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La poesia al femminile nell'Italia del Risorgimento
Testi da leggere
Archinto Trivulzio, Cristina
Berti Madurelli, Vittoria
Bonacci Brunamonti, Maria Alinda
Coffa Caruso, Mariannina
Fantastici Rosellini, Massimina
Fuà Fusinato, Erminia
Joannini, Matilde
Milli, Giannina
Molino Colombini, Giulia
Oliva Mancini, Laura Beatrice
Saluzzo di Roero, Diodata
Introduzione
Questa antologia riprende ed amplia il lavoro non solo critico, ma anche di
scelta dei testi, fatto per le due edizioni dell’Antologia delle poetesse
romantiche italiane.
Rispetto a quel volume, la parte introduttiva è stata divisa sulla base degli
ambiti regionali di appartenenza delle poetesse. Sono state, inoltre, aggiunte
due autrici napoletane (Maria Guacci e Irene Ricciardi), che, in piena stagione
romantica, restano fedeli alla propria formazione classicista.
1. Torino e il Piemonte
di: Mariateresa Biasion Martinelli, Cristina Contilli e Giuseppina Ranalli
“Non credo punto che una donna, perché donna, non possa avere un ingegno di
tal potenza da fare uno dei più bei libri del mondo. La natura è così varia: le
teste femminili possono essere di tanti diversi gradi di forza e di senno!
Niente meno che le maschili.”
(Silvio Pellico, Lettera a Quirina Mocenni Magiotti del 12 aprile 1835)
La citazione di Silvio Pellico che apre quest’antologia costituiva l’apertura
anche di un’antologia sulla letteratura regionale, dedicata alla poesia al
femminile nel Piemonte dell’Ottocento. Da quel progetto ne è scaturito uno più
ampio: un’antologia dedicata alle poetesse romantiche italiane, che si
affiancasse alle antologie, già in commercio, dedicate alle poetesse francesi ed
inglesi.
L’ode “Le rovine” (1815-1816) di Diodata Saluzzo di Roero viene inserita
da Ludovico di Breme nell’opera “Intorno all’ingiustizia di alcuni giudizi
letterari italiani”, come esempio della nuova poesia romantica, con questa
motivazione: “Mi sembra che possa trovare qui acconcio luogo un saggio di quella
poesia che, prescindendo da ogni ragione mitologica o di antica allegoria,
deriva tutta la sua efficienza dai costumi, dagli affetti e oserei quasi dire
dal sapore di quelle moderne età, che han pur tanto in sé di grandioso, di
patetico e di risplendete. Io non dubiterei di recare codesto componimento ad
esempio di perfetta lirica romantica.”(E. CALCATERRA, (a cura), I manifesti
romantici del 1816 e gli scritti principali del Conciliatore sul Romanticismo,
Torino, Utet, 1951, p. 120).
L’antologia “Tributo alla beneficenza: raccolta di prose e poesie a pro degli
asili d’infanzia”, in cui è inserita Matilde Joannini, raccoglie
contributi di autori torinesi, abbastanza conosciuti, come Alessandro Paravia,
docente di letteratura italiana all’università di Torino (Discorsi accademici
ed altre prose, Torino, Fontana, 1843; Antologia italiana ordinata da Pier
Alessandro Paravia in servigio di coloro che attendono allo studio della
bellissima lingua d’Italia, Torino, Fontana, 1847); Sophia Sassernò
apprezzata scrittrice di Nizza; Leonardo Fea, amico di Pellico e autore di un
breve romanzo “intimista”, intitolato Giuliano (Torino, Canfari, 1843) ed,
infine, Adele
Curti,
poetessa originaria di Parma, ma vissuta per diversi anni a Milano, amica dei
musicisti Vincenzo Bellini e Lauro Rossi ed autrice della raccolta Poetici
esperimenti (Milano, Coi torchi di O. Manini, 1836) che ha vissuto a Torino nel
periodo 1835-1840 e che è presente anche in un’antologia, pubblicata a Torino
nel 1840, dedicata a Diodata Saluzzo di Roero.
Nel 1845 Matilde Joannini pubblica una raccolta delle sue poesie, intitolata
Canti: “La felicità come narrazione del sé, proprio e dell’altra, come
rappresentazione e rispecchiamento in una rete di relazioni femminili è nei
Canti di Matilde Joannini, torinese di primo Ottocento. Donna e poeta
consapevole, attenta al valore del legame genealogico, sapienziale, affettivo
fra le donne, parte da sé e dal proprio desiderio agendo un’eversione sottile,
non sanzionabile, ma perfettamente riconoscibile nell’uso del linguaggio
condiviso”(A. M. CRISPINO, (a cura), Per una cartografia della scrittura
femminile, Roma, Manifestolibri, 2003).
Nel Piemonte dell’Ottocento le donne sono impegnate non solo nell’ambito
letterario, ma anche in quello musicale, come dimostra l’esempio delle sorelle
Milanollo (Maria e Teresa, originarie di Savigliano, in provincia di Cuneo)
apprezzate violiniste che avevano suonato nei principali teatri europei
dell’epoca (Parigi, Vienna, Amsterdam, Milano, Londra, Bruxelles). Dopo la morte
di Maria, nel 1848, Teresa si sposa con il generale francese Thedore Parmentier
e si stabilisce a Parigi, dove morirà nel 1904, lasciando la carriera di
concertista e suonando soltanto in rare occasioni per beneficenza (cfr. P.
ADTINKONS CHITI, Donne in musica, Roma, Bulzoni, 1982).
Nel periodo risorgimentale sono attive a Torino anche altre poetesse che si
dedicano non a componimenti di tipo autobiografico ed intimista, come quelli
della Joannini, ma a composizioni di argomento patriottico.
La raccolta Patria e amore, pubblicata a Torino dall’editore Bocca nel 1861,
raccoglie tutta la produzione della scrittrice napoletana Laura Beatrice
Oliva Mancini che, dopo aver partecipato con il marito alla rivoluzione del
1848, fu costretta a lasciare la propria città, andando in esilio a Torino. La
prima sezione della raccolta comprende sia poesie patriottiche sia testi
dedicati ad alcuni scrittori contemporanei, la seconda sezione invece,
intitolata Ricordi d’amore. Al mio sposo, ricostruisce in versi la storia tra la
poetessa e il marito, lo scrittore napoletano Pasquale Stanislao Mancini, una
storia che era stata inizialmente contrastata dalla famiglia della scrittrice,
ma che si era conclusa felicemente con un matrimonio celebrato nel 1840. (F.
LOPARCO, Laura Beatrice Oliva Mancini Dall’amore contrastato al felice imeneo
con Pasquale Stanislao Mancini in “Rivista d’Italia”, 9, XVI (1913), vol II.).
Il componimento di Giulia Molino Colombini viene pubblicato in
un’antologia, stampata a Torino nel 1840, composta da scrittrici piemontesi che
si propongono di ricordare, nei loro versi, la poetessa Diodata Saluzzo di
Roero.
“Alla ricerca, esplicitamente denunciata, di un modello di percorso esistenziale
(con un’ammirazione evidente per l’aristocratica che ai privilegi sociali ha
anteposto quelli intellettuali) Giulia Molino Colombini unisce quella, più o
meno dissimulata, di un’auctoritas sul piano stilistico: sia sul versante
metrico, sia nei moduli espressivi echeggia la poesia manzoniana (in
particolare, in questo caso, l’ode Il cinque maggio), elemento che rimarrà
costante in tutta la sua successiva produzione, accanto ai calchi danteschi,
alfieriani e foscoliani.” (E. R. GROSSO, Giulia Molino Colombini in Il genio
muliebre. Percorsi di donne intellettuali fra Settecento e Novecento in
Piemonte, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1993, p. 61).
Tra queste scrittrici è presente anche la contessa Ottavia Mombello di Masino,
amica dello scrittore Silvio Pellico e conosciuta a Torino per il suo salotto e
per la sua abilità come disegnatrice di volti e di paesaggi. Lo stesso Pellico
in una lettera la ringrazia per il ritratto che gli ha fatto, un ritratto
riuscito bene non grazie alla bellezza dello scrittore, ma alla bravura della
Masino.
Edizioni
delle opere e saggi critici:
P. ADTNKONS CHITI, Donne in musica, Roma, Bulzoni, 1982.
E. CALCATERRA, (a cura), I manifesti romantici del 1816 e gli scritti
principali del Conciliatore sul Romanticismo, Torino, Utet, 1951.
A. M. CRISPINO (a cura), Per una cartografia della scrittura femminile,
Roma, Manifestolibri, 2003.
A. CURTI, Poetici esperimenti, Milano, Coi torchi di O. Manini, 1836.
C. FERRARI, Son figiuola d’una fata : melodia per soprano; parole di Adele
Curti; musica di Carlotta Ferrari,
Milano, Tito Ricordi, 1856.
M. GUGLIELMINETTI – P. TRIVERO, Il Romanticismo in Piemonte:Diodata Saluzzo :
atti del Convegno di studi, Saluzzo, 29 settembre 1990 , Firenze, L. S.
Olschki, 1993.
M. JOANNINI, Canti, Torino, Tipografia Ferrero-Vertamy, 1845.
ID. in Tributo alla beneficenza : raccolta di prose e poesie a pro degli
asili d’infanzia, Torino, presso Gianini e Fiore successori Pompa,
1839.
E. R. GROSSO, Giulia Molino Colombini in Il genio muliebre. Percorsi
di donne intellettuali fra Settecento e Novecento in Piemonte,
Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1993.
F. LOPARCO, Laura Beatrice Oliva Mancini Dall’amore contrastato al felice
imeneo con Pasquale Stanislao Mancini in “Rivista d’Italia”, 9, XVI
(1913), vol II. 31.
G. MOLINO-COLOMBINI in In morte di Diodata Saluzzo Roero di Revello : serto
femminile, Torino, Tipografia Baglione, 1840.
ID., A Diodata Saluzzo decoro delle donne italiane per virtù grande: nel
primo centenario dalla sua nascita, Torino, Tipografia Vercellino,
1874.
ID., Pensieri e lettere sulla educazione della donna in Italia, Pinerolo,
Chiantore, 1860.
L. NAY, Saffo tra le Alpi: Diodata Saluzzo e la critica, Roma, Bulzoni,
1991.
L. B. OLIVA MANCINI, Patria e amore, Torino, Tipografia Bocca, 1861.
L. ROSSI, In morte di Vincenzo Bellini : dono musicale del maestroLauro Rossi
ad Adele
Curti ; parole della medesima a Giuditta Pasta dedicate,
Milano, Giovanni Ricordi, 1835.
M. SAVINI, Laura Beatrice Mancini, Firenze, Le Monnier, 1869.
M. STIVAL, Un lettore del Risorgimento: Silvio Pellico, Pisa, Istituti
editoriali e poligrafici internazionali, 1996.
2. Milano, Venezia, Vicenza
di: Cristina Contilli ed Ines Scarparolo
Erminia Fuà Fusinato,
nata a Rovigo nel 1831, ma vissuta, dopo il matrimonio con lo scrittore Arnaldo
Fusinato, prima a Venezia e poi a Roma, è (insieme a Diodata Saluzzo di Roero)
una delle poche voci femminili dell’Ottocento, inserita nel volume Poeti minori
dell’Ottocento italiano, curato da Ferruccio Ulivi. In questa antologia viene
rappresentata però da un solo componimento: una poesia, intitolata Il tarlo.
In questa antologia è stata scelta, invece, per rappresentarla una poesia
d’amore, dedicata al marito, lo scrittore e patriota Arnaldo Fusinato, che la
poetessa aveva sposato nel 1856, convertendosi dalla religione ebraica a quella
cattolica. Erminia Fuà Fusinato è conosciuta anche per aver curato la revisione
e la pubblicazione del romanzo di Ippolito Nievo.
Come Erminia Fuà Fusinato, che partecipa insieme al marito (il patriota Arnaldo
Fusinato) alla lotta contro la dominazione austriaca, così anche la contessa
milanese
Cristina Archinto Trivulzio,
partecipa, per amore di Silvio Pellico, alle vicende risorgimentali.
Nei suoi versi (C. Trivulzio, Poesie inedite, Torino, Tipografia Chirio e
Mina, 1847) la componente intimista prevale però su quella politica.
Giannina Milli
è conosciuta nell’Ottocento come improvvisatrice di versi di carattere
patriottico. Partecipa dunque con i propri componimenti, letti in accademie e
salotti di diverse città italiane, alle lotte risorgimentali.
In questa antologia viene rappresentata però da una poesia di tipo diverso: un
componimento autobiografico che appartiene al genere delle poesie destinate alla
pubblicazione. Sono poesie maggiormente lavorate e rifinite a livello stilistico
rispetto ai componimenti improvvisati che, a volte, potevano essere trascritti
durante la recitazione e pubblicati, ma che non nascevano in vista della
pubblicazione all’interno di una raccolta.
Nei suoi viaggi attraverso l’Italia, la Milli torna spesso e volentieri a
Milano, per l’amicizia che la lega alla contessa Clara Maffei. Un’altra città,
in cui si ferma a lungo, è Firenze, dove, nonostante la chiusura della rivista
l’Antologia, era rimasto attivo, come luogo di incontro tra scrittori, il
Gabinetto Vieusseux.
Lasciando i centri culturali più importanti e spostandosi in “provincia”,
troviamo la poetessa vicentina Vittoria Berti Madurelli che, dopo una
formazione arcadica si avvicina in alcuni componimenti autobiografici della
raccolta Versi (1827) alla poetica romantica. L’esperienza letteraria della
Madurelli resta tuttavia chiusa in un ambito circoscritto di amicizie e di
collaborazioni, in particolare di Vicenza, la sua città, e di Venezia, dove
vengono pubblicati i suoi libri.
La Madurelli pubblica, infatti, nel 1823, grazie all’incoraggiamento del marito,
la sua prima raccolta: Gli Epigrammi di Dafnide Eretenia, brevi
componimenti che si rifanno alla tradizione latina ed in particolare a Marziale,
ma che risentono anche dell’influsso del Parini. L’opera della Madurelli
dimostra, dunque, la permanenza in pieno Ottocento, all’interno un centro
culturale minore, di un’Accademia arcadica. Quattro anni dopo esce la raccolta
Versi che presenta una maggiore complessità nei temi e nello stile. Resta
ancora forte, nella produzione poetica della Madurelli, l’influsso della
formazione arcadica, ma si delineano anche, nei testi a caratteri autobiografico
ed in particolare nel sonetto dedicato al marito, ma anche nel componimento, in
cui la Madurelli descrive il proprio aspetto fisico e il proprio carattere (di
fronte a sé, come maestri in questo tipo di descrizione, la Madurelli ha,
infatti, tre poeti importanti, anche se diversi tra loro: Alfieri, Foscolo e
Berchet), alcune “contaminazioni” con gli stilemi romantici.
Il legame di Vittoria Berti Madurelli con la propria città e con le sue
tradizioni è testimoniato dal poema della Ruota, dedicato ad una tradizionale
processione vicentina. Di questo poema, che aveva avuto un buon successo,
esistono, due edizioni, la prima del 1823, la seconda del 1833. Il legame della
Madurelli con l’ambiente culturale e politico della propria città è dimostrato
dai tributi annuali a Marco Antonio Pasqualigo, governatore di Vicenza, durante
la dominazione austriaca. Manca dunque nella Madurelli l’adesione ad una poesia
di tipo civile e patriottico, caratteristica della corrente romantica. In questi
componimenti la Madurelli appare invece più vicina a Vincenzo Monti che nel
poema “Astrea” aveva salutato positivamente il ritorno degli austriaci a Milano.
Edizioni
delle opere e saggi critici:
C. CONTILLI (a cura), Versi d’amore di poeti del romanticismo italiano,
Torino, Edizioni Carta e Penna, 2006.
C. CONTILLI – i. SCARPAROLO
(a cura), Dall’Arcadia al Romanticismo: il percorso di una poetessa vicentina
dell’ottocento. Vittoria Berti Madurelli. Seconda edizione con l’aggiunta di una
bibliografia ragionata delle opere dell’autrice a cura di
Cristina Contilli e Giampietro Tonon,
Torino, Edizioni Carta e Penna, 2007.
E. FUA’ FUSINATO, Versi, Milano, P. Carrara, 1879.
G. MILLI, Nuovi Canti, Milano, Tipografia del Vaglio, 1855.
C. TRIVULZIO, Poesie inedite, Torino, Tipografia Chirio e Mina, 1847.
F. ULIVI (a cura), Poeti minori dell’Ottocento italiano, Milano,
Vallardi, 1963.
3. Firenze
di: Cristina Contilli
A Firenze sono attive, in epoca risorgimentale, alcune autrici di poemetti e
testi teatrali: Massimina Fantastici Rosellini, autrice di un poema
dedicato alla scoperta dell’America e di un testo teatrale sulla tragedia dei
Profughi di Parga (I Pargi, Firenze, Tipografia Batelli, 1838),
Nina
Olivetti (che nel 1837 emigrerà a Torino), autrice di un poema dedicato
all’imperatore Carlo V e Quirina Mocenni Magiotti, studiosa di storia
locale ed in particolare appassionata di genealogie, ricordata nelle antologie
sulla letteratura dell’Ottocento, con il soprannome di “donna gentile” che le
aveva dato Ugo Foscolo, durante la loro relazione. Tutte le autrici ricordate
sono state amiche e corrispondenti di Silvio Pellico che ne apprezzava la
sensibilità e la capacità di conciliare affetti familiari e passione per la
scrittura.
Rappresenta invece una figura di passaggio la poetessa toscana
Costanza
Moscheni (Livorno 1786-Viareggio 1831) che, dopo una formazione arcadica (il
suo soprannome nell’Accademia arcadica di Livorno è Dorilla Peneja), pubblica
nel 1811 un poemetto di argomento storico, intitolato Castruccio (Lucca,
Tipografia F. Bertini, 1811) ed interviene nel dibattito sul romanzo storico,
pubblicando il saggio Dei moderni romanzi (Lucca, Tipografia di Jacopo
Balatresi, 1828).
Edizioni
delle opere:
M. FANTASTICINI ROSELLINI,
I Pargi. Componimento tragico. Firenze, Tipografia Batelli, 1838.
C. MOSCHENI, Castruccio, Lucca, Tipografia F. Bertini, 1811.
ID., Dei moderni romanzi, Lucca, Tipografia di Jacopo Balatresi, 1828.
S. PELLICO, Epistolario, raccolto e pubblicato a cura di G. Stefani,
Firenze, Le Monnier, 1856.
ID., Lettere alla donna gentile, pubblicate a cura di Laudomia
Capineri-Cipriani Roma, Società editrice Dante Alighieri, 1901.
4. Le Marche e l’Umbria
di: Ilaria Bellezze
In ambito umbro-marchigiano opera, invece, la poetessa Maria Alinda Bonacci
Brunamonti, nata a Perugia il 21 agosto 1841 da genitori di origini
marchigiane. La Brunamonti comincia a comporre versi fin da bambina, è del 1856
la prima pubblicazione dei Canti di argomento religioso.
Superata l’adolescenza, abbandona tale genere, in quanto la maturità le consente
di avvicinarsi a Dio non tanto con la preghiera quanto attraverso il culto della
natura, del vero, del bello. Compone diverse poesie patriottiche: nel 1860
durante il suo soggiorno a Recanati scrive i Canti Nazionali; in occasione della
battaglia di Castelfidardo, descrive i momenti più commoventi del nostro
Risorgimento, sono queste poesie ricche d’attesa per il “gran miracolo”,
l’indipendenza d’Italia. In occasione del Plebiscito, per l’annessione delle
Marche e dell’Umbria alla Monarchia Sabauda, è l’unica donna italiana ammessa al
voto. In ricordo di questo avvenimento compone Il primo voto di una donna e dei
diciottenni.
Nel 1868, tornata a Perugia, sposa Pietro Brunamonti. La poetessa trova affinità
nel Romanticismo sia per la disposizione naturale del suo animo, sia perché
grazie ad esso riesce ad esprimersi liberamente, fuori da tutti quegli schemi
obbligati del Classicismo. Dai suoi scritti emerge un temperamento modesto e
mite, a causa dell’austera educazione ricevuta dal padre; c’è in lei un senso di
continuo pudore, ha la necessità di custodire gelosamente le sue passioni e i
suoi affetti.
Dall’opera poetica della Brunamonti, emergono momenti d’ispirazione sincera:
l’amore per la natura, il senso malinconico della vita, la passione
nazionalistica e le convinzioni profondamente religiose, sono i motivi
dominanti, più intimi e sofferti della sua natura. Nella poesia ci rivela una
particolare sensibilità, il suo mondo è semplice: è la pace della vita
familiare, è la virtù della mamma buona e della sposa fedele. Forte è la nota
paesistica: ci offre l’immagine dei luoghi della sua esistenza, descrive la
bellezza della vita semplice di campagna e l’amore per le cose umili.
La Brunamonti è anche autrice di opere in prosa: Discorsi d’arte e Memorie e
Pensieri pubblicati postumi nel 1905 e nel 1907 (la poetessa muore, infatti, a
Perugia nel 1903).
Nelle Marche di fine Ottocento è attiva dal punto di vista culturale anche la
contessa fabrianese Anna Miliani Vallemani che cura nel 1891
un’interessante pubblicazione sulla poesia popolare rumena, intitolata: Canti
della valle del Dimbowitza raccolti dalla bocca del popolo per cura di Elena
Vacaresco. Tradotti in tedesco da Carmen Sylva ed in italiano dalla Contessa
Anna Miliani Vallemani”, Citta di Castello, Tipografia dello stabilimento S.
Lapi, 1891.
Edizioni delle opere:
M. A. BONACCI BRUNAMONTI, Canti, Perugia, Bagnini 1856.
ID., Canti della Madonna, Recanati, Badaloni, 1867.
ID., Versi, Le Monnier, 1875.
ID., La Battaglia di Castelfidardo, in Canti Nazionali, Recanati,
Badaloni, 1860.
ID., Ricordi di viaggio: dal suo diario inedito, Firenze, Barbera 1905.
ID., A Recanati: da ricordi di viaggio, con la traduzione delle Odi adespote
leopardiane e il primo voto di una donna e dei diciottenni (1860), a cura di
F. Foschi, Recanati: Centro Nazionale Studi Leopardiani, 1995.
C. CURATOLO, Della vita e delle opere di Alinda Bonacci Brunamonti, Roma,
Tipografia Forzani, 1904.
A. MILIANI VALLEMANI,
Canti della valle del Dimbowitza raccolti dalla bocca del popolo per cura di
Elena Vacaresco. Tradotti in tedesco da Carmen Sylva ed in italiano dalla
Contessa Anna Miliani Vallemani, Citta di Castello, Tipografia dello
stabilimento S. Lapi, 1891.
5. Il sud Italia. Napoli e la Sicilia
di: Cristina Contilli
In ambito napoletano ha un ruolo importante la poetessa Maria Guacci
(Napoli 1807-1848) che si era formata alla scuola del purista Basilio Puoti. Nel
1832 Puoti la incoraggerà a pubblicare la sua prima raccolta di poesie,
intitolata Rime. Nel 1835 la Guacci si sposa con l’astronomo Antonio Nobile,
conosciuto nel salotto del patriota napoletano Carlo Troya.
Amiche della Guacci erano le poetesse Laura Beatrice Oliva Mancini, già
ricordata nel paragrafo su Torino e il Piemonte, ed Irene Ricciardi (Napoli
1802-1870), fondatrici del “Circolo delle poetesse sebezie” ed autrici di versi
di argomento patriottico.
Mariannina Coffa Caruso
(Noto 1841-1877), nata e vissuta a Noto (anche se ha avuto contatti culturali
fuori dalla Sicilia e collaborazioni con riviste francesi dell’epoca), si pone,
sia a livello stilistico sia per le vicende biografiche, alla fine della
stagione risorgimentale.
Cresciuta in una famiglia di idee liberali, si trova, dopo un matrimonio
combinato, accanto ad un uomo che non condivide i suoi ideali e che contrasta la
sua passione per la poesia. Muore a soli 36 anni, dopo una sofferta separazione
dal marito, che non era stata accettata dalla sua famiglia d’origine.
Trent’anni prima la poetessa palermitana Giuseppina Turrisi Colonna,
morta a soli ventisei anni di parto, (1822-1848), aveva incitato nei suoi versi
alla lotta per la libertà ed era stata per i suoi testi definita da Giacomo
Zanella:”In membra delicate ed
esili un’anima di ferro e di fuoco.”
Bibliografia
M. GUACCI,
Rime, Napoli 1832.
ID., Rime, Napoli 1839.
ID., Rime, Napoli 1847.
ID., Storia del colera a Napoli e di alcuni costumi napoletani del 1837
(inedito)
ID; Alfabeto, Libretto per l’insegnamento del leggere e dello scrivere,
Napoli 1841
Prime Letture, Napoli 1842.
I. RICCIARDI,
Poesie scelte, Napoli 1876.
G. TURRISI COLONNA, Alcune poesie,
Palermo, Stamperia di F. Lao, 1841.
G. TURRISI COLONNA, Liriche di
Giuseppina Turrisi-Colonna, Firenze, F. Le Monnier, 1846.
Link internet
Arabafenice.it
Storia.unina.it
Le rovine (Ode 1816)
Ombre degli Avi per la notte tacita
al raggio estivo di cadente luna
v’odo fra sassi diroccati fremere,
che ‘l tempo aduna.
Incerte forme nella vasta ed arida
strada segnata dall’età funesta
tremante affretto; che dei prischi secoli
l’orror sol resta.
Eccomi al varco; non più altiero scuopresi
vana difesa della patria sede,
il fatal ponte, nè alle trombe armigere
alzar si vede.
Ahi vaste Sale! qui gli Eroi che furono,
stavan seduti della mensa in giro:
del Trovatore qui su cetra armonica
s’udìa sospiro.
Qui sconosciuta la trilustre vergine
ignota ai prodi sen vivea secura
e sol nei sogni palpitava l’anima
vivace e pura.
Qui al suon dell’armi, che là giù squillavano,
in aureo manto la Consorte antica
forte vestiva al forte Duce impavido
elmo e lorica.
Ancor mi sembra udir sommesso piangere
fanciul, che l’elsa stringere volea
con debol mano al ferro altrui terribile
e nol potea.
Bambin minor d’un lustro egli qual siedasi
sul duro scudo rimirar qui parmi,
mentre le fanciulline i lacci intricano,
che annodan l’armi.
Il forte scudo verginella immobile
mirando andava pien di fiori il grembo;
e lasciavasi i fiori in fervid’estasi
cadere a nembo.
Coprian lo scudo ed il Bambin, che ingenuo
ridea tra fiori e l’armi in dubbia sorte.
L’uom così ride sul sentier suo labile
fra scherzi e morte.
Salve, o sacra rovina! Ah perchè il rapido
fato tardommi ad affrettar la vita?
la Magna età ben si doveva ai palpiti
dell’alma ardita.
Nella mia destra d’Alighier la cetera
suonato avrebbe sui vetusti eventi;
ed a me sol giù dalla valle ombrifera
fan eco i venti.
Giù dalla valle, ove, chi sa? s’udirono
due fratei d’armi ragionar d’amore,
strette le palme fra curvati salici
sul primo albore.
Giù dalla valle, ove a tenzoni vindici
spinsero entrambi il corridor veloce,
l’un dell’altro scudier, e scudo ed anima,
e fama e voce.
Salve, o sacra rovina! io seguo, e schiudonsi
innanzi al lento e traviato passo
le doppie torri e meditando siedomi
sul duro sasso.
Oh! come brune l’alte cime incurvansi,
dei larghi muri, ove penètra appena
di luna un raggio, che la dubbia e pallida
luce qui mena!
Perchè ferrate le finestre altissime,
ed è merlata la superba torre?
No! non qui il prode la lorica armigera
solea deporre.
Qui forse mentre un molle riso ingenuo
la verginella in dolce sogno aprìa,
al bel raggio di luna, occulta e perfida
l’Oste venìa.
Forse da quelle alte finestre videsi
entrar talvolta del castello avverso
il reo Signor, all’empie smanie vindici
d’ira converso.
Forse qui stretto il suo pugnal, lentissimo
muoveva il passo fra tacenti squadre,
e ai fanciullini sul materno talamo
svenava il padre.
E forse, ahimè! sulla sua cetra eburnea
il Trovatore dell’età passata
lodò gl’iniqui, se con lor sedevasi
a mensa aurata.
Chi sa se in mezzo a quegli acerbi e bellici
costumi avversi in ricca treccia e bionda,
non rea Consorte d’empie fiamme ardevasi
invereconda?
Qui sparse qui le disperate lagrime
furor geloso, d’ogni cuor tiranno;
quai furo i tradimenti, i colpi, i gemiti,
que’ muri ‘l sanno.
Pensier funesto, in me chi mai ridestati?
Fuggiam, fuggiam dalle fatal rovine.
Raggio di notte, tu la via rischiarami
fra sassi e spine.
Tutte l’età di variate furono
vicende ignote spettatrici alterne;
fra stessi affetti le stess’opre sorgono
girando eterne.
Sol l’alma ardente, che d’intorno cercasi
invan la pace e le virtù soavi,
in un pensier d’amor tutte rivestene
l’ombre degli Avi.
Addio, sacre rovine: allor che polvere
di voi non resti, gli obelischi e gli archi,
opra di noi, di questa polve andrannosi
pel tempo carchi.
E forse andranno vaneggiando i posteri
sul secol nostro lezïoso e rio.
il disinganno io m’ebbi, ombre terribili,
rovine, addio!
Dalla tragedia “I Pargi”
(Atto I, scena IV)
Carlo:
Felice te cui riposare è dato
Sulle virtù de’ tuoi congiunti. Il Cielo
Tal sorte a me non dava: i dubbi miei
Pur niuno udria sulle mie labbra, tranne
Te sola, Eudossia, che già tengo ed amo
Qual mia dolce compagna. Ah, se colui
Che mi diè vita, l’amistà de’ Greci
Demeritar potesse, io che t’adoro,
Dovrei portarne insopportabil pena
Perdendoti? Io, che ad incontrar la morte
Pronto sarei pria che spiacerti?
Eudossia:
Oh Dio!
Qual crudel dubbio! Ah dimmi, e che ti tragge
Sì tristo caso a paventar?
Carlo:
La cupa
Alma del Padre. Ah tu non sai qual’ira
Destar si può con oltraggiosi detti!
Deh! Se lieto mi vuoi, se di mia pace
Veramente ti cal, securo fammi
Che niuno sarà che all’amor mio t’involi.
Dal Cimitero (Carme 1819 - dalla raccolta Versi, 1827)
per Alberto Berti figlio del mio sposo
nato nell'11 maggio 1815 - morto nel 16 gennaio 1826
Elegia
Com’è sola la stanza, ove d’intorno
Pace, Giocondità, Letizia, Amore
Vaga corona mi faceano un giorno!
Irto le chiome, il gelido Timore
Siede alla porta, e in proprio albergo il Pianto
Sta dentro col Silenzio e col Dolore.
Appena il piè sul limitare io pianto,
M’investono i fantasmi in un sol tratto,
E di dietro il primier mi scuote il manto.
Pur io m’avanzo, simile nell’atto
A chi s’apre la via fra spine e sassi,
Da cui contrasto al suo cammin vien fatto.
Ecco il letto di morte. A lenti passi
Tutti movete, e con dimesso ciglio
Guardate: è desso, che là spento stassi.
Se non del seno, del mio cuore è il figlio.
Jeri mancò sua vita: eppur reciso
Da vomero pur or rassembra un giglio.
Vedete tutto il bel del Paradiso
Nella fronte serena; in sul bel labbro
Degli angeli mirate anco il sorriso.
Il mio ritratto
(dalla raccolta Versi, 1827)
Ho il busto in
belle forme armonizzato.
Nera la chioma
ed ho pur l’occhio nero;
Il guardo muovo
biecamente altero;
Son brutta, e
il sesto lustro ho già varcato.
Ho nobil alma,
a cui sol piace il vero;
Mio sesso
abborro per istinto innato;
Vivo a me sola
in umiltà di stato;
E per me sola
d’innalzarmi io spero:
Pronta allo
sdegno son, pronta alla posa;
Di madre ho il
nome, e non mi diè martoro;
E più lieta mi
fa quello di sposa:
Amo de’ Sofi e
delle Muse il coro;
Di fortuna il
rigor sprezzo orgogliosa;
E cortesia, non
mai dovizia onoro.
Un dolce suono
(Madrigale dalla raccolta Poesie inedite 1847)
Ebbe sempre un dolce suono
Il tuo nome nelle ore
Dell’attesa e del ricordo.
Eri unico e appassionato
Pensiero: fonte di gioie
E malinconie, a stento
Celate ed or che non
Nascondo più il mio amore
Sono di baci e
Carezze impaziente.
La partenza
(Madrigale)
L’alba era
chiara
Quando partii e
cara
Mi era la città
che lasciai,
Ma mi attendeva
l’amore
A lungo sognato
e il cuore
Mi tremava nel
petto e piansi
Lacrime di
gioia e di speranza
E colle mani
bagnate accarezzai
Infine il tuo
viso e baciai
I tuoi limpidi
occhi.
Alla mia cella
(dall’antologia: Tributo alla beneficenza: raccolta di prose e poesie a pro
degli asili d’infanzia, 1839)
O mia cella lasciarti degg’io
senza dirti parola d’addio
senza volger pensiero d’affetto
al tuo caro domestico letto?
No, un saluto, una grata memoria
il mio cuore ti vuole sacrar.
Testimon più d’un lustro fedele
fosti sol di mie giuste querele,
talor tacquemi in seno il dolore,
per te, ratte fuggironmi l’ore,
tu all’inerzia molesta, al pigr’ozio,
mi sapesti costante sottrar.
M’ispirò la tua quiete pietosa
in cui l’alma tranquilla riposa
con solenne pacifico invito
quel desir solitario, romito,
quel desir, che conforto è del misero
da cui tutta speranza partì.
Meditando con te dolcemente
il passato, il futuro, il presente,
al mio guardo son fatti nud’ombra
che invisibil vapore disgombra,
della vita il brevissimo spazio
parmi accolto nel cerchio d’un dì.
Dei piacer fra la torbida gioja
per te mai non rinvenni la noja,
d’ogni vaga lusinga all’incanto
vidi crescer la spina d’accanto,
né vil senso d’invidia, d’oltraggio,
del mio core alla porta picchiò.
Qual nocchiero battuto dall’onda
scopre alfine selvaggia una sponda,
e la giunge, ed anela la boccia,
che di morte il contese alle braccia
e redento sul suolo benefico
un’umile colonna posò.
Così tu che da orrenda tempesta,
che dai venti di nera foresta
proteggendo la grama mia salma
un asil mi porgesti, una calma,
del pensiero nell’angol più memore
la migliore memoria sarai;
E se avvien che cangiando di nido
abbia forse il destino meno infido
in quell’altra, che a te par sorella,
mia diletta carissima cella
più felice dirò, non dimentico,
tu maestra mi fosti nei guai.
Ode in morte di Diodata Saluzzo di Roero
(1840)
No, non morì, quel tumulo
Cippo non è di morte:
Un nome sulla lapide
Rivendica la forte
Arca di patria gloria
Quel monumento sta.
Forse al pensier che indocile
A grandi esempi anela,
Pari a torpente spirito
Che niun desio rivela
Verrà segnato il numero
De’ giorni che vivrà?
Vive Diodata; e valida
Suona la sua parola:
Oh! l’ascoltiam noi Itale
Chè di virtude è scuola,
E voi, cui aviti meriti
Fortuna prodigò.
“Nacqui: lusinghe e titoli
Scherzaro sulla mia culla:
Udii d’intorno; prospera
Lietissima fanciulla;
Avi, beltà, dovizie…
Che più sperar si può?”
“Che più sperar si può? E l’arbitra
Forse dell’uom fortuna?
O tanta rea miseria
Un aureo tetto aduna,
Che i più sublimi palpiti
Vi debba seppellir?”
“Vidi un sentier di gloria,
E ‘l Genitor su quello:
Arsi d’amore e intrepida
Mossi a voler novello;
sudai; ma un serto florido
Fe’ pago il mio desir.”
“O ben sudate veglie!
O ben solinga cella!
O gioia ignota a’ frivoli
E su d’ogni altra bella!
O premio, de’ difficili
Studi consolator!”
Alme parole! Scuotano
Le menti italiane
E questa Dora patria,
Spoglia di fogge estranee,
S’abbia ad esempio e stimolo
Di Diodata il cor.
Alla lira
(Ode dalla raccolta Patria e amore, 1861)
T’affidai d’umil prego il mesto accento:
Deh seconda or, mia lira, il pregar mio!
Per te di novo l’aleggiar del vento
Il rechi a Dio.
Ei già l’udia, già mi rendea secura,
Tornava in pace a respirar quest’alma;
Dal caldo e il gel di mia prigione oscura
Sorgea la calma.
Chi mai, chi mai quell’armonia dolente
Ch’io ritentai sulle tue corde, o lira,
Udir potea?... chi rispondea? La mente,
No, non delira!
Limpida voce al pregar mio rispose,
Qual di pietade soavissim’eco
E l’alto accento in mesti lai compose
Per pianger meco.
Allora diss’io: quel fremito segreto
Del tuo plorar, mia cetra, ormai sospendi.
Quel suon t’invita; ormai di speme un lieto
Carme mi apprendi.
E tu che scoti vivide favelle
Pur da fievol vapor non interrotte,
Più lungamente a scintillar di stelle
Prosegui, o notte.
Prosegui, almo respir d’aure leggere,
Né vi sperdan le preste ale de’ venti,
Mentre a me sussurrate lusinghiere
Que’ dolci accenti.
Oimé! già tutto nell’oblio profondo
Torna in silenzio! Illusion fallace!
La sola, ohimè, che m’arridea nel mondo
Aura già tace.
O mesta cetra! Del gioir s’appanna
Per me quel lampo… altro non fur che larve!
Balen che presto l’uman core inganna
Presto disparve!
Delle gioje della fanciullezza
La memoria (Dalla raccolta Nuovi canti,
1855)
Come nel fondo di chiaro lago
Brilla di un astro l’aureo chiaror,
Tal de’miei primi anni la immago
A me sorride in fondo al cor.
Quelle dirette pie ricordanze
Di fanciullesche gioje e desir’,
Quelle indistinte vaghe speranze,
Quella fiducia ne l’avvenir;
Io le amo, e spesso ne fo suggetto
Del carme figlio di pronto ardor;
Ché più suave sgorga dal petto
Il verso allora che parla il cor.
Ahi!prematuri, assidui affanni
Tolsermi al gaudio di quei be’ dì,
Ed i gentili miei giovani anni
Di un tetro velo sorte coprì.
Ma allor che stanca chieggo un conforto
Al duol che mi ange assiduo e fier,
Come a tranquillo securo porto
A quei begli annoi torna il pensier.
Oh!i lieti sogni! Oh le dorate
Visioni d’angeli, d’augelli e fior’,
Di lusinghiere splendide fate
Dispensatrici d’aurei tesor’!
Oh!allora il dono d’un augelletto.
Di un variopinto leggiadro fior,
Eran tesori che forte in petto
Facean balzarmi per gioja il cor!
E’ ver che a rendermi mesta e piangente
Bastava orbarmi de l’augellin,
Bastava il soffio del verno algente
Che inaridisse quel fiorellin.
Ma tosto al duolo pungente e vivo
Sentìa succedere la gioja in sen;
Come a le nubi in tempo estivo
In ciel succede il seren.
Oh! Come dolce ne l’anima mia
Scendea la voce del padre allor
Che a questo capo ei benedia
Ne l’ora mesta che il giorno muor.
Oh! Allor, de gli angeli fatta sorella,
L’anima al cielo spiccava il vol,
E di Maria la immagin bella
Rideami cinta da’ rai del sol!
Allora il canto che diemmi Iddio
Rompea spontaneo dal vergin cor,
Ed era premio al canto mio
Un dolce amplesso del genitor!
Ahi ratto scorse tempo sì bello,
Ed or la vita traggo nel duol,
Lungi da l’umile paterno ostello,
Lungi dal patrio diletto suol!
Ma fin ch’io serbi l’alma innocente,
E pure il verso che Dio mi dà,
Mi avrò un conforto dal duol presente
Ne la memoria di quell’età!
7 maggio 1854.
A Ciro Menotti
Quel dì che sulla tua fossa romita
Venne di prodi italici una schiera
A dispiegar la tricolor bandiera
Per cui tu desti volentier la vita
E di lagrime sparsa, e insiem rapita
Nella letizia d'una gente intera,
La tua sorella alla cagione altera
Del tuo supplizio benediva ardita;
Quel dì felice, a cui si tristo e rio
Tempo successe, oh perché mai d'accanto
Al sacro avello tuo non era anch'io?
Libero un inno a te, libero e santo
Spirito, avrei sciolto; oggi del suol natio
Nella miseria inno non ho, ma pianto!
Ad Arnaldo Fusinato
(Dalla raccolta VERSI, seconda edizione, 1879)
Sì! non appena la mia giovin mente
Comprese il gaudio, la speranza, il pianto,
Un affetto mi vinse alto e possente
Per questa ispiratrice arte del canto,
E una voce secreta:
« Canta, — mi disse, — tu sarai poeta! »
E poetica un’onda e armonïosa
Confusamente mi fremea nel core;
Ed una stella fra le nubi ascosa,
Un suon di vento, un augelletto, un fiore,
Per eterei sentieri
Il volo sospingean de’ miei pensieri.
Ma dietro i lampi della pronta idea
Ritrosa e tarda la parola uscia;
E poi che al mio pensier non rispondea
L’ incerto accordo della cetra mia,
« Ardua — dissi — è la mèta….
Gitto la cetra, ch’ io non son poeta! »
Fu allor ch’ io ti conobbi, e dal tuo labbro
M’ebbi il conforto di codesti accenti:
« Non t’impauri il faticoso e scabro
Magistero dell’arte; ai voli ardenti
Dispiega pur le penne….
L’estro del canto dal Signor ti venne!»
E poi che a lungo sulle dotte carte
Avrai vegliato di color che sanno,
E schiusi a te della difficil arte
I molteplici arcani appien saranno,
In più leggiadri suoni
Scorrerà l’onda delle tue canzoni. »
Siccome pellegrin smarrito e lasso,
Che cerchi nelle tenebre la via,
Manda un grido di gioia e affretta il passo
Colla speranza e col vigor di pria,
Se vede un fil di luce
Che sul noto cammin lo riconduce;
E così la tua provvida parola
Fu il raggio che il mio cor pregava a Dio;
Ed è per te che più fidente or vola
La farfalletta dell’ ingegno mio,
Nè più sì mesto e scuro
L’ orizzonte m’appar del mio futuro.
Or spero e canto — Oh! ma perchè i miei carmi
S’ informino soltanto al bello e al vero,
La secura tua man stendi a guidarmi
Fra i mille error di questo arduo sentiero,
E la mia musa ispira
Col vario suon della tua facil lira.
Io l’amo, io l’amo il tuo limpido verso
Ch’or sì lieta mi rende ed or sì mesta;
L’amo, se il vuoi di lepidezze asperso,
Se le glorie che fûro in me ridesta,
Se a lagrimar m’apprende
Sui tristi casi delle tue leggende.
Sotto l’egida tua, vate gentile,
Io canterò siccome il cor mi spinge,
Del mio ciel canterò l’eterno aprile
E il grande amor che a questo ciel mi stringe….
Tuo vanto fia se un giorno
Suonerà il verso mio men disadorno.
Padova, 1854.
Le Fonti del Clitumno, ad Andrea Maffei
(dalla raccolta Versi, 1875)
Vieni, o cortese e venerato amico,
Né t’incresca posar fra le tacenti
Ombre, ove l’onda del Clitunno antico
Da sotterranee grotte ha le sorgenti;
Vieni, e per poco del natio Benaco
Lascia il flutto, le selve e il rezzo opaco.
E un angelo parrai che le celesti
Sfere suol sempre innamorar col canto,
Invisibile ai rai sceso fra questi
Solinghi lochi a trattenersi alquanto,
Ove, i cieli obbliando, una canzone
D’incolta villanella a udir si pone.
A me i boschi e le fonti un’armonia
Semplicetta ed umil spirano in petto,
Piovono a te nell’alta fantasia
Le immagini leggiadre e il dire eletto,
E sulle tue canute chiome spande
L’arte, dolce amor tuo, baci e ghirlande.
Vòlto alla parte ove tramonta il giorno,
Aspro di scogli si solleva un monte,
Che il dorso ha d’elci e d’oliveti adorno
E freddo e terso al pie’ fra’ sassi un fonte,
Da cui con molti zampilletti vivi
Pei muschi rugiadosi escono i rivi.
Erran sul prato fra le folte erbette
I vergini ruscelli mormorando,
E baciano i cespugli e l’isolette,
Fra sinüose sponde rigirando,
Finche in un letto sol tutta s’accoglie.
L’acqua che il corso lentamente scioglie.
Povero sì, ma il piccoletto fiume
Mai non nega ristoro agli arboscelli
E agli armenti che in esso han per costume
Di scendere a bagnarvi i bianchi velli;
Povero sì, ma pur torbide e bionde
Non fa giammai le sue purissim’onde.
La villanella scalza e leggiadretta
Va ad attingervi l’acqua ogni mattina,
E la ritrova ognor gelida e schietta,
Come appena dal ciel scesa la brina,
E vede nel suo sen lucido e mondo
I pesci erranti e i sassolini al fondo.
Così tranquillo ed umile s’avanza
Per una ricca e florida campagna,
Dove ride la pace e l’abbondanza
Che spesso all’umiltà ne va compagna;
Perché una mente torbida e superba
Spesso rifiuta il ben che Dio le serba.
Poesie
(dal sito dell’Associazione culturale Araba felice)
Nel duolo acerbo che fu strazio al core
Patria, amici, congiunti io non trovai:
Mi alimentai del mio celeste amore,
Quel che il mondo non vende, in me cercai!
E in questo lento lavorio, che tutta
La mia forza conquise e la baldanza,
Fra la morte, la vita e la speranza
Giacqui, viva non mai, non mai distrutta.
Sola, ignorata, ad ogni ben più caro
L’aspirar mi fu colpa! e in tanto affanno,
Io non so qual parlasse in me più amaro
O il cader dei miei giorni, o il disinganno!
Presso al diserto capezzal non una
Lacrimando inchinossi alma pietosa:
Madre, figlia, sorella, amica e sposa,
Pugnai col tempo e colla ria fortuna!
Che mi giovò dei dolci carmi in seno
Versare il germe d’un’idea novella,
E sul detto immortal del Nazareno
Schiudere un’era più feconda e bella?
Fu ben triste la prova! e intendo ormai
Che al Figliuolo dell’Uomo oggi non resta
Un nudo sasso ove poggiar la testa,
Un core a cui ridir gli ultimi lai!
Ed io... chi sa se al ritornar del maggio,
Quando natura i bei tesori effonde,
Quando d’amore il lusinghiero raggio
Parla ai fiori, agli augelli, ai campi e all’onde,
Chi sa, se stanca d’una inutil guerra,
Non poserò nella natìa vallata!
Questa, amico gentil, m’era serbata
Unica gloria, unica gioia, in terra!
A cor bennato è facile e secura
Scola il morir, ch’ogni delirio accheta;
Argomento è di lutto e di sciagura
Solo a quell’ente che smarria la meta.
Pace è il morir, se della morte il gelo
De’ rei ne asconde la volubil torma:
È il trapassar della visibil forma
A un’invisibil voluttà del cielo.
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Materiale |
| La poesia al femminile nell’Italia del Risorgimento |
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saggistica
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| Autori |
| • | Cristina Contilli |
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Pubblicato su: Literary nr.3/2008 |
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