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Filippo Giordano, mistrettese, alterna nel suo fare
poetico la dizione in dialetto alla dizione in lingua. Al dialetto ritorna a tre
anni da Scorcia ri limuni scamusciata con una smilza raccolta di versi
dal titolo Ntra lustriu e scuru (Fra luce e buio): appena nove
componimenti, dettati, come osserva Francesco Maria Di Bernardo Amato nella
densa prefazione, dal "bisogno di dire qualcosa di tutto suo, altrimenti
indicibile se non in torma arcaica, ancestrale".
Giordano è buon poeta in lingua. Quali ragioni lo
spingono di tanto in tanto verso il dialetto? Per lui il dialetto è "lingua
della memoria" che, come tale, consente al poeta di portare il discorso sul
piano della poesia libero dai bavagli delle correnti e delle mode che ben di
rado lambiscono la poesia e che nel campo dell'indagine poetica producono per lo
più contusione e mistiticazioni di valori grazie a cui i "mediocri" sono coloro
che più prendono ala? O il dialetto è per Giordano "linguaggio totale" che, in
quanto tale, dispone di mezzi e tini capaci di dotare la scrittura poetica di
un'armonia che tornisce il canto di più lunga durata e ne dilata il respiro
senza diluirlo?
Giordano "dialettale" è in possesso di strumenti di
lavoro che hanno in sé la forza necessaria per soddisfare qualsiasi esigenza di
durata. Si prendano le liriche dettate dal bisogno di portare il discorso su un
piano di cosciente fantasia (Stasciuni, Cu nni sapi?, A firi)
o le liriche in cui il poeta mette in moto il proprio sforzo per sollevare la
scrittura ad un livello di equilibrio linguistico dove ad affiorare è
soprattutto il desiderio del poeta di essere tutt'altro che poeta alla moda.
Anche in questo caso a mo' di esempio, si veda A canuta (La caduta), dove
la parola aderisce ad urgenze di ideali provate con immediatezza e trasferite
sulla pagina con un piglio fiducioso che può apparire anche ingenua
illusione:... "Carìu e si spincìu, menu mali, | e cossi siquitau u so distino.
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Mi parsi Gesù Cristu chi carìu | purtaunu a spadda a so pisanti cruci | E
'mpinata na lacrima asciucau | di dda umanità marturiata | chi, senza culpa,
cari e sangunìa (Cadde e s'alzò, meno male | e così proseguì il suo destino. |
Mi parve Gesù Cristo che cadde | portando in spalla la sua croce. || E gonfia di
pena una lacrima asciugò per quell'umanità martoriata | che, senza colpa, cade e
sanguina).
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Recensione |
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Ntra lustriu e scuru (fra luce e buio)
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poesia
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| Autori |
| • | Filippo Giordano |
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Edizione:
Edizioni Il Centro Storico
Messina 2006 |
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| Prefazione di Francesco Maria Di Bernardo Amato. In copertina opera di Gabriella Patti. All’interno disegni di Enzo Salanitro - pp. 32 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Tribuna Letteraria, La Nuova nr.85/2007
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