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Ungaretti: vita d'un uomo. Una “bella biografia” interiore

Critica perfetta è quella in cui i diversi momenti
(per i quali è passata l'anima del poeta)
si conciliano in una sintesi di armonia.

F. De Sanctis

Completato il piacere di leggere un libro, mi dispongo, come da abitudine e da impenitente dilettante che ama familiarizzare con la letteratura, ad esprimere una impressione di lettura. L’ultimo, in ordine di tempo, riguarda una nutrita raccolta di saggi su Ungaretti, a firma di una nota studiosa di letteratura italiana: Noemi Paolini Giachery. Appassionata “interprete” delle opere poetiche di un personaggio che ha tracciato un solco profondo nell’ambito della letteratura italiana del Novecento, Noemi Paolini Giachery consegna orgogliosamente al pubblico un volume in cui dimostra di possedere una preparazione e un’esperienza esegetica di ammirevole livello, le quali, unite a un solido armamentario linguistico, filologico e storico-letterario, oltre che psicologico e filosofico, le permettono di competere con noti studiosi, del passato e del presente, che, in tempi diversi o contemporaneamente, hanno instaurato un approccio critico a Porto Sepolto, Allegria, Sentimento del tempo, Frammenti per la Terra promessa…; testi poi raccolti in Vita di un uomo, di cui si hanno varie edizioni curate dalla Editrice Mondadori.

Il libro, in nove capitoli, si apre con la tesi che qualifica Ungaretti “uomo di pace”, il quale, nonostante avesse rivestito la divisa militare per partecipare, da volontario, alla Prima guerra mondiale – cosa che fecero anche molti altri intellettuali, come d’Annunzio, Marinetti, Prezzolini, Ardengo Soffice, Slataper (morto in combattimento su Podgora), Stuparich, Jahier, Hemingway…; sul fronte francese, in trincee contrapposte, militarono, anche loro da volontari, Apollinaire e Remarque – si rivestì della condizione umana di chi combatte non per odio verso il nemico ma per una questione d’onore, verso se stesso, verso i numerosi poeti e scrittori amici che avversano la minacciosa “Kultur” teutonica, militarista e bellicosa, e verso quel fior fiore di gioventù cui appartiene, chiamata ad essere protagonista di una sanguinosa saga che infiamma l’ intera Europa. Un poeta dalla tempra risoluta e robusta, in un momento così grave per le sorti dell’ umanità, non poteva isolarsi, defilarsi, chiudersi in un angolo sperduto della terra; non poteva farsi tacciare di vigliaccheria dagli animosi compagni che si erano lasciati invadere dalla febbre dell’ interventismo e pronti ad accorrere laddove il dovere chiamava. Ma la motivazione più incoraggiante ad arruolarsi volontario fu indubbiamente, come annota l’autrice dell’opera di cui qui si parla, “il sentimento sincero e forte” della sua “appartenenza alla patria italiana, sempre amata, come un sogno lontano…”

Il senso della pace era per Ungaretti “anche il principio di misura, di armonia, di amore che dovrebbe informare tutti i rapporti umani… – scrive a pag. 12 la nostra affabile e colta esegeta.

A guerra conclusa, scrittori, poeti e artisti di mezzo mondo, usciti indenni dalla grande catastrofe, hanno riflettuto sul ruolo che hanno avuto dentro le spire dell’immane conflitto. Ognuno ha rivendicato l’onore di aver compiuto il proprio dovere fino in fondo, pur deprecando le brutalità e l’inutilità della guerra, di tutte le guerre che, momentaneamente, dissolvono lo spirito di solidarietà che regna fra le comunità in tempi di pace, lacerano i tessuti sociali, spirituali e materiali di intere nazioni e creano le premesse per nuovi e violenti contrasti, disordini, sofferenze, lutti, rovine materiali e traumi umani.

Ungaretti poeta, il suo linguaggio, il suo essere “uomo di pena”, la consapevolezza della precarietà della vita nascono con l’esperienza della guerra, con la condizione tragica dell’uomo costretto a vivere giorni, settimane, mesi, in una “buca di calcare” dove anche “la bestia trafelata impazzisce”. Ma quella triste e deprimente stagione di guerra è durata poco più di tre anni. Non si può quindi negare che egli, uscendo dal sudiciume delle trincee, abbia affrontato la vita e l’arte poetica con lo spirito di chi, senza dimenticare il passato, si pone di fronte alle sfide del futuro e ne accetta rischi e condizioni. Ed è quindi bene accetta la tesi di Noemi Paoletti Giachery, la quale, in contrasto con le rassegne critiche di studiosi che si richiamano allo storicismo materialistico (non immune da deformante ideologia politica), o alla metodologia critica del formalismo che, in poesia, esalta il valore il significante rispetto alla “ricchezza” del significato, riafferma “la pregnanza della poesia” di Ungaretti, la continuità tra parole e cose, maturata in un saldo rapporto tra “vita e poesia” in cui si rende manifesta l’ attestazione di un impegno, di una ferma volontà di superare i limiti della propria finitudine per approdare ad una dimensione religiosa, oltre che etica ed estetica, che gli garantisca la vicinanza al “sogno fermo” e renda viva e operante l’aspirazione a un nuovo “patto” tra Dio e il Poeta, tra Dio e gli uomini.

Questo interessante e sostanzioso libro della Paolini, si qualifica fin dalle prime battute come un saggio di “critica della critica”; e questo ci dice a sufficienza dello spessore culturale dell’Autrice, che non si limita a dare spiegazioni, giudizi e valutazioni sull’opera integrale di un poeta che ella ha avuto l’onore di conoscere, frequentare e apprezzare con tutto il trasporto e calore della sua anima, ma va ben oltre, mettendo in campo intelligenza e strumenti esegetici che le permettono di confutare arditamente e felicemente vari interventi critici dedicati a Ungaretti da noti ed esperti “maestri” nell’ ambito della critica letteraria, attualizzando, in piena autonomia e libertà di pensiero, le sue peculiari modalità e attitudini di approccio alla lettura dei testi, le sue intuizioni e convinzioni estetiche, la sua visione storica della letteratura come esperienza di vita: intellettuale, spirituale, pratica e artistica.

Recensione
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