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La poesia modernamente antica di Mario Mastrangelo

Con Si pe’ piacere appena appena parle (Se per piacere appena appena parli), Mario Mastrangelo è alla sua sesta pubblicazione. Le precedenti raccolte poetiche rappresentano significativamente un percorso di ricerca stilistica e di elaborazione linguistica all’interno di una “lingua parallela”, quella dialettale campana, più precisamente salernitana, con variabili riferibili al dialetto di Ogliara, paese originario del poeta.

Partendo dalla prima raccolta, ‘E penziere r’ ‘a notte (I pensieri della notte) , in cui si propongono al lettore poesie fortemente caratterizzate dalla leggerezza melica e vagamente folcklorica, proprie della tradizione partenopea e ispirate a modelli classici, nella successiva produzione poetica Mastrangelo si apre gradualmente, e sempre più marcatamente, all’elaborazione di una poesia innovativa: i temi, la resa stilistica, il tono, la sintassi, il linguaggio stesso, divengono decisamente personali, inconfondibili.

Uscendo da temi e motivi tradizionalmente circoscritti e riduttivi, il poeta attua un’operazione letteraria e ideologica molto interessante, volta al recupero di una specificità culturale.

Pur tuttavia, diversamente da quanto riscontrabile in gran parte della poesia “neodialettale”, quella di Mastrangelo non è poesia d’urto, di rottura, giacché non cancella ogni potenziale tendenza all’orecchiabilità, alla scorrevolezza, alla parola facile. Se è vero che il suo linguaggio si allontana dalla tipica solarità napoletana e dalla sua tradizionale malinconia, essendo, esso, un magma incandescente di sofferenza, smarrimento e meditazione esistenziale, è altrettanto vero che non utilizza densità fonica e semantica del verso per scongiurare cadenze ritmiche, né contrazioni violente o alternati addensamenti e rallentamenti che ne escludano la melicità. Al contrario, la cantabilità dei versi viene favorita dall’uso della rima e dell’endecasillabo.

In quest’ottica quella di Mastrangelo, più che “neodialettale”, potrebbe essere definita poesia modernamente antica.

Dalla prima poesia della nuova raccolta, da cui il libro stesso prende il titolo, emerge l’umiltà disarmante di un uomo che interroga la vita sul suo senso senza assumere atteggiamenti aggressivi, provocatori o accusatori, piuttosto evocando una postura genuflessa, una sorta di richiesta d’aiuto: aiuto a comprendere e, quindi, a darsi una risposta.

Dalla vasta pluralità di temi che caratterizza soprattutto la prima raccolta già citata e le due immediatamente successive, ‘E terature r’ ‘a mente (I cassetti della mente) e ‘E ttegole r’ ‘o core (Le tegole del cuore), Mastrangelo approda con un misto di razionalità e sentimento filtrato da un non comune senso dell’ironia, a contenuti squisitamente esistenziali al cui interno si dimenano, con aspetto tentacolare, sentimenti di paura, solitudine, smarrimento, fusione con la natura, che procedono all’unisono in un percorso denso e concentrato, armonico ed equilibrato concretizzandosi nelle poesie di Si pe’ piacere appena appena parle, in cui gli interrogativi che si erano già manifestati in modo sempre più evidente nei versi di ‘O ccuttone cu ‘a vocca ( Il cotone con la bocca) e Addó‘e lume e’i silenzie (Dove i lumi e i silenzi), rispettivamente terzultima e penultima raccolta, si fanno sempre più insistenti e privi di risposta, sempre più rivolti al trascendente e maggiormente inquietanti.

Il poeta esprime in modo più esplicito la sua insoddisfazione nei confronti di una realtà non consona alle proprie aspettative e soprattutto ingannevole, illusoria; una sorta di velo di Maya che avvolge gli occhi degli uomini per far vedere loro un mondo di cui non si può dire né che esista, né che non esista.

È l’istanza, fortemente ispirata sia alla filosofia indiana, sia a quella schopenahueriana, espressa in Na stella (Una stella), dove ogni cosa viene rappresentata mediante proprietà antitetiche: “…’o penziero ca saglie e quase avvista | ncielo nu Dio ch’esiste e nun esiste…”[...] “…mentre n’urdema luce ‘e quiete avvampa | nu munno addó se campa e nun se campa…” (“…il pensiero che sale e quasi avvista | in cielo un Dio che esiste e non esiste...[…]…mentre un’ ultima luce di quiete avvampa | un mondo dove si vive e non si vive…”).

L’inaccettabilità della realtà infonde nel poeta un desiderio di fuggire, di evadere da essa, reso ancora più assillante dal suo razionale e costante soffocamento: “Stùtate rint’ ‘o pietto, voglia ‘e fuje…[...] chiure ‘e scelle, è pe’ n’atu juorno ‘o volo.” “ Ce stanno mure annanze a ogni mumento,...[...] nisciuno a fà ‘a lemòsina ‘e róje scelle, | mure, sultanto mure, mure, mure.” ( Spegniti dentro al petto, voglia di fuggire […] chiudi le ali, è per un altro giorno il volo.” “Ci sono muri davanti in ogni momento […] nessuno a fare l’elemosina di due ali, | muri, soltanto muri, muri, muri.”

Ma lo sguardo di Mastrangelo spazia al di là del visibile, oltre il limite e l’inganno del reale, concentrato su ciò che la realtà nasconde; e quando il poeta si chiede cosa ci sia dietro le cose del mondo, non si interroga solo sulla possibilità di una vita oltre la morte, bensì auspica un’esistenza al cui interno l’uomo possa essere attratto da cose elevate. “…’o lato eterno” (il lato eterno)…delle cose, illuminato da “…’a fiamma tremulante r’ ‘a lanterna…(...la fiamma tremolante della lanterna...): la possibilità, che è soprattutto una speranza, di distinguere i più nobili e veri valori della vita fra le cose banali del quotidiano.

Nonostante Mastrangelo sia attratto da ciò che è dietro l’inganno del reale, anche il mondo esterno ha la sua indubbia importanza, dato che gli offre la materia per creare le sue immagini, lo spazio in cui proiettare i suoi sentimenti, l’altro da sé in cui collocare la propria storia che, altrimenti, rimarrebbe confinata in uno spazio definito e asfittico. Gli oggetti che osserva con un misto di invidia e distacco per la loro possibilità di potergli sopravvivere, la grazia e la bellezza delle donne in cui “non è potuto entrare”, gli elementi della natura, trait d’union tra i suoi sensi e il trascendente, sono alcune delle componenti del mondo reale che gli offrono l’occasione di modulare il suo canto accorato, le sue riflessioni: sono esse stesse sangue ed ossa del suo corpo poetico.

E il mondo interiore del poeta si integra scambievolmente con quel mondo esterno in cui si specchia.

Nelle poesie di quest’ultima raccolta, Mario Mastrangelo ci pone il senso delle cose come una domanda; egli non nega e non afferma, piuttosto significa. Le sue parole scavano in lui sciogliendo nodi, eliminando ogni impedimento sino ad agevolare il rapporto fra la sua coscienza e la memoria inconscia, quella delle emozioni e dei pensieri che ognuno elabora indipendentemente dalla propria consapevolezza.

La zoppìa dell’uomo costantemente sul limite di due mondi, finito e infinito, temporalità ed eternità, mero esserci e trascendenza, dà origine allo smarrimento, tema ricorrente di Si pe’ piacere appena appena parle: “...Rint’a stu munno, sta vita, stu io | me ce trovo straniato | com’ a nu furastiero...” [...] “...’o spaisamiento ca me porto ncuollo | significa ca rint’a l’esistenza | ca me tocca ce stongo e nun ce stongo.” “ … pe’ sta maggìa ca tutt’ ‘e juorne faccio: | stà ccà e luntano ‘a ccà | rint’‘o stesso mumento.” (…In questa vita, questo mondo, quest’io | mi ci trovo straniato | come un forestiero…” […] “…lo spaesamento che mi porto addosso | significa che dentro l’esistenza | che mi tocca ci sto e non ci sto.” “…per questa magia che ogni giorno faccio: | stare qua e lontano da qua | nello stesso momento”).

E, riferendosi alle cose, agli oggetti del quotidiano: “...Quanno ‘o destino te fa scumparì, | loro restano intatte,…” […] ma tu nun ‘e ccapisce e spaisato | nce passe mmiezo com’a nu straniero.” (“…Quando il destino ti fa scomparire, | loro restano intatte,… [...] ma tu non le capisci e spaesato | ci passi in mezzo come uno straniero”).

Il poeta, verosimilmente, concepisce l’esistenza non come soggiorno, ma come transito e, muovendo dall’impraticabilità di una totale comprensione di un senso esistenziale e dell’oltre verso cui si è proiettati, chiarisce l’originaria destinazione degli umani alla trascendenza. È l’eterno dilemma dell’uomo, animale naturalmente religioso perché si trova immerso nel mistero ed è consapevole della propria finitudine. Dio è presente nell’uomo anche quando questi lo nega o, magari, vuole ignorarlo. Basti pensare alla poesia dell’ultimo Caproni, che costituisce una continua lotta con l’invisibile affinché si riveli.

Il pensiero del poeta, che interpreta efficacemente quello dell’intera umanità, sembra naufragare dinanzi al presupposto dell’oltre: “Ma che ce sta ‘a l’ata parte | r’ ‘a carta | velina azzurra r’‘o cielo…”; “…e mo già s’accustava | a ‘o lémmete r’ ‘a terra ‘e roppo, chella | ca nun puteva fà veré a nisciuno…”…” (“Ma cosa c’è dall’altra parte | della carta | velina azzurra del cielo”; “…E adesso già si accostava | al limite della terra di dopo, quella | che non poteva far vedere a nessuno….”).

Ma, nonostante tutto, azzarda una possibile risposta: “…Ra l’ata parte nun se stenne ‘o scuro | c’accova nu mistero ca spaventa, | ce sta sulo nu specchio e nce se vere | chi simmo nuje, chi simmo overamente.” (“…Dall’altra parte non si stende il buio | che nasconde un mistero che spaventa, | c’è solo uno specchio e ci si vede | chi siamo noi, chi siamo veramente”).

È legittimo credere, tuttavia, che uno dei temi dominanti l’intera raccolta sia il rimpianto del non fatto, di ciò che non è stato e anche del non detto: ciò che è rimasto “imprigionato nella penna”. Lo si evince da versi ricorrenti che esprimono tale sentimento con un misto di rimpianto, di amarezza e di rassegnazione: “Una vita di cose non fatte | chi può volerla, chi può volerle bene…[…] una terra di piante non piantate…” “Le donne dove non siamo entrati | camminano straniere | come le vite che non abbiamo vissuto…” “…nel silenzio freddo dell’universo, | simbolo di tutte le cose | belle che abbiamo perso”.

In conclusione, i punti di forza più evidenti della poetica di Mastrangelo stanno nell’apertura, che fa di ogni poesia una struttura tutt’altro che rigida, e nella speranza, che, inaspettatamente e sottilmente, pervade ogni composizione; l’apertura stimola ad andare oltre, dove la parola “oltre” non si riferisce solo alla trascendenza ma anche e soprattutto alla speranza che induce il poeta a credere che anche nelle situazioni più tragiche e disperate “la vita è sempre la regina”. E c’è da credere che all’interno di quella duttile struttura poetica campeggi anche l’amore, ad indicare la via dell’apertura e della speranza, come faro che permette all’uomo di navigare la terra scongiurando ogni angoscia.

Recensione
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