Servizi
Contatti

Eventi


Vincenzo Rossi. Racconti (e altro)

Oltre ad essere un autentico e profondo poeta, Vincenzo Rossi è anche uno scrittore di romanzi e racconti originali per le tematiche e per la lingua usata. Anche nei suoi ben strutturati racconti ricorrono tematiche che sono frequenti nella sua opera in versi. Per molti aspetti l’opera dell’artista e creatore molisano è autobiografica, anzi si serve l’autore della poesia e della prosa per manifestare il suo mondo interiore, per dire la sua presenza nel mondo, le sue idee e convinzioni sull’uomo, sulla natura, sulla città, sulla campagna, sulla vita e sulla civiltà.

Anche come scrittore di racconti Vincenzo Rossi è bravo per misura narrativa, per scrittura e perché sa anche dosare i vari passaggi narrativi, creare le situazioni e pure l’atmosfera che preludono poi a certi fatti e avvenimenti. Si tratta di brevi ma intensi racconti che sono apparsi nel corso degli anni presso la collana “Calliope”, edita da Cronache Italiane di Salerno.

Questi racconti sono: Campeggio solitario del 2003, Una visita al cimitero, Il grillo (entrambi apparsi nel 2004), infine Il tarlo (che ha visto la luce nel 2006), con la bella e penetrante introduzione di Antonio Crecchia). Orbene in questa nota analizzo questi tre racconti che sono il frutto della massima maturità artistica di Vincenzo Rossi, il quale si conferma sempre di più un attento scrittore delle cose che lo circondano, della sua vita e anche di quella degli altri. Sono racconti che fissano determinati aspetti esterni e interni, che sono ben fusi tra loro. I personaggi appartengono a quella terra alla quale si sente legato, fortemente legato anche Rossi. Costituiti da vari piani, che poi s’incastrano tra di loro, questi racconti, e penso sopratutto a Campeggio solitario, presentano l’ambiente tanto amato da Rossi poeta e scrittore: quello dei suoi cari luoghi natii, la sua campagna, i suoi alberi, il Cimerone. E in questi luoghi Rossi vive, crea e la sua anima respira.

Ad apertura del mirabile racconto Campeggio solitario, si vede l’io narrante totalmente immerso nella natura; l’io che ha un contatto anche fisico con la sua terra ricca di alberi, di olmi, e che presenta splendidi meriggi, una “luce crescente”, e poi la montagna di cui lo scrittore sente il respiro. Lo scrittore Rossi si trova assai bene tra i suoi pastori e contadini mentre lo disgusta la città, la vita cittadina. Rossi ama la libertà, ama girare, come l’io narrante nel racconto, a piedi, sentire il contatto, il piacere “dell’erba fresca e della terra calda”. Lo scrittore ci fa sentire la bellezza interiore della vita che si vive in mezzo ai boschi, una vita solitaria che poi è interrotta – e qui comincia l’altro piano del racconto – da due “ombre”: sono quelle di due vecchi, Giorgio e Daniele, che in una baracca, seduti l’uno accanto all’altro, parlano della loro vita, di quello che sono stati e di quello che adesso sono, due vecchi che aspettano solo di morire.

I loro discorsi sono ascoltati con partecipazione dal campeggiatore solitario. Qui si ammira la perizia con la quale lo scrittore sa costruire i dialoghi che si svolgono tra questi due vecchi: “In questa baracca sono nato, Giorgio, e qui sono restato per tutta la vita. Non conosco il mondo, io. Ma tu che sei andato in giro per tanti anni, oh, ne avrai viste di cose, tu!”.

Aveva rotto il silenzio quello che fumava. “Meglio per te, Daniele: hai consumato la vita nella tua famiglia”. Due vecchi soli e senza nessuno, e quindi aspettano - come già detto – di morire, e non per nulla i loro discorsi riguardano il modo migliore di morire appunto. Dai loro dialoghi affiora pienamente la loro vita, il loro attaccamento alla terra d’origine. Uno dei due vecchi (Giorgio) era stato in America, ma alla fine decide di venire a morire nella sua terra, nella sua campagna. Si parla di morte come “carogna”: “Io, invece, riattaccò Giorgio, vorrei che quella carogna mi venisse a chiamare quando ho un fiasco di vino nello stomaco e la mano al bicchiere. Soltanto allora m’è capitato di sentirmi il coraggio di ridere in faccia, di sfidarla, di colpirla col rovescio della mano, quella carogna, caro Daniele” (vedi, pp. 27-28). Dei due vecchi muore Daniele. Questo è anche il racconto del tempo che distrugge e travolge ogni cosa.

Il tempo inteso come fonte di infelicità (secondo Daniele). Ci troviamo di fronte a un racconto ricco di riflessioni sulla vita, sul tempo, sulla morte; un racconto ben organizzato che ha una dimensione filosofica sciolta in una narrativa fluida, piana, armonica. Tutto scorre leggero e perfetto. Non ci sono intoppi.

Lo si legge, questo racconto, tutto d’un fiato come è scritto, come è impostato. Qui si respira aria di vita, di natura, in cui vive immersa la voce narrante, ma pure di morte: la civetta che canta, ad esempio: “Le raganelle avevano smesso di cantare e non tremavano più i grilli. Soltanto la civetta lamentosa scendeva dal fondo della valle” (p. 29). Dal versante naturale di vita vissuta nell’incontaminata natura si passa poi al lugubre, alla morte, quella appunto – come si sa – di Daniele, il quale “dormiva contento e che avrebbe continuato a sentire per l’eternità la pioggia sulle lamiere della sua baracca” (p. 30).

Di diversa situazione narrativa e di differente contenuto è il racconto Il tarlo, anch’esso di forte connotazione esistenziale, un racconto ben costruito che cattura immediatamente l’attenzione di chi legge per la trama e il colloquio che si svolge tra lo scrittore e un suono strano, fastidioso e misterioso. Difatti – come nota il già citato Antonio Crecchia – qui “l’io narrante (...) accende un colloquio con l’io profondo, con l’Es”. Anche in questo racconto la lingua è fluida e procede senza intoppi. È molto espressiva e rende bene il tarlo che lo scrittore sente operare nella sua scrivania: “Si calmerà, la finirà una buona volta: oppure se è lui, il tarlo, un giorno uscirà e mi lascerà in pace” (p. 18). Un tarlo che emanava scariche alle quali la voce narrante si è abituata. Poi scompare, ma eccolo di nuovo ricomparire pian piano e col tarlo l’io narrante dialoga: “Su, taglia con le tue mandibole d’acciaio, frantuma la morte! – io non uccido la morte – mi spiegò sicuro il tarlo – ma viaggio verso la morte!” (p. 23) o ancora: “È morte la vita? - Dal buio alla luce, dalla luce al buio, assiduamente, eternamente batto e ribatto”. Racconto di dialoghi e di interrogazioni che riguardano la vita, anzi il “groviglio di vita e di morte” che è nelle “tenaglie di tarlo”, nel pensiero dell’uomo.

Tarlo o uomo fa lo stesso nell’eterna lotta di vita e di morte”. Racconto filosofico che si snoda in dialoghi ben costruiti, che rendono molto bene “la voce sonora” del tarlo. Poi il suono scompare, e da ciò la tristezza che nasce dal “sentire al posto della vita il silenzio, la morte, il nulla!”. Ora c’è il nulla ove prima c’era la viva voce del tarlo.

Questo racconto va letto – ed ha ragione Antonio Crecchia – in chiave filosofica e psicologica. Ovviamente il tarlo è una metafora per la interiorità, per le lotte che vi si svolgono. Qui Rossi dimostra di essere uno scrittore molto attento a ciò che avviene dentro l’uomo, nel suo io profondo. Solo uno scrittore della preparazione e della cultura e sensibilità di Rossi poteva darci racconti come frutti di alta maturità esistenziale e artistica, che ascolta e sa descrivere le voci di fuori e quelle di dentro e lo fa con una scrittura penetrante ed efficace.

Di tutt’altro svolgimento e atmosfera sono i racconti Una visita al cimitero (qui sono svolte tematiche che ritorneranno negli Epitaffi, di cui dirò dopo). Anche in questi racconti si ammira precisione stilistica e misura narrativa. Questa volta è di scena il cimitero, come si apprende pure dallo splendido incipit del racconto: “Era il pomeriggio del 10 aprile. Camminavo lungo la strada che porta al cimitero, col fermo proposito di effettuare una visita ai morti” (p. 5), anche in questo racconto si nota una lingua che aderisce bene alle situazioni e ai personaggi di volta in volta presentati. Certo quando si va al cimitero si visitano i propri cari, parenti, ma pure gli amici, conoscenti, persone che si sono incontrate nella vita nella quale hanno esercitato vari mestieri. Qui non manca il Cimerone attorno al quale si svolge la vita. Rossi è in un certo senso il poeta e lo scrittore del Cimerone, che appare “intorpidito dal lungo sonno invernale e con la cima tagliata dalla nebbia” (p. 5). Nitide e ben articolate sono le singole sequenze che formano il mirabile racconto che, molto scandito, poggia nel contempo su segmenti narrativi lineari e fusi tra di loro. Un vivo nella città dei morti; un vivo che vuole dedicare un po’ del suo tempo agli “altri” e anche per osservare “la loro dimora eterna, con l’immagine attaccata alla tomba”, come si usa nei cimiteri. Ci si ferma davanti alle tombe di coloro che si ricordano bene, e nel contempo si osserva la loro figura e si richiamano alla memoria fatti che riguardano quei defunti. Il primo che si fa incontro al visitatore è Achille il Gobbo. Con stile efficace e realistico è ritratto questo defunto: “Contratto come un rospo, aveva un po’ la bocca aperta e si vedeva un filo di lingua” (p. 7). Un racconto fatto di dialoghi tra il visitatore e le immagini dei morti. Compaiono vari tipi, ricordati e richiamati attraverso nomignoli oppure con il nome del mestiere che essi hanno fatto da vivi. Ecco il Magliatore, personaggio presente in altri racconti. Questa specie di veterinario mostra un “robusto petto”, lunghe braccia nerborute, le mani grosse, baffi all’Umberto I. Così in fotografia. Allora aveva vent’anni. Si tratta di uomini veramente conosciuti dallo scrittore come questo Alfonso che da vivo lo scrittore sentì spesso parlare con suo padre. Ora Alfonso è solo “silenzio e fetore”.

Tipi ben delineati con un linguaggio molto suggestivo ed espressivo. La stessa cosa vale per Nicolina l’Imbrogliona. La sua foto la presenta come “una vigorosa matrona, col busto e la lunga gonna impieghettata, lo sguardo, nonostante l’età avanzata, acuto e violento”(p. 8). Così la ricordava pure lo scrittore. Poi ancora un bersagliere della grande guerra che mostra “con orgoglio la sua divisa grigioverde”. A questo lo scrittore chiede se è fiero “anche in quest’altro mondo della medaglia” che ha conquistato “sul Trentino”. E il bersagliere risponde: “Oh, qui non si parla di gloria!”. “Nel buio e nel silenzio non c’è posto per gli eroi”. Chissà se i vivi ricordano il sangue che uscì “dalle vene” di questo soldato! E questi si raccomanda affinché la sua medaglia non sia “abbandonata”, e che sia “presa dalla cassa di tanto in tanto”, così possa rivedere la “luce del giorno”. Poi scoppiò un tuono e “scese un brivido sulle croci”. Anche qui non mancava il Cimerone: “Uno stormo di colombi attraversò l’aria sulla mia testa perdendosi verso il Cimerone” (p. 10). Questo racconto è ben riuscito per contenuto e stile, un racconto di morte, o meglio, di vita, che poi diventa buio, silenzio, vermi, fetore.

Vari sono i personaggi richiamati dallo scrittore nel suo racconto: ecco Domenicantonio, il quale aveva perduto un occhio, quello sinistro, nel cantiere di Chicago. Questo defunto ricorda allo scrittore i querceti di Collestafano, le grotte del Cimerone, i temporali, in questi frangenti Domenicantonio raccontava tante delle sue avventure allo scrittore; avventure che gli capitarono in Francia, negli Stati Uniti d’America.

Sono questi morti che richiamano alla mente precisi ricordi di vita. Ecco ancora la peccatrice con il suo collo di gazzella, con le sue labbra sensuali che invitavano al piacere, ora essa è chiusa in una “gabbia di cimento”. Poi è la volta di Domenico il Buffone (abile raccontatore di barzellette), Giovanni il Sonatore, abile suonatore di fisarmonica. Una visita non disturbata da nessuno. Fuori tutto parlava allo scrittore di vita (le raffiche di vento, la pioggia, il giardino inondato di pioggia), ma dentro era pieno di morti. Dopo che rincasò, si gettò sul letto e vi rimase per circa due ore a meditare sulle persone che da tempo non vivevano più ma che “avevo rivisto in cimitero”.

Il racconto Il grillo è significativo e mostra un tema molto frequente nell’opera non solo narrativa, ma anche in quella poetica del Rossi: la vita di campagna, quella paesana, quella del Cimerone, preferita a quella della città: “Maledissi e lasciai la città. Da mesi non mi faceva concludere niente. “Ti lascio, maledetta!” le sputai dall’alto di un ponte. “Là!” indicai il sud. “Là, in aperta campagna” (p. 19). Un racconto, come gli altri, scorrevole, fluido, avvincente, che mostra il ritorno dell’io narrante alla città, al paese: “Tornato al paese, trascorsi la mattinata in passeggiate solitarie e il pomeriggio a riordinare le stanze. Sistemai il letto di rimpetto alla montagna, il tavolo con i libri al tramonto. Venuta la sera, mi gettai sul letto e dormii” (ivi). Ma nel sonno sente strani rumori che si “confusero in un ronzio costante e infine si precisarono in paura di qualcosa che m’ero portato dentro, mio malgrado, dalla città”. Il canto del “grillo” non abbandona lo scrittore neppure quando lavora o medita. Quel canto si fa sempre più forte; un canto che non viene dall’esterno ma dal di dentro: perciò risulta inutile e vana ogni ricerca di trovare in casa il grillo. Un canto che perseguita, questo del grillo. Si ode nelle orecchie. Forse è in esse. Per non sentire più il “maledetto canto” viene presa la decisione di andare in città e qui farsi visitare da un bravissimo otorinolaringoiatra. Quel “cri cri” è un tormento continuo che se non è nell’orecchio – come sentenzia il medico – ma in noi stessi, è dentro di noi. Tanti hanno dentro di loro quel “cri cri”. È nel cervello. Si tratta di un grillo appunto che è oltre l’orecchio. Non bisogna pensare e così il grillo non darà fastidio. Un racconto metaforico e nello stesso tempo filosofico che dà vita ad una narrativa fluida; si basa su dialoghi che mostrano la condizione umana, certi momenti dell’uomo, che spesso viene deriso dagli altri o ritenuto un “fesso” per quello che dice di sentire dentro. Oppure viene considerato un “pazzo” come capita all’io narrante di questo racconto che come Il tarlo va letto in chiave esistenziale.

Ci troviamo di fronte a racconti ben congegnati, vivi, agili, che mostrano uno scrittore molto profondo ed originale, in cui la realtà interiore e quella esterna (luoghi, campagna, montagna) sono strettamente fuse e intrecciate, espresse con un linguaggio naturale, umano, semplice, ben aderente alle varie situazioni. Ora Vincenzo Rossi è all’apice della sua maturità espressiva e artistica, come è ampiamente dimostrato da questi geniali racconti che mostrano uno scrittore di grande calibro e che presenta temi veramente sentiti e un linguaggio tutto suo.

Prima di terminare questa nota sullo scrittore Rossi voglio segnalare altre due sue opere. Si tratta di due volumetti della “Collana Calliope”: Epitaffi – come già detto – con nota introduttiva di Antonio Crecchia del 2004 e poi La poesia di Julio Bepré tra l’Essere e il Nulla nel 2007. Nella prima opera l’attento critico (Vincenzo Rossi un Prometeo dei nostri giorni legato al “Cimerone”, pp. 3-8) si incontra con lo scrittore e poeta Rossi, la cui biblioteca è traboccante di libri. Ha ragione il critico nel sottolineare il fatto che la “vita, la storia, l’evoluzione psico-affettiva” di Vincenzo Rossi “sono incollati al Cimerone, il quale, oltre al significato denotativo e a quello metaforico indicato dallo scrittore, ne assume un terzo, di identificazione, simbolico ed evocativo, come termine di una equazione reversibile: Cimerone = Rossi” (v. p. 7). Anche come autore di Epitaffi Vincenzo Rossi riesce bene. Qui si incontrano momenti e persone – come già appuntato prima – che si trovano pure nella sua narrativa, nei suoi racconti. Ecco ad esempio il magliatore: “Questo che vedi attaccato | a un disfatto tumulo | di calcare e pietre sono io il magliatore: | la foto protende il mio robusto petto | (...) | tu ammirasti queste braccia | a torcere come steli di paglia | i testicoli dei vitelli al sorgere del sole! | Ricordami come allora, vai, | non guardare più il mio squallore” (p. 27); e ancora nell’Imbrogliona si parla appunto di Nicolina l’Imbrogliona: “Tua fui un giorno quando il cielo | vomitava fulmini sulla terra: | lo hai dimenticato? Non fuggire! | Fermati ancora un attimo e parlami | di Nania e Carluccio mio!”.

Vincenzo Rossi svolge anche un’intensa e frenetica attività di traduttore, di critico, di saggista. É il caso di Bepré. Rossi ci ha dato varie traduzioni anche di poeti stranieri. Poco fa ho ricordato il poeta argentino di Buenos Aires Julio Bepré autore di sillogi poetiche come Tiempo de inicio e Arraigo inasible. Qui Rossi non ci dà una traduzione letterale ma soprattutto poetica. È un poeta che traduce un altro poeta o, meglio, lo interpreta. Si tratta di quindici testi tratti da Arraigo inasible. Questo volumetto del Rossi è destinato non solo ai lettori argentini “ma anche ai non pochi lettori italiani d’Italia che da sempre lo seguono sia per il valore assoluto della sua poesia tutta calata dentro la sensibilità poetica attuale sia per l’amore che ha sempre nutrito per il nostro paese (...)” (v. p. 7 dell’Introduzione). Questo poeta argentino “da qualsiasi situazione esistenziale – osserva Vincenzo Rossi – sa trarre l’ispirazione che non solo condensa il significato delle parole, sempre cariche di personalissimi sensi, ma struttura il linguaggio tale che attraversa i maggiori interrogativi e tutti i tempi del vivere umano e non umano”.

Materiale
Literary © 1997-2019 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza