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Una straordinaria alchimia pervade il nuovo romanzo di Paolo Ruffilli, L’isola e il sogno, dedicato alla figura di Ippolito Nievo, romanziere e garibaldino, autore delle monumentali Confessioni di un italiano, protagonista tra i maggiori delle vicende che portarono, centocinquant’anni fa, all’unità d’Italia: un’alchimia che poggia su un equilibrio perfetto tra rigore storico e immaginazione, tra Storia e quotidianità.

La frequentazione di Ruffilli con la vita e l’opera di Nievo non è di oggi: già vent’anni orsono egli scrisse una Vita di Ippolito Nievo e la documentazione, la conoscenza dei luoghi, la ricerca negli epistolari e negli archivi del tempo gli assicurano una profonda dimestichezza con le vicende dell’epoca, fino ai fatti più reconditi e personali della breve ma intensissima esistenza del romanziere ottocentesco. Con la sensibilità del grande poeta quale egli è, Ruffilli può così farci respirare l’atmosfera di quegli anni ed offrirci un ritratto rigoroso del protagonista, ma un ritratto inedito e appassionato, non ufficiale, più intimo e familiare, quello di un giovane còlto, in un momento particolare ma centrale della propria esperienza, nei suoi tormenti e nelle sue aspirazioni più umane.

La vicenda narrata occupa lo spazio di pochi giorni, il tempo in cui Nievo, vice intendente per il governo garibaldino nella riconquistata Sicilia, torna a Palermo per la seconda volta, chiamato a raccogliere i documenti della gestione finanziaria rivoluzionaria, da inviare alle autorità sabaude. L’unità d’Italia è prossima, l’isola strappata ai Borboni ha accolto i Mille come eroi, le porte dei palazzi nobiliari, i teatri, i ricevimenti si sono spalancati per i giovani liberatori. Ma è l’intera vita di Ippolito ad animarsi nei ricordi che ne accompagnano la traversata del Tirreno e l’approdo a Palermo, dall’infanzia agli anni dell’università, dal rapporto con la madre a quelli con le donne in cui ha cercato, senza trovarla davvero, la felicità; e poi nel capoluogo siciliano, nei pochi giorni in cui l’intendente vi rimane, fino alla ripartenza e allo strappo da una città amata e odiata insieme, in fondo forse non capita ma che lo ha catturato, e al tragico epilogo che lo sorprende sulla via del ritorno. Ne raccogliamo un quadro originalissimo, interiore, in cui non trovano spazio né la retorica né l’eroismo, attraverso cui Ruffilli ci presenta, disegnato con maestria di tratti e di sfumature, un uomo in fondo malinconico, tormentato, diviso tra gli amori fuggevoli che l’occasione gli offriva e l’aspirazione ad un rapporto più stabile, impossibile, con Bice, moglie di un suo cugino.

Ogni momento della narrazione è vero, tutto è immaginato, come suggestivamente rivela lo stesso Ruffilli, che accompagna il protagonista passo per passo e nei suoi ricordi con la fedeltà e l’accuratezza del memorialista, per indugiare tuttavia sulle pieghe del suo animo, ricostruito con autentica libertà poetica. Il racconto, godibilissimo, rimbalza fascinosamente il lettore da un luogo all’altro attraverso i ricordi di Nievo, dall’una all’altra delle sue donne (dalla madre giudiziosa e preoccupata per la sorte del figlio, all’amore non consumato ma fortissimo per Bice, dalla lussureggiante Palmira all’angelica Matilde), dai giorni delle sommosse agli odiati impegni governativi, alle suggestive escursioni tra il mare e le antiche vestigia palermitane. Ed in tutto questo si scolpisce, splendida, la figura di Ippolito rappresentato nella sua quotidianità, affaticato dagli incarichi amministrativi, amareggiato per il rifiuto degli editori di pubblicare le sue Confessioni, diviso tra Bice e Palmira, tra la realtà e il sogno.

Sullo sfondo, la Storia, che proprio in quei giorni procedeva irresistibile verso l’unità d’Italia, e che Ruffilli pennella con abilità e cognizione di causa, evocando l’atmosfera, gli eventi e i retroscena della spedizione dei Mille e del governo provvisorio di Sicilia: la Storia che non entra mai da protagonista nel romanzo, ma vi aleggia, lo pervade e vi fa da cornice. E, su tutto, Palermo, città rigogliosa ed affascinante, carnale, che accerchia Nievo e lo seduce con i suoi colori e la sua vitalità sfrenata, magistralmente dipinta nei paesaggi e nell’umanità sanguigna che la popola. Rappresentati ancora con pennellate fresche, vivide, con il tratto felice di uno sguardo che si direbbe impressionista, nobili e popolani prendono vita, si fissano nella memoria, divengono essi stessi, nella loro variopinta coralità, protagonisti del racconto: Leonardo, cocchiere, cicerone, ruffiano, consigliere, profondo conoscitore di genealogie regali e di aneddoti storici, Palmira, femme fatale dal corpo scultoreo e dalla pelle di cenere, che sembra offrire ad Ippolito, finalmente, la chiave della felicità senza riserve, nell’abbandono e nella celebrazione del presente, e via via fino agli anonimi funzionari restii al proprio dovere, ai questuanti e ai falsi creditori, che esasperano il severo intendente nell’assolvimento del suo incarico.

Il romanzo è, così, straordinariamente sospeso tra le due anime di Nievo, l’una abbagliata e stregata dai profumi e dai colori di Sicilia, dalle sue donne e dall’appagamento totale che esse promettono, incarnato dalla splendida e solare Palmira, l’altra maggiormente idealista, proiettata verso la ricerca di una perfezione più durevole, rappresentata dal coronamento impossibile della sua relazione con Bice, donna sempre vicina e lontana, conquistata e, nei fatti, irraggiungibile. Un dualismo scandito nelle riflessioni dello stesso Nievo, che lo conduce a riflettere sul senso più autentico dell’esistenza nella rievocazione e nel dialogo, garbato, lucido e penetrante con se stesso. Fino all’epilogo, la scena più drammatica, in cui il mare torna impetuoso e implacabile protagonista, che Ruffilli staglia magistralmente davanti agli occhi del lettore nel modularsi e farsi cupo del suo colore, nel ribollire dei fragori, nel turbinio dei movimenti, in cui la morte chiama a raccolta, alla resa dei conti, ciascuno di fronte a se stesso, nel momento della solitudine estrema che è l'apice dell'autenticità della vita.

Anche lo stile narrativo, infine, cattura: immediato, franco, ma in cui si intrecciano pure sapientemente, specie nei dialoghi, ricercatezza ottocentesca e una musicalità poetica che ricorre, inconfondibile, in ogni loro parte; dialoghi intensi, sempre originali, intimi, in cui Ruffilli non rinuncia mai alle proprie doti straordinarie di poeta attento alla parola e alle sue suggestioni.

Uno stile che si fa poi evocativo (come evocativo è il romanzo sin dal titolo, per le impressioni lasciate intendere, che la coppia di termini schiude di per sé) nei paesaggi naturali e, ancor di più, negli incredibili paesaggi femminili. Bastano davvero all’Autore pochi colpi di pennello, poche parole fattegli pronunciare, per disegnare a tutto tondo un personaggio e dargli vita, fare di ogni comprimario una figura compiuta e nettamente caratterizzata: la madre premurosa, saggia e discreta; Bice, carezzevole e razionale; Palmira, prorompente e intensa; Leonardo, arguto e a modo suo erudito. Sorprende la felicità nel tratteggio persino delle comparse, di chi recita il ruolo minore ed appare ed esce di scena nel breve volgere di un episodio: la vecchia che si fa intermediaria di un messaggio amoroso soltanto con l'allusività del proprio sguardo quasi sinistro, il farmacista votato ad un razionalismo sagace, il sacerdote che gli oppone l'ostinata propria visione del mondo, il passeggero che fronteggia, con la solidarietà del proprio coraggio, l'impeto ormai irresistibile del mare in tempesta.

Così come poche pennellate bastano per affrescare uno scenario, ancora e soprattutto il mare, nella sua infinita tavolozza di sfumature, ma poi gli agrumeti, i palazzi, i caffè di Palermo e quelli delle città del nord, le feste popolari con i loro suoni e le loro tinte accese: scenari che entrano prepotentemente, uno dopo l'altro, nella memoria del lettore.

Alla fine, L’isola e il sogno è un romanzo storico solo per certi versi, per l’accuratezza descrittiva che Ruffilli non fa mai pesare, ma attraverso cui costruisce sapientemente la scena e la quinta del teatro, per la storicità del protagonista ripreso nella sua vita pubblica e privata; ma è anche, soprattutto, un racconto fascinoso, seducente come le terre in cui si svolge e, ancora, un racconto lirico autenticamente profondo, universale.
Recensione
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