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Prefazione a
Le parole rubate
di Gianni Calamassi

la Scheda del libro

Renzo Cassigoli

La poetica di Gianni Calamassi

Vanno lette e rilette le poesie di Gianni Calamassi. Poi dopo averle fatte “riposare” come un buon vino, vanno ri-lette ancora una volta, molto lentamente , affinché ogni Parola sedimenti dentro per poterne gustare appieno il significato. Vanno lette e rilette, caro Gianni, soprattutto per chi, come me, non sapendo di metrica e non essendo un critico ma solo un “lettore militante” (se mi è permesso rubare l’auto-definizione a Luigi Baldacci, per me il maggior critico letterario del Novecento) che cerca nei versi e nelle parole che li formano limpide armonie, profonde emozioni e quelle riflessioni alte che spesso sfiorano la Filosofia.

La Parola, dunque, particolarmente importante nella poesia di Gianni Calamassi. Non solo perché, ovviamente la parola è l’ingrediente fondamentale senza il quale non è data poesia, ma per come nei suoi versi dolci e saettanti, magicamente pervasi dalla nostalgia e dalla curiosità dei bimbi, Gianni la ri-propone in acrobatici accostamenti di suoni, di immagini e di colori a definire paesaggi della memoria alla ricerca dell’Io più nascosto e più profondo.

Colpisce ne Le parole rubate, una delle più belle poesie che sia capitato di leggere: “Angelo del fuoco”, una sorta di “Pater noster” laico (almeno io l’ho inteso così), una invocazione contro i mali della terra che Gianni conclude con una felice raccomandazione: «…Angelo del fuoco non andare in fretta | a raccontare pace, ma liberami | dal male che dovessi sospirare, | perché preferisco non essere | che sognare il potere».

Proprio nell’introduzione a Le parole rubate Calamassi cita le riflessioni di un grande Poeta e storico dell’Arte, del tutto alieno al potere: Sandro Parronchi, l’ultimo ermetico recentemente scomparso che, addolorato osservava come «Le parole sembrano non avere più significato, sono solo un guazzabuglio di suoni, di rumori » E aggiungeva «La parola, quella vera, apportatrice di significati, strumento di conoscenza, di conoscenza e di comunicazione tra gli uomini, è ormai una merce rara». Riflessioni che combaciano perfettamente con quelle di un altro grande Poeta: Mario Luzi che, con Parrochi e Piero Bigongiari ha formato la triade dell’ermetismo fiorentino che negli anni Trenta in pieno fascismo imperante, aprì una finestra sulla cultura europea.

Per Mario Luzi – “poeta cristiano, non cattolico, teneva a precisare - «La Parola è tutto: è il Verbo. E’ il segno primario del divino nell’uomo. Che uno sia credente o non lo sia, la parola ha qualcosa di sacro anche per chi rifugge da questi pensieri trascendenti. La parola è aperta al bene e al male. Può essere motivo di proliferazione inutile e menzognera, oppure può essere testimonianza della parte migliore dell’umanità».

La Parola e il Silenzio, allora. Una endiade cara a Luzi che, come il grande Leopardi, amava la filosofia. Una endiade, non a caso, estremamente presente nella immagine poetica di Gianni Calamassi, come questi versi testimoniano: «Parole senza eco, che muoiono al tramonto | non riusciranno a resuscitare un sorriso, | se la mia voce non ti giunge, lascia | che a parlarti sia il mio silenzio, | che il tuo silenzio sia la mia voce».

E’ davvero difficile trovare definizioni più appropriate a esprimere il concetto.

Del resto «Cos’è la voce se non una vittoria sul silenzio» si chiede il filosofo Sergio Givone. Ed ecco, allora, “Le parole silenziose”, ancora raccontate dai versi di Gianni Calamassi: «Il silenzio stanco | del precoce tramonto, | è caduto lontano, | senza rumore, | in campi di fiori odorosi | cosparsi di rugiada cristallina, | colti come i segni perduti della voce del cantore. | Niente fermerà il tramonto | che trasforma il carme | in chiacchiere tardive, | evase col vento tra i lucidi rami di abeti collinari». Perché, spiega Gianni nei versi che danno il nome alla poesia, le parole “si svelano nell’ombra, mentre svanisce il suono”. Esse “stanno nel cuore”. Come i sogni.

E che rimane, al poeta, se non ci sono nemmeno più parole per raccontarli. «Non trafiggerli come farfalle, | i sogni sono vivi».

Quanta struggente nostalgia e quale delicata dolcezza esprimono questi versi sereni in tempi in cui la Parola, ormai senza l’Ascolto, si fa urlo, invettiva, sopraffazione.

Resta solo la parola del Poeta per cercare di ritrovare il filo della ragione.

A chi gli chiedeva cosa ha fatto la Poesia per lenire i mali del mondo, saggiamente Mario Luzi rispondeva: «Chiediamoci piuttosto, non cosa ha fatto la poesia, ma cosa sarebbe il mondo senza di essa…».

Per questo la poesia è importante. Quella di Gianni Calamassi ci aiuta a non abbassare la guardia, rinnovando l’invito a lottare per i nostri sogni, magari per le nostre utopie, come fa, per esempio con i versi di “Illusioni quotidiane”: «Cerca in campi profumati | fratello, sblocca la voglia | di lottare per aprire le dita | e navigare dentro la tempesta».

O magari, aiuta a ricacciare indietro l’ansia che incessante ci assale in tempi incerti e disperati.

«Lascia che gravi l’ansia | che mi cresce nel cuore. | Tacciono i passeri | osservando le mie foglie cadere, | volteggio di occhi frondosi, | chiedono alla pietosa terra | che scuote le spighe nei campi | con tranquille presenze | di passati fermenti». C’è qui una dolcezza remota (almeno io sento così quei versi) che riecheggia alcune risonanze della poetica del grande Paul Celan.

«Sullo scoglio d’alghe | odoroso volteggiano | tagliando il cielo | alchimie di parole».

Colpisce nella poesia di Gianni il senso di nostalgia del passato e, nel contempo, l’ansia per un futuro di solitudine che rende l’uomo estraneo al cuore dell’uomo, una sorta di paura che allontana l’altro da noi, non lo capisce, ne ha solo paura. Ho creduto di cogliere quest’accenno in una poesia tratta da “Fanciullesco convito”. “Madre nomade”, s’intitola e comincia con questi versi:

«Madre nomade cerchi la vita | e bussi guardinga nei sobborghi | delle dimore senz’anima, | prigioniera del fato | che ti precede».

Andrebbero citate tutte le poesie di Gianni, perché ognuna di esse suscita un’emozione.

Come “Domande silenziose”: «Perché questa solitudine | è fissata alle pietre di un selciato | percorso e percosso? | Dov’è l’uomo, se anche | la pozzanghera rabbrividisce | quando l’immagine del passero | la lascia? Cosa aspetto io | se nella nebbia sono già scomparso | e non costituisco alcuna ombra | perché la luce del lampione | non mi raggiunge?»

C’è nella poetica di Gianni la nostalgia e il senso della precarietà umana e del pianeta, il senso del tempo che si consuma. “Il tempo è un carosello che gira così veloce che non riconosciamo più il suo movimento” dice Heinrich Boll. “E così crediamo di riposare nel presente e siamo già nel passato”. Insomma, viviamo seduti sulla lancetta dei secondi e non ci accorgiamo che il tempo trascorre perché noi giriamo insieme ad essa. E’ la dimensione che si coglie nei versi di Gianni.

Alla fine mi torna in mente un piccolo grande libro: “In quante lingue si può sognare?” s’intitola. Se lo chiedono Jorge Luis Borges, Graham Green e Mario Vargas Llosa in questo volumetto che raccoglie tre conferenze. Nella prima è proprio Borges a raccontare se stesso e il sogno in cui Shakespeare gli parlò, naturalmente in inglese.

Si può dunque sognare in tante lingue ma, comunque, è sempre la Parola ed è sempre la Poesia a farci sognare. E a farci sperare. Auguri Gianni, e continua a scrivere.

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