depressione è considerata una malattia mentale, quale migliore giustificazione? Sarebbe stato plausibile.

“Cosa posso fare?” si chiede Mariposa mentre il cuore le martella in testa. “Come posso fare?” Dire che è disperata è dire poco. I suoi nervi raggiungono il parossismo. Ma in pochi istanti passa dalla disperazione all’entusiasmo, sorprendendo perfino se stessa per la semplicità con la quale il problema si può risolvere: decide di seguire Toni con la propria automobile: semplice, no? Perfino banale. “Perché non ci ho pensato subito anziché sudare freddo per la paura?” si dice tranquillizzandosi un po’. Se Serena non voleva restare a Paese, Mariposa l’avrebbe riportata a casa. Toni non si oppone, non può farlo: lei non può impedirgli di convincere Serena a seguirlo e lui non può impedire a lei di seguire loro due. Così Mariposa fa quello che l’istinto, o l’intuito, le suggerisce, e segue con la propria vettura il taxi dov’è salito Toni. Serena è seduta al suo fianco. Arrivano alla casa di riposo in questione, e parcheggiano. Toni aiuta Serena a scendere dalla vettura, non l’aiuta per gentilezza ma solo per fare più in fretta, e insieme si avviano all’entrata dell’istituto Padre Pio. Serena, tenendo le mani dietro la schiena, si guarda intorno e scrolla la testa ripetendo: – È una casa di riposo Toni …che dovrei vedere? È solo una casa di riposo…

E Toni gli risponde: – Ma naturalmente no, non vedi cosa è scritto nei cartelli? Casa di soggiorno Padre Pio… questa è una casa di soggiorno e non una casa di riposo, guarda com’è grande e spaziosa, guarda che bella veduta sulle colline di Paese, pensa alle passeggiate che potrai fare… vieni…

E Serena a seguirlo con passi incerti, incapace di ribellarsi al fratello, a scuotere la testa e a ripetere in una cantilena: – Una casa di riposo, ecco cos’è questa …una casa di riposo come le altre –, incerta, soggiogata dal più forte si guardava intorno, disperata come un cucciolo gettato in acqua ad annegare. Ecco, proprio questo era Serena in quei momenti: un cucciolo gettato in acqua ad annegare.

Mariposa cammina sempre ad un passo da loro due, senza permettersi di aprire bocca e di fiatare. È come un’ ombra che grava su Toni, lo osserva di sottecchi e si rende conto che il suo nervosismo, col trascorrere dei minuti, lievita spropositatamente.

Anche Mariposa è molto nervosa. Tesissima. Il cuore galoppa nel suo petto come un cavallo selvaggio in una sterminata prateria. Il suo silenzio è la misura della sua paura. Non una parola esce dalla sua gola arsa (non per il caldo), non un fiato per il timore di rovinare tutto. Il nervosismo le impasta i muscoli del corpo come una vischiosa colla di farina fecola e acqua. Cammina sul ghiaccio. Segue Toni e Serena e intanto pensa, riflette. Tace e osserva. Aspetta. Ma non sa di preciso cosa aspetta. Aspetta. Il tempo si è fermato in un eterno momento. Fatica a respirare. Continua a sentire in bocca il sapore della paura, un sapore di latte andato a male. I minuti sono più lunghi di un’eternità. Tutto sembra dilatarsi, stravolgersi, deformarsi come sotto l’effetto di un allucinogeno. C’è un po’ d’aria che le scompiglia i capelli e le sembra la carezza di una mano amica. Il suo cuore non si tranquillizza, seguita a palpitare, affannato, preda di brutti presagi.

Ricorda i suoi incubi di bambina, nei quali sognava di precipitare dentro le crepe che i terremoti spalancavano nel terreno. Sente di essere ancora quella bambina impaurita e teme di non farcela, teme di non riuscire a destreggiarsi in una situazione tanto delicata, era come se giocasse con il fuoco vicino a un deposito di dinamite.

In quei frangenti lei e Toni giocano una partita a scacchi e il premio in palio è Serena: chi vince se la tiene, e con lei tiene la casa. La posta in palio è grossa e tutti e due, Mariposa e Toni, cercano di vincere con l’astuzia la partita. La povera Serena ignara dell’atmosfera che grava intorno a lei, ignara dei due che se la contendono, continua a intercalare spaventata: – Toni, questa è una casa di riposo …è una casa di riposo.

E Mariposa ascolta Toni replicare ogni volta, e ogni volta sfoderando un sorriso forzato allo scopo di ostentare una sicurezza e una felicità che gli difetta ma che pretende di infondere nella sorella: – Ma naturalmente no che non è una casa di riposo! Non vedi che sui cartelli è scritto casa di soggiorno? È come un albergo questo posto, Serena …è una casa di soggiorno, una casa di soggiorno… –, e fuma con gesti nervosi, fuma aspirando lunghe e profonde boccate.

Mariposa continua ad osservarlo di sottecchi.

Con Toni stava giocando una partita a scacchi e non poteva permettersi, non potevano permettersi, il lusso di avere un calo di tensione. Ognuno di loro due faceva le proprie mosse. Mariposa aspettava e lui agiva. Il loro modo di giocarsi Serena e con lei Villa del Glicine era differente, ma Toni era in vantaggio rispetto a Mariposa perché aveva con se Serena, perché Serena era sua sorella e perché lui di Serena ne ha sempre fatto, e forse lo avrebbe fatto anche in quella occasione, ciò che ne ha voluto. Questo era la preoccupazione di Mariposa: che anche questa volta riuscisse a far valere la sua ferrea volontà sulla debole sorella gemella. Intanto continuava ad aspettare senza sapere cosa aspettarsi. D’altra parte, non poteva fare altro. Incalzare Serena perché tornasse a casa nello stesso vigoroso modo in cui Toni cerca di convincerla a restare lì a Paese non pareva a Mariposa una buona tattica. Meglio aspettare. Aspettare. Aspettare. Ad un certo punto Toni invita la sorella ad entrare nell’ufficio del direttore, e lei li segue, sempre muta.

Serena che detesta stare tra gente estranea, ad un tratto incomincia a fissarla. Mariposa capisce che cerca il suo aiuto e di botto la sua tensione si allenta, si arriccia su se stessa come le corde di un violino recise con una lametta. Si sente di nuovo leggera e fluttua nell’aria come un petalo di rosa sollevato dal vento. Così, lentamente e con finta noncuranza avvicina la cognata, e sottovoce le chiede: – Sei stanca? Vuoi che andiamo a fare la spesa e poi a casa a preparare il pranzo? – E quasi trattiene il respiro per evitare che i disordinati e furiosi battiti del suo cuore, che già le echeggiano negli orecchi, si sentano nel raggio di cento metri e che facciano capire a Toni lo sgambetto che gli sta facendo.

Alla domanda di Mariposa Serena annuisce con un cenno del capo e con lo sguardo spaventato, si intuisce che è smarrita, timorosa di seguire Mariposa e di contrariare Toni.

– Cammina lentamente fino alla mia macchina e sali –, le sussurra Mariposa, – la portiera è aperta, io ti seguirò …vai tu, intanto …vai, sei libera.

Ha la gola strozzata Mariposa, come avesse ingoiato un boccone troppo grosso e non riuscisse a deglutirlo, e il cuore che sembra scoppiarle nel petto.

“Scacco matto Toni!” pensa. “Scacco matto…”

Si sente vacillare per l’emozione, come quando ci rendiamo conto dello scampato pericolo e le gambe diventano molli, cedono, e il viso si imporpora per il sangue che riprende a fluire, veloce, nelle vene, ci si affloscia, inerti, talmente straniti da sentirsi quasi catapultati in un’altra dimensione.

Serena non se lo fa ripetere due volte, si avvia verso la vettura della cognata e sale chiudendo sveltamente la portiera. Mariposa intanto raggiunge Toni che è a pochi metri di distanza. – Io vado a casa con Serena perché sostiene che è stanca e che non vuole rimanere qui …ciao –, gli dice, e mentre muove il primo passo per girargli la schiena e andarsene il cuore continua a rimbombarle negli orecchi, e teme desolata e impaurita che Toni vada a riprendersi Serena e la riporti indietro.

– Ma naturalmente. Vai vai! –, le dice con finta indifferenza e una calma tradita dalla sigaretta che fuma nervosamente, che si porta spesso alla bocca con mani tremanti. Poi aggiunge risoluto: – Ti ho sottovalutato … vai vai –. Ha i lineamenti contratti, irrigiditi come quelli di una maschera di cartapesta. – Tu vai che io resto a scusarmi col direttore: qualcuno dovrà pur farlo, no? –, e abbozza un sorriso per farle credere che tutto va bene, che non ha rilevanza il fatto che lei riporti a casa Serena. Però Mariposa sa che non è così. Affatto. Avrebbe voluto abbracciarlo perché aveva capito che gli era caduto il cuore a terra, avrebbe voluto addolcire la sua delusione, sollevare il suo spirito. Ma non poteva fare niente, non riusciva a fare niente: stavano trasformandosi in due nemici, e come due nemici avevano cominciato a combattersi senza regole. Non vi è nulla di più velenoso e deleterio dell’amore che si trasforma in odio. Si sono fissati in silenzio, muti, tesi. Nell’aria gravava un’atmosfera innaturale, com’era sempre successo dal giorno in cui si erano conosciuti, e così era stato anche in quel frangente. Di diverso da sempre, in quel frangente, Mariposa leggeva l’odio negli occhi di Toni, l’odio che si stava insinuando anche nelle pieghe della sua carne, del suo cuore, che stava avvelenando i suoi pensieri, che logorava i suoi nervi, che li corrodeva come fossero cosparsi di acido muriatico.

– Ma naturalmente vai, vai –, ripete Toni.

– Vai vai –. Mariposa non se lo fa ripetere una terza volta. Con passi veloci raggiunge la sua vettura, sale facendo un sorriso d’intesa a Serena che si è già accomodata, rigida, intimorita, e si sfrega le mani per scaricare la tensione accumulata poco prima. Avvia il motore e parte. Ha lo stomaco in bocca, le mani le tremano e non riesce ad inserire bene le marce della vettura. “Distruggerò il cambio” pensa, ma appena uscita dai cancelli della casa di soggiorno di Paese ritrova l’equilibro e la sua guida ritorna ad essere calma, “tutto fila liscio” pensa lei, “come l’olio”.

L’olio è sì liscio, ma anche vischioso, scivoloso, soffocante, ha due facce, e presto Mariposa avrebbe capito quanto fosse riduttivo questo modo di dire, questo “liscio come l’olio”. Infatti la partita non era trionfalmente finita come lei credeva, non era ancora finita come lei, ingenuamente, credeva.

– Via di qua! Si torna a casa Serena! –, dice soddisfatta, e improvvisamente un brivido di gelo le sferza la schiena al pensiero che se Toni fosse arrivato a casa loro cinque minuti dopo, solo cinque minuti dopo!, avrebbe portato via Serena in tutta tranquillità dato che lei sarebbe stata a fare la spesa. Si è trattato proprio di una strana coincidenza. Per una manciata di minuti non si è trovata senza casa! Una manciata di minuti ha deciso per Mariposa! È sorprendente. E pensa: coincidenza? Caso? Fatalità? Destino? Oppure si tratta d’altro, di qualcosa più banale, più prosaico, ad esempio di una soffiata, forse che Toni ha avuto da qualcuno, per esempio da Rinalda con la quale poco prima aveva avuto una interessante conversazione telefonica, e alla quale aveva detto che sarebbe andata al supermercato, la notizia che sarebbe uscita di casa e di conseguenza Serena sarebbe rimasta da sola? “Rinalda… che persona è Rinalda” Mariposa se lo domanda. “Venderemo la nostra parte di Villa del Glicine a chi ne avrà il diritto”, questo le aveva detto, ma cosa cavolo intendeva con queste parole? E Mariposa capisce che solo Rinalda poteva aver avvisato Toni del fatto che stava andando al supermercato, non il Destino, non il Fato, non il Caso, non le Coincidenze hanno consigliato Toni di passare a prendere Serena, ma Rinalda, una persona che fa il doppio gioco, una persona che con la mano destra ti fa una carezza e con la sinistra ti accoltella. “Sleale fino al midollo. Dunque Rinalda riporta a Toni tutto ciò che io le dico” considera Mariposa “Non ho dubbi, non dopo quanto è successo poco fa. D’altro canto, Toni è suo marito, che avrebbe dovuto fare di diverso?” – Torniamo a casa Serena! –, pronuncia questa frase ad alta voce per farsi forza.

E lei ripete: – A casa nostra staremo meglio Mari. Vai, corri, scappa da questo posto –, incita la cognata con la voce ancora tremante per la paura di essere lasciata in quella casa di riposo.

Serena aveva bisogno di lei e lei doveva esserci.

Tornano a casa, a casa loro come dice giustamente Serena, a casa loro, perché questa sarà casa loro e di nessun altro. “Non lascerò questa casa nemmeno morta”, pensa “nemmeno da morta, resterà qui il mio spirito che aleggerà sopra i grappoli color lilla del glicine”. Mariposa è soddisfatta di se stessa. Ha agito d’impulso, d’istinto, ma ha agito con un coraggio del quale si stupisce perché non riesce a capire dove l’abbia trovato. Pur se è ancora stupefatta per il comportamento di Toni, è tuttavia soddisfatta perché intuisce che l’aver salvato Serena dalle grinfie del fratello e della casa di riposo di Paese, vuole dire anche aver salvato Villa del Glicine dalle grinfie di Toni.

Mariposa avrebbe dato una mano alla cognata evitandole la reclusione nella casa di riposo e lei avrebbe salvato la casa, nel senso che continuando a possedere il suo terzo avrebbe impedito a Toni di avere la maggioranza. Questo era ciò che contava. Solo prendendosi cura di Serena Mariposa si sarebbe presa cura anche di se stessa, di suo marito, così stavano le cose, che le piacesse o meno. Prende atto della nuova situazione che si è creata, del fatto che il sogno di restare da sola con il marito in questa casa si è dissolto come nebbia al sole, e si tranquillizza.

Ma quella sera, intorno alle venti, il telefono squilla. Mariposa abbassa il volume dello stereo dove a tutto volume si alzava quella canzone, quelle parole, quel ricordati di me, della mia pelle, e alza il ricevitore dell’apparecchio telefonico.

– Sei una maledetta! –, rantola una voce d’inferno che le fa accapponare la pelle. Poi rantolando con più prepotenza aggiunge: – Mi hai rovinato la vita, ti sei presa tutto di me, cosa vuoi ancora? Oggi ti sei presa anche Serena, ma Villa del Glicine no, non l’avrai mai …voglio che tu te ne vada, che esca dalla mia vita –, e poi, calando di tono come se per parlarle dovesse fare fronte a tutte le sue forze, aggiunge: – sono stanco di camminare sui carboni ardenti, di ingoiare vetri rotti, da quando ti ho conosciuto non ho fatto altro. Naturalmente non avrai un figlio in quella casa, non sarai felice in quella casa, non con mio fratello! Non con lui che odio e il perché lo avrai capito, spero! Lui non può averti, non può avere tutto, quell’incosciente rincorri sottane non ti merita. Non dare perle ai porci. Vorrei vederti morta piuttosto che felice senza di me, vorrei che tu morissi con me, vorrei vederti morta per non vederti affatto, per non tormentarmi a questo modo, per non distruggere me stesso, per non impazzire ricordando i nostri tre giorni a Roma, quel giorno sul tuo sofà rosso… ti odio semplicemente perché ti amo. Impazzirò perché voglio stare con te non posso stare con te: vattene, vattene! Ti prego vattene via!

La comunicazione si interrompe bruscamente lasciandola tremante e spaventata da morire. Il cuore le batte all’impazzata ed è atterrita. Una sensazione indescrivibile l’aveva imprigionata. Era Toni. Ma la sua voce non era la voce di sempre. Era una voce orribile, spaventosa. Rauca, affannosa. Sembrava la voce di un demone. E Mariposa comprende di colpo che ha osato proprio tanto nel portargli via Serena dalla casa di riposo di Paese dove lui voleva lasciarla, usando, se bisognava, maniere poco edificanti: “Ma perché? Perché si comporta così?” si domanda Mariposa “forse che io non sto impazzendo per causa sua, perché non posso vederlo, incontrarlo, amarlo? Crede di essere lui, l’unico? Non me ne andrò mai! Mai!” conclude determinata. “Non gli darò questa soddisfazione.”

Ma a questo punto della storia si sente tanto impaurita che si vede costretta, suo malgrado perché avrebbe preferito che lui non sapesse niente di questa brutta storia, a telefonare a suo marito pregandolo di tornare a casa al più presto perché sta succedendo qualcosa che la preoccupa.

Mariposa è spaventata a morte da Toni.

Suo marito rientra dall’Inghilterra, da Londra, mollando su due piedi ciò che stava facendo. Quando arriva, vestito come al suo solito con abiti chiari e dai colori solari: un paio di jeans celesti, una camicia azzurra e un pullover turchese, per prima cosa Mariposa gli dà una bella notizia, e cioè che finalmente dopo dieci lunghissimi anni di attesa da quasi due mesi aspetta un bambino, Giorgio è felice nell’apprendere questa novità: – Finalmente ce l’abbiamo fatta! – esclama entusiasta. – Speriamo che sia un maschio… –, precisa lui, – e che somigli a me, poi lo porterò allo stadio e alle olimpiadi.

– Speriamo che sia una femmina –, rimbecca lei sorridendo, – e che somigli a me, così la porterò a danzare e a suonare il pianoforte.

Poi gli racconta quanto è successo negli ultimi giorni, come si è comportato Toni riguardo a Serena ma tralascia, ovviamente, i risvolti personali propri e di Toni, e suo marito dopo il primo momento di euforia dovuto alla notizia della sua gravidanza, l’ascolta improvvisamente rabbuiato in volto, ma se quanto Mariposa gli riporta ha un che di assurdo e di incredibile anche per lei che l’ha vissuto, a lui sembrano cose del tutto inventate, accadimenti del tutto impossibili. Toni è il suo gemello, e per Giorgio Sabatini aveva assunto il ruolo di padre, lui lo amava e lo rispettava: possibile che avesse fatto quanto sua moglie gli aveva raccontato? Stenta a crederle, non si capacita e Mariposa non può fargliene una colpa. E non sa che fare, suo marito, che dire, perché Toni, con quello sguardo duro e tagliente, gli incute soggezione.

Intanto Serena non esce più di casa tanta è la sua paura di incontrare Toni, di essere portata via contro il suo volere, e tanta è la sua paura e il suo smarrimento che bagna perfino il letto. Giorgio crede e non crede alle parole di Mariposa. Ed è facile immaginare che, mentre lei racconta, lui pensi che è impossibile, che quanto gli riporta non può essere accaduto sul serio, che si sbaglia, che ha la fantasia troppo fervida, che prende lucciole per lanterne. E i primi giorni del suo rientro in Italia li trascorre a farle e rifarle sempre le stesse domande, sempre le stesse, sempre diviso fra il desiderio di credere alle parole della moglie e il bisogno di non credere. Non riusciva a persuadersi che suo fratello, il gemello che tanto amava e stimava, stesse tramando alle sue spalle per rubargli la casa. Per lui era un fatto inaccettabile. E non riusciva a decidersi per un incontro e per un colloquio atto a mettere in chiaro le cose perché continuava a sostenere, convintissimo, che a Toni la casa non interessava.

E Mariposa intuiva a pelle che forse suo marito aveva ragione.

– È impossibile che voglia Villa del Glicine: a lui non è mai piaciuta, apposta si è costruito quella nuova per andare ad abitare dopo il matrimonio, si è fatto installare perfino un ascensore! E poi, con quella gamba che si ritrova, come potrebbe vivere in questa vecchia casa piena di scale? –, aveva detto come minimo una dozzina di volte in un giorno, – È impossibile quello che sostieni. A lui non manca niente, nemmeno il denaro perché nostro padre ha lasciato in eredità una bella somma a ciascuno di noi tre fratelli. E poi, tu sai meglio di me come lui ami la sua professione e come sia indifferente al denaro, alle cose materiali: non possiede nemmeno un’automobile perché dopo quel brutto incidente di tanti anni fa non è più interessato a guidare, non è più interessato a molte cose. È cambiato molto dopo quell’incidente, non è più lo stesso Toni di prima. Come può, di punto in bianco, volere questa casa?

Già. A Toni non sarebbe mancato niente se non fosse entrata Mariposa nella sua vita.

“Ha ragione Giorgio” pensa Mariposa restando in silenzio. “A Toni non manca niente all’infuori di me.”

– A meno che… –, prosegue Giorgio, pensoso.

– A meno che? –, lo incita ansiosa Mariposa, temendo che possa intuire qualcosa della verità.

– A meno che non gli abbia dato di volta il cervello! C’è stato un caso di follia, nella nostra famiglia la passata generazione. Un nostro zio, fratello di nostro padre, era uscito di senno, si mormorava per una delusione d’amore, ma si trattava solo di insinuazioni, di voci, la verità non la sapeva e non l’ha mai conosciuta nessuno, e compiva stranezze incredibili, faceva cose senza senso, diceva cose senza senso, fino a che si è ucciso impiccandosi al ramo di un noce centenario.

– Per caso vuoi dire che quel tuo zio si è impiccato al noce che c’è qui in fondo al parco? –, chiede stupita.

– Sì, proprio quello. Non ti ho mai detto niente per non impressionarti, ma è così.

– Grazie! Molto gentile…

– Toni l’ho trovato strano, ultimamente, e poi, ricordi la volta scorsa che sono rientrato da Roma lui ci aveva invitato a pranzo e …

– E non si era fatto trovare in casa attribuendo la sua improvvisa assenza ad un improrogabile impegno…

– Lo trovo anche molto smagrito, deperito. O nasconde qualcosa o è impazzito. Sembra un uomo forte, ma è fragile. Anche crescere un figlio come il suo può rivelarsi con l’andare del tempo deleterio per la salute mentale. E se aggiungiamo che è un po’ storpio c’è di che preoccuparsi. Preferirei che nascondesse qualcosa.

–Sì… stranissimo. Quella volta ci aveva lasciati lì con sua moglie e se n’era andato via –, aggiunge Mariposa, e poi, guardinga: – Credi che possa nascondere qualcosa? Sei preoccupato?

– Parecchio.

Anche lei era preoccupata, ma più che per Toni, per se stessa, perché temeva che suo marito arrivasse a sospettare qualcosa. Si faceva troppe domande. Doveva sviarlo, sviare la sua attenzione, condurlo da un’altra parte.

– Potrebbe aver cambiato idea, perché no? Sai che il valore di questa casa è aumentato nel corso degli ultimi anni per via del nuovo piano regolatore.

– Ma figurati! Cosa vuoi che gli importi del valore di questa villa! Ha suo figlio a cui pensare, non gli interessa altro. Non ti sei accorta di come sia infelice? Soprattutto da qualche anno a questa parte. È stato un colpo troppo duro avere un figlio così diverso, sarebbe stato un colpo terribile per tutti, ma per lui che già ha sofferto tanto è stata una mazzata, poi è logico che gli vuol bene perché è suo figlio, ma nel suo intimo deve essere a pezzi. Ti ho detto: a lui non manca niente perché non desidera niente, perché ha troppa paura di desiderare qualcosa dopo quanto gli è successo, intendo dire dopo lo spaventoso incidente stradale e la nascita di suo figlio, lo conosco bene, è un uomo spaventato anche se non lo dà a vedere, ed è per questo che non capisco il suo modo di fare. Non riesco a convincermi che voglia questa casa. Impossibile. Non è da lui.

– Quell’incidente… non ho ancora capito come gli sia occorso. Tu ne sai qualcosa?

– No, no –, le risponde in fretta Giorgio, come a voler tagliare corto un argomento che lo infastidisce. – Toni ti ha forse detto qualcosa a questo riguardo? –, domanda guardandola di sottecchi.

– No. Nessuno me ne parla, né tu né lui, ed è strano questo, perché di solito si raccontano anche i particolari di un incidente, si ingrandiscono i fatti …voi no, zitti tutti. Perfino vostra sorella mi ha detto di non sapere niente, e questa mi pare omertà siciliana.

– Se non te ne ha parlato Toni non vedo perché debba parlartene io! –, sbotta Giorgio nervoso, – E comunque adesso il problema è Villa del Glicine, mi pare.

– Sì. Dici che Toni non è cambiato. Invece io sostengo che tutti possiamo cambiare… –, insiste Mariposa senza guardare suo marito negli occhi. – Non credi?

– Forse …chissà! –, aveva aggiunto laconicamente Giorgio, – Magari hai ragione tu: non si può dare niente per scontato, nel corso degli anni una persona può cambiare idea… potrebbe essere… ma lo credo impossibile perché mio fratello ha sempre detestato le case vecchie, davvero. Nostro padre gli aveva proposto di restare ad abitare qui dopo il suo matrimonio, la villa è grande e c’era spazio per tutti, ma lui ha rifiutato perché non c’era la possibilità di costruire un appartamentino per lui e Rinalda. Villa del Glicine si può solo restaurare, è come un pezzo di antiquariato, anzi, è un pezzo di antiquariato. E poi, Serena non voleva Toni e Rinalda qui in casa con noi. Non ha mai accettato Rinalda, non si sa perché, non si è mai capito. A questo aggiungiamo Rinalda che non legava con nostra madre e nostra madre che non legava con Rinalda ed il quadro è fatto. I mesi che Toni e la moglie hanno trascorso a Villa del Glicine subito dopo il loro matrimonio, sono stati un vero e proprio fallimento per quanto riguarda le relazioni familiari. Uno strazio. C’era sempre molta tensione ed io restavo lontano da casa il più a lungo possibile per non vedere i loro musi lunghi. Toni si è molto risentito di tutto questo, secondo lui avrei dovuto fare da paciere fra le donne: aiutare Serena ad accettare Rinalda ed aiutare Rinalda ad accettare nostra madre… o meglio convincere nostra madre ad accettare Rinalda, perché secondo lui, solo io avevo ascendente su nostra madre, ha sempre coltivato questa idea fissa, questo rancore nei miei confronti, certo lo maschera bene, però ogni tanto io lo sento nell’aria il suo risentimento.

– Non sapevo di tutto questo bailamme …nessuno mi ha mai rivelato niente.

– Ti credo, non c’è di che essere orgogliosi, tutt’altro. Com’è consuetudine, i panni sporchi si lavano in casa, e la nostra famiglia era, si può ben dire, diventata un covo di vipere: tre donne che si detestavano a vicenda …non sono fatti che si riportano con orgoglio, ti pare?

– E com’è finita? Nessuna ha ceduto le armi, che so, c’è stata una delle tre donne che ha cambiato idea sull’altra?

– No no. Sono sempre rimaste distanti, su binari differenti, con tanto che alla fine della fiera Toni ha dovuto andarsene, e non è stato propriamente indolore il suo distacco, ci ha mandati a quel paese maledicendo i legami, o vincoli che dir si voglia, di sangue che aveva con noi.

– Ha dovuto andarsene… –, ripete incredula Mariposa, – Toni ha dovuto andare via da Villa del Glicine…

– Si. È così. È stata una scelta obbligata, in un certo senso, vuoi per un motivo o vuoi per un altro, così è stato, ora non riesco a credere che voglia questa casa, che desideri tornare qui, non credo che la sua cattiveria, questo suo voler fare del male a Serena e di conseguenza anche a noi due, sia gratuita, credo piuttosto che sia disperato, perché come dici spesso tu, chi è disperato è sovente malvagio... tuttavia, che lui voglia questa casa è per me ingiustificabile, razionalmente ingiustificabile...

– Capisco il tuo scetticismo… –, conclude amaramente Mariposa.

“Così” pensa “sono prigioniera tra due fuochi”.

Intorno a lei si erge un filo spinato.

Sotto ai suoi piedi si stende un terreno minato.

Dovrà impedire a Toni di impadronirsi di Villa del Glicine, e impedire a suo marito di scoprire la verità, anzi, le verità. Cosa fare?

• • •

A decidere in quale modo deve proseguire la situazione ci pensa il postino, una settimana dopo consegnando a Mariposa una raccomandata per suo marito Giorgio.

Lui è fuori casa, e Mariposa non può aspettare il suo rientro per leggere e sapere di cosa si tratta, la curiosità, e la preoccupazione, la divora, perciò con un gesto deciso strappa la busta, estrae il foglio e legge.

E ciò che legge le pare incredibile. È incredibile.

È una lettera che proviene da uno studio legale, una lettera nella quale Toni la accusa di aver impedito, con brutte maniere e senza averne alcun diritto, che sua sorella, Serena Sabatini, malata grave e bisognosa di cure, venisse ricoverata in una casa di riposo. La missiva è indirizzata a suo marito Giorgio Sabatini, ma le brucianti accuse in essa contenute sono rivolte solo ed esclusivamente all’indirizzo della persona di Mariposa Varisco.

– È scritto che Serena Sabatini desidera essere ricoverata nella casa di riposo Padre Pio di Paese e che Mariposa Varisco gliel’ha impedito.

– È scritto che le sue condizioni di salute sono tali da richiedere una continua assistenza medica.

– È scritto che entro la fine del mese Toni procederà affinché la sorella Serena Sabatini venga ricoverata presso la sopraindicata casa di riposo, e che Mariposa Varisco, non avendo nessun potere nei confronti dello stesso, non potrà impedirgli di procedere. C’è inoltre una postilla che riguarda Villa del Glicine nella quale Toni sostiene che dalla morte della madre, avvenuta un paio di mesi or sono, i signori Serena e Giorgio Sabatini hanno continuato ad abitare in questa villa che è di proprietà di tutti e tre i gemelli, senza mai decidersi a liquidare la questione.

“Robe da matti!”, dice tra se e se Mariposa, “Ma che sostiene Toni! Gli ho mostrato la perizia di stima di questa casa (e se l’era pure portata a casa per un paio di giorni!) dicendogli che Giorgio voleva acquistarla. Cosa va dicendo? Quali fandonie si sta inventando?” È sdegnata Mariposa. Non lo capisce più. Non lo riconosce più.

Toni è diventato il suo acerrimo nemico.

Suo marito è rientrato, sta fumando una sigaretta, è in salotto, ha lo sguardo stanco, triste, e Dio solo sa come Mariposa vorrebbe bruciare la lettera di Toni anziché mostrargliela. Però deve informarlo della situazione. Suo fratello sta facendo maledettamente sul serio. Lo chiama e gli dice tremando: – Guarda di cosa è capace il tuo amorevole gemello!

Lui legge e rilegge, e ancora legge e rilegge senza riuscire a credere ai suoi occhi. Mariposa lo guarda attonita. Toni è disposto a tutto pur di non farle avere questa casa. E non scherza.

Lui vuole portarle via Villa del Glicine, ad ogni costo.

E lei vuol tenerla Villa del Glicine, ad ogni costo.

È esacerbata. L’odio che le dimostra Toni la sfinisce. Tuttavia non può fermarsi. Non può indugiare, non può permettere che lo sconcerto la paralizzi. Mariposa sa che bisogna agire, e agire in tutta fretta perché di lì a una settimana, almeno questo dice la lettera dell’avvocato di Toni, Toni potrebbe far ricoverare Serena anche se lei non volesse. A questo punto, visto di quanto è capace, c’è da aver paura di tutto, perfino delle ombre. Ed è sentendo i brividi correrle lungo la schiena che Mariposa pensa a come quella lettera avrebbe potuto essere fatale se Giorgio non fosse stato a casa, se ancora fosse stato all’estero e non fosse rientrato in tempo per bloccare gli intenti del fratello dato che Mariposa non aveva nessun potere decisionale.

Lasciando suo marito intento a leggere e rileggere la missiva di Toni, lei decide, su due piedi, di interpellare ancora la sua amica Ortensia Torresani. Le telefona e la prega di raggiungerla per una questione molto importante.

L’amica arriva nel giro di due ore, sorpresa per la telefonata di Mariposa. – Cos’è successo? –, le chiede spiando il suo viso per cercare di capire. – Mi sembRavi molto pReoccupata…

– Leggi e capirai tu stessa! – e le porge la lettera dell’avvocato di Toni, rassegnata, come un condannato a morte porge la testa al boia perché gli infili il cappio. Ortensia legge, è incredula quanto Mariposa e Giorgio, stupita, scrolla il capo e con un’espressione seria sentenzia: – Bisogna faRe in fRetta peRché non c’è tempo da peRdeRe! Questo non scheRza!

Questo non scherza, aveva detto Ortensia Torresani riferendosi a Toni Sabatini. Questo non scherza. Toni non scherza.

• • •

Alzo, con mani tremanti, il velo che lo copre, mi chino lentamente e gli sfioro la fronte con le labbra. È ghiacciato. Mi ritraggo spaventata. Non credevo che si diventasse così gelidi alla nostra morte. Non ci avevo mai pensato. I lineamenti del suo viso irrigidito e senza più espressione sembrano appartenere ad un’ altra persona. Provo una grandissima pena per lui. E anche per me. E tutto ora mi appare senza senso. Le nostre diatribe. Le nostre cattiverie. Di fronte al suo corpo senza vita tutto diventa niente. Anche la mia vita perde d’importanza. Mi sforzo per non essere imprigionata dai rimpianti, ma non è facile. È vero, ho dovuto difendermi da lui, ma forse potevo agire diversamente. Forse. Forse potevamo agire diversamente. Chi lo potrà mai dire?

Lo guardo, non riesco a staccargli gli occhi di dosso mentre una ridda di pensieri e di ricordi si accavalla nella mia mente. E gli chiedo: “Perché lo abbiamo fatto? Perché ci siamo feriti, distrutti, uccisi? Perché non mi hai permesso di dirti che ti aspettavo da sempre? Perché non sei rimasto al mio fianco? Qualcosa avrebbe potuto cambiare, magari avrebbe potuto vincere l’amore anziché l’odio”.

E canto sottovoce: ricordati di me, della mia pelle…

Cosa avremmo potuto fare di diverso noi due? Cosa?

Perché la guerra l’abbiamo combattuta noi due, lui contro di me ed io contro di lui, gli altri sono stati solo pallide comparse. Se solo avessi saputo! Avrei rinunciato alla mia vendetta finale, al colpo di scena. Ma non ne sapevo niente, non sapevo del suo cuore malato, nessuno – e soprattutto lui – mi aveva mai detto niente, e quando l’ho saputo era già troppo tardi. Troppo tardi. Ed è questo il mio tormento, il mio rimpianto. Il mio dolore.

“Scacco matto, cognatina mia”, mi par di sentirlo dire. “Questa volta lo scacco matto l’ho fatto io a te…bambina di neve”.

Ho il cuore rotto.

“Non parlare, non pensare.
Soprattutto, qualsiasi cosa tu faccia,
non sentire. Se senti, il dolore
ritorna. Non farlo.”

• • •

“Toni non scherzava”, pensa Mariposa con dolore mentre si accorge che il buio è appesantito e sceso su di lei come una cappa arrugginita e rumorosa. Fa freddo. Ogni tanto si sente il gorgheggio di qualche uccellino sopravvissuto al gelo e nascosto chissà dove. Si alza dalla panchina e a malincuore si avvia verso casa camminando lenta sotto il nevischio che le fa compagnia. Cammina piano, ascolta il fruscio del fiume, guarda la luce dei lampioni che tremula sull’acqua come tanti volant di un vestito da sera, i lievi fiocchi di neve che sembrano materializzarsi dal nulla, nascere dalla luce dei lampioni per poi morire dolcemente e senza rumore sull’iridescente superficie del fiume che scorre come una nenia senza requie, senza pace, senza fine, e intanto continua ad inseguire i propri pensieri dolci-amari raccogliendoli dalla sua memoria come si raccolgono i grappoli d’uva maturi dalle viti.

• • •

Toni non scherza. C’è poco da aggiungere. Mariposa è un nervo scoperto. D’impulso accompagna la cognata Serena al Pronto Soccorso del più vicino ospedale perché un medico la visiti, perché se davvero è gravemente ammalata come Toni fa notare nella lettera del suo avvocato, sarebbe stato il caso di provvedere. Non possono, lei e Giorgio, assumersi la responsabilità di impedire ad un ammalato le doverose cure di cui abbisogna. È allarmata e insicura, l’insicurezza la porta a domandarsi se per caso non abbia ragione Toni nell’ insistere per il ricovero di Serena in casa di riposo. Ma al Pronto Soccorso i medici constatano che Serena ha sì i valori del diabete un po’ alti, tuttavia rassicurano Mariposa dicendole che non è niente di grave e che pare un’ assurdità volerla ricoverare in una casa di riposo per così poco, anche perché la sua salute psichica è soddisfacente per merito dei farmaci che regolarmente assume. Per ogni evenienza Mariposa chiede di avere un certificato medico che attesti il soddisfacente stato di salute di Serena.

Il giorno seguente Ortensia accompagna Mariposa, insieme al marito e alla cognata Serena nello studio legale di un noto avvocato di Treviso per il quale lei lavora, mettendoli in condizione di rispondere il più in fretta possibile alla raccomandata di Toni. Gli avvocati, grazie al provvidenziale certificato medico che Mariposa ha fatto compilare per Serena al Pronto Soccorso del Ca’ Foncello, e grazie anche alla perizia di stima della proprietà immobiliare stesa tempo addietro, che denotava la ferma intenzione di Giorgio Sabatini di acquistare Villa del Glicine, stendono una lettera che Mariposa trova perfetta. Una lettera nella quale a grandi linee si dice che:

– La signora Sabatini Serena gode di buona salute e non intende ricoverarsi in una casa di riposo, che anzi non ha mai espresso questo desiderio ma che, al contrario, desidera rimanere in Villa del Glicine dove abita da quando è nata, e desidera rimanere insieme al fratello gemello, signor Sabatini Giorgio e alla cognata, signora Varisco Mariposa.

– E per quanto riguarda l’immobile lasciato in eredità dalla madre, nella lettera in questione viene precisato ed evidenziato che il signor Sabatini Giorgio, si ritiene a disposizione del fratello, signor Sabatini Toni e della sorella signora Sabatini Serena, per liquidare la loro parte dell’immobile Villa del Glicine: allo scopo si presenta quindi la perizia di stima del suddetto immobile, chiesta dal loro cliente Sabatini Giorgio, e stesa dall’architetto De Santo.

• • •

Mariposa è arrivata a casa. È stanca e fradicia. Le sembra di aver camminato per ore tanto ha girovagato con la mente di qua e di là dilatando il tempo nei ricordi, mentre in realtà ha fatto solo una breve deviazione per sedersi sulla panchina in riva al Sile.

Spinge con fatica il pesante cancello in ferro battuto che si apre lentamente con un fragoroso cigolio. La porta di casa non è mai chiusa a chiave. Villa del Glicine è al buio e Mariposa si sente quasi respinta. “Questa casa…” sospira. Per un istante si ferma davanti al portone. Vorrebbe non entrare, scappare a gambe levate, scappare all’istante verso un luogo distante, correre e correre all’infinito verso l’infinito, vorrebbe aver detto a Toni: “Vuoi Villa del Glicine? Tienila, è tua! È tua …io me ne vado via da tutto, anche da te… soprattutto da te…” vorrebbe aver pronunciato queste parole, adesso col senno di poi vorrebbe averle dette, gridate, urlate, “ma del senno di poi sono piene le fosse” conclude amaramente tra sé e sé. Così non le resta che aprire il portone e accendere le luci. Va nel soggiorno e schiaccia il pulsante dello stereo. Le note della solita canzone si dispiegano nell’aria come tante farfalle uscite da una scatola alla quale di colpo è stato tolto il coperchio: …ricordati di me, della mia pelle …il tempo lentamente ci consuma …sei tu il mio rimpianto, il mio dolore… il volume è al massimo, e insieme al dolore che le pizzica il cuore, sembra stordirla. Quasi barcollando va nella cucina di servizio, si appoggia al tavolo tenendosi la testa tra le mani. Sorride amaramente e pensa che va bene un whisky per sollevarla dalla disperazione. Va in salotto, si toglie gli stivali e cammina scalza sui pregiati tappeti persiani, li calpesta con rabbia, come volesse cancellare ciò che lì è accaduto fra lei e Toni, cancellare tutto per dimenticare, per smettere di soffrire. Intanto la musica continua ad andare, sempre la stessa canzone, la stessa canzone, la stessa canzone. Mariposa apre il mobile bar e prende la bottiglia di Chivas Regal, se ne versa mezzo bicchiere di quelli grandi, di quelli dove si dovrebbe bere acqua, poi si accende una sigaretta, che aveva comperate poco prima di rientrare, quindi si affloscia sul sofà rosso, la sigaretta in una mano e il whisky nell’altra.

• • •

E ritorna indietro col pensiero, col ricordo. Si sente abbastanza soddisfatta della lettera stesa dai loro avvocati. Sa che è una buona lettera. Non può apporre la sua firma insieme a quelle di Giorgio e di Serena, ma spera di riuscire lo stesso, a sventare le losche intenzioni di Toni. Lui e la sua emerita consorte vogliono impossessarsi di Villa del Glicine e non essere liquidati. Mariposa non ha più alcun dubbio riguardo a questo fatto, ma proprio nessuno, anche se suo marito seguita a dire che no, che forse si sbaglia, che le cose non stanno così, che è impossibile che le cose stiano in questo modo, che è impossibile che Toni intenda rinchiudere Serena per poi prendere possesso della casa, che sia disposto a tutto pur che questa eredità non rimanga nelle loro mani.

– Impossibile! Impossibile! Impossibile! –, continua a ripetere ossessivamente Giorgio, Serena invece non dice niente, ha capito tutto, ma non pronuncia nessuna parola contro Toni, solo una volta le è scappato un: – Ma perché non ci va lui in casa di riposo se si sta tanto bene come dice? Io lo manderei subito!

Giorgio Sabatini nel pomeriggio di quello stesso giorno va a fare visita al fratello Toni per cercare di capire qualcosa su tutta la questione. Quando rincasa ha l’aria stravolta, Mariposa lo osserva di sottecchi senza chiedergli nulla. Prova per lui una pena indicibile e non sopporta che soffra così tanto per Toni perché la causa di tutto è anche sua, involontaria (involontaria, si chiede, oppure tristemente consapevole) ma anche sua. Si sente in colpa, Mariposa, mentre ascolta il marito che le racconta di come Toni sostenga che sia indispensabile ricoverare Serena perché nessuno si cura di lei, perché Mariposa non è mai in casa. Mariposa non si arrabbia nel sentire queste parole perché ormai ha capito di essere il bersaglio del tiro a segno di Toni, sa che gioca a freccette con il suo cuore.

Cerca di consolare il marito. – Ti prego: non credere a quello che ti dice, non credere che sia questo il motivo per il quale vuole ricoverare Serena, non credergli. Non è vero. Ad ogni modo, anche se così fosse, ti pare il caso di ricorrere agli avvocati? Non sarebbe stato più semplice discuterne con te?

Ma Giorgio continua a ripetere: – Impossibile impossibile impossibile! –, tuttavia il giorno seguente, prima di ripartire per Londra, senza dire una parola Giorgio chiude a chiave i cancelli di casa, anzi, cambia la serratura vecchia con una nuova e funzionale, e chiude con due mandate. È la prima volta in dieci anni che Mariposa vede chiudere a chiave i pesanti cancelli in ferro battuto di Villa del Glicine. Forse Giorgio si sta convincendo della brutta realtà.

Dopo la partenza del marito, nonostante nutra la convinzione che il peggio sia ormai alle sue spalle, Mariposa ha paura perfino di andare a fare la spesa perché teme che durante la sua assenza Toni torni alla carica per prendere Serena, e con la forza la obblighi ad andare nella casa di riposo di Paese. Nei primi dieci giorni dalla partenza di suo marito tutto sembra andare bene, Toni non si fa vedere e nonostante tutto le manca molto la sua presenza. Una ventina di giorni dopo arriva una seconda raccomandata dello studio dei legali di Toni.

Recita che:

– Toni Sabatini non può entrare in questa casa perché il cancello è stato chiuso a chiave dal fratello Giorgio Sabatini.

– Che prende atto delle buone condizioni di salute della sorella Serena ma che ogni responsabilità per quanto riguarda le condizioni fisiche e psichiche della signora Serena Sabatini sarebbero ricadute sul gemello Giorgio Sabatini.

– Che si riserva anche di non aderire ad eventuali proposte di liquidazione della sua quota di Villa del Glicine.

Più chiaro di così che a Toni non interessava vendere ma possedere!

Ciò che Mariposa legge le fa molto male ed è incerta sul da farsi, è incerta se dirlo o non dirlo a Giorgio che già era partito con il cuore a pezzi. Ad ogni modo sceglie una via dolce, indolore, gli telefona e gli dice della lettera (tralasciando le ultime righe), e aggiunge che per il momento tutto è calmo e lui può stare tranquillo. Il marito le confida di essere nervoso e di non riuscire a dormire perché il suo pensiero costante, fisso ed appuntito come un chiodo corre a Toni, al suo comportamento che trova irrazionale.

Per il momento tutto sembra davvero calmo come Mariposa riporta al marito. Resta però ancora in sospeso la lettera che il legale di Toni ha mandato al fratello Giorgio.

Considerando che non era possibile fermarsi, lasciare che la melma si depositasse sul fondo per poi tornare a galla rendendo torbide le acque alla prima occasione, e magari quando meno se l’aspettava, era necessario che Mariposa si muovesse. Non poteva più fidarsi di nessuno se non di se stessa, non di Toni dopo che aveva palesato le sue intenzioni, e non di suo marito che per amor di pace avrebbe preferito lasciare tutto com’era, e lo aveva dimostrato partendo in fretta e furia senza prendere alcuna decisione riguardo all’anomala situazione. Sì, aveva chiuso il cancello a chiave, ma poteva essere sufficiente per fermare Toni?

Mariposa non lo credeva, affatto.

Ci sarebbe voluto ben altro. Questo sapeva, con certezza.

La pentola ormai era stata scoperchiata, il vaso di Pandora aperto, e non era possibile, per Mariposa, fingere il contrario, fingere di non aver visto quel covo di vermi che si attorcigliavano l’uno all’altro e tutti insieme soffocavano un pezzo di carne putrefatta e in decomposizione dall’afflato nauseabondo.

Doveva andare avanti, doveva farlo per suo marito e anche per se stessa. Per questo motivo decide, di punto in bianco, di cambiare legali perché quelli a cui si era rivolta, seguendo il consiglio, al momento preziosissimo e indispensabile, di Ortensia Torresani, non la soddisfano più: non le danno nessun consiglio prezioso, nicchiano, in attesa delle direttive di suo marito, e poiché suo marito nicchia a sua volta per non mettersi contro il fratello Toni, e di certo avrebbe finito col dire: “Perché non acquistiamo una casa da un’altra parte e lasciamo Villa del Glicine a Toni se proprio la vuole? Così mi sentirò meno in colpa e meno in debito nei suoi confronti e nei confronti della vita”.

Tuttavia, il tempo passa senza che niente si muova, un tempo stagnante e opaco come una superficie cosparsa di olio. Un tempo viscido come un rettile. Mariposa è in apprensione. L’immobilità degli eventi non la tranquillizza, nient’affatto. Nelle foreste le belve feroci si nascondono e restano silenziose per poter meglio sorprendere e azzannare l’incauta preda. E questo si sentiva lei: una preda braccata. Non poteva essere incosciente, dire: “Che bello, Toni si è fermato, ha capito, non vuole più ricoverare Serena in una casa di riposo per portarmi via Villa del Glicine” e restarsene con le mani in mano in attesa che gli eventi precipitassero e magari le rovinassero addosso. Dati i precedenti, Mariposa aveva sentore che non c’era da aspettarsi nulla di buono da Toni, glielo aveva detto esplicitamente, e ancor più esplicitamente glielo stava dimostrando con i fatti, sarebbe stata sciocca e sprovveduta se solo avesse osato pensare una cosa del genere. No, niente tregue, la fine della guerra sembrava ancora lontana, e le battaglie avevano una minima importanza, anche se vinte, sull’economia della vicenda. Non era proprio il caso di chiudere gli occhi per non vedere, o di sedersi perché stanca e delusa.

L’incertezza le generava un’ansia indicibile. Come guidare una vettura lungo una strada immersa nella nebbia.

Mariposa si rivolge dunque a un avvocato che già ha seguito suo marito riguardo ad un incidente stradale avuto qualche anno prima. Fissa un appuntamento, e quando lo incontra gli racconta tutta la storia partendo dal clamoroso passo falso che ha fatto Toni: la bugia del ricovero in casa di riposo della sorella Serena, poi via via con il resto. L’avvocato Biancati l’ascolta con doverosa attenzione e durante il suo resoconto dei fatti scrolla parecchie volte la testa.

Alfine esclama: – Incredibile! Per fortuna lei è una persona attenta, altrimenti a quest’ora il signor Toni Sabatini le avrebbe portato via la casa senza che se ne accorgesse, e anche l’eredità di sua suocera, se ho capito bene, col ricovero della gemella invalida in un qualche istituto, si sarebbe poi comodamente impossessato di tutto, dei soldi e di Villa del Glicine. Ma perché agisce in questo modo se, come lei mi racconta, questa casa sembra non essergli mai interessata? Di sicuro c’è sotto qualcosa, qualcosa che sfugge alla mia comprensione perché un comportamento del genere non è razionale, sembra passionale più che altro: anche lei signora lo vede sotto questa luce? Ha presente i delitti passionali? Irrazionali! Ricordo sempre un’amica di tanti anni fa, lei le somiglia, gli stessi capelli castani lucenti e lunghi, la scriminatura al centro, ed è sensibile e attenta come lei…

– Grazie.

– Ero ancora uno studente universitario quando la frequentavo, era di famiglia benestante, si era laureata a pieni voti, aveva contratto un ottimo matrimonio che però purtroppo per lei è durato pochi anni perché il marito si è invaghito di una ragazzina e lei, la mia amica, pur di vendicarsi del tradimento del marito ha distrutto non solo la vita di lui, ma anche la sua. Avrebbe potuto avere tutto e invece ha buttato via tutto. Per così dire ha gettato via il bambino con l’acqua sporca. Ha presente le mogli tradite, separate, divorziate? Seguitano a chiedere soldi al marito anche se da anni, magari, non vivono più insieme, e magari anche se economicamente non hanno bisogno, continuano a dar fastidio per non essere dimenticate. Passione tradita? Orgoglio ferito? Sì, forse tutto questo. Ma più che altro irrazionalità. Bisogno spasmodico di far del male a chi ci ha fatto del male, un’insana esigenza di ferire chi ci ha ferito, del tipo occhio per occhio, dente per dente. La vendetta è irrazionale in tutte le sue forme. In tutte …come la passione, l’amore, come il comportamento di suo cognato, da quello che mi riporta, e scusi se mi permetto… – soggiunge abbassando il tono di voce e osservandola di sottecchi: – secondo me c’è qualcosa di più di quanto lei mi ha detto, ma se non vuole parlarmene va bene ugualmente… diciamo pure che è avido e che vuole tutto per lui.

Mariposa trasale, per un attimo la vista sembra scomparire e vede tutto sfuocato. I pensieri le si smorzano in testa, si bruciano come i fili di una lampadina dimenticata accesa da troppo tempo.

– Non… non so avvocato …non capisco più niente –, risponde Mariposa mentre l’afferra un conato di vomito rancido che le sale in gola dalla bocca dello stomaco facendola impallidire e una sferzata di gelo le corre lungo la schiena. Deglutisce a stento la saliva al sapore di candeggina che le ha riempito la bocca.

– Sta male signora? –, le chiede l’avvocato Biancati guardandola da sotto gli occhiali.

Mariposa sta malissimo, non male. – No no, grazie, sono solo stanca –, gli risponde tuttavia cercando di non far trapelare il suo malessere.

L’avvocato Biancati, dopo aver osservato Mariposa come per cercare nei suoi gesti quella verità che non voleva dirgli ma che lui, da vecchio conoscitore della vita aveva intuito se non del tutto almeno in gran parte, le spiega che, a questo punto, l’unica cosa che si può fare per far riavere a Serena i soldi che le appartengono, nonché impedire una volta per tutte che il fratello Toni la costringa a ricoverarsi in una casa di riposo, è chiedere al Tribunale di Treviso un ricorso al fine di ottenere l’inabilitazione di Serena Sabatini, così, una volta dichiarata invalida, sarebbe stato necessaria una persona che le facesse da curatore, il quale curatore, agendo per conto di Serena Sabatini, avrebbe avuto il diritto legale di farle riavere il suo libretto postale con i relativi risparmi. L’aspetto più interessante della questione consta nel fatto che una volta invalidata, la signora in questione potrà decidere di sua volontà se ricoverarsi o non ricoverarsi in una casa di riposo, avrà finalmente voce in capitolo. E questo, pur con la morte nel cuore, glielo avrebbe fatto vedere Mariposa a Toni che si serviva della povera sorella per dare sfogo al suo odio per lei.

La parte più difficile e faticosa per Mariposa è stata convincere il marito a firmare i documenti necessari per ottenere l’inabilitazione della gemella, ma come dargli torto? Firmando si sarebbe irrimediabilmente e definitivamente inimicato Toni, e si sarebbe accollato la responsabilità di seguire Serena. – Perché non lasciamo Villa Del Glicine a Toni? Se proprio la vuole …noi due siamo forti e tu sei pure giovane, non ci mancherà niente comunque, ti pare? E poi… c’è una cosa della quale non ti ho mai parlato …quell’incidente di Toni… –, aveva mormorato come fosse stato sul punto di esalare l’ultimo respiro.

– Non rivangare qualcosa che ti fa male: non serve a niente se non a farti soffrire, e non c’è alcun motivo per il quale tu debba soffrire. La vita è piena di ricordi andati a male, dimentica, metti il tuo nel mucchio e dimenticalo. Torna a casa un paio di giorni, giusto il tempo per firmare i documenti e non ne parliamo più. Sono stanca Giorgio, di tutto.

• • •

È l’inizio di gennaio, nevica, Mariposa non ricorda il giorno preciso, quando arriva dallo studio legale Biancati una raccomandata nella quale l’avvocato suo e di suo marito li informa che il Giudice Istruttore del Tribunale di Treviso il 13 gennaio vuole vedere la signora Serena Sabatini, inabilitanda, e il fratello, Giorgio Sabatini, colui che ha fatto la domanda di inabilitazione. All’udienza, oltre all’avvocato Biancati, il loro legale, sarà presente anche l’avvocato che fa gli interessi di Toni.

Mariposa non riesce a pensare ad altro che al mattino in cui loro tre – suo marito, sua cognata e lei – sarebbero comparsi davanti al Giudice Istruttore del Tribunale di Treviso. È convinta che ci sarà anche Toni, assieme al suo avvocato, e invece quel mattino, davanti al Giudice Istruttore c’è solo il suo avvocato a rappresentarlo. Toni non si fa vedere. Mariposa e Giorgio – e soprattutto il loro avvocato – sono certi che Toni si opporrà con forza all’iniziativa che è stata promossa nei confronti della loro sorella gemella Serena. Credono, sono convinti, convintissimi, che si opporrà all’inabilitazione di Serena perché ama sua sorella ed è logico che si opponga, sono preparati a questo. E invece, in quel 13 gennaio con loro orrore Toni fa sapere, per bocca del suo avvocato, che si oppone sì alla procedura atta all’inabilitazione, come no! Toni si oppone con forza perché quello che vuole non è inabilitare Serena, ma INTERDIRLA! Ha avanzato, tramite il suo avvocato, una richiesta di interdizione.

A Mariposa si è gelato il sangue nelle vene. Cercava di deglutire ma la gola era arsa. Non che coltivasse chissà quale trasporto affettivo nei confronti della cognata Serena perché vivere assieme era alquanto problematico e faticoso, però la rispettava come persona, come essere umano, e le voleva bene perché era indifesa, perché chiunque avrebbe potuto approfittarsi di lei, le si poteva fare del male come e quando pareva perché lei, come un cane alla catena, non poteva difendersi, non sapeva difendersi, non riusciva a difendersi. E per questo motivo Toni voleva interdirla, in questo modo – e solo in questo modo – Serena avrebbe perso ogni diritto, anche quello di esistere, e Toni avrebbe vantato il diritto su due terzi della casa e con esso il diritto di diventarne il proprietario. Una volta interdetta la gemella Serena il gioco era fatto, Giorgio sarebbe rimasto da solo ed avrebbe perso tutto. Dire che lei e il marito affogano nello stupore e nell’incredulità, è dire poco. Mariposa non ha parole per descrivere lo smarrimento che prova in quegli attimi.

Le venne in mente suo padre. Non aveva potuto difendere i cani da caccia di suo padre, un setter e un pointer, dalla sua furia cieca e dalla sua violenza, perché era troppo piccola per imporsi. Il ricordo di quei momenti vissuti tanti anni addietro la faceva stare male. Rammentava quando riusciva solo a gridare: “Basta!Basta!”, tentando di calmare quell’uomo che picchiava le bestiole solo per il gusto di sfogare i suoi malumori e il suo disagio esistenziale. Quell’uomo che lei non era mai riuscita a chiamare “papà”, quell’uomo che il più delle volte le pareva un estraneo capitato per sbaglio in casa al solo scopo di fare del male e di far soffrire, quell’uomo che per tutta risposta gridava per sovrastare i dolorosi guaiti dei cani:”Se non stai zitta riserverò una razione di botte anche te! Vattene via!” Questi ricordi le rimescolavano lo stomaco e le facevano salire in bocca uno schifoso sapore di latte andato a male.

Ma adesso non è troppo piccola per difendere Serena dalla violenza di Toni, adesso può farsi valere e far valere i diritti dei più deboli e dei più indifesi. Adesso poteva avere voce in capitolo. Adesso si sarebbe fatta valere, adesso avrebbe avuto la propria rivalsa per tutte quelle volte che suo padre l’aveva calpestata e ignorata anche se le sue ferite, le ferite del non essere stata amata, sarebbero rimaste infette per sempre e per sempre ne avrebbe sentito il bruciore, il dolore.

L’avvocato di Toni, lo sguardo abbassato, seguita a scribacchiare sul suo notes. Ad un certo punto, esibendo il documento con il quale Toni si costituisce in giudizio per fare ricorso contro la richiesta di inabilitazione di Serena richiesta dal fratello Giorgio, legge ciò che vi è scritto, ciò che Toni gli ha suggerito di scrivere.

– Dice che le condizioni della gemella Serena Sabatini sono gravi e tali da richiedere l’interdizione, dice che la sorella soffre sin dall’età di dieci anni di depressione nervosa, dice che non è in grado di badare a se stessa.

– Dice che era d’accordo con il gemello Giorgio Sabatini di ricoverare Serena in una casa di riposo ma che la moglie di questi, Mariposa Varisco, gliel’ha impedito pur non avendo nessun potere di farlo.

– Dice che Mariposa Varisco gli impedisce l’accesso in questa casa e lui non può venire a trovare sua sorella, non può aiutarla, dice che Serena ha un’assoluta soggezione della cognata.

– Dice che Mariposa Varisco la plagia.

– Dice che Mariposa Varisco l’ha circuita per avere le deleghe delle pensioni in modo da riscuoterle personalmente, dice che nelle mani del tutore che sarà designato alla sorella dovranno essere dati tutti i beni della stessa, ribadisce che la sorella dovrà essere ricoverata per forza di cose nella casa di riposo Padre Pio a Paese per avere un’assistenza sanitaria garantita.

Queste accuse colpiscono a morte Mariposa. Sono valanghe di fango che la sommergono. È allibita. Impietrita. Per un po’ resta così, a fissare quel foglio, quella lettera, gli occhi arrossati e il corpo teso, immobile. Poi l’afferra un morso alle viscere, un crampo, un dolore fortissimo si irradia fino allo stomaco. Corre nella stanza da bagno, si inginocchia ai piedi della tazza e vomita anche l’anima. Si rialza sudata, sfinita, senza forze. Si guarda allo specchio posto sopra il lavandino, è pallidissima e ha gli occhi cerchiati di rosso. Si sciacqua la bocca con l’acqua fredda, si passa le mani bagnate più volte sul viso per avere un po’ di refrigerio allo stomaco, si asciuga tamponandosi con una salvietta di carta e ritorna al suo posto. Suo marito, intento a chiacchierare con l’avvocato Biancati, non si è accorto di niente.

Il Giudice Istruttore nomina uno specialista che dovrà fare la perizia psichiatrica a Serena Sabatini, per decidere se è da invalidare oppure, come chiede Toni, da interdire.

Giorgio Sabatini il giorno seguente riparte, ritorna ai suoi impegni e Mariposa resta sola ancora una volta. Per qualche giorno non mangia e si imbottisce di pasticche si sonnifero per dormire e non pensare. Nei momenti di lucidità chiama suo marito per evitare che sia lui a cercarla e a scoprire il suo stato depressivo. E sogna un neonato posto nel fondo di una vasca da bagno colma d’acqua, un neonato morto. E grida, ma è senza voce, urla il nome di suo marito, ma lui non può sentirla, “lui non mi risponde mai” pensa Mariposa prigioniera di quell’ incubo, “Giorgio non mi risponde mai” e si sveglia di soprassalto tra le lacrime, sudata, il cuore che pulsa a mille, la nausea che sale nella gola come panna montata per una torta. A tratti Mariposa gira per casa in uno stato di profonda costernazione, in preda al nervosismo, ma è maggiore il tempo in cui sonnecchia sul sofà di velluto rosso.

Nei dormiveglia sente e risente in una cantilena le ignobili offese avute da Toni, si sente a pezzi, avvilita da morirne. Non sopporta di stare così male. Toni deve pagare per quello che ha detto, per quello che ha fatto e per quello che sta facendo. “Lo odio, lo odio, lo odio!” si ripete. Ed è solo questo profondo odio che dice di provare per Toni che ad un certo punto la sferza per andare avanti, che le dà la spinta per alzarsi una volta per tutte dal sofà di velluto rosso, per agire, per ribattere, per difendersi. “Basta piangersi addosso!” si era detta “Bisogna reagire, reagire o morire, ed io non voglio morire, non adesso, non prima di aver fatto morire Toni!”

Lui l’ha indotta a odiarlo, è come se l’ avesse tirata per i capelli dentro ad un nero abisso impregnato di odio, dentro un vortice di rancore, di astio. Mariposa decide di punto in bianco andare dal suo avvocato. – Cosa posso fare per difendermi dalle calunnie di mio cognato Toni? –, domanda all’avvocato Biancati, – Debbo per forza tacere? Io non sono perfetta, ma nemmeno sono la disgustosa persona che lui dipinge, e ho sempre fatto il possibile per aiutare sua sorella.

L’avvocato le confida che se non avesse pensato lei a difendersi, ci avrebbe pensato lui perché non tollera che una sua cliente venga trattata in un modo tanto indegno. Aggiunge che in tutta la sua carriera – ed è una carriera lunga – non gli è mai capitato di conoscere ed incontrare dei fratelli dello stampo di Toni Sabatini: – C’è da aver paura di lui! –, dice abbozzando un sorriso. Così di comune accordo scrivono una lettera nella quale si prendono le difese di Mariposa.

La lettera recita:

– La comparsa di costituzione del signor Toni Sabatini, contiene inesattezze, insinuazioni, spunti velenosi nei confronti della moglie del signor Giorgio Sabatini signora Mariposa Varisco, che impongono precisazioni, rettifiche, corrette prese di posizione.

– Il signor Toni Sabatini dice che la signora Mariposa Varisco, moglie del signor Sabatini Giorgio, riusciva approfittando dello stato di infermità della signora Sabatini Serena e dell’assenza del marito, all’estero per lavoro, a convincere la signora Serena a rifiutare il ricovero nella casa di soggiorno Padre Pio a Paese”.

– Chiediamo al signor Toni Sabatini: è disdicevole o meritorio, farsi carico dell’assistenza di una persona incapace, anziché liberarsene confinandola in una casa di riposo?

– Chi scrive ha potuto capire nel breve colloquio avuto con la signora Serena Sabatini che all’apparenza non presenta nessun sintomo di degrado psichico – ed è ben decisa a continuare la sua vita nella casa di famiglia, e non in una casa di riposo.

– Il signor Toni Sabatini continua dicendo che: “…la signora Mariposa Varisco ...circuendo la signora Sabatini Serena otteneva il rilascio di nuove deleghe a suo nome per riscuotere le pensioni”.

– È calunnioso accusare la signora Varisco di avere “approfittato delle minorate condizioni della signora Sabatini Serena”, e di queste gravissime affermazioni il signor Toni Sabatini risponderà in sede penale.

Ed è a questo punto, verso la fine di gennaio che iniziano i viaggi per portare Serena Sabatini alle visite medico-legali decise dal Giudice Istruttore del Tribunale di Treviso. Non è un periodo facile, questo, per Mariposa, anzi tutt’altro, ma non potevano far altro, lei e suo marito, che andare avanti e sperare che tutto si risolvesse a loro favore. Di lì a due mesi dalla designazione da parte del Giudice Istruttore, il medico legale deposita la perizia psichiatrica. L’avvocato Biancati riporta loro poche, ma importantissime, frasi:

– All’udienza di ieri ho preso atto delle risultanze della perizia depositata dal professore Malinverni, consulente nominato dal Giudice, che testualmente ha così concluso: – Le condizioni psichiche della signora Sabatini Serena si possono collocare nel quadro della insufficienza mentale media: perciò la stessa è solo parzialmente incapace di intendere e di volere, e dunque va preso il provvedimento di INABILITAZIONE e NON di INTERDIZIONE.

“Scacco matto, Toni. Scacco matto!” esulta Mariposa. “Non l’avrai vinta Toni, mai. Rammentalo: mai ti darò la soddisfazione di cedere le armi, o più semplicemente di cedere …anche se da quando tutto è cominciato ho di giorno e di notte la testa che sembra spaccarsi in due come un cocomero troppo maturo.”

In seguito Toni e la moglie (entrata prepotentemente nella faccenda per dare manforte al marito), si oppongono con determinazione alla possibilità che Mariposa o Giorgio diventino i curatori di Serena. Toni ha depositato agli atti la fotocopia del libretto di risparmio della sorella, ma i soldi sono ancora in suo possesso, compresi quelli della loro madre. E anche se fa sapere tramite il proprio avvocato, che li dividerà con i gemelli Giorgio e Serena e che cederà anche la sua quota della proprietà immobiliare non appena sarà nominato il curatore della sorella, curatore che dovrà essere per forza di causa maggiore una persona estranea alla famiglia, come credergli? Perché mai insistevano tenacemente nel volere un curatore estraneo alla famiglia se non per un proprio preciso disegno? Se non perché, un curatore estraneo alla famiglia avrebbe potuto fare le sue veci? Se non perché un curatore estraneo alla famiglia avrebbe potuto impedire alla sorella di adoperare parte dei suoi risparmi per rilevare insieme al fratello Giorgio, il terzo di Villa del Glicine di Toni? In poche parole, se non perché un curatore estraneo alla famiglia avrebbe continuato a fare e rifare gli interessi di Toni?” questo pensa Mariposa di Toni, del suo comportamento, delle sue intenzioni.

C’era da credere alle parole di Toni? Alle sue promesse? Mariposa non gli ha creduto perché le sue parole erano specchietti per le allodole. Toni si sarebbe fatto sparare in bocca piuttosto che restituire i risparmi di Serena perché ormai aveva imboccato quella strada dalla quale sembrava non esserci ritorno. “Ma a chi vuole darla a bere?” si chiede Mariposa ricordando una situazione analoga già vissuta, parole già sentite: “Ma naturalmente sì… sì … parleremo della casa dopo che avrò sistemato Serena in casa di riposo … l’importante è sistemare Serena …l’importante è sistemare Serena … parleremo dopo della casa … dopo …dopo… Non è questo che sta facendo, anche ora, Toni? Si divideranno i risparmi della madre tra i fratelli dopo, e si sistemerà la faccenda della casa dopo, che sarà stato nominato il curatore di Serena. Dopo. Sempre dopo. Sperava forse che ci cascassi? Che mi fidassi del suo dopo, dopo quel che aveva saputo fare? Manco per sogno! – considerava Mariposa – Quel dopo non mi piaceva affatto. Diceva dopo per non scoprirsi, per non dire mai – questo pensava Mariposa di Toni, e cioè che non avrebbe mollato mai, mai!”

Poco dopo, l’avvocato Biancati fa sapere a Giorgio Sabatini che il Giudice Istruttore ha convocato lui e il fratello Toni, per cercare un accordo tra loro due riguardo al nome del curatore da designare alla sorella Serena. È trascorso del tempo dall’inizio della vicenda, un lungo tempo nel quale Toni non si è più fatto vedere da Mariposa, e nemmeno dalla tanto amata sorella Serena, ma dal momento che doveva comparire davanti al Giudice Istruttore insieme a Giorgio, quale occasione migliore poteva capitare a Mariposa per incontrarlo dopo tanto tempo? Era ansiosa di vederlo per leggere sul suo viso il dolore delle ripetute stoccate che riesce ad infliggergli con la bravura di una schermitrice provetta.

Ma una cosa è immaginare un evento, viverlo e riviverlo nella propria mente, un’altra è invece il viverlo di persona: lo scarto è molto grande, e sarà solo uno spargere sale sulle ferite, come poi si rende conto in quel fatidico mattino in cui siede impettita davanti alla porta del Giudice Istruttore del Tribunale qui a Treviso.

L’avvocato Biancati e suo marito si sono accomodati nella saletta d’attesa dello studio del Giudice Istruttore mentre lei, impavida, si accomoda in bella mostra in una sedia del corridoio, da dove potrà vedere comodamente l’arrivo di Toni. Per più di qualche momento teme che non arrivi, che non abbia il coraggio di presentarsi. Il cuore le martella nel petto per la tensione e per il nervosismo. Credeva quasi che non ce l’avrebbe fatta a resistere tanto era il suo parossismo, ma ad un certo punto un gruppetto di persone appare dal fondo del corridoio del Tribunale – corridoio lungo e spoglio – e a mano a mano che il drappello avanza con la cadenza di una Processione Santa, il tumulto di Mariposa si placa, la tempesta passa.

Immobile e quasi senza respirare osserva Toni con sua moglie al seguito, e il loro avvocato. Mariposa non abbassa lo sguardo nemmeno per un secondo, lo tiene fisso su di loro: su Toni e sulla Rinalda che passano a dieci centimetri di distanza e non la guardano, mai, neppure una volta, neppure per un attimo, neppure per sbaglio. Toni procede con lentezza per via della sua gamba malandata il cui fastidio è accentuato dal tempo umido di quell’inverno, ha la faccia paonazza, le labbra serrate con angoli all’ingiù, i lineamenti contratti, Mariposa vede un volto di colpo invecchiato, emaciato, quasi irriconoscibile da come lo ricordava, avverte una fitta al cuore perché si sente piccola di fronte alla sua determinazione di distruggerla. Decisamente il Toni che le sfila davanti non è il Toni che lei conosce, non è lo stesso Toni: la trasformazione che ha subito la colpisce come uno schiaffo al viso, zoppica vistosamente, e la spaventa l’ira e l’odio che tutto il suo essere trasuda. Il Toni che l’ama sembra non esistere più.

D’altro canto nemmeno Mariposa è la stessa di sempre. Fatica a riconoscersi. È diventata cattiva, dura. Si compiace del male che riesce ad infliggergli, ed è convinta che per quanto gliene farà non riuscirà mai a pareggiare il conto con lui; anche lei è cambiata, perché anche lei si serve di Serena per raggiungere i propri scopi, tanto quanto Toni, né più né meno, perché lei come Toni non conosce la pietà, perché la loro vendetta non conosce la pietà, perché la vendetta in se stessa è un sentimento che non conosce la pietà. Rinalda ha i capelli raccolti sulla nuca, come Olivia, la fidanzata di Braccio di Ferro, e sono di un color grigio cenere spento, la pelle del viso di un bianco strano, più gialliccio che bianco, come se avesse avuto l’itterizia, o il fegato spappolato, l’andatura e la sua alta figura cadaverica persa dentro un cappotto vuoto denotano sofferenza.

A Mariposa sembra di essere dentro un racconto di Poe e pensa: “Altro che una striscia di coca deve aver tirato Toni per sposare quella là! Un intero quaderno di fogli a righe deve aver sniffato per trovare il coraggio di sposarla! Brutta com’è… ma soprattutto stupida e dagli stupidi è bene guardarsi le spalle”.

Li segue con lo sguardo fisso sui loro volti simili a tragiche maschere di teatro greco, fino a quando scompaiono entrambi nell’ufficio del Giudice. Quel giorno in Tribunale i gemelli Sabatini, Toni e Giorgio, non riescono a mettersi d’accordo e a designare un curatore per la sorella Serena.

E incredibile ma vero, Toni presenta il nome del direttore della casa di riposo di Paese, quale probabile curatore di Serena, ma l’avvocato Biancati sventa le intenzioni di Toni dicendo che in questo modo, dando tutti i risparmi di Serena in mano al direttore della casa di riposo, è come mettere un’ipoteca sul futuro della stessa. Il fratello Giorgio aveva consigliato il Sindaco di Treviso come probabile curatore della sorella, ma a Toni non era una persona gradita, e così non è stata presa nessuna decisione a questo proposito.

• • •

Poco tempo dopo, verso la fine di marzo, Giorgio e Toni Sabatini sono convocati presso la sala riunioni del Municipio di Santa Maria del Rovere. È una riunione chiesta dal Giudice Tutelare di Serena Sabatini che esorta i due fratelli gemelli a cercare un accordo in armonia, a designare tra i familiari un curatore per la sorella. Mariposa accompagna il marito, e siccome arrivano con largo anticipo sull’orario fissato per la riunione, vanno a prendere un caffè in una pasticceria a due passi dal Municipio. Intanto si chiedono se Toni e Rinalda saranno presenti, se verranno. Mariposa è propensa per il no, sostiene che non hanno il coraggio di farsi vedere da loro dopo essersi comportati in maniera tanto ignobile, il marito dice di sì, che soprattutto Toni è capace di esserci.

È una giornata carica di neve, Mariposa e Giorgio si sono accomodati dentro, seduti ad un tavolino a un passo davanti alla vetrata che dà sulla strada. Stanno appunto disquisendo sull’argomento principe del momento che ruota attorno alla fatidica domanda: “Verranno o non verranno, i due?”, quando, d’improvviso, restano a bocca aperta nel vedere che la bianca vettura di Rinalda, con Rinalda alla guida e Toni passeggero, transita davanti ai loro nasi. I due sono impettiti, più rigidi dello stoccafisso.

Nel vederli la sorpresa di Mariposa è enorme e la fa scoppiare in una risata nervosa. Suo marito, invece, rimane senza parole. Sospirano, sconsolati, e pronti a dover subire nuovi affronti e nuove offese. C’è da aspettarsi di tutto. E c’è da aver paura. Pagano la loro consumazione e si avviamo, con passo lento, verso il Municipio. I due sono già dentro la sala. Sembrava la copia dell’incontro avvenuto nel Tribunale di Treviso. Si accomodano, l’assistente sociale, la sua segreteria, Giorgio e Mariposa da un lato, Rinalda dall’altro lato di un grande tavolo rettangolare di legno lucido. Toni, elegantissimo come sempre nel suo doppiopetto blu, con la marlboro fumata a metà e spenta ma stretta lo stesso tra le dita per scaricare la tensione nervosa, i Ray-Ban alzati sulla fronte, è agitato come sempre, forse più di sempre, non vuole nemmeno sedersi pur se restare in piedi per lui è un problema anche con l’ausilio della stampella che quel giorno porta con sé, resta accanto alla moglie, di fronte a Mariposa, e di colpo prende a sventolare sotto gli occhi dell’assistente sociale una lettera del proprio avvocato, una lettera che ha la pretesa di dichiarare nulla la seduta, sempre per via di quel pallino fisso che Toni ha: – Naturalmente il Curatore deve, un – DEVE – tassativo e scritto a lettere cubitali, deve essere un membro estraneo alla famiglia! Non può essere un familiare, assolutamente no! –, blatera acceso Toni con il respiro affannoso, evidentemente sentendosi in cuor suo ormai perso tenta il tutto per tutto, torturandosi per il timore di non riuscire nel suo intento e permettere a Mariposa di farla franca, di non essere punita per ciò che gli ha fatto, per quella infelicità nella quale lo costringe a vivere. Stringeva il suo cuore fra le mani, e lo stringeva così forte da toglierle il respiro, lo spremeva come fosse stato un grappolo d’uva matura che non secerneva vino ma sangue. Spera ancora di non perdere la causa che ha intentato contro il suo gemello Giorgio, è indubbio, e ancora non vuole arrendersi all’evidenza dei fatti, non vuole cedere le armi. Si arrampica perfino sugli specchi, per fare in modo che un familiare, e nello specifico Mariposa o il gemello Giorgio o entrambi, non vengano nominati curatori di sua sorella, perché non possano disporre dei suoi soldi, perché non possano rilevare il suo terzo di casa.

Giorgio Sabatini non avrebbe avuto il coraggio di dire: “Voglio essere io il curatore di Serena”. Lui non avrebbe mai pronunciato una frase del genere per non fare un torto a Toni “come non capirlo e non giustificarlo?” Però Mariposa, che aveva tanta di quella rabbia in corpo che le sembrava di scoppiare come un palloncino troppo gonfiato, avrebbe avuto il coraggio di dire qualsiasi cosa, qualsiasi, per andare contro Toni. Così ha indicato il marito Giorgio, che era pallido e slavato come uno straccio appena uscito da un bagno nella candeggina, con un ampio gesto del braccio e alzandosi in piedi perché tutti, ma soprattutto Toni che voleva ferire e sconfiggere come lei si sentiva ferita e sconfitta da lui, la sentissero bene, ha convogliato la sua rabbia e la sua disperazione in queste poche parole: – Mio marito può occuparsi di Serena! Lui è suo gemello e il loro è un legame di sangue, o per essere più precisi un vincolo di sangue: chi meglio di lui? Chi più fidato di lui? –, ha detto d’impeto.

Poi le forze sembravano averla abbandonata e si è afflosciata sulla sedia. La tensione nervosa la sfiniva. A questa sua affermazione, che in realtà è stato un grido disperato e colmo di dolore, è seguito un silenzio di gelo.

Dopo un istante Toni l’ ha guardata e il ghiaccio si è sciolto. Per la prima volta dopo tanti mesi l’ha guardata negli occhi. La guarda e le stringe la catena, stretta, ancora più stretta come solo lui sa fare: sensuale da morire, da morirne. “Sto morendo” pensa Mariposa “se continua a fissarmi così morirò”.

Le emozioni che il suo sguardo scatenano in lei sono fortissime. Amore e timore. Il cuore le batte impazzito, scoordinato, e il sangue sembra scorrere velocissimo nelle sue vene, come quello di una volpe braccata dai cacciatori, corre e corre la volpe, ma nella dissennata fuga una tagliola nascosta tra le foglie le imprigiona una zampa. È la fine. Il cuore scoppia. Il mondo scompare. Restano solo loro due. Mariposa e Toni. Inseparabili. L’uno imprigionato nell’altro come stretti dentro un’armatura. Per un momento Mariposa ha temuto che le succedesse qualcosa: l’odio che Toni prova per lei è pesante, devastante, e se lo sente addosso come piombo fuso, lo legge negli occhi di lui, in quello sguardo ambiguo, affilato e scattante come una tagliola che l’ha imprigionata costringendola alla resa.

Poi, ad un certo punto lui aggiunge sprezzante, sempre fissandola negli occhi: – Ma naturalmente, ha parlato l’avvocatessa!

Qualche secondo più tardi, al culmine della sopportazione e della rabbia aveva inaspettatamente abbandonato la sala prima che l’incontro terminasse, trascinandosi dietro la moglie e lasciando tutti senza parole per la sorpresa del suo modo di fare. Giorgio Sabatini era di pietra per il comportamento del gemello Toni. Mariposa era muta, stanca, con un abissale vuoto dentro l’anima e la testa dove echeggiavano i rintocchi di una campana a morto… dòn…dòn…dòn... Era a pezzi e vibrava come un fiocco di neve al vento per la tensione che aveva accumulato in quegli eterni momenti di personale battaglia con Toni. Alfine, dopo un po’ sono usciti tutti, lasciando sopra il tavolo di lucido legno di quella sala del municipio, la lettera dell’avvocato di Toni. Giorgio Sabatini era uscito prima di Mariposa e stava parlando con il Sindaco che era arrivato in quel momento, lei invece aveva indugiato presso il tavolo, e guardava quel foglio piegato in quattro, quella lettera che Toni aveva portato e sventolato in aria come un prezioso trofeo salvo poi dimenticarla come una cosa inutile.

Capita, ogni tanto, a Mariposa, di pensare a qualcosa o a qualcuno con una tale intensità da astrarsi dalla realtà e di trovarsi inspiegabilmente catapultata da un’altra parte, di fronte a quel qualcosa o a quel qualcuno ai quali stava pensando. Inconsciamente aspetta lui, desidera che lo sguardo di Toni si posi su di lei per farla sentire viva, per dirle che esiste, che c’è. Mariposa spera in un miracolo. E incredibilmente il miracolo si avvera. Proprio in quel momento Toni rientra nella sala con la sua andatura claudicante, cammina lentamente, le passa accanto, le sfiora la mano con la sua mano, prende la sua lettera e la infila nella tasca interna della sua giacca e la blocca con la Parker. Distoglie l’attenzione dalla lettera e lancia a Mariposa uno sguardo indecifrabile. Soffia nell’aria una voluta di fumo e muove qualche passo e si ferma accanto a lei, vicino, vicinissimo tanto da toglierle il fiato. I suoi occhi sono arrossati e gonfi come se avesse pianto per secoli, il suo viso è tetro, i suoi capelli solitamente ribelli se ne stanno piatti, anch’essi senza vitalità come Toni, Toni smagrito, Toni con gli zigomi scavati, Toni che seguita a fissarla, lo sguardo cupo e fondo come un abisso nell’oceano.

Mariposa lo guarda e sente un pugno nel petto. Un’ondata di ricordi la assale mentre annega nel mulinello del suo sguardo. – Come stai? –, gli chiede rendendosi conto che non avrebbe dovuto essere lì, con lui, che non avrebbe dovuto aspettarlo come un miracolo, come un dono del cielo.

Lo odiava eppure lo amava, incondizionatamente, con coerenza.

– Naturalmente mi hai dato scacco matto per l’ennesima volta …volevo intrappolarti per vendicarmi di Giorgio, niente di quanto è successo sarebbe successo… non avrei mai e poi mai osato avvicinarti se lui ti avesse amato come ti amo io… se se se! –, esclama addolorato, – Ma la storia non è fatta di se, e ho finito con l’intrappolare me stesso, ho ferito soprattutto me stesso oltre che te farfallina… – risponde ignorando la sua domanda, abbozzando un povero sorriso e appoggiandosi al tavolo perché reggersi in piedi per tempi lunghi gli costa fatica. – Sembra proprio che l’abbia vinta tu la nostra partita a scacchi …non ti facevo così in gamba, anche se, paradossalmente, è per questo motivo che mi sei sempre piaciuta… che ti ho amato mio malgrado. Ma naturalmente non è finita qui sai –, tenta con un sorriso: – Sembra tutto così lontano ma eccoci ancora qui insieme, l’uno davanti all’altro anche se l’uno contro l’altro si evince che…

– Naturalmente si evince che… –, ripete lei con intenzione bellicosa.

Toni la guarda, serio.

Mariposa lo guarda, incantata.

Per un po’ restano in silenzio, intenti a fissarsi, a ricordarsi, ad imprimere le loro immagini l’uno negli occhi dell’altro.

– Perché sei così triste? –, gli chiede Mariposa spezzando quell’ingombrante silenzio d’acciaio prima che rovini loro addosso seppellendoli dentro parole non dette, emozioni soffocate. Il cuore le scoppia: – Cosa c’è Toni?

– Ogni cosa a suo tempo. Hai visto come nevica forte? Bellissimo, vero? Ti è sempre piaciuta la neve …sei una bambina di neve… –, mormora Toni accennando un sorriso d’intesa.

Mariposa annuisce sentendo un groppo in gola. – Già, sono una bambina di neve…

Toni tace per qualche istante, e poi piantandole addosso uno sguardo terribile: – Ma naturalmente. Ti ho forgiato io …con il ghiaccio e il fuoco … so che hai perso il bambino che aspettavi, che tanto desideravi –, dice togliendole il fiato per la sorpresa.

Mariposa non credeva che sapesse, e le parole di lui sono come il martello che pianta un chiodo nel suo cuore, ad ogni parola un colpo, e il chiodo affonda sempre di più, e il cuore perde colpi ad ogni colpo di martello. Deglutisce perché ha la gola secca come carta vetrata, ma riesce solo a peggiorare la situazione.

Il dolore rimonta lo scranno della sua memoria e fa male, molto male, e anche la rabbia rimonta, come un’ onda anomala che tutto sommerge. Mariposa si sente in mare aperto dentro una barchetta di carta assorbente. L’odio come una macchia d’olio riemerge dal profondo del suo cuore dove sembrava addormentato, riemerge con una voce che sibilando velenosa le suggerisce di non dimenticare il vero motivo per il quale voleva vedere Toni, parlargli, non solo perché l’amava, non solo, non solo per questo, non solo! – Sì, ho perso il mio bambino –, respira a fondo Mariposa, angosciata dal ricordo, poi aggiunge sottovoce per infliggergli la stoccata finale, la pugnalata al cuore e metterlo a terra: – Il mio bambino era tuo, tuo figlio… ricordi? Quella volta …sul sofà di velluto rosso …oppure a Roma, quei tre giorni di esaltante follia… ricordi? Oppure hai scordato tutto?

Toni barcolla, come avesse ricevuto un pugno al petto, poi si riprende, ma ha gli occhi lucidi, lo sguardo incerto, smarrito. – Ma naturalmente. Mio figlio… –, mormora, – era mio figlio e magari sarebbe stato sano e bellissimo come te …una piccola Mariposa…

– O un piccolo Toni…

– È colpa mia …ti ho martoriata istigandoti a questo gioco al massacro.

Mariposa non fiata, non gli dice “no, non sei stato tu” vuole vederlo soffrire di più, di più e ancora di più. Vuole annientarlo. L’odio e l’amore si alternano, si confondono come onde del mare, sono una risacca, niente è bianco o nero, tutto è grigio, confuso, tutto è nebbia, foschia. Si sente divisa a metà e un malessere la tormenta con feroci scudisciate. “Perché non lo abbraccio?” si chiede mentre resta inchiodata al raggelante silenzio che ostenta.

– Ma naturalmente. È colpa mia! Avrei dovuto lasciarti tranquilla e invece guarda cosa ho fatto… cosa ho fatto… lo vedi? I vincoli di sangue non portano bene …che cosa ti ho detto tempo fa? Portano più odi e rancori che amore. Questo bambino sarebbe stato il nostro legame di sangue, il nostro vincolo di sangue… –, dice lui a bassa voce, rauco, – e vedi bene che non ha funzionato …i legami di sangue portano solo dolore, disperazione…

Mariposa continua a stare zitta spinta da una forza malefica. Si graffia a sangue il cuore, ci conficca i denti nel proprio cuore, lo taglia coi cocci di vetro dello sguardo di Toni, lo pungola con i punteruoli del proprio rancore per Toni, lo calpesta, come sta calpestando Toni ora che già è a terra. Annaspa nella propria sete di vendetta.

Mariposa vorrebbe il cuore di Toni su un piatto d’argento, il suo cuore bagnato dalle sue lacrime e dal suo sangue. Questo vorrebbe, che si mettesse in ginocchio e le chiedesse perdono per tutto ciò che ha tramato contro di lei, per tutte le falsità e le calunnie che le ha lanciato addosso come pietre, come coltelli, per tutto il veleno che le ha fatto ingollare.

Toni la fissa e Mariposa sa che aspetta da lei una parola buona, un gesto, un respiro che gli faccia capire che non lo considera colpevole di averle fatto perdere il bambino che aspettava, il loro bambino, loro figlio. Lei continua a stare zitta e a fissarlo senza cercare in alcun modo di appianare i loro contrasti. “Perché?” si chiede angosciata “Perché più amiamo più vogliamo ferire?”

Nello sguardo di Toni balugina un sorriso spento troppo in fretta, come la luce che va e viene in un giorno di temporale. Le lacrime gli solcano il viso dall’espressione burbera, austera, increspa le labbra in quello che vorrebbe essere un sorriso ma è solo una parvenza di sorriso. Quel che Mariposa vede è un uomo sofferente, cupo, che le strappa il cuore. Di colpo lui le afferra la mano e gliela la stringe con forza, come volesse trascinarla via da lì. Poi lascia cadere il braccio, scrolla il capo, ha lo sguardo di vetro e dice in un sussurro: – Mi dispiace… mi dispiace tanto… mi… stringimi… ho tanto freddo… –, si interrompe di colpo, il viso gli si contrae in una smorfia, gli occhi si dilatano, si porta una mano allo stomaco e l’altra davanti alla bocca, si piega in due, vomita e si accascia a terra, ai piedi di lei.

Mariposa si sente vacillare. Il sangue che Toni ha vomitato insieme al cibo della prima colazione è una macchia scura che si allarga lentamente sul pavimento di marmo chiaro.

Un crampo di paura le strizza lo stomaco facendole zampillare in bocca una saliva acida che sa di muffa, e si sente raggelare il sangue nelle vene. La paura le piega le ginocchia. – Che ho fatto! Cosa ti ho fatto …Toni… –, dice piano con il respiro mozzato. Ma dopo quell’attimo di terrore in cui si sente allo stesso tempo impotente e colpevole, d’impeto si inginocchia per soccorrerlo. Si inginocchia sopra il suo vomito che ha un odore forte, sgradevole, che sa di uova marce e di sangue rappreso, ma non indietreggia. Si imbratta le mani, nel vomito di Toni. Il respiro di lui è affannoso, guarda Mariposa con gli occhi diventati due vitree fessure. Lei si pulisce alla bell’e meglio le mani strofinandole freneticamente sul suo cappotto viola. Il cuore le batte all’impazzata. Gli accarezza la fronte impregnata di sudore incurante del mondo intero. Vorrebbe abbracciarlo ma è senza forza e trema in tutto il corpo come la neve sospinta dal vento. Le sue mani sono molli come ricotta, improvvisamente morte. La nausea, come una porta chiusa a chiave, gli blocca lo stomaco. – Toni… – sussurra con una voce che non è più la sua voce ma la voce della paura, – Toni… come va? –, lui non risponde. Allora inizia ad accarezzargli la fronte, incerta, timorosa, e aggiunge tentando disperatamente di farlo rialzare: – Su, dai che scappiamo insieme, noi due… tirati su …dai Toni, coraggio che ce la fai, ti aiuto io …Mi dispiace di averti fatto del male, mi dispiace tanto …mi dispiace… rammenti? …ricordati di me, della mia pelle …ricordi Toni? Possiamo ancora rivivere momenti come quelli, c’è anche la neve fuori, la neve che cade solo per noi… solo per noi …alzati, dai, ti prego ti prego ti prego… –, ma non riesce a fare niente, la forza le manca, le sue mani sono come morte.

– Va via –, le dice Toni premendosi le mani sullo stomaco, – vai via da qui …scappa con quel che resta della tua vita, lascia perdere me: per andare avanti bisogna lasciare indietro qualcosa o qualcuno… –, farfuglia mangiandosi le parole tanto che Mariposa lo capisce a stento. E poi facendo un enorme sforzo aggiunge: – Non voglio …non voglio che mi veda così… che tu mi veda morire …ricordami …com’ero …ricorda che ti amo… che vorrei tornare indietro …dimentica il male, dimentica, ricorda solo il bene, l’amore …

…non voglio che tu mi veda morire… ricordami com’ero…–. “Che parole sono queste? Cosa significano?” si domanda spaventata Mariposa. – Toni! Che vuoi dire… –, balbetta senza voce.

E resta immobile, le mani a mezz’aria. Non respira per non far rumore, per non peggiorare la situazione. La nausea la incalza, bussa alla sua gola. “Ma cosa dice? Cosa significa? Cosa…” si chiede, e in quell’istante si accorge con orrore che Toni rantola ed ha chiuso gli occhi. È un’immagine terribile che la fa sussultare sgomenta. Allora Mariposa piomba nella realtà più nera. Vorrebbe gridare ma la sua voce si affievolisce per lasciare il posto allo sconcerto. – Non mi lasciare …ti prego… –, gli sussurra all’orecchio, – Resta con me ti prego… ti prego Toni –, continua tra le lacrime.

Il dolore le entra dentro con la potenza dell’acqua che spacca la diga nella quale era contenuta, e la devasta, spazza via tutto ciò che incontra, semina morte e distruzione. Gli accarezza il viso, Mariposa, quel viso tanto amato, si perde in questo semplice gesto, e vorrebbe restare insieme a lui per sempre, ma Rinalda d’improvviso entra nella stanza, trafelata, pallidissima, forse, non vedendolo arrivare, già stava venendo in cerca di lui. Quando si accorge che suo marito è svenuto e che Mariposa è inginocchiata accanto a lui, fa un balzo in avanti, la scosta in malomodo quasi spingendola a terra, ed esclama livida: – Allontanati pazza… sta lontana …o dirò tutto a tuo marito! Puttana! È tutta colpa tua! Tu lo stai uccidendo! Assassina! Sei entrata nella nostre vite solo per seminare zizzania e dolore, tu, demonio, brucerai all’inferno! Un’ambulanza! – grida a pieni polmoni, “Qualcuno chiami un’ambulanza …PRESTO …fate PRESTOOO… PRESTOOOOO…

Mariposa si rialza, porta alla bocca le mani che odorano di sangue rappreso e piange senza ritegno. Voleva annientare Toni e aveva finito con l’annientare anche se stessa. Aveva gettato via il bambino insieme all’acqua sporca. Non si chiede cosa sappia di tutta questa faccenda Rinalda. Non le interessa. Guarda Toni. Esiste solo lui, tutto il resto del mondo è svanito, si è dissolto diventando nulla.

Mariposa ricorda che un drappello di persone circonda Toni Sabatini che ha perso conoscenza. Qualcuno sussurra che forse è in coma, qualcun altro ha chiamato il 118 che arriva con le sirene spiegate. Mariposa è pietrificata e guarda la scena che si svolge davanti ai propri occhi senza respirare, senza battere ciglio. Continua a tenere premute le mani sulla bocca, le preme con forza, per non gridare, per non far trapelare la sua vera disperazione, per frenare la nausea.

È un grumo di dolore.

Un infermiere applica immediatamente a Toni la maschera dell’ossigeno e gli pratica un massaggio cardiaco, un secondo parla sottovoce con la moglie Rinalda, dopo qualche istante lo adagiano con delicatezza sulla barella, lo trasportano nell’ambulanza, la moglie sale con lui. È l’ora del tramonto e nell’aria si spande una soffusa luce color argento mentre la neve scende ancora, lieve, e attutisce il dolore, scende lieve nel suo cuore affannato, impietrito che resta a guardare. È solo una spettatrice straziata.

L’ambulanza con i fari accesi sfreccia via mentre la sirena suona lugubre, suona, suona e perfora il cervello di Mariposa come un chiodo che si pianta in un panetto di burro.

La testa le scoppia. Le tempie pulsano. Mariposa suda freddo mentre si passa un fazzoletto sulla bocca.

– Andiamo? –, sente questa voce che è la voce di suo marito Giorgio come se provenisse da una lontananza infinita. Si era completamente dimenticata della sua presenza, della sua esistenza. Lo guarda stranita, guarda i suoi pantaloni color kaki, la sua maglia giallo limone, i suoi occhiali dalla montatura giallo ocra, le solite Tood’s ai piedi, lo osserva e in lui vede il personaggio di una tragedia senza fine, colpevole di tanto, non di tutto ma di tanto, e lui le ripete: – Allora? Seguiamo l’ambulanza? –, come se fosse una cosa normale, una cosa di tutti i giorni.

…seguiamo l’ambulanza…” si ripete mentalmente Mariposa, “come se fosse una gita al parco, un andar per rose, un rincorrere una farfalla variopinta e non un forsennato voler acchiappare il sole perché non tramonti, perché il tempo si fermi, perché il mondo si fermi, perché la neve smetta di cadere, il vento di sibilare, perché il giorno non muoia, perché Toni non muoia. Perché Toni non muoia. Solo perché Toni non muoia”. – No… –, gli risponde con voce stanca, – Vai tu se vuoi, io non vengo, non me la sento. Non sto bene, e poi devo andare a casa da tua sorella.

– Va bene, come desideri –, aggiunge lui accondiscendente. – Prima ti accompagno a casa e poi vado al San Camillo a vedere come sta Toni, nonostante tutto è pur sempre mio fratello, anzi di più: è mio gemello, ed è stato più di un padre… anche se qualche volta ho avuto la sgradevole sensazione che provasse per me un sentimento ambiguo, che si sforzasse di essere affettuoso e gentile, che mi tollerasse più che amarmi. Non lo so, so che soprattutto ultimamente non mi sentivo più a mio agio insieme a lui, e forse era lui che non mi faceva sentire a mio agio. Devo ammettere mio malgrado che si è allontanato e raffreddato molto nei miei confronti dopo che ha avuto quell’incidente, come se fosse stata colpa mia di tutto. Mah! – conclude facendo spallucce mentre gli scappano le lacrime, – Va a capire gli uomini …non ricordo più chi ha detto che è chi più amiamo, chi siede alla nostra tavola, che più ci sfugge …parole sacrosante!

Mariposa avrebbe voluto che si arrabbiasse, che le imponesse di seguirlo, che le chiedesse almeno come mai non voleva andare con lui, se era per la faccenda della casa o per altro. Ma non è nel carattere di Giorgio Sabatini essere forte, risoluto, andare a fondo delle cose, voler capire a tutti i costi, ad ogni costo, costi quel che costi. Lo guarda mentre continua a parlare, e con il boato di una scossa di terremoto, che apre una faglia, improvviso, un pensiero le attraversa la mente, uno spaventoso pensiero, un orribile desiderio: “Perché non muori tu Giorgio anziché Toni?” pensa Mariposa, “Perché Toni e non tu? Perché? La tua vita in cambio di quella di Toni…” ma subito arrossisce vergognandosi di se stessa, e sentendosi palesemente in colpa allunga un braccio e fa una carezza a suo marito che la guarda riconoscente: – Vai pure, io ti aspetto a casa… –, gli dice rassicurandolo. – Giorgio? –, lo chiama poi d’improvviso quando lui si sta allontanando.

Lui si gira, la guarda: – Si?

– Somigli a Toni… –, gli dice tentando un povero sorriso, e poi pensa: “Ma non sei lui…”

– Capirai che scoperta! Siamo gemelli…

– Giorgio… –, lo chiama ancora prima che vada via.

– Sììì… –, risponde lui un po’ spazientito.

– Mi ami?

– Ma che ti prende adesso? Ti amo sì. Da morire! Perché me lo chiedi in questi momenti poi! –, la guarda per un attimo come per cercare qualcosa che gli sfugge, poi scrolla le spalle e va via, senza accorgersene lascia ancora da sola Mariposa, la lascia da sola ad affondare, ora come allora. Lei lo detesta per quel modo di lasciarla sola, di essere tanto accondiscendente da sembrare indifferente, tanto che quando dopo due giorni ritorna a Londra per riprendere il suo lavoro Mariposa tira un respiro di sollievo. Non gli ha ancora detto che ha perso il bambino che aspettava. Non le andava di dirglielo, forse perché temeva che avrebbe rimandato la sua partenza per restare a consolarla mentre lei voleva rimanere sola con l’unica compagnia del pensiero di Toni, della sua tragedia.

• • •

Mariposa mi ricorda che ad una ventina di giorni di distanza da questo tragico episodio, grazie anche ad una lettera che il Sindaco di Treviso scrive al Giudice Tutelare di Serena Sabatini, lettera nella quale garantisce per il fratello Giorgio Sabatini, quest’ultimo viene nominato Curatore della sorella inabile.

“Scacco matto”, mormora con amarezza Mariposa pensando a Toni, “Scacco matto”, ma non gliene importa più niente. Ha la morte nel cuore.

“ La mia è la vittoria di Pirro” pensa tra sé e sé “Questo so con amara certezza. Ed è questa la mia sconfitta.”

Nella più recente lettera del suo legale, ricevuta una decina di giorni or sono, Toni ha fatto sapere ai suoi gemelli Giorgio e Serena che è disposto a cedere il suo terzo di Villa del Glicine, a dividere i risparmi della loro madre e a restituire alla sorella i suoi libretti postali con i relativi risparmi.

• • •

Sono andata all’obitorio facendomi strada a fatica per fendere la tormenta di neve, e ho portato una rosa rossa per lui, ne ho accorciato il lungo gambo e l’ho infilata nel taschino della sua giacca. Come si intonava quella rosa rossa con la sua cravatta! Gli sarebbe piaciuta, se avesse potuto vederla.

Una rosa rossa perché la vita è quella che è, perché le cose vanno come vogliono andare e non come vorremmo che andassero, perché ognuno di noi ha il proprio carattere, perché è il nostro carattere che fa il nostro destino.

Una rosa rossa che parla d’amore. Non so per quanto tempo ho guardato il suo viso nei lineamenti irrigiditi dalla morte, so solo che non avrei voluto uscire, che non avrei voluto lasciarlo, che avrei desiderato sentire il suo alito caldo sulle mie labbra e le sue braccia intorno alle mie spalle, il suo profumo di muschio e fumo aleggiare attorno a me.

…ricordati di me, della mia pelle …il tempo lentamente ci consuma …sei tu il mio rimpianto, il mio dolore …

Dopo un tempo senza tempo, dopo un frammento di eternità ho risollevato il velo che lo copriva e gli ho sfiorato le labbra con un bacio, l’ultimo, ho spento la luce dell’obitorio, ho chiuso la porta a chiave e sono uscita.

Chiudo gli occhi per cacciare l’immagine di lui morto che mi tormenta, che mi strazia il cuore. La testa mi scoppia. Fuggo via, fradicia, sotto la neve che cade senza pietà, gelata, e i fiocchi, pur lievi, trafiggono il mio viso e le mie mani come tanti aghi, fuggo via, ma la sua visione mi insegue senza requie, il suo profumo, quel misto di muschio e fumo, lo respiro dappertutto, è nell’aria e dentro di me.

Il vento mi fa volare i capelli e mi apre il cappotto. La neve mi punge il viso. Fa freddo. Fuori e dentro di me. Sono gelata, non sento più la punta delle dita delle mani, sono intorpidita.

... sei tu il mio rimpianto, il mio dolore…

“Non parlare, non pensare.
Soprattutto, qualsiasi cosa tu faccia,
non sentire. Se senti, il dolore
ritorna. Non farlo.”

• • •

Mariposa spegne l’ennesima sigaretta, adesso e anche allora. Svogliatamente sale in camera da letto della cognata Serena per controllare la situazione. Tutto è a posto, tutto come sempre, tutto fuori dal mondo: l’anziana donna sta dormendo, la bocca spalancata e il corpo di traverso sul letto disfatto per la battaglia che aveva ingaggiato con i fantasmi che popolano la sua mente, mentre incurante di tutto la televisione manda un film in bianco e nero trito e ritrito di don Camillo e Peppone.

Mariposa prende il telecomando e abbassa il volume che la cognata si ostina a mettere sempre al massimo, poi chiude piano la porta della stanza e scende. Ormai ha la lingua intorpidita per il troppo fumo. Prende la bottiglia di Chivas Regal e riprende a bere fino a sentire la testa più leggera, vuota. Va nel soggiorno e alza il volume dello stereo al massimo: …ricordati di me, della mia pelle …sei tu il mio rimpianto, il mio dolore…

Non si siede sul sofà di velluto rosso, è troppo irrequieta e nervosa. Cammina avanti e indietro anche se si sente mortalmente stanca.

Vorrebbe chiudere gli occhi e aspettare che tutto finisse.

Ha lottato con i denti e con le unghie per tenersi Villa del Glicine, perché le piace questa casa e per non dare a Toni la soddisfazione di vederla sconfitta, ed ora, anche se vorrebbe uscire e non tornare più, è prigioniera in questa specie di castello, prigioniera dei propri fantasmi, prigioniera di sua cognata Serena che ha invogliato a restare qui e che ora non può abbandonare.

E pensa: “le ultime parole di Toni sono l’unica via d’uscita che mi rimane, tentare di andare avanti con questa vita, rimetterne insieme i cocci, aspettare mio marito e riprovare ad avere un bambino, chiamarlo Toni …oppure una bambina, e chiamarla Giulia, come mia madre … tornare alla mia professione, ad aiutare chi ne ha bisogno, aggrapparmi a Giorgio per non precipitare, per salvarmi, aggrapparmi a lui come l’edera sul tronco.”

“Perché no?” si chiede, ma senza alcuna convinzione, senza alcun entusiasmo.

Non sa se ci riuscirà, se ne sarà capace, se ne avrà la voglia e la forza.

Ha tutta la notte per pensare, per decidere cosa farne di se stessa.

Intanto si accende un’altra sigaretta e si versa un altro whisky mentre la musica si spande nell’aria.

ricordati di me, della mia pelle…

Poi cede alla stanchezza e all’alcol. Si butta sul sofà di velluto rosso e si addormenta.

Lo squillo del telefonino la sveglia. È Giorgio. A malapena Mariposa ne riconosce la voce. È intontita, lontana mille miglia col pensiero da lui, – Ciao Giorgio, dimmi.

– Dimmi? E cosa dovrei dirti? Forse quello che mi ha rivelato Rinalda di te e Toni, prima di avermi informato che mio fratello è morto? Per qualche istante l’ho odiato, ma adesso… lui è morto e tu… tu…

Un silenzio di gelo segue queste parole. Mariposa scatta in piedi come percorsa da un fulmine. Le mani le tremano come trapassate da un filo di corrente, e fatica a tenere fermo il cellulare all’orecchio. Sta sudando.

– Allora? Non dici niente? –, la incalza il marito. – Cosa c’è di vero? Tutto, no? Tanti conti mi tornano ora cara mogliettina, troppi conti mi tornano, troppi …sono ubriaco: lo senti l’odore del whisky? Senti che puzzo anche di grappa? Dì, mi senti? Sta nevicando forte –, sospira e aggiunge: – È così leggera, la neve, e invece noi siamo così pesanti! Avremmo potuto essere felici, avremmo potuto avere il mondo ai nostri piedi, e invece siamo solo disperati …ricordati di me anche se magari non sono stato il marito che volevi …non è stata tutta colpa tua, non è stata solo colpa tua, tutti siamo colpevoli, tutti, anch’io, e anche Toni, e sai perché siamo tutti colpevoli? Perché siamo esseri umani! Perché siamo esseri umani intrisi di sentimenti, perché la vita ci prende in giro, ci considera marionette da quattro soldi …perché niente ha senso, niente se la morte ci porta via tutto e ci porta via tutti …povero Toni, la vita non è stata generosa con lui. In quell’incidente ha pagato solo lui, ma lo sbaglio l’ho fatto io! Io guidavo! Io andavo troppo veloce in quella strada ghiacciata e piena di neve, io scherzavo con la ragazza che era seduta al mio fianco, io facevo lo spaccone, Toni stava leggendo uno dei suoi libroni di filosofia … è stata colpa mia, e pur se non lo davo a vedere, non me lo sono mai perdonato, mai! Anche adesso sta nevicando … ora come allora …a volte il tempo si ferma, e altre volte si ferma anche la vita… ti farò avere i documenti per il divorzio… forse …

Si sente un “clic”, e di colpo interrompe la comunicazione.

Il tempo si ferma, e di colpo Mariposa capisce, le si squarcia quel velo nebbioso che non nascondeva la verità, ma che la mimetizzava come l’ermellino che diventa bianco per confondersi con la neve. Eppure era tutto così visibile! Tutto dolorosamente alla portata di mano, ma lei non aveva voluto capire, aveva preferito non capire, aveva scelto di non sapere ciò che sapeva. Ed ora eccola qui, la verità, la realtà dalla quale non può più fuggire. A Mariposa cade il cellulare di mano. Il pregiato tappeto persiano ne attutisce la caduta ma lei lo prende a calci finché ne vede i pezzi che si spargono attorno.

“Stronza d’una Rinalda!” mormora tra sé e sé “Stronza stronza stronza!” E in preda alla rabbia più furiosa va nella cucina di servizio e prende dalla credenza una pila di piatti che lancia contro la parete mandandoli in mille pezzi con un fracasso infernale, e intanto: “Puttana! Tu sei una puttana!” poi tocca ai bicchieri, ed i cocci rumorosamente si ammassano sul pavimento, e intanto continua ad inveire contro Rinalda: “Puttana! Brutta puttana d’una Rinalda… come ha potuto sposare una donnetta come te, il mio Toni, come ha potuto se era sobrio, come! Se non era pazzo di dolore e intriso di morte, come ha potuto sposarti!” e poi resta ferma, immobile, lo sguardo cupo fisso ai cocci di vetro, e pensa che basterebbe prenderne uno, uno soltanto ma ben tagliente, per passarlo sulle vene dei polsi come si passa il rossetto sulle labbra, e aspettare la morte, un coccio di vetro ben adoperato e tutto finirebbe, questo pensa, ma alfine, esausta e con i nervi a pezzi, gli occhi rossi e pesti per quelle famigerate lacrime che non vogliono sgorgare ma che si stringono attorno al cuore come rovi tempestati di spine, torna in salotto, si attacca alla bottiglia di Chivas Regal e tracanna quel poco di liquore che era rimasto. Si accende una sigaretta e si butta sul sofà di velluto rosso mentre sente che la testa le gira, e le sembra di essere in una giostra, in una di quelle che da bambina la divertivano tanto. Adesso niente la diverte con così poco. Adesso niente la diverte proprio. A parte la neve che scende lieve, e sotto la quale vorrebbe dormire. Un attimo dopo si alza barcollando dal sofà, scosta la pesante tenda di velluto color rosa antico e guarda dalla finestra. La neve non intende smettere di cadere e piega i rami degli alberi sotto il suo peso. Scende lieve, la neve, eppure alla fine pesa come un macigno, toglie il respiro come un sasso che schiaccia il cuore, come un laccio stretto attorno alla gola. E le lacrime che non riesce a piangere si addensano sul cuore come nuvole cariche di tempesta pronte a esplodere.

• • •

Il citofono di casa ha squillato proprio mentre l’antica pendola del salotto batteva tre rintocchi. Mariposa si era nuovamente trascinata fino al sofà di velluto rosso buttandosi sopra, dormiva da un po’, mentre lo stereo continuava a suonare a tutto volume questa triste canzone, dormiva, ubriaca di dolore e di whisky. Ha dovuto fare uno sforzo enorme per alzarsi, barcollando si è trascinata fino al portone d’ingresso, ha aperto ed è rabbrividita per l’aria fredda che l’ ha investita con la violenza di uno schiaffo. Sulla soglia si sono palesati due carabinieri. Le luci del giardino illuminavano la neve rendendola simile a tanti coriandoli luccicanti, anche le foglie dei sempreverdi, e la siepe di bosso, luccicavano mentre la neve gli scivolava addosso e cadeva a terra, come fossero unghie laccate di smalto nero, i fiori degli ellebori avevano assunto delle sottili striature rosate e facevano capolino tra la neve confondendosi nel suo biancore. Il paesaggio sembrava irreale, scuro e luminoso, lucido e tremolante come una fiammella di candela che sta per spegnersi. Mariposa faticava a reggersi in piedi, “chi sono questi?” si è chiesta, “cosa cavolo vogliono?” ma sentendo in uno sprazzo di lucidità mentale, che la sua canzone si spargeva prepotentemente nell’aria della notte, si mescolava al pesante ed irreale silenzio della neve, con la voce impastata ha detto che avrebbe abbassato immediatamente il volume dello stereo, si è scusata per il fastidio che magari aveva procurato ai vicini di casa. Improbabile ma non impossibile che nel silenzio della notte la musica a tutto volume infastidisse chi abita nelle ville accanto, e stava salutando i due carabinieri quando uno di loro, il più alto, la trattiene per un braccio dicendole: – Signora, ci scusi ma non siamo qui per il volume della sua musica, siamo qui per suo marito …ha avuto un incidente …sappiamo che è stata appena colpita dal tragico lutto della scomparsa di suo cognato, il gemello di suo marito e non avremmo mai e poi mai voluto riportarle altre ferali notizie, ma questo è il nostro terribile compito.

Difficile connettere quando si è ubriachi, e la testa gira per conto suo in un’immaginaria ellisse. Mariposa lo guarda come fosse un marziano, un po’ per l’altezza e un po’ per il suo berretto lucido di pioggia e neve.

Le scappa un risolino. – Cosa? Non capisco… mio marito …che?

– Ha avuto un incidente in macchina... possiamo accomodarci? –, le domanda il carabiniere più basso.

– Sì, sì prego …accomodatevi pure –, e si appoggia allo stipite per farli entrare.

– È meglio che entri lei per prima signora, e che si sieda –, aggiunge il più alto.

Senza farselo ripetere due volte, Mariposa entra in casa, va nel soggiorno e si accomoda sul sofà di velluto rosso. È stordita.

…ricordati di me, della mia pelle… Il volume troppo alto!” realizza in un baleno, con uno scatto del quale non si credeva capace …sei tu il mio rimpianto, il mio dolore … si alza ed abbassa il volume dello stereo, poi torna a sedersi cercando di sistemarsi in una posizione consona alla gravità del momento. – Prego, dite pure…

I due carabinieri fermi e immobili come rocce le lanciano un’occhiata di rimprovero, o quantomeno lei la interpreta in questo modo perché è consapevole di essere sbronza e di non fare una bella figura nei loro confronti. Oltretutto indossa ancora il cappotto viola dove per una sorta di follia ha lasciato le macchie del vomito di Toni, e ai loro occhi sembrerà una vagabonda capitata per caso e per sbaglio in questa lussuosa casa. Mariposa è convinta di essere fuori posto in questa casa, di essere una nota stonata. Poi guardandoli in viso sfacciatamente, prima l’uno e poi l’altro chiede loro sprezzante. – Avanti –, li incita sfrontata. – Cosa dovete dirmi? Non mi avrete svegliato per niente!

– Suo marito è morto signora –, dice uno.

– Un tragico incidente stradale sull’autostrada –, dice l’altro.

– La dinamica non è stata ancora accertata –, dice uno.

– Non si sa se andava troppo veloce, se la vettura ha avuto un guasto, se ha avuto una distrazione o se un animale gli ha tagliato la strada –, dice l’altro.

– Oppure se ha avuto un colpo di sonno, se ha bevuto troppo e complice la neve …il ghiaccio… dovremo vedere cosa dice l’autopsia, fatto sta che la vettura di suo marito ha sbandato, è andata fuori strada finendo la sua corsa contro un parapetto… suo marito è morto subito… –, dice uno.

“Se ha bevuto troppo…” ripete fra se e se Mariposa. “Sì, ha bevuto troppo …troppo…” vorrebbe rispondere, “ha bevuto troppo per colpa mia e di Toni, complice la neve, il ghiaccio…l’abbiamo ucciso noi, io e Toni…” ma tace sgomenta.

– Il signor Sabatini non era solo in macchina, aveva una passeggera, una signorina che adesso è ricoverata in Rianimazione all’Ospedale Civile di Milano… –, dice l’altro. –Sembra che sia la segretaria del signor Sabatini… una ragazza di trent’anni, è molto grave e non si sa quanto potrà sopravvivere.

– Milano… –, ripete Mariposa, – Milano …la segretaria di mio marito?

– Sì, l’incidente è avvenuto a pochi chilometri da Milano, e in macchina con suo marito c’era la segretaria, la signorina Mary Bases di nazionalità inglese ma residente a Brera …la conosce? –, dice uno.

– Milano… –, ripete lei in trance seguendo i propri pensieri.

– Sì, Milano –, dice l’altro.

– Milano… –, torna a ripetere Mariposa, – Milano …non è mio marito allora! Non è Giorgio, vi sbagliate –, grida come un’isterica. – Cosa vi inventate? –, vorrebbe rintuzzarli e fa per alzarsi in piedi ma le gambe sono molli, le ginocchia si piegano, non la reggono.

– Stia pure seduta signora, perché dice che non può essere suo marito? –, dice uno.

– Perché Giorgio è a Londra per lavoro. Fa il giornalista sportivo, e non è a Milano …non può essere a Milano! –, urla accompagnandosi con gesti scomposti che la fanno scivolare ai piedi del sofà di velluto rosso. Prontamente si rialza e torna a sedersi, tentando di tenere insieme i propri pezzi, ed è un’impresa titanica.

È ubriaca ma non stupida, e non le sfugge l’occhiata che i due si scambiano nel sentire le sue parole. Le si squarcia la mente. E capisce che pensano quel che anche lei comincia a pensare, e cioè che suo marito le ha mentito, che non era a Londra per lavoro bensì a Milano a far “altro” con la sua “segretaria”, “segretaria” della quale Mariposa non era a conoscenza, ma poi, che ne sapeva lei della vita che suo marito conduceva all’estero, lontano da lei, dalla sua famiglia, dai suoi amici e dai suoi conoscenti? Non le risultava che avesse una segretaria, ma d’altra parta non le risultavano molte cose di lui, di cosa avrebbe dovuto sorprendersi o dispiacersi? “Cosa aveva detto, proprio lui, riguardo a Toni?” considera “È chi amiamo, chi siede a tavola con noi, che più ci sfugge…” Che ne sapeva lui di me? E che ne sapevo io di lui? Chissà quante altre volte mi ha detto di essere in un posto invece era da tutta altra parte… come del resto ho fatto io quando sono andata a Roma con Toni, mica gliel’ho detto… che ne sapeva lui di me e di Toni prima che quella stronza megera della Rinalda gli spifferasse tutto?” pensa arrabbiata Mariposa “Bruciasse all’inferno quella puttana maledetta!” ma poi, stancamente conclude tra sé e sé: “E invece bruceremo tutti all’inferno, tutti senza possibilità di scampo perché tutti siamo colpevoli… colpevoli di aver vissuto… e la morte trionferà su di noi poveri peccatori…”

Quel poco che restava del suo mondo crolla, e le macerie la stordiscono, la soffocano

“Possiamo aiutarla signora? Ha bisogno che rintracciamo dei parenti?”, dice uno.

– Abbiamo bisogno di qualcuno che venga all’obitorio ad identificare il corpo di suo marito… –, dice l’altro.

– Non ho nessuno che possa darmi una mano –, sussurra spenta Mariposa, – C’è la sorella di mio marito qui in casa con me, però è anziana e malata, non può aiutarmi …non so …potrei avvertire mio fratello, lui potrebbe identificare il corpo di Giorgio, io non me la sento di vederlo, scusatemi ma proprio non mi riesce –, e vedendo che indugiavano ad andarsene, come se avessero qualche altra funerea notizia da riportarle, chiede con un filo di voce: – C’è dell’altro?

– No… no, no …per il momento è tutto signora Varisco –, dice uno.

– Sì, certo –, conferma l’altro, – per il momento è tutto, per il momento è tutto.

– Non si preoccupi signora, penseremo a tutto noi –, dice uno. – Vuole che le chiamiamo un medico? Ha bisogno…

– Grazie, ma non mi serve un medico, sono io stessa un medico…

– Ci rivolgeremo a suo fratello per ogni evenienza, stia tranquilla –, dice l’altro.

– Grazie. Mi è rimasto solo lui, e solo lui potrà aiutarmi. Sì, sì, andate da lui, andate...

– Voglia gradire le nostre condoglianze –, dicono insieme, l’uno e l’altro. Poi se ne vanno, lasciandola sprofondata dentro il sofà di velluto rosso.

• • •

Mariposa accenna un risolino silenzioso, scherzoso, come una lieve sonata di flauto, lieve come un fiocco di neve, e poi, piano piano in un crescendo rossiniano di un’orchestra sinfonica di trombe e archi, scoppia a pieni polmoni in una risata disperata.

Ha il fiato corto per lo smodato accesso di risa, e pensa che la sua vita, stia andando un frantumi come … come … si guarda intorno, poi si alza in piedi e afferra di scatto la bottiglia del Chivas Regal che ha svuotata a sorsate e la lancia a terra, sul prezioso tappeto persiano, la lancia con la forza centuplicata dalla rabbia e dalla disperazione, la lancia a terra dove rovina in mille pezzi. “Come questa bottiglia!” grida rauca “ecco, proprio come questa stupida bottiglia, io e la mia vita siamo vuote e in frantumi come questa stupida bottiglia”.

Sta male …tutto le gira intorno …la testa le sta scoppiando e più la stringe tra le mani più sembra spaccarsi in mille pezzi …le sembra di impazzire con quei rintocchi di campana a morto che le rimbombano nelle tempie …dòn…dòn…dòn…

• • •

È trascorso del tempo da questi avvenimenti, più di un anno, all’incirca.

Mariposa mi dice che Villa del Glicine è chiusa, disabitata, ma che il glicine continua a far fiorire i suoi grappoli color lilla e continua a cingere con le sue braccia nodose il terrazzo come un innamorato cinge appassionatamente i fianchi della sua amata.

E sempre a proposito di Villa del Glicine, Mariposa mi dice che preferisce vederla andare in rovina piuttosto che cederla a Rinalda, e che quest’ultima non la cederà mai e poi mai a lei.

Serena Sabatini è stata ricoverata nella casa di riposo Padre Pio di Paese, e lei, Mariposa, è qui, a Villa Napoleon, una clinica specializzata nella cura della salute mentale.

Scherzando, ma con un tono di voce spento e uno sguardo tetro, sfuggente, mi dice: – Alfine abito sempre in una villa… –, con una mano cincischia nervosamente il suo cappello e con l’altra si porta alla bocca l’ennesima sigaretta.

– Già… –, le rispondo annuendo con il capo. – Ha ragione, sempre di una villa si tratta …ed è molto raffinata anche questa, ha un parco meraviglioso.

– Come Villa del Glicine… anche lì ci sarà la nebbia che vela tutto –, aggiunge con un tono malinconico. – E anche lì ci sarà la neve come c’era lo scorso inverno…

– Sì, ha nevicato dappertutto, e oggi c’è nebbia dappertutto come qui…

È qui che ho conosciuto Mariposa Varisco, qui a Villa Napoleon.

Ed è qui che mi ha raccontato la sua storia.

Mariposa si alza in piedi di colpo. – Devo salutarla –, dice abbozzando un sorriso, – aspetto una visita molto importante. Vorrei spazzolarmi i capelli e lavarmi i denti per togliere dalla bocca questo acre sapore di nicotina che può dar fastidio. Ho incominciato a fumare dopo aver saputo della morte di Toni, i medici hanno sentenziato che fumo per placare il mio dissestato sistema neurovegetativo, hanno detto che il dolore mi ha soverchiato e mandato in tilt come un flipper impazzito… Per un certo periodo ho vagato in una zona borderline...

– Ma fra poco uscirà di qui, se non sbaglio.

– No, non sbaglia. Sembra che sia sulla strada della guarigione e che possa riprendere a vivere, soprattutto dopo aver trovato una brace sotto la cenere della mia vita …resti, la prego, torno subito…

Accetto, incuriosita e la osservo scomparire oltre una porta in fondo a un corridoio. Poco dopo torna. Si è tolta il cappello ed i lunghi capelli castani perfettamente spazzolati le scendono radiosi e pieni di vita sulle spalle.

“Che cambiamento!” penso tra me e me. “Di chi sarà il merito? Di un qualche dottore, è certo …si sarà innamorata.”

Un attimo dopo irrompe nella stanza un bambino. Si butta tra le gambe di Mariposa e le abbraccia intorno alle ginocchia ossute.

– Zia Posa zia Posa… –, farfuglia.

Lei abbassa il capo e con mani tremanti gli accarezza la testa. Poi scoppia a piangere. Io guardo, sono senza parole, i brividi mi corrono lungo la schiena. È solo un momento, ma è lungo più di un’eternità. Mariposa continua a singhiozzare forte, sembra non smettere mai tanto che il bambino si allarma e le domanda: – Stai ancora male zia Posa? Sei ancora tanto triste? Se sei triste non potremo andare via di qua –, mormora con le lacrime agli occhi.

– Ma no sciocchino, piango perché sono felice: sapessi quanto fa bene piangere! Sto bene tesoro, sto bene e ce ne andremo via prestissimo, non preoccuparti piccolino, quando incomincerai ad andare a scuola saremo fuori di qui: te lo prometto, e prendere un cane tutto per noi come desideri tu…e come desidero anch’io. Piuttosto saluta la signora –, dice poco dopo al bambino Mariposa, gli occhi ancora colmi di lacrime, gonfi, – Avanti Giorgino…

– Buongiorno signora –, mormora timidamente il bambino guardandomi di sottecchi e senza staccarsi da Mariposa. Porta un paio di occhiali da vista con la montatura color ocra che gli dona molto e che si intona con i suoi capelli di una calda tonalità nocciola.

In quell’attimo mi viene un flash, di colpo nel bambino rivedo le foto sui giornali, la fotografia di un uomo morto insieme alla sua segretaria in un tragico incidente stradale, rivedo Giorgio Sabatini e trattengo il fiato per la sorpresa, vedo in tutti e due gli stessi capelli, ma gli occhi ...gli occhi del piccolo Giorgio non sono azzurri e solari come quelli del padre, il suo sguardo è nero, è scuro, nero come il nero di seppia, nero come quello di Toni Sabatini, morto poco prima del gemello Giorgio.

Le vicende che riguardano i gemelli sono sempre circondate e soffuse da aloni di mistero. Per questo motivo la notizia a suo tempo ha scatenato la stampa locale, ha destato clamore e interesse: perché i due gemelli pur essendo stati a molti chilometri di distanza l’uno dall’altro, erano morti a breve distanza di tempo l’uno dall’altro.

E poi, pur essendosi tenuta in disparte e avendo adottando un atteggiamento riservato e schivo, era inevitabilmente balzata alla cronaca Mariposa Varisco, descritta dai più, come una specie di velenosa vedova nera. Del bambino i giornali non ne avevano parlato affatto, forse perché la notizia del suo ritrovamento è trapelata solo molto più tardi e l’interesse per la vicenda stava scemando, o semplicemente perché era una bella notizia, e le belle notizie suscitano presso i lettori molto meno interesse di quelle tragiche. Di certo avrà anche avuto una notevole rilevanza la privacy per la tenera età del bambino che bisognava salvaguardare ad ogni costo.

Guardo Mariposa che riprende ad accarezzare la testa del piccolo, e passa con estrema dolcezza le dita sui corti capelli del bambino.

Poi alza lo sguardo verso di me dicendo: – Lui è Giorgio Junior ed ha cinque anni. È il figlio di mio marito, il figlio che ha avuto con Mary Bases… ricorda? L’hanno ritrovato i carabinieri a un paio d’ore dall’incidente di mio marito e a un paio di chilometri dal luogo dell’incidente, intirizzito e piangente ma in ottima salute. È questa notizia che i carabinieri non mi hanno dato allora, che non sono riusciti a darmi allora vedendo lo stato di prostrazione in cui versavo, ma io avevo capito che c’era dell’altro, solo ho preferito non approfondire per paura, e anche perché, sinceramente, in quel momento non sarei stata in grado di approfondire un bel niente, ubriaca di whisky e stordita di dolore com’ero. È stato mio fratello a rivelarmi dell’esistenza del piccolo, l’ha fatto un po’ alla volta, partendo da molto lontano per ferirmi il meno possibile, perché così gli hanno consigliato di fare i medici che si prendono cura della mia salute. Non si sa come questo bambino abbia potuto salvarsi dallo schianto, forse è stato sbalzato fuori dall’abitacolo nel momento dell’urto, o forse è uscito da solo dopo l’impatto. È un mistero. Del resto, gli accadimenti più belli della nostra vita sono intrisi di mistero. Lui non ricorda niente, almeno adesso, ed è meglio così. È qui, è vivo, e questo è importante, questo è il miracolo, e non importa come sia accaduto, è accaduto, e solo questo ha rilevanza. Adesso di lui si occupa mio fratello, per ora. Giorgino, mi piace chiamarlo in questo modo, Giorgino, dicevo, ha solo me ed io ho solo lui, quando uscirò di qui spero di poterlo adottare e di poter vivere insieme, noi due … dovremo imparare a conoscerci e dovremo imparare a volerci bene, dovremo fare in modo, giorno dopo giorno, che ci si voglia bene con sincerità, che ci si voglia bene perché siamo degni di avere l’uno dall’altro questo bene, questo amore –, così dicendo abbassa il tono di voce e mette le mani sopra gli orecchi del bambino, fingendo di giocare, – certo –, continua a voce bassa perché lui non senta, – non sarà facile, guardandolo, non ricordare... i suoi occhi... li ha visti gli occhi di questo bambino?, quando ho saputo di lui non ho accettato di incontrarlo per un bel po’, istintivamente l’ho rifiutato, poi, col tempo e con il sole maturano anche le nespole si dice dalle nostre parti, e anch’io sono maturata, in un certo senso. Sono pronta a rischiare ancora, a scommettere su di me, e so che imparerò ad amarlo come fosse mio figlio, quel figlio che tanto desideravo alla fine è arrivato: no? Ha percorso vicoli bui, strade sconosciute e contorte, ha sfidato e vinto la morte, e alla fine è arrivato a me: è un presagio di felicità, no?

Le sorrido e annuisco col capo. Mi sto commuovendo e sento il naso che mi cola come fossi colta da un incipiente raffreddore. Frugo in tasca per cercare un kleenex ma senza successo, allora tiro su con il naso come solo un bambino potrebbe fare.

– Quando credevo di aver perduto tutto, anche me stessa, ho trovato questo diamante sotto le macerie di vetro della mia vita –, continua Mariposa, – e ho imparato che non bisogna mai smettere di sperare che qualcosa cambi, soprattutto non dobbiamo smettere di sperare che noi stessi cambiamo, e con noi stessi che cambi quanto e chi ci circonda e la nostra stessa vita, che non bisogna mai smettere di inseguire i nostri sogni, essi, in un modo o nell’altro si avverano, magari non proprio come noi li avremmo voluti, non grandiosi e sfarzosi come li sognavamo, ma qualcosa di molto simile al nostro desiderio accadrà se avremo volontà e forza d’animo di perseverare nel cammino, di non arrenderci …non bisogna mai arrendersi, mai, questo ho imparato. Ora io e Giorgino andremo a prendere una buona cioccolata calda con sopra una montagna di panna, vuole unirsi a noi?

– La ringrazio ma devo andare. Anzi, mi scusi se l’ho trattenuta a lungo. Grazie di aver parlato con me Mariposa –, le tendo la mano e lei ricambia la mia stretta. – In bocca al lupo.

– Grazie a lei per avermi ascoltata. E crepi il lupo: ne ho davvero un estremo bisogno, anzi, ne abbiamo un estremo bisogno tutti e due: vero Giorgino? – dice rivolgendosi al bambino.

Lui la guarda adorante, ed è palese quanto il bimbo sia già perdutamente innamorato di quella donna che considera la sua nuova mamma, poi la strattona impaziente: – Uffa! Andiamo? –, chiede esigente il piccolo tiranno. –Voglio la cioccolata.

Mariposa mi sorride, un sorriso quasi felice balugina nel suo sguardo ancora colmo di lacrime, mentre prende per mano il bambino e si avviano, stretti l’uno all’altra, lungo il corridoio.

Li lascio alla loro intimità e sentendomi un’intrusa esco velocemente immergendomi nella nebbia e calpestando la neve ormai ghiacciata. Sta imbrunendo e le luci del viale rischiarano le mie orme.

Mi sento molto più leggera di quando sono entrata, e anche molto più emozionata. – Buona fortuna, Mariposa – dico piano mentre apro la portiera della mia vettura, – buona fortuna a tutti e due, a te e al piccolo Giorgio.

Questo mio corpo in quell’attimo stesso
Fu attanagliato da atroce agonia,
Che mi forzò a cominciare la mia storia,
E poi mi lasciò in pace.
Da quel momento, ad un’ora imprecisata,
Quell’agonia mi torna;
E fino a che non ho detto la mia storia,
Di morti, dentro mi brucia il cuore.

(Samuel Coleridge)


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