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I due volumi del di Ciaccia, giunti al pubblico insieme per felice concomitanza di tempi editoriali, offrono un contributo di indubbio interesse per lo studio di una dimensione particolare nello sviluppo narrativo dell’opera massima manzoniana: dalla speciale angolazione costituita dalle presenze cappuccine nell’ordito del romanzo – voci e cose, e ancora libri e memorie omiletiche rimesse in circolo attraverso il Prato fiorito inviso al Porta, per fornire linfa alla vicenda non meno che alla cultura delle ‘genti meccaniche e vili’ – il di Ciaccia agevola l’affioramento di quanto, all’ingrosso, si potrebbe designare come una ‘teologia francescana’ deposta dal Manzoni accanto ai suoi innumerevoli materiali di lavoro; la duplice ricerca, quindi, esibisce – quasi sempre per la prima volta – una nutrita documentazione della (forzando una titolazione più cauta) francescanità del romanzo, accanto al quale è del resto convocato l’importante teste a carico della Colonna infame.

L’operazione si rivela in tutta la sua consistenza qualora si pensi alla scarsa attenzione – o al vaglio non sempre equanime – prestata dalla critica ai personaggi francescani dei Promessi, con l’ovvia eccezione della figura di Cristoforo. La memoria non può che andare alle pagine finissime di un esegeta come Giovanni Getto, pur sensibile nel cogliere, quasi dall’interno, la psicologia dei personaggi soggetti alle più drammatiche e travagliate conversioni, e tuttavia non così benevolo, si ricorderà, davanti alla figura – e, in specie, alle parole – di fra Caldino. Quanto di ciarlatanesco e di fuorviante può apparire nell’‘esempio predicabile’ del frate cercatore trova, grazie alla disamina attenta del di Ciaccia e alla serrata discussione imbastita con pagine non meno note di Ezio Raimondi, una sua giustificazione nelle misure proprie del narrare fabulatorio-miracolistico di Caldino e nella visione «paradigmatica» della realtà ad esso sottesa; ad Arnese spetta dunque una visione critica delle cose, al «capitano» Cristoforo una aggressiva, a Caldino il ruolo di svelare, stornando l’attenzione dalla matassa del presente, il piano provvidenziale e divino nei destini del mondo. Nondimeno credo lecito rammentare che, come asserisce, questa volta, un gesuita, Emanuele Tesauro, coevo di Galdino e Cristoforo, il divino si manifesta in aenigmate, attraverso le misure discrete e segmentane dell’exemplum, o ancor più, secentescamente, dell’emblema, del geroglifico, della metafora (che sarà di diverso tra un’autentica allegoria del disegno salvifico di Dio sopra gli ‘impicci’ e le ‘sventure’ umane, del resto, e il miracolo delle noci, incardinato all’opposizione giusto-ingiusto, pio-empio?).

Si consenta un secondo indugio, a fornire una nuova prova dell’ampiezza e delle ragionate proposte ermeneutiche di cui le analisi del di Ciaccia si sostanziano. Anche in tal caso, l’attenzione si sofferma su una pagina celeberrima del romanzo, riletta a partire da un’equilibrata revisione delle indagini di uno studioso benemerito, Giorgio Bárberi Squarotti: l’episodio della vigna di Renzo – un originario locus amoenus convertito, mi pare, ai colori di un paesaggista romantico, e nel cap. XXXI posseduto infine dal male, o emblema stesso, tesaurianamente, di un maligno insediato naturaliter nelle cose. Il di Ciaccia procura una sinossi persuasiva fra il passo in esame e uno stralcio del cap. XXXIII (la descrizione del lazzaretto), grazie alla quale si rivelano le concordanze di accenti e di lessico fra l’intrico botanico attraverso cui sopravvivono le vestigia della vigna e la distorsione – o il coacervo babelico – del vivere societario nella segregazione, governata dai cappuccini, del lazzaretto milanese. Mi pare necessario solo precisare che, come non poteva non accadere nel caso della vigna di Renzo, anche nel quadro turbato su cui Manzoni indugia nel XXXIII dei Promessi Sposi il romanziere fornisce una lettura in chiave esplicitamente astorica, privilegiando quindi, mediante le filigrane del cap. XXXI depositate nella sena del lazzaretto, l’immagine del ‘naturale’ quale luogo del disordine, del dissonante, della molteplicità – emblema del male nel mondo come nel poema cristiano della Gerusalemme (il binomio Tasso-Manzoni, riproposto in anni vicini da Sergio Zatti, potrebbe in definitiva farsi garante di nuovi acquisti anche in questa direzione).

Varrà da ultimo, quale incombenza propria del recensore, sacrificare al rendiconto sommario dei temi trattati nei due volumi il piacere di intervenire su altri luoghi stimolanti della ricerca, da riservare perciò al solo lettore attento o a diversa circostanza di discussione. Il primo saggio, che si apre con una lunga analisi delle pagine manzoniane sulla pestilenza milanese nei Promessi Sposi e nella Colonna infame (capp. I e II: già editi in rivista nel 1985), concede spazio allo studio della carestia (cap. III) e dell’eros nel romanzo maggiore (cap. IV: pubblicato, come il precedente, nel 1986 in rivista). Il secondo volume, che si apre (cap. I: su rivista nel 1984) con pagine efficaci sugli «umili» – riannodando i fili del dibattito attorno a un oggetto caro a un altro manzonista di valore, quale Umberto Colombo –, si sofferma sui personaggi «minori» francescani (cap. I), edito originariamente con il cap. I (nella medesima sede), sulla missione di fra Caldino (cap. III: pubblicato nel 1983), infine – capp. IV (1985) e V (da due articoli, rifusi, del 1984) – sulla «francescanità» nei Promessi Sposi; il saggio dunque, pur articolandosi in forma pressoché monografica attorno al tema dell’umiltà «cappuccinesca» e ai personaggi dei frati minori, appare, per efficacia di rinvii e di intagli, complemento naturale del volume cui si è accompagnato in queste note sommarie di presentazione.
Recensione
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