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Un
nuovo libro di poesia in un dialetto di area umbra conferma una significativa
ripresa della ricerca attorno ad una possibilità d’espressione linguisticamente
e socialmente sempre più marginale, ma proprio per questo, forse, poeticamente
più preziosa. In realtà la proposta linguistica del poeta perugino di origine
nursina Ottaviani non si riferisce ad una parlata effettivamente in uso, ma ad
un “idioma medievale umbro-sabino” (secondo la definizione dello stesso autore),
dunque ad un neovolgare in cui dominano i caratteri dell’invenzione poetica
(memoriale, lirica, sentimentale) rispetto a quelli di un’indagine meramente
socio-linguistica. La lingua di Ottaviani (che ci offre, in questo suo libro,
una doppia versione del testo, in dialetto ed in italiano: una doppia – “gemina”
– prova sia lessicale che metrica) è dunque quanto di più vicino
all’individuazione di una personalissima “lingua della poesia”, una volta data
per scontata l’attuale impasse delle possibilità espressive del registro comune,
consumato e oltraggiato dalla banalizzazione mass-mediatica.
Questa lingua, che non a caso è connotata da una dedica implicita al grande
poeta anconetano Franco Scataglini, permette all’autore uno scavo dagli esiti
seri e profondi nella memoria privata e collettiva; valgano ad esempio questi
versi (ne diamo, per facilità di comprensione, la versione italiana; la versione
italiana è tutta in terzine di endecasillabi, dantesche, mentre il testo
“originale” ha una struttura più arcaica, meno colta, di quartine di senari
ruvidamente scanditi dalla rima alternata): “quel millenovecentoquarantotto |
tempesta che mi aveva generato | sogno sognato avrebbe presto rotto || di un
comunismo buono e rossa terra | per uomini e animali generosa | dopo prigione,
genocidio e guerra”.
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Recensione |
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