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Una silloge di poesie, questa di Leda Palma, sul doppio binario del viaggio poetico-religioso-ascetico e della rievocazione di viaggi compiuti in Africa e Medio Oriente. La raccolta è anche occasione di riflessione metapoetica attraverso la poesia. La versificazione, mai inclinata al prosastico, è testimonianza delle possibilità ancora feconde della lirica, nonostante la crisi che ha investito questo genere, per l’ostracismo a cui è stato sottoposto in Italia, almeno a partire dal gruppo ’63, fino ai neosperimentali di oggi. L. Palma fa parte del nocciolo duro di quei poeti che considera la lirica forma letteraria non volta solo al passato, ma che si autoesperimenta in ripresa. Essa è adottata perché non rinuncia alla metafora, all’ossimoro, all’allitterazione, a una certa aulicità/elevatezza, alla musicalità del linguaggio, e nello stesso tempo può operare sul piano asimmetrico del confronto con la realtà civile e con le controfacce filosofiche, psicologiche, mistico-religiose del pensiero. Nel caso di Ingiurie e silenzi si tratta di una poesia di pensiero in immagine, sensibilità, sentimento. Nessuna sdolcinatura è concessa a chi elegge il deserto a simbolo di una esperienza plurima. L’essenzialità si dà rastremando il linguaggio per sostantivi e verbi, senza aggettivazione. Questa opzione fa pensare agli ermetici. Alcuni motivi e il tipo di versificazione avvicinano L. Palma ad Ungaretti. Il deserto rimane sempre sfondo e archetipo. Ne Il taccuino del Vecchio, scriveva Ungaretti: “Si percorre il deserto con residui | Di qualche immagine di prima in mente” e “la mira” veramente “va al Sinai”. La disposizione figurale centrata della pagina elimina la punteggiatura per joyciano “flusso di coscienza”, favorisce epifanie visive, cadenze ritmiche, tipologia di cesura ad epigrafe. Visionarietà immobilità atemporali si danno quali rovesciamenti speculari alla mobilità del viaggiare. La scelta formale compensa il rifiuto delle forme metriche tradizionali e - come intende anche M. Carminati, nella sua prefazione - proprio per il suo “assetto spaziale, assume funzione dinamica e anticipatrice dei significati seguenti, richiamando certi tratti della poesia civile”. Aggiungerei, della poesia oracolare.

Il saluto bene augurante del primo componimento, rivolto al viaggio, più che una “invocazione” è segno di una liturgia di accoglienza, con implicazioni simboliche transpersonali. C’è un viaggiare erotico-spirituale: “Viaggio che mi scopri amica | amante che da te mai s’allontana” (pag  21) La vita è viaggio: abbandonarsi al suo flusso interno/esterno, anche coricandosi “a faccia in sù”, è porsi nelle mani di Dio. Così – scrive L. Palma – “sarò anche da Dio senza riparo” (ivi). Appartenere al viaggio è più che viaggiare: “Amica tu non sei del viaggio | se il viaggiare ti coglie a denti stretti”(pag 22). Chi appartiene al viaggio ha rinunciato a “nidi caldi”, né addolcisce il trascorrere del tempo.

C’è una “pista battuta” in “un’altra stagione” (pag. 26) legata alla neve e all’infanzia. Essa evoca l’innocenza quale precondizione della fecondità spirituale. Ora però, dice l’Autrice, occorre confrontarsi con altri vissuti, così che quell’innocenza, fatta adulta, sia feconda “in una spianata di tempio comune” (pag. 26), cioè in un confronto aperto tra le religioni.

Il sentimento di perennità “dentro il Wadi” – fiume, in tempi remoti, ora quasi sempre in secca - pone alla presenza dei demoni che hanno rapito l’acqua e degli angeli che ne controllano il sonno; allora “gli occhi affondano nei millenni” ed è scorrere in immagine “con l’acqua sul palmo del fiume | verso una morte inesistente” (pag. 28). La morte inesistente, forse per la metempsicosi – “so che la morte | è buona | aiuta il mio ritorno” (pag. 90) - rende immobile il tempo sullo sfondo dell’eterno ritorno. Si possono comprendere, allora, le parole di Gialāl ad-Dīn Rūmī, poste in esergo: “Tutto è uno, l’onda e la perla il mare e la pietra... Nulla di ciò che esiste in questo mondo | è al di fuori di te | Cerca bene in te stesso | ciò che vuoi essere poiché sei tutto”. Monismo e panteismo sono uno dei poli di questa poesia mistica: l’Uno-Tutto di ascendenza orientale, induista-buddista; l’altro polo è il Dio-unico-trascendente delle religioni ebraica, cristiana, mussulmana. Nelle religioni occidentali l’Uno-Dio va separato dal mondo naturale e storico, salvaguardato dalla responsabilità del male attraverso il creazionismo. La distanza ontologica tra le creature e Dio non schiaccia la libertà umana. Direbbe Tommaso d’Aquino: il male non può essere in Dio, senza contraddirne essenza e esistenza; il male morale o è difetto o è abuso di libertà, che è pur sempre ciò che dà all’uomo dignità e grandezza. Forse cavalcando quest’onda metafisica, che ha pure implicazioni mistico-ascetiche, L. Palma si dispone - “Protesa a sondare un alto | più alto”, “preghiera su preghiera” - “a volare raggio su raggio” (pag. 79)... “Nella preghiera del silenzio – prosegue L. Palma – l’anima allungo | a forare l’azzurro | il qui di me è là | disincagliata” (pag  84).

Andare verso “l’alto”, ma anche verso “l’altro”, è ancora trascendere. L’apertura al diverso, però, non ti libera dal tuo passato: “l’odore” dell’altra “cultura ti rimane addosso”; ciò – dice la poetessa – “non è una buona notizia” (pag. 30).  I testi esprimono aspirazione e difficoltà: “Volevo seguire il bramito |  il passo ritmato dei saggi | la gabbia aperta di Allah | il pensiero senza confine | abitare un nomade sangue” (ivi). Le aperture e gli ostacoli conducono sincronicamente alla sacralità della natura in cui si percepisce il divino: “annuso una lingua profumata | un tabernacolo d’orto | genuflessa” (pag. 31), ma l’impressione d’inadeguatezza non abbandona chi vorrebbe essere come Gialāl ad-Dīn Rūmī che annienta l’ombra nella luce tra le danze (cfr. pag. 33).

Il deserto offre percezioni di sottrazione di vita, quantunque in esso se ne mostrino preziose tracce: una salamandra fulminea nel suo apparire e sparire come barlume d’acqua... “La sabbia sferza la sabbia” (pag. 35), spariscono altre tracce, “le orme delle volpi”, e la vita sembra “timbrata sul nulla” (ivi). Mancano alberi rami acqua, perciò un incontro con una donna può confonderti quando la vedi stringere due bottiglie ricevute dalle mani di chi può donarle (pag. 34). Tutto è indigenza, anche Dio si presenta nel deserto in esperienza privativa “da integrare” (pag. 36). Il deserto, sempre uguale a se stesso nei millenni, trascina fuori dal tempo anche chi lo visita, tanto che la poetessa può chiedersi: “quando davvero sono nata?” (pag. 37).

Da pagina 38 ha inizio un quasi poemetto sottoinsieme di poesia civile, che giustifica il titolo della silloge: Ingiurie e silenzi. Ingiurie alle donne in nome di una religione che sacralizza l’arbitrio maschile nelle forme di un dominio onnipervasivo nel pubblico e nel privato. L’oscuramento del corpo, attuato con il burka, configura oppressione e isolamento: un carcere ti viene cucito addosso. L’esperienza di indossarlo, da parte di L. Palma, risulta drammatico. Le aperture verso il mondo islamico e l’uso del linguaggio lirico, allora, non impediscono l’affondo etico/critico: “nella custodia del burka | non un canto a salire o parola | né il breve di un sorriso | (...) non sarò mai fiore | né nome mai sarò | su questo nero foglio | di solitudine” (pag. 39). Le donne sperse, negate nella loro differenza, sono raggiunte dalla poetessa attraverso l’identificazione: “come vorrei sentire il vento | che mi profuma la pelle | il sole struggermi le gambe | e sentirmi oceano d’astri | assaporarne il canto” (pag. 41). La donna “dentro il suo burka sepolcro”, occultata agli altri e a se stessa, è invitata a fuggire (pag 42); ella però “teme” perfino “l’anima strappata da un clic” della macchina fotografica (ivi); per altro “l’uomo può e sorride | senza danno dell’anima/al mio occhio arricciato che scatta la fotografia” e “ne chiede una copia” (pag. 43).

Sentirsi scrutata come femmina da uno che sgrana rosari di preghiere, o guida un fuoristrada, fa porre domande: “cosa di più l’assorbe | un’impronta di sesso | o grani d’infinito tra le mani | in rime d’abitudini (...) colgo nel qui | dello sguardo che fruga | - i matrimoni a tempo | una notte un’ora | a stemperare il fango | tutto è lecito”. La fine emblematica del componimento è “prostituzione” (pag. 44). L. Palma si immedesima anche nella bambina costretta a un matrimonio prematuro: “occhi di bimba senza altrove | nessuno a dirti – sono qui – né si fa strada il pianto” (pag  47).

Quando dall’Africa si passa al Medio Oriente gli strali si appuntano più su Israele che sul mondo arabo. L’Autrice non è affatto antisemita. Ci sono parole importanti di invito ad Israele a recuperare il senso identitario, etico-religioso della sua storia: “chiarezza d’altro | Israele | tu che scalavi il cielo | tu sola puoi il traghetto | osa Israele | lascia al deserto la voglia | di volarti | accanto” (pag. 64). La poetessa condanna la violenza da qualunque parte essa venga: “La tua lama è in me | in te la mia | lama contro lama | stralunata sabbia piegata | al tradimento (...) l’approdo | è disamore | e un galleggio d’uguale | sangue” (pag. 63).

In due testi c’è la rimemorazione del crollo delle “torri gemelle” di New York, della tragica risposta di rabbia dell’Occidente e delle reiterate ritorsioni islamiste: “settembre in fumo rabbia | di città verticali che sbrigliano | luci su milioni di stracci” (pag. 46); e a pag. 57: “Bestie di fuoco | a conficcare torri | un rapace settembre | (...) la pace | mitragliato ha bugie | esploso vendette | morti addestrati a fare | i morti | e gli altri a vivere | a metà | in un deserto.../”. Quando c’è guerra – dice la poetessa – “è certo allora l’inferno (e...) si spengono le lingue dei poeti” (pag. 59). E’ tale la sofferenza di vedere miseria e morte che L. Palma si schiera con “i fanciulli di pietre e stracci”, che scagliano pietre contro l’esercito israeliano: “Miniera di pietre | questo deserto di pietre | di cuori spaccati | clamore di pietre che piovono | da fanciulli puliti di cuore | steli cresciuti tra le pietre | erica di paura di fame” (pag. 69). La pace è necessaria. Il suo nome – dice L. Palma – va bagnato “sillaba su sillaba (...) che il guscio schiuda e non rimanga sogno” (pag. 56).

Le poesie civili sono intervallate da testi e versi che ritornano ai motivi di meditazione preghiera amore: “Prodigo è il vento | di pure forme dove | m’accelero d’amore | come il seme che per decenni | dorme | (...) si fa strada il nomade sorriso | in attesa perenne di miracoli | nel cielo si fa strada | esploso di verde (...) scivoli assoluto dentro me | fiato dell’universo il tutto e il niente.” (pag. 70). Finisco con una citazione di un componimento biunivoco dedicato a tutte le madri che perdono un figlio e nell’essere anche invocazione-atto-di-fede in un percorso nuovo a Maria madre di Cristo: “Torna madre | sotto la croce ad esser madre | di tutti noi (...) non ho più madre | ma qua nella tua casa | di sabbia e luce ti sarò figlia | a te che piangi il figlio | tu sei il senso io ti conosco | solo da te inizierà il percorso nuovo” (pag. 92). Grazie, Leda.
Recensione
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