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Lilia è una zingara solare che canta con ricca vena le luci della propria anima. Un’anima limpida ed intrisa di poesia che si riflette e danza ovunque perché ogni cosa, còlta con gli occhi della poesia, si presenta trasfigurata, bella o brutta, lieta o angosciosa che sia, non mai però banale. Né Lilia è una poetessa dei tramonti. Anzi, elemento costante e deciso è una libera corsa, asciutta nella spontaneità dei suoi versi, senza infingimenti e ritrosie, senza il balbettio del dubbio nella perfetta onestà del suo sentire. Quanto in realtà semplice e infantile sia la voce azzurra dei poeti è un altro discorso, ma ciò che va sottolineato è il magico senso dell’esistere, la magica naturalità dei versi saltimbanchi nel trapezio del cielo.Ogni poesia, ogni poeta, in quel trapezio dei cieli corre però il rischio di cadere nella concettualizzazione o nella svenevolezza. Stupisce invece con quanta maestria, con quanta tranquilla sicurezza, anzi naturalezza, Lilia ignori queste insidie, pur senza rete di protezione. Credo che uno dei suoi punti di forza risieda proprio nella solarità del suo poetare che evidentemente non esclude l’opposto ma solamente le brume dell’arzigogolo. E poi il senso, presente in ogni composizione, di una esplicita musicalità che coinvolge, si rende udibile come se i versi stessi formassero una sorta di pentagramma. Una gioia di vivere che non nega il dolore ma rifiuta la disperazione; talvolta forse schegge d’angoscia ma schegge che possono e devono brillare al sole come genne preziose e non l’adagiarsi in una malinconica penombra. A meno di intendere la penombra come la frangia d’un sogno ad occhi aperti, ma è tutt’altra cosa. È strano che la poesia di Lilia non cavalchi a briglie sciolte. Ma anche in questo sta la sua bravura, il suo costante controllo. È facile l’entusiasmo dei punti esclamativi o delle litanie di superlativi. Che Lilia però non usa. Non ha bisogno di urlare e scalmanarsi per esprimersi. E ciò, lungi dall’incrinare l’incisività delle emozioni, le rende più profonde e durature. Poesia quella di Lilia, essenzialmente di immagini, di sensazioni, di sentimenti, ma non solo. Indubbiamente la sua vena non scava in intellettualismi né vuole mostrarsi come poesia colta. Ma lo è. Lo è nel modo più vero e completo, in quello che distingue cultura da erudizione, in quello che si sente più che si mostra. Nell’armonia che non si fa notare, nell’acuta distillazione di una fiumara emotiva che viene sottomessa ed esaltata dal dominio tecnico e razionale. E dal buon gusto, se permettete, che pur se innato, ha bisogno, per essere tale, di cure costanti.

Io personalmente non credo troppo alla distinzione fra poesia al maschile e poesia al femminile. La freschezza, la purezza, l’immediata spontaneità possono far parte di quel versante “femminile” che così riccamente Lilia possiede, ma credo piuttosto dipenda da un certo modo di sentire la poesia al di là del sesso di chi la scrive. Ritengo che un poeta utilizzi i vari registri possibili secondo quanto la sua sensibilità in quel preciso momento richiede. In questo senso il dialetto e, in qualche caso, anche la lingua straniera non sono un semplice mezzo ma la voce in cui le emozioni prendono forma. L’ultima poesia prima del suicidio Pavese l’ha scritta in inglese. Nel libro Schiramèle riecheggia il saltimbanco povero sul trapezio del cielo che apre la raccolta “Nonostante tutto”, ma lo spirito è profondamente diverso, richiama semmai alla mente, l’humus di tutto il volume, “le quattro capriole di fumo del focolare”. È una poesia più intima, più sussurrata, più antica. La struttura e l’organizzazione formale accompagnano e sottolineano questa scelta linguistica che assume spesso il tono di nenia, di ninnananna, col ricorso audace a rime e assonanze, a un tono talvolta cantilenante che ricorda le nonne di quando noi eravamo bambini. C’è un tono volutamente dimesso, di confessione e quasi di rimpianto. Vi è un dialogo sommesso ma diretto, preciso, con un passato familiare che spesso in filigrana fa trasparire volti cari scomparsi. Il ricordo di antiche radici invisibili ma che pure rappresentano il sostegno, il nutrimento più vero della vita attuale. Radici che si coniugano con i frutti, che danno il senso dell’eterna ruota di vita e morte che talvolta si chiama storia, talaltra destino o come volete, che in fondo è la stessa cosa. Siamo noi, allacciati a ciò che siamo stati e a ciò che saremo, anni o secoli, come si vuole. Era questo che le mie forse frammentarie osservazioni volevano esprimere. Ma certo la semplice lettura delle opere di Lilia è la miglior prova di quanto ho cercato di dire. Ad ella non si possono certo applicare le ironiche osservazioni, purtroppo spesso però attuali, di Umberto Eco nel suo “Pendolo”. Perché la poesia è una gran signora il cui fascino è composto da una serie infinita di dettagli e il totale sfugge sempre alla somma degli addendi. Occorre certo essere poeti ma, paradossalmente, non basta, è anzi un rischio. Di versificatori se ne trovano a migliaia. Questa predisposizione va coltivata, costantemente, inflessibilmente e purtroppo quanto maggiore è la vena tanto più può sembrare superfluo il rigore. Rigore nella scrittura, nell’equilibrio, nel controllo, nella genuinità, nella chiarezza dei contenuti. Il fascino non è mai clamoroso, ridondante. Il profumo deve esaltare, non sostituire la personalità. E Lilia c’è riuscita. Le poesie, singolarmente, possono più o meno corrispondere al nostro gusto, alla nostra sensibilità, al nostro stato d’animo, ma in un libro ciò che conta è l’insieme. Sia in un romanzo, che in una silloge. Quanto è chiuso nella copertina è un tutto unico. La coerenza è come un fuoco, fatto di braci e fiamme, di scintille vivide e scoppiettanti, del fulvo, compatto rossore della fiamma, del baluginio arancio e viola alla radice del ceppo, dell’ammiccante segreto avvolto nelle ceneri. Ci sono espressioni, nel libro di Lilia, di immediata, secca bellezza ed efficacia, ma c’è e credo vada soprattutto sottolineata la completezza dell’opera. So che la poesia non va di moda, se mai è andata, ma so anche che un fondino di poeta c’è in ognuno di noi, un desiderio, una speranza, un pudico, riservato amore. E a chi sente in sé e non rifiuta questo sentimento credo proprio valga la pena di leggere, assaporare, godere le poesie di Lilia. Ella è nata, credo significativa questa piccola nota autobiografica, in un rifugio antiaereo, poco a nord di Trento, durante un bombardamento aereo, il 2 aprile 1945: un anno di enorme importanza per tutto il mondo, una data tremenda per la città, ma per la sua famiglia, in quel momento, la cosa più importante di tutte era quel piccolo, sconquassato, dolcissimo Natale. Così come la grande vita ha scavato questa tenera lacuna, questo sussurro nel grande urlo della storia, così la voce di Lilia si scava il suo piccolo corso. Umile, sereno ma non certo per questo meno importante né meno vivo.

Recensione
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