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Noemi Paolini Giachery è una fine studiosa di letteratura italiana moderna e contemporanea come è provato dai suoi numerosi studi e saggi, tra i quali solo segnalo: Italo Svevo. Il superuomo dissimulato (Roma, 1993); Il volto bivalente (Manziana, 1997); Luoghi tempi e oltre. Divagazioni di un egotista (Manziana, 2003); Ungaretti “verticale” (libro scritto a “quattro mani” con Emerico Giachery, Roma 2000), e infine “Pas de deux” per la poesia di Alberto Caramella (Manziana, 2000).

Anche con questo studio appare una studiosa molto penetrante che svolge sul testo considerazioni critiche molto centrate e condivisibili. In questo caso ci offre con molta perizia e competenza un’analisi perfetta dei temi, dei motivi e dello stile dei romanzi di Dolores Prato, oltre che un bel ritratto di questa notevole scrittrice. Inoltre si ammira un linguaggio critico limpido e chiaro che investiga il testo in ogni sua piega. L’occhio è sempre rivolto al testo, saputo commentare in ogni sua piega. Così si mostra leggendo con attenzione il saggio. Comunque le opere finemente analizzate dalla studiosa sono: Giù la piazza non c’è nessuno (a cura di N. Ginzburg, Einaudi, Torino, 1980); Le ore I (con una nota di G. Zampa, Scheiwiller, Milano, 1988); Le ore II. Parole (con una nota di G. Zampa, Scheiwiller, Milano 1988); Le ore (a cura di G. Zampa, Adelphi, Milano 1994); Scottature (Quodlibet, Macerata, 1996); Sangiocondo (editrice Campana, Roma 1963). Di tutte queste opere la studiosa coglie l’articolazione, lo stile, i personaggi, la valenza autobiografica. In sostanza ci troviamo di fronte a una lettura completa ed esaustiva della opere prima citate di Dolores Prato, autrice pure de Le mura di Treia e altri frammenti (Città di Treia, 1992). Sulla sua opera esiste una copiosa e qualificata bibliografia che ingloba i nomi di Franco Brevini (L’innamorata di nomi. L’opera autobiografica di Dolores Prato, Città di Treia, 1980); Monica Franetti (Il centro della cattedrale. I ricordi d’infanzia nella scrittura femminile: D. Prato, F. Ramondino, A. M. Ortese, C. Campo, G. Bompiani, Tre Lune, Mantova, 2002); S. Severi (L’essenza della solitudine. Vita di Dolores Prato, Soveria editore, Roma, 2002) e ancora: Dolores Prato voce fuori. Carteggi di una intellettuale del Novecento (ed. Il Lavoro editoriale, Ancora, 2007).

Il libro della Paolini Giachery scaturisce da una affettuosa e attenta lettura dei romanzi di Dolores Prato, “intesa a individuare in una ricerca prevalentemente tematica, al di là della concreta e analitica rappresentazione delle cose e dei nomi delle cose, un’affascinante trama di simboli che costituiscono un singolare universo”.

In tale maniera emerge tutta quanta la personalità della scrittrice che ha scelto di raccontare di se stessa, in una impostazione sempre più direttamente autobiografica, per dare forma e durata a una esperienza che è prima di tutto esperienza interiore espressa con una lingua che resta in sostanza fedele al modello comune – questa una nota di dissenso nei confronti della critica ufficiale – e, nelle opere maggiori, sono recuperate le parole dell’infanzia, le parole della Treia (siamo nelle Marche), ma solo come materia e non come strumento di discorso. Orbene la Paolini Giachery riesce nel suo intento a illustrare molto bene le opere delle scrittrice marchigiana, che fu negli anni Ottanta un caso letterario costituito dalla apparizione, tardiva rispetto alla biografia dell’A., di Giù la piazza non c’è nessuno.

Dolores Prato, una straordinaria adulta-bambina o bambina ormai adulta, anzi quasi novantenne, molto innamorata delle cose e delle parole, soprattutto di quelle che afferiscono alla città natale, ma in particolar modo “intenta a ritrovare, in quelle cose-parole, nell’alveo materno di quel suo luogo d’origine, la sua infanzia che aveva rappresentato per la sua personalità originale, e sensibile fino allo spasimo, una sorta di iniziazione straziante ed esaltante al tempo stesso.

Treia è la terra madre come la parlata di Treia è la lingua madre – anche se a Treia non era nota: – “Madri buone” delegate a sostituire la “madre cattiva” che “aveva rifiutato la bambina alla nascita. (p. 6). Ma la Paolini subito avverte che “il  tributo di Dolores alla lingua madre non si attua in una adorazione, nella scrittura, di quella lingua, neppure in forma mescidata come in molta narrativa italiana attuale, ma solo nell’evocazione delle parole di Treia in un continuo confronto con la lingua comune. Le parole di Treia non sono dunque strumento e modalità del discorso scritto ma solo tema, argomento, così come le cose che quelle parole denotano e connotano” (pp. 5-6).

La Paolini Giachery nella lettura delle opere narrative della Prato mostra di non condividere altre tesi o ipotesi di critici come quelle, ad esempio, di Roland Barthes, per cui si è parlato per la scrittrice di scrittura “come narrazione di un desiderio di scrivere”. Il discorso della Prato non è autoriflessivo come quello di parecchi autori attuali. La scrittura è sentita dalla scrittrice, quasi più come fine, che come mezzo per dare forma e durata allo straripante universo ormai totalmente interiorizzato” (p. 9). Oggetto e soggetto sono fusi solo nell’immaginazione, e ciò fa dire alla scrittrice: “Ma io non mi sentivo affatto piccola piccola, mi sentivo diffusa”. Ecco il commento della Paolini Giachery: “Diffusa sì, ma direi, anche fortemente e tenacemente portata a sentire e ad affermare l’individualità, la singolarità, per sé e per ciò che conosce ad ama, se nota con compiacimento che una foglia uguale a un’altra nelle querce di tutto il mondo non c’è” (pp. 11-12).

Queste parole-cose o cose-parole sono molto amate in quanto contengono un’offerta d’amore, di quell’amore di cui la scrittrice è assetata e che il mondo avaro e indifferente che la circonda, almeno nella sua percezione, le rifiuta. Ben messe a fuoco risultano pure le immagini usate dalla Prato, gli oggetti, piante, fiori, e poi ancora le voci popolari (abbondanti in Giù la piazza non c’è nessuno), il suo mondo aristocratico, individualistico di vivere il linguaggio, la sua viva passione estetica, i suoi personaggi che hanno una loro singolare identità: Zizì, lo zio prete, l’unico, a dire della scrittrice, che le dedichi un amore discreto ma profondo: senza dubbio Zizì è il personaggio più importante, dopo la scrittrice stessa. Zizì viene sentito vicino nella sua viva “curiositas” della Prato.

Per lei lo zio prete sarà un maestro: un maestro, dice la Prato, “che nulla insegnava per insegnare”. “Di prediche neppure l’ombra: per lo più scherzava. Al massimo: “no, no” diceva sottovoce e io sapevo che non dovevo strappare la foglia della pianta viva che era nel suo vaso, soffre”. La Paolini sa ben leggere nell’u-niverso apparentemente informale e dispersivo della Prato (almeno in quello rappresentato in Giù la piazza non c’è nessuno) tout se tient. Pure il libro postumo della scrittrice, Le ore, è ben indagato dalla studiosa in cui viene ricordata, tra le cose, il collegio in cui “niente finiva, niente cominciava”. “Lì dentro si ignorava il momento preciso in cui si passava da un anno all’altro”. Il Natale sembrava lontanissimo dal precedente: “Natale arrivava quando l’altro si tingeva d’azzurro per la lontananza. Quel che ritornava dopo tanto tempo. Forse perché allora erano piccoli pensieri, piccoli dolori che non bastavano a riempire il tempo”.

Le ore può sembrare un titolo antifrastico. La studiosa gusta il sapore delle “parole di casa” di Dolores Prato in quanto più vicine alla vecchia parlata romanesca (Noemi Paolini Giachery è nata a Roma); parole quindi che evocano alla studiosa “mondi insieme remoti e familiari”. Comunque anche i solecismi – sospetta la studiosa – riscontrabili nei testi narrativi della Prato corrispondono più che a delle esigenze espressive a “carenze del controllo formale dell’autrice che, anche nelle lettere scritte alla “Madrina”, sorvolava qua e là, certamente senza intenzione, le norme del toscano severamente imposto in collegio” (p. 74). Quindi le irregolarità linguistiche presenti ne Le ore non sono interessanti stilemi (spesso la Paolini Giachery non è d’accordo – e lo dimostra - con gli altri studiosi della scrittrice). Se la scrittrice quando scriveva si lasciava sfuggire un forungolo invece di foruncolo o dissuaderla di in luogo di dissuaderla da anche, qualche rara volta, l’articolo i e le preposizioni nei e dei quando la lingua comune prevedeva gli, negli, degli, ciò era il segno che la toscanizzazione aveva lasciato residui di un diverso regionalismo linguistico. Pure nelle già citate lettere alla “Madrina”, che avrebbero dovuto rappresentare il più rigido censore linguistico, appaiono forme irregolari come traslogo (la solita sonorizzazione osco-umbra) o me l’ho fatta prestare o bricciola o correggere o carozza o cucita molto esatta o laberinto o abozzo o tiritela o il solito i in luogo di gli. La Paolini Giachery puntualizza molto bene la lingua materna o meglio il rapporto che ha la scrittrice con essa.

Inoltre viene studiata, e bene, l’altra opera, Scottature, opera che ottenne nel 1995 il premio Stradanova in base a questa motivazione: “È un’intelligente narrazione veramente notevole per frequenza e rapidità di dettato, storia di una collegiale, con spunti nuovi sulla vecchia materia, e tutto un rincorrersi impertinente, e non cattivo, di riso e di pianto”. Quest’opera è importante per la conoscenza della scrittrice che, dopo l’infanzia vissuta a casa degli zii e l’adolescenza protratta nella prigione conventuale, uscita dal collegio ed entrata nel mondo, aveva cominciato a frequentare il magistero di Roma, si tratta di un’opera autobiografica, e basta l’incipit per cogliere “un’ironica atmosfera da favola, una favola narrata secondo i canonici criteri di semplificazione, di stilizzazione geometrica attraverso ripetizioni diadiche e, ancor più traidiche”.

“A capo del convento dove io ero in collegio, c’era una trinità di monache tutte uguali nella potenza, concordi nel giudizio, sincrone nelle azioni: la Superiora, la Maestra, la Vecchissima Religiosa (non si rasenta qui un carattere di ironica teologia?)” (pp. 82-83). Come ancora in altra parte dell’opera ecco apparire il classico topos del repertorio favoloso rappresentato dalla partenza dello zio – di solito si tratta di un padre – che chiede alla bambina che cosa vuole che le si porti “di laggiù”. In questo caso un’America più sognata che reale dalla quale la nipote si attende un dono di farfalle.

La Paolini Giachery coglie molto bene la lingua, i segni delle Scottature, opera che contiene vari segni forti dell’amore di vita e di bellezza della scrittrice. Ciò che interessa molto la studiosa è la lingua usata, e studia da questo punto la narrativa della Prato che ha una lingua aulica, ma solo “quando lo richiede una marcata stilizzazione e, in tali casi, per lo più con una certa sfumatura ironica” (p. 95). Di qualche interesse può essere anche la disposizione alla forma dialogica che la Prato, in Giù la piazza, dice già presente nei suoi temi scolastici.

Difatti la scrittrice ha bisogno di colloquiare con l’altro, e lo stesso bisogno di intesa e di comunicazione si vede nella tendenza a personificare le cose appartenenti alla natura, sole, mare, fiori (“lui” il sole, “lei” l’acqua, e il buio notturno del mare immaginato favolosamente come effetto dell’acqua che “aveva certo spenta la luce”). Viene messo in evidenza così il percorso di vita e di scrittura della Prato, studiando ancora Sangiocondo o La rosa muscosa, il primo romanzo della scrittrice, il romanzo di San Ginesio (siamo sempre nelle Marche).

L’opera trae spunto dagli anni trascorsi dalla Prato, ormai laureata, nella cittadina marchigiana, dove nel 1922 era stata chiamata per insegnare lettere nella Regia Scuola Normale Promiscua “Matteo Gentili”. Per una fortunata occasione la studiosa ha potuto disporre delle due stesure del romanzo, e in queste pagine vede come la scrittrice abbia affrontato un racconto autobiografico, non incentrato sul suo “Io gigante”: questa volta il protagonista è un prete, Don Pacifico, parroco di San Ginesio (che nell’opera diventa Sangiocondo).

La studiosa segue così, in una tappa del percorso letterario anteriore a quella rappresentata in Scottature, anche se si riferisce a una fase successiva della vita, il complesso rapporto con la religione cattolica e, più in generale, con il problema religioso. Nell’opera si incontra Don Pacì e il paese. Anche qui la studiosa svolge considerazioni molto centrate e condivisibili. Comunque la narrazione in quest’opera verso la fine si fa più corale.

L’indagine della studiosa è di ordine tematico. Inoltre viene pure segnalato ed evidenziato, tra le altre cose, il fatto che alcuni colloqui del prete Don Pacì con il padre Eterno assumono talvolta, con effetto discutibile, toni alla “don Camillo”. Ma quei “toni non erano ancora diventati banale maniera perché – particolare curioso – il Don Camillo di Guareschi uscì nel 1948, lo stesso anno del Premio Prato” (p. 129).

Con questo libro, il cui ordine dei capitoli non si fonda sulla cronologia delle singole opere, tutte autobiografiche, ma sulle fasi successive della esistenza della Prato, Noemi Paolini Giachery, ci dà una lettura critica magistrale e profonda dell’opera narrativa di una grande scrittrice come Dolore Prato.

(Carmine Chiodo)

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