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Una raccolta poetica e un saggio di estetica della scrittrice friulana, attualmente residente a Terni, che continua instancabile il suo cammino letterario, dal "realismo lirico" giovanile ad una poesia sospesa tra sogno e realtà. Maria Grazia Lenisa ha esordito giovanissima nel campo poetico, nell'ambito del "realismo lirico", movimento letterario fondato dal compianto Aldo Capasso per opporsi al surrealismo ed all'ermetismo imperanti, richiamando un concetto ampio di poesia realistica, intesa non come semplice mimesi della realtà, bensì come espressione semplice dei moti dell'animo umano e della loro armonia coi palpiti dell'universo.

A partire da L'Ilarità di Apollo (Bastogi Editrice, Foggia, 1993), la poetessa si è aperta, come pigna, ed è venuta fuori, come frutto maturo, una nuova poesia che, sulla scia di Arthur Rimbaud, non ritma più l'azione. Sul piano della critica puramente testuale, credo che l'ultima parola sia stata spesa da Giorgio Bárberi Squarotti, il più autorevole interprete dell'opera lenisiana della "svolta". A proposito della tendenza endecasillabica, egli ha scritto: "La Lenisa sceglie il verso endecasillabico come fondamento del suo discorso poetico, ma ne confonde i termini, li nasconde dietro le finzioni di versi amplissimi, fluviali, tuttavia ritmati sulla regolarità degli accenti dell'endecasillabo".

Per cui nulla mi sentirei di aggiungere sotto questo profilo. Credo che vada, invece, approfondita la poetica lenisiana, che si arricchisce sempre più di nuovi capitoli. Ogni libro segna una nuova tappa, è un'ulteriore pietra miliare sul cammino poetico della scrittrice d'origini friulane.

E così pure per la nuova raccolta di versi: Incendio e fuga. Anche qui abbiamo una poesia che non ritma più l'azione, "che non fa coincidere parole e cose". L'affrancarsi dalle pastoie della realtà è anelito di libertà, come testimonia l'omaggio d'apertura a Giordano Bruno, arso sul rogo a Campo de' Fiori, quattrocento anni fa, per la sua ricerca inesausta della verità, ma che risorge, come araba fenice, dalle proprie ceneri, testimoniando il prevalere delle idee e della "poesia vivente" sul pragmatismo, sulla viltà, sulle miserie del vivere quotidiano: "quanto si è perso, per assurdo vive!". Il distacco dalla realtà non ha, dunque, nulla di reazionario, non è rinchiudersi nella "torre d'avorio" della poesia, suona come denuncia di tutti i mali del "mondo reale".

La poetessa è "Ragazza a cui piacciono gli odori delicati, | condannata a odori di latrine, muri di rifiuti | che la vita innalza". Confessa: "Mi uccide il fiato di un cammello, la vita, | lezzo che ho trasformato in oasi". È la poesia a vivificare la realtà, ribaltando quelle poetiche falsamente realiste, i cui fautori hanno finito per calarsi le brache al primo stormir di fronda, convertendosi alle nuove mode poetiche, per rimanere sempre a galla. È la poesia ad introdurre creatività nell'epoca dell'informatica, fondata sulla ripetitività, sul ritorno al sistema binario aristotelico, in cui "il computer che apprende date e nomi in miliardi | di secoli di storia, | raggela il sogno breve dei poeti".

Ci ritorna alla mente l'immagine, cara ad Ernesto Balducci, di una poesia che faccia emergere "homo absconditus", altruista, solidale, che è dentro ognuno di noi, di contro all'"uomo reale", egoista, per nulla "poetico". Una caratteristica fondamentale della poesia di Maria Grazia Lenisa è il travaglio. Nulla è acquisito una volta per tutte, definitivamente consacrato. Lo stesso rapporto mito-realtà è visto in ottiche sempre mutevoli. Potremmo usare a proposito della Lenisa un'espressione suggestiva che è stata usata per descrivere l'arte poliedrica di Alberto Savinio: "ermafroditismo strabico". L'aspetto sessuale vero e proprio c'entra ben poco.

Quel che si vuoi dire è che la Lenisa, con "strabismo poetico", guarda contemporaneamente al mito e alla realtà, sicché il lettore non sa in che dimensione si trovi, se reale o mitologica. Lo stesso angelo della poesia lenisiana è volutamente "ambiguo": "Viene | il dubbio | che angelo non sia ma una diversa razza, un esercito | dietro i miti, gli offesi che mordono". Angelo vendicatore degli oppressi, dunque, "un angelo-boa fantastico che stritoli chi | attacca (il Nemico), difenda il piccolo tra l'erba, un angelo | che ha guidato elefanti e che tutti temano".

Lo stesso rapporto con Dio è tormentato, quasi un "corpo a corpo". Il verso lungo farebbe pensare a Jacopone da Todi, ma nella Lenisa non c'è misticismo, bensì inesausta ricerca, anche qui bruniana, che si conclude con una soluzione aperta. La sua religiosità è tutt'altro che dogmatica, anzi è ironica, tanto da richiamare l'immagine ludica che di San Francesco ha offerto Dario Fo, il quale, a sua volta, si è richiamato a Roberto Roversi, il primo a ricordare quando il "santo poverello" si presentò in Piazza Maggiore, a Bologna, e per attirare l'attenzione della gente, intenta a trattare affari, improvvisò uno spogliarello fantasioso, urlando per farsi ascoltare.

Non è un caso che tutti i poeti citati, espressamente o con la tecnica della citazione mimetizzata, con sapiente intertestualità, sono dei "tragressivi", da Sandro Penna a Dario Bellezza, da Arthur Rimbaud a Pier Paolo Pasolini, da Federico Garcia Lorca ad Allen Ginsberg, alla povera Amelia Rosselli. Basta, invece, qualche stoccata per demolire i poeti legati al potere, come Edoardo Sanguineti: "E Sanguineti col bordone | dell'umile, professore lodato dalla storia, disse: | «Ora ho tempo, amica, di rispondere ad un libro che qui | non conta nulla». Così gentile nessuno mi parve, vissuta | in tempo d'avere il suo autografo".

La ricerca di Dio diventa – e qui sta l'originalità della poetica lenisiana nel presente volume – ricerca linguistica. Anche per lei, come per Savinio, il mito è parola, strumento per conoscere l'inconscio, quello che sino ad ora era "indicibile", proprio per carenza dello strumento linguistico:

"La Parola splendeva | nella Mente, scendeva sulla bocca e, fuoriuscita, l aveva corpi come fosse Vita, | l'unica ormai che resiste nei secoli. Ogni corpo ri- l nato era un pianeta di meraviglie e l'arpa delle vene | simulava l'oceano, risorto il corpo dal suo verbo, | capovolto in vite precedenti (corpo-verbo) che musica | creava lo strumento. | Allora io compresi che al Principio era davvero il Verbo". La parola torna ad essere l'origine di ogni cosa, anche del "mondo reale", svela, come in Savinio, una realtà a più dimensioni, che l'uomo comune non percepisce, a differenza del poeta. Ma se Savinio è essenzialmente ateo, perché la religione è negazione della libertà, creazione dell'uomo "monoedrico", nella poesia lenisiana la parola finisce col coincidere col "Verbo".

La ricchezza, la diversità, l'originalità, sono le caratteristiche fondamentali di questa nuova raccolta poetica di Maria Grazia Lenisa, destinata a rinnovarsi sempre, pur nella continuità, in un processo infinito, in cui la poesia lievita e genera altra poesia. Al culmine della sua esperienza critica, la Lenisa ha voluto scrivere un denso volume di estetica, La dinamica del comprendere (Bastogi Editrice, Foggia, maggio 2000), assieme alla giovane ricercatrice Francesca Alunni, che è alla sua prima opera, ma che già ha nel cassetto un romanzo da pubblicare. Vorrei qui sottolineare il coraggio critico delle autrici, perché questo saggio indubbiamente va contro le mode oggi dominanti, senza riproporre, per converso, un passato che, pur conservando la sua validità critica, che ne esclude la rimozione" che di fatto è sbrigativamente avvenuta, va rimeditato.

In particolare, le autrici evidenziano i limiti di quella che potremmo chiamare "critica relativista", che ha messo tra parentesi l'autore, per concentrarsi esclusivamente sul testo letterario, visto nella sua presunta oggettività, e per sbilanciare tutto dal lato del lettore.

Un esempio di questo relativismo critico è, a nostro avviso, rappresentato da Lector in fabula di Umberto Eco, uno dei semiologi di moda, che imperversa sulla "grande stampa" e in televisione come un "guru" della critica letteraria. Le nostre autrici propongono, invece, un metodo di critica integrale, che definiscono di "critica comprensiva", che restituisce dignità all'autore, concentra l'attenzione sul suo mondo, sulla sua personalità, sulle sue idee, ma non si ferma qui. Il primo momento critico è, appunto, quello della "traduzione", consiste nell'impadronirsi del testo e del mondo letterario del suo autore. Il secondo è quello della "introduzione", che consiste nell'introdurre il testo letterario, "tradotto" e "decifrato", nell'ambito delle conoscenze del critico. Ad esso segue conseguentemente un terzo momento, quello interpretativo, in cui il critico, che ha già fatto tesoro dei due momenti precedenti, procede all'interpretazione del testo servendosi di tutti gli strumenti conoscitivi a sua disposizione. Quello proposto ci sembra un metodo critico in linea con la moderna semiologia, che non si limita ad un'analisi strutturalistica del testo, ma tiene conto anche del referente storico ideologico, del mondo in cui l'autore si trova ad operare, delle sue precedenti opere, delle opere prodotte da altri autori contemporaneamente, così come del lettore-critico, delle sue conoscenze e dei suoi parametri valutativi.

Uno studioso del passato, Ernesto de Martino, pur non operando in ambito strettamente letterario, bensì in campo antropologico, ci ha insegnato che lo storico deve, in un primo momento, identificarsi col materiale trattato, assimilarlo al massimo, ma, in un momento successivo, deve distaccarsene, assumendo un atteggiamento critico valutativo.

Lo stesso discorso ci pare valga per il critico letterario. Vogliamo, infine, sottolineare che una particolare gratitudine debba essere manifestata da tutti noi nei confronti di Galvano Della Volpe, che fece da "trait d'union" tra passato e presente, aprendo lo storicismo marxista alle nuove metodologie critiche di stampo strutturalistico e consentendo quella visione d'insieme dell'opera letteraria di cui parlavamo. Perciò va rimosso il giudizio liquidatorio che di solito viene espresso nei suoi confronti dai "nuovisti".

Recensione
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