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Ha fatto la sua apparizione nelle librerie, quasi in punta di piedi avrebbe detto Ciro Cristofoletti, una biografia di Gino Rossi, pubblicata da Amadeus e scritta da Antonio Chiades con «doppia coscienza e serietà«. Va sottolineato il particolare dell'impegno, perché, andando contro la moda corrente, il noto informatore di cose teatrali dell'area trevigiana, nel ripercorrere le varie fasi dell'avventura artistica e umana del pittore che ha legato il suo nome alla mezza rivoluzione di Ca' Pesaro. orchestrata con finezza e pazienza da Nino Barbantini, non ha mai ceduto alla tentazione romanzesca.

Lasciando da parte i moduli imperanti, che puntano all'effetto più immediato a scapito del rigore e della sobrietà, l'autore ha scritto un racconto sempre sorvegliato e vigilante, mettendo insieme le tessere dei vari contributi usciti in tutti questi anni sul personaggio Rossi. Ne è venuto fuori un mosaico che offre dell'artista una immagine completa. piena di risvolti talora inediti, che vanno dal ritratto della madre, alla crisi matrimoniale, all'incontro con la paziente ed umile Giovanna Bialetto, fino all'inferno dei vari istituti psichiatrici nei quali ha trascorso più di vent'anni della sua esistenza.

Una autentica tragedia a ripensarci, che ha distrutto da un lato ogni traccia del «bel giovane di modi civili, un tipo romantico con un pizzetto sfumato a punta che dava al suo viso dai lineamenti regolari una certa distinzione», come ha scritto Zamberlan, e da un altro ha spento in lui ogni forza creativa, recidendo il fiore di una ricerca espressiva tesa a liberare la nostra pittura da una tradizione ormai esangue, ridotta il più delle volte a ripetizione di schemi illustrativi privi di originalità. Peggio ancora, del minimo travaglio spirituale, indispensabile per dare all'opera il tocco che la rende testimonianza capace di restituire il battito fondo di un'epoca definita «della svolta».

Nella sua Vita di Gino Rossi, scritta in una lingua che mostra di conoscere l'eleganza, Chiades insiste su due momenti chiave della vita dell'artista, la stagione di Burano e l'interminabile reclusione nei vari ospedali psichiatrici più «il fattaccio» della tomba concessa dall' amministrazione comunale. Vale la pena di riportare la sua malinconica «chiusa»: Tomba 42: coincidente, quasi beffarda, l'allusività del numero, dal momento che proprio all'età di 42 anni l'uomo del bosco era stato strappato all'arte e alla vita: quel giugno 1926, quando lo avevano rinchiuso per sempre tra le mura del manicomio».

Sono tre episodi della vita di Rossi che hanno fatto veleggiare la mia fantasia sulle acque della memoria, a recuperare lesioni. che mi hanno fatto incontrare con il fantasma del pittore creduto trevigiano, mentre al contrario era veneziano (nato in calle degli Orbi, a San Samuele, nel giugno del 1884, figlio, stando al pettegolezzo cittadino, del conte di Bardi Enrico di Borbone Parma, del quale il padre Stanislao era segretario).

La prima «occasione» si ricollega ad un suo collezionista legato da sentimento a una mia parente di norme Adelina, Giovanni Della Villa, amico di Bepi Marchiori che l'orientava nelle scelte di arte contemporanea. Aveva acquistato dodici tele di Gino Rossi, e in occasione della mostra organizzata alla «Galleria nazionale d'arte moderna», nel leggere sul catalogo il nome dei «cosa mia». Unapia illusione, una delle tante della mia esistenza. Il signor Giovanni era un abile dirigente industriale che nutriva passione autentica, non venale, per l'arte, riuscito a mettere insieme una collezione di spicco, nella quale brillavano proprio alcuni capolavori di Rossi.

Li mostrava agli ospiti di riguardo con un certo orgoglio, e faceva bene, perché Rossi al di là delle suggestioni cezanniane era artista felicemente autonomo, che aveva saputo proporre soluzioni in margine ai cubismo evitando la maniera. Altra «occasione» d'incontro con Rossi è stato l'omaggio della Fiera letteraria, curato da Bepi Mazzotti. E stato un coro di adesioni critiche che ho tentato d'impaginare sul Settimanale che aveva molti lettori, pochi acquirenti, con grande evidenza. Insomma una seria testimonianza ancor oggi citata nelle varie bibliografie, che in sostanza ha cercato di fare il punto sul mirabile artista de La fanciulla del fiore, davanti alla quale si prova un senso d' incantamento stupefatto.

E un'opera perfetta, che dà esatta la misura della classicità di Rossi, del suo tendere alla perfezione con 1' intransigenza di un mistico (e Chiades fa benissimo, nella sua biografia, a sottolineare la purezza con cui Rossi ha adempiuto la vocazione). Fra l'altro il fervore appassionato con cui in veste di redattore del settimanale eternamente squattrinato, diretto da Cardarelli, ho seguito Mazzotti nella sua fatica di ordinatore e raccoglitore del materiale, comprese le illustrazioni, mi è valso il dono di un disegno del periodo in cui Rossi era rinchiuso in manicomio a Treviso, donatomi dall'amico Bepi, nominato suo tutore unitamente al pittore Nando Coletti Uno strano geroglifico di segni in libertà, tracciati molto probabilmente da una mano che seguiva degli impulsi senza avere il coraggio, oppure la voglia, di completarli, quasi non valesse plu la pena d'impegnarsi sulle ceneri degli ideali che avevano scatenato la battaglia di Ca' Pesaro, al fianco di Barbantini e sodali.

Volendo completare il racconto delle sue apparizioni nella mia giornata umana, che dovrebbe comprendere tutte le mostre di suoi lavori che ho visto nel fluire degli anni (un crescendo rossiniano, perché lo snobismo ha fatto suo, ad un certo punto, persino un semplice della sua specie, che deluso dagli uomini si era rifugiato in braccio alla natura, a Ciano sul Mantello, dove era osteggiato dai contadini) il momento di fuoco è stato il miraggio di trasferire i suoi resti mortali a Barano. Dove intorno ai primi anni del Novecento, lasciata la Francia, Rossi aveva raggiunto Moggioli e Scopinic in compagnia della moglie, che più tardi l'avrebbe lasciato aggravando i guasti provocati dalla madre di lui Teresa Vianello, divenuta contessa Revedin.

Stando alle sue lettere, il mondo appartato dei pescatori, dei lunghi silenzi, dei fitti conversari amicali aveva rappresentato nel susseguirsi d'amarezze che l' hanno piagato dall'inizio alla fine (fame, incomprensioni, vuoti affettivi), una parentesi felice. E Giovanni Comisso che ad un certo punto si è interessato di lui, facendone un protagonista del romanzo i due compagni, aveva deciso, spalleggiato da una schiera di amici, di trasferire le sue spoglie mortali in un lungo corteo di barche che scendendo processionalmente lungo il corso del Sile sarebbero approdate in laguna, con meta Burano.

Un sogno che ho subito fatto mio, chiedendo al proprietario d'una ditta di marmi che con le sue barche si serviva del fiume di farmi accogliere fra le «masegne» che viaggiavano alla volta della Serenissima. E' stata un'esperienza bellissima, che mi sono illuso di ripetere portando Gino Rossi fuori dal cerchio dei ricordi in nero. Purtroppo nel preciso momento di tradurre in realtà il sogno di Comisso, che voleva finalmente dare pace a Gino Rossi, grande pittore vittima della stupidità, sono sorte improvvise difficoltà, e il mio entusiasmo si è afflosciato come un aquilone quando cala il vento. Gino Rossi è rimasto nella tomba numero 42, concessi dal comune. Una tristezza.

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