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L’irriducibile poeta irpino, ormai famoso per la sua dichiarata belligeranza alla mala gramigna, sempre più prospera e infestante che signoreggia nei campi della politica “rapace e cialtrona | e onorevole maestra di scandali”, con la puntualità annuale che contraddistingue il suo celere passo di podista della poesia, si ripresenta ai lettori avvolto nella tunica di Mosè, per ricordare che l’ottava piaga, che ha flagellato l’Egitto nel XIII secolo a.C., ha prodotto e schiuso abbondanti covate sul suolo italiano, che si nutrono abbondantemente, allegramente, diligentemente, astutamente, subdolamente, ambiguamente del sudore e del sangue dei “creduloni” e degli onesti, impotenti e abituati ormai “a fare spallucce” di fronte alle voraci e ingombranti schiere degli infausti e non amati parassiti.

Introdotto da una nutrita e come sempre dotta e impeccabile Prefazione a firma di Armando Saveriano, che a buon diritto può essere annoverato tra i più attenti e puntigliosi lettori-critici di Pasquale Martiniello, la nuova raccolta, dal titolo emblematico, di evocazione biblica, Le cavallette, fin dalle prime pagine dà l’impressione che l’illustre autore abbia acquisito una ulteriore sapienza e autorità morale che gli consentono di esporre il suo pensiero con una fermezza, un coraggio ed un distacco propri di chi possiede la consapevolezza che la sua parola non è vuota retorica, ma efficiente strumento di comunicazione, illuminato da sacrosanta e incontestabile verità. E sul piano della comunicazione sa anche rinnovare, di volta in volta, di caso in caso, il suo linguaggio, dimostrando così non solo di essere sempre bene informato sulle scorie nocive che deturpano l’immagine del tempo presente, ma di rappresentarlo con i colori accesi e vivaci della sua anima sensibile alle scintille che alimentano il magnetismo della sua “vis polemica”, la quale, come giustamente osserva A. Saveriano, “non può modificare la realtà di cui il Nostro è legittimamente insofferente”, ma serve da colonna sonora nel monitoraggio di un percorso storico-sociale-politico-culturale tra i più accidentati e contorti dell’era democratica, sotteso alle ombre cupe di istituzioni interessate ai propri particolari interessi.

La posizione storica e morale di Martiniello gode di una chiarezza e linearità che non ha bisogno di approfondimenti. Egli ha posto, davanti agli occhi del lettore, una linea di contestazione che parte da lontano, da prima ancora che il sisma del 23 novembre 1980 mettesse in evidenza gli insaziabili appetiti di piovre organizzate nello sfruttamento capillare del “territorio”, sia fisico sia umano che economico.

Già nella sua prima raccolta, Testimonianze irpine, del 1976, fa capolino la triste figura dell’ingiusto potente. Ma il mondo appariva ancora avvolto nella sua corteccia arcaica, animato da un armonico rapporto tra uomo e natura, tra uomo e ambiente. La gramigna del male germinava e prosperava nelle grandi aeree urbane, dominio della mafie affaristiche e politiche. L’evoluzione economica e sociale degli ultimi decenni ha rotto le barriere dell’isolamento provinciale, si è infiltrata anche nel tessuto comunitario dei piccoli centri urbani, producendo sommovimenti e cambiamenti a tutti i livelli: psicologici, comportamentali, culturali, di costume. La globalizzazione è un dato di fatto acriticamente accettato. Il “Potere” ha un volto ben visibile, “mostruoso”, osservabile e discutibile da qualsivoglia angolazione. Il Capitale non è più associabile all’opera di Karl Marx, ma a qualsiasi “Potere”, legalmente o illegalmente costituito; un Potere senza confini territoriali, non legato a nessun valore ideale o morale, ma unicamente alla volontà di profitto e conseguenti privilegi e vantaggi di prestigio. Martiniello, da esperto chirurgo dei mali che invischiano e fuorviano i processi di crescita morale e intellettuale del mondo moderno, si premura anzitutto di diagnosticarli alle loro radici, di individuare responsabilità e colpe, dopo aver messo in evidenza la sequela di pustole e cancrene che allignano alla luce del sole e mortificano l’intero corpo sociale, continuamente ingannato, impoverito e defraudato da “caste e oligarchie”, che troneggiano e signoreggiano in vetta alla scala dell’immunità. Ma la frecciata più feroce e calzante il poeta la indirizza ai politici “riciclati”, ritenuti le “zecche più avide e incarnite nella pelle | e polpa delle istituzioni | il vischio rigoglioso che mangia | a tradimento su braccia d’altri | l’odiosa categoria doc la nobile | canaglia parassitaria allevata dai partiti”.

Il problema che Martiniello continuamente si pone è, dunque, essenzialmente etico, ma anche di conoscenza e di informazione. I segni di decadenza di una civiltà, il degrado ambientale, lo spreco delle risorse energetiche, l’assopimento delle coscienze dentro la cultura di un fatalismo diffuso ed opprimente, nascono e si sviluppano quando gli individualismi e le partigianerie che costituiscono la “mente” delle istituzioni, cui è affidato il destino dei popoli, tradiscono e imbarbariscono i principi che dovrebbero alimentare e guidare la loro azione politica nella prospettiva di un giusto ed armonico sviluppo, universalmente condiviso, dell’elemento umano. In definitiva, si fa un cattivo uso delle responsabilità, dal momento in cui si permette al diritto e all’arbitrio di convivere, di stringere patti scellerati, di abusare della pazienza e dabbenaggine di chi è dall’altra parte dello steccato, ingannato, truffato, spogliato e deriso dalla ciurma di famelici lanzichenecchi, determinati e votati al saccheggio delle coscienze e dei beni della collettività.

Questa 24ª raccolta poetica si unisce idealmente alle precedenti, porta ad ulteriori sviluppi e aggiornamenti quell’opera di conoscenza e informazione sulle “metastasi che hanno invaso il tessuto sociale”. E sono davvero tante, individuate e localizzate, storicizzate nelle loro cause e nei loro effetti, e quasi sempre al riparo dei bisturi arrugginiti e farraginosi della Giustizia.

Martiniello ha preceduto di anni la visione di Papa Benedetto XVI, circa “l’inquinamento morale dello spirito”, veleno mortale per la mente e il cuore, oltre che per la vita sociale dell’uomo. Nella macroscopica babele degli indirizzi ideologici, delle opinioni, dei comportamenti, delle futili tiritere di vecchie e nuove ciabatte che ingombrano le sedi sempre aperte delle ragnatele televisive, l’uomo comune non nasconde il suo smarrimento, la sua uggia, la sua noia, il suo imbarazzo e il suo disappunto di fronte a tanta palese invadenza delle solite facce di rame o di carta bambagina.

Nella visione generale di un’epoca invasa e dominata da egoismi, partigianeria, intolleranza, sadismo e perversione, ci sono motivazioni sufficienti a determinare l’equazione martinielliana: democrazia = immondizia. Immondizia morale che genera immondizia materiale. Cosa manca ai timonieri in perpetua rissa e disaccordo sulla rotta alla guida della barca democratica? Difettano di competenza, ossia di “sapienza” in materia di politica. Sono dei galoppini al servizio di se stessi, che assomigliano al cavallo malvagio del mito della biga alata, che Platone descrive storto e mal conformato, incline alla protervia, alla tracotanza, all’impudenza e alla vanteria: “Hanno parole di miele | e le mani nella sporcizia | e secca e arida la pelle | dell’anima…”. Collusi con le cosche malavitose, considerano lo Stato “la miniera da svuotare” e la legge “un’invenzione | a tutela dei ricchi già ladroni”. Un elogio sincero e spassionato si è meritato il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano che, ogni fine anno, legge alla Nazione il suo messaggio, “chiaro e fustigante”, da tutti ben compreso e “lodato con la stessa bocca”. Ma è soltanto un’occasione per i politici, “ladroni della legalità”, di fingere “una concordia divina | ma il succo del vino della verità | ha trovato ingorgo nella strozza | Lupi iene coccodrilli e gazze ladre | hanno sentito un brivido di gelo | quando il vangelo della trasparenza | è suonato alto e forte per le caste | che ogni giorno si giocano all’asta | il denaro spremuto da vigne oneste”. Ancora troppo poco, quindi, il solo richiamo alla trasparenza rivolto ai seminatori di semi della discordia. Per loro, “nelle calzette di capodanno”, bisognerebbe mettere “carboni | accesi e qualche laccio in più per i polsi | tintinnante per il raddrizzo della barca | troppo abusata e lerciata da nobili galeotti”.

La diffusa indifferenza dinanzi alle miserie umane è un altro segno della bestialità dell’uomo moderno, divenuto “tigre e leone | padrone senza croce e Dio”. Tra le tante vittime innocenti di tale atteggiamento disumano è stato il “povero Babu | estraneo al cuore dei passanti | schifato barbone trovato gelato | e incartato dalla morte | in una bianca coperta…” a Genova, nei pressi del Teatro Carlo Felice.

Questa nostra palestra sociale, sfrenata e godereccia, non conosce la pietà, è totalmente “schiava dei sensi | stordita e assatanata da edonistiche follie | con reti steccati e paratie nosocomiali”. Con un programma pressoché immutabile di dubbi, incertezze, ossimori, mutamenti e rimutamenti, di esercizi spirituali volti a chiedere per ottenere, di gole larghe che reclamano la depenalizzazione dei reati, amnistia e protezione per delinquenti in vena di gabbare lo Stato, le certezze si riducono ad un lumicino che arde nel cuore di coloro che non temono il salto nel buio, perché vanno oltre la fede e la speranza: camminano sicuri sui sentieri della Luce, si immergono totalmente in essa “come l’ape nel calice di un fiore”.

La crisi economica, che ha investito la comunità internazionale nel corso del 2008, non poteva lasciare indifferente il nostro arciere. È risaputo che in simili contingenze c’è da pagare un prezzo, prima ancora di individuare le cause presenti e remote che l’hanno determinata. Su queste, nessuno ha dubbi: la speculazione selvaggia dei soliti grandi affaristi produce la lievitazione dei prezzi dei beni di consumo e quindi una diminuzione della domanda interna o estera con conseguente congiuntura negativa, caratterizzata dalla diminuzione del reddito complessivo, dei consumi, degli investimenti e una generale stagnazione dell’attività produttiva ed economica. La crisi mondiale del 2008/09 ha sicuramente motivazioni più vaste, profonde e complesse, in cui entrano in gioco le tensioni geopolitiche e le competizioni economiche tra Stati interessati a mettere in ginocchio gli avversari.

In casa nostra si assiste alla storica sperequazione: c’è che vive tra “strettoie e privazioni anche di mensa” (le categorie più deboli, i disoccupati, i precari, i cassaintegrati, i titolari di pensioni sociali, i lavoratori con stipendi da fame e occupazione a rischio…) e chi “il peso della crisi e paralisi” non avverte affatto. Per costoro, i grandi “gestori della vaporiera” e la “fida ciurma | non si avverte asfissia di respiro | Lo tzunami non sventra le colline | È la povera gente di riva | e di porto spiagge e pianure che | sa l’urto vorticoso e la desolazione | del saccheggio”. Si noti la finezza e l’originalità delle metafore, la causticità dell’indignazione con cui il poeta traduce la sua denuncia contro il solito “stormo di rapaci”, che “in alto il mondo scala e di fame inombra | il mondo dei nani”. A inscenare proteste contro la “crisi abissale” non sono coloro che sono nati fra “cardi rovi | nasse aghi e reti e giorni di carestia”, ma coloro che hanno fatto il pieno al supermercato e non sanno che cos’è il digiuno. I sazi, a scopo divagativo “levano stracci | di rivolta innocua Corrono come pazzi | simili a pecore a odore di teneri pascoli”…

Un’idea fissa, ossessiva, ricorrente nelle opere di Martiniello, ha non poche analogia con la visione di Orwell, espressa nel romanzo 1984: la stirpe umana, nella sua maggioranza, è di continuo manipolata, pilotata, teleguidata dai gruppi di potere, e ha raggiunto un tale livello di condizionamento, per cui “siamo assuefatti a bere dal calice delle falsità ingoiate | come ostie di verità benedette”. Tutto è predisposto, programmato da un’accorta regia; “tutto è indotto infuso | nel fondo del cervello povera | scodella dell’altrui supremo volere”. Si recita secondo copione scritto da altri. “Dipendiamo da caste e da oligarchie”, ossia “dalla nobile canaglia parassitaria”, vecchia e nuova. “La massa è gregge. Il pastore è pastore”. Siamo in un tale stato di passività che nulla più ci turba, ci scuote, produce reazioni adeguate.

È questa un’età | mostruosa che non spaventa Genocidi | stragi da kamikaze stermini e odi etnici | disastri naturali ci sono estranei e lontani”.

Ci sono anche aree geografiche dove “l’età mostruosa” manifesta il suo volto di orribile e colpevole arretratezza, dove le donne sono schiave di padri padroni, di fratelli e congiunti accecati da consuetudini arcaiche e lesive della dignità della persona umana. Malalai Kakar, giovane coraggiosa poliziotta afgana, “voce e bandiera di libertà” per le sue connazionali, è stata barbaramente assassinata dai talebani che, in odio alla sua missione liberatrice di “donne schiave e vedove incatenate in gabbia”, non le hanno perdonato la sua battaglia sui diritti della donna e tanto meno la sua militanza al servizio del governo Karzai, “giudicato traditore e straniero”. La donna, in terra afgana, “è per sé stessa una disgrazia pura merce | con leggi proprie di mercanzia”, oggetto senza valore, carne e cibo per bruti avvoltoi.

In casa nostra il problema della sicurezza, la lotta ai trafficanti di carne umana e alla criminalità organizzata sono emergenze prioritarie: “bisogna derattizzare i nuclei | maligni che si sono spartita la torta dei mercati”, cominciando dai romeni, specialisti nelle “truffe e clonazioni delle carte di credito”, passando per i rom, dediti agli “scippi, traffico di fanciulli e furto di rame”; gli albanesi “i più feroci”, dediti “a furti d’appartamento e alla prostituzione”; i russi e caucasici, cui spetta “la tratta internazionale delle bianche”; i senegalesi, che spacciano la droga al minuto; i nigeriani che si occupano “di spaccio grande, prostituzione e traffico | d’armi a livelli alti”; i cinesi, la nuova e folta gramigna, “onnivalenti”, che “fanno di tutto e di più” per raggiungere i loro loschi obiettivi. Naturalmente, tutte queste cellule in metastasi hanno legami e rapporti stretti con la “criminalità indigena”. Dove esse sono padrone del territorio “regole e leggi sono stoffa senza marchio | pura carta straccia”. Lo Stato pare assente e le istituzioni locali “hanno occhi chiusi e orecchi tappati”. Il “coltello di Caino” lampeggia sinistro dovunque, anche nelle scuole, dove spuntano all’improvviso per regolare conti tra bulli gelosi delle loro pupe in abiti succinti, ma, immancabilmente, recanti marchio e firma dei grandi stilisti di moda. Ma tant’è: la scuola di oggi “non più | aia antica ricca di covoni dorati | e nutrienti… | sa di tutto poco e di niente”. Dà l’impressione di essere una “matrona eccentrica | ma dal cuore vuoto e spoglia di futuro”. Alunni svogliati e distratti, senza alcun desiderio di “tritare spighe e crivellare il buon grano”; i professori “operai numerosi e spesso precari | Costano poco e rendono meno”. Il guaio, dunque, è che “mancano i veri sacerdoti | e i chierichetti vogliosi di dottrina”. Il problema della legalità, nel nostro Paese, è un problema antico, che ha turbato i sonni di baroni, duchi, conti, marchesi, re e imperatori, capi di governo e di polizia, prefetti e questori, poliziotti e carabinieri, mercanti e cittadini comuni. Ultimamente si è scoperto che la principale virtù degli italiani è… l’arte di arrangiarsi.

Naturalmente le modalità sono diverse da luogo a luogo, da città a città, da categoria a categoria. C’è chi si accontenta di qualche briciola lasciata incustodita e c’è la banda del buco che mira al caveau delle banche; ci sono i rapinatori specializzati nell’assalto ai furgoni portavalori, ai supermercati, alle ville; ci sono organizzazioni criminali “storiche” con tecniche e politiche che emulano quelle di qualsiasi Stato vessatore e fiscalista; ci sono le “cosche d’alto profilo”, spesso in combutta con il Potere costituito… Contro tutti costoro, la spada della legge… riposa nel fodero, “giace supina velata di ragnatele”. “La legge è viva | per furti di pane o d’un paio di ciabatte”. E ancora: “Il paese siamo sena leggi | sovrane Queste abitano nelle bare | Ognuno alza la bandiera | del comando e detta le regole | di giornata ai suoi pappagalli”. Da qui la convinzione che “l’uomo resta bestia che | che non vuole regole e confini”; si trova perfettamente a suo agio laddove “straripa ogni sorta di mercimonio” e quindi bisogna ammettere che “la vittoria pende dalla parte di Caino”, dal momento che la legge “ha perso onore | e credito Tante toghe sono dei veri | spadaccini una rovina di casta che | perseguita o protegge”.

Nel cuore del poeta l’Irpinia è sempre al primo posto, specialmente ora che è diventata anch’essa “bottega | di spezie malefiche e discarica | di cancrene istituzionali”, e “ventre pieno di veleni” da quando, in alto loco, si è deciso, unilateralmente, di fare del Formicone una “Area di interesse nazionale”, militarizzata e recintata con filo di ferro spinato per accogliere gli escrementi maleodoranti e molesti della bella Partenope. “Imbottita di veleni esterni” questa terra, dice il poeta, “paga | per i disastri di governi regionali che hanno | allevato o lasciato crescere indisturbato un | prosperoso esercito di camorristi che tuttora | funesta e detta leggi con la voce delle armi”. Grave e imperdonabile anche la colpa del cavaliere che decide da solo “con il codazzo ardito dei suoi sacerdoti”, arrecando sfregio all’anima e al cuore dell’Irpinia “resa ostaggio di uno Stato lupesco e violento”.

Colpevoli anche gli irpini, con il loro silenzio, con la loro passività e indifferenza di fronte a così evidenti e deleteri guasti ambientali. Se lo Stato si sente autorizzato a dissacrare, violentare e devastare ancora “il seno della nostra terra” è perché gli irpini di oggi sono di tutt’altra tempra rispetto agli avi, sempre pronti a impugnare “la forca lucida di ferro | a presidio della sacra terra acquistata dai | caini padroni con tributi di digiuni e anni | in miniere con rosi polmoni e scarso pane”.

Come si può notare, sono state qui prese in considerazione soltanto alcune delle indicazioni che immettono nell’ampia raggiera delle tematiche svolte dal poeta mirabellano in questo suo ennesimo avamposto eretto nell’intento di contrastare l’avanzata della nuvola nera delle cavallette. Egli sa perfettamente che in questa nobile offensiva di sbarramento sostenuta dalle singole forze umane, intellettive e contestative, sono pressoché inefficaci contro la formidabile, collaudata, inscalfibile, colossale struttura organizzativa, penetrativa, distruttiva del demone del male.

La storia, la scienza, la cultura non hanno più nulla di positivo da trasmettere, sono lampioni morti “su ossari che hanno patito il sigillo della malombra | e lo stabbio ancor livido di rancori” (vedi Ossimori, pag. 114). Martiniello, osservatore acuto e perspicace del proprio tempo, intellettuale libero di vedere senza i paraocchi dei condizionatori ideologici e di ragionare criticamente, pugnacemente con le inesauribili risorse della propria lucida e tormentata materia grigia, non è soltanto un grande creatore di immagini, di marche connotative funzionali alla modificazione del grado di informazione e dell’efficacia della suggestione trasmessa dai suoi versi al vetriolo, ma è da annoverare tra i testimoni più accreditati a diagnosticare, poeticamente, le alterazioni politiche, sociale e di costume in atto sotto un regime falsamente democratico, alla mercè di “caste ingorde e improduttive”, contro cui egli si ostina a picchiare, ripicchiare, frustare, scagliare dardi e anatemi, senza tuttavia poter variare “la filiera dei roditori palesi e nascosti | nelle sacche di poltrone e divani” delle istituzioni. Poco o nulla delle tipologie problematiche dell’esistenza sfuggono al suo occhio clinico, denotando così un’aggiornata informazione, che diventa fonte storica della sua visione pessimistica e drammatica di un mondo in declino, espressa sul pentagramma infuocato d’un eloquio che è esso stesso stile, metodo, scavo, forma, contenuto di figurazioni simboliche, esempio di poesia che si affida alla realtà decifrabile, vissuta, sperimentata e ne fa il contenuto di un’epopea in cui di eroico c’è soltanto la ferma determinazione e l’incrollabile coraggio dell’autore di gridare ai quattro venti il suo sconcerto e la sua ripugnanza per tutto ciò che oscura e deturpa l’immagine dei sacri valori sui quali si fonda ogni vera, giusta e autentica civiltà. Il resto è degrado morale, dissacrazione, stupro delle coscienze, annacquamento dei cervelli, incolonnamento delle masse al guinzaglio del Potere, ingordigia, malcostume, corruzione, arrivismo, frode e inganno: ossia perenne, palese e dilagante ingiustizia. Ciò che si salva fa parte della memoria, del mondo degli affetti: ricordi nostalgici dell’età della speranza in un mondo costruito sulla roccia degli ideali di solidarietà, equità, tolleranza, progresso, comunione d’intenti e capacità intellettive e operative per una crescita civile a misura d’uomo.

Chiude la raccolta una lirica dedicata a Luigi Pumpo, poeta, scrittore, giornalista, critico letterario, direttore della rivista Presenza, promotore culturale e membro di prestigiose giurie letterarie, scomparso il 24 marzo 2009. Un tributo d’affetto e di riconoscenza all’amico che gli ha insegnato “a volare oltre le aquile per leggere le nere | clessidre degli sfortunati dei bambini assassinati | delle donne massacrate a colpi di pietra | per un respiro di vento nei capelli e un lampo | d’aurora sul viso sprigionato dalla maschera”.

Recensione
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