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D'aria e d'acqua le parole

Firenze, 3 ottobre 2009
presentazione del libro di
Roberta Degl'Innocenti

La prima impressione che ho avuto, leggendo il libro di Roberta, è stata che la scelta di un titolo così fascinoso non fosse casuale. Questo è sostenuto dal fatto che, ogni volta, l'autrice sceglie con cura i suoi titoli perché devono essere un riflesso dei suoi racconti o delle sue poesie, in questo caso forse anche di più. Le parole hanno un valore importante nel mondo di Roberta, possono essere leggere come l'aria, possono avvolgerci, farci salire in alto nel mondo della fantasia e del sogno. Possono racchiuderci come in una bolla di sapone, oppure, invece possono essere umide di pianto, di nostalgia, di dolore, un'acqua dove immergersi per purificarsi.

Parole preziose ed eleganti spesso simboliche, il ricorso alla metafora è sempre una caratteristica predominante in Roberta, dire senza svelarsi, ma se si trova la chiave di lettura tutto diventa più semplice.

Anche questa sua raccolta poetica è suddivisa in più settori, quasi a scandire il passare del tempo o per depistare il lettore dal primo potente impatto con le sue poesie.

Composta, per la maggior parte, durante un'estate torrida, non solo per il clima ma anche per le vicende di vita, si apre con una poesia dedicata alla madre, scritta dopo la sua scomparsa, a seguito di una lunga e faticosa malattia, “Crepuscolo di ciglia“ non c'è pianto lamentoso ma un dolore contenuto di malinconia dolce dove la mancanza del punto di riferimento più importante per un essere umano si rivela tutta nell'ultimo verso “quando ti penso m'incanta la memoria”.

Pur non facendo uso di metrica Roberta ha una musicalità molto naturale nei suoi versi, questo in particolare se lo si esamina è un dodecasillabo composto da un quinario e un settenario, il ritmo aiuta l'immagine che ci arriva dal testo.

Questa raccolta, come dicevo prima, si chiude con un'altra poesia dedicata, “Firmamento di luci “, questa è invece stata scritta per alcune persone che sono state molto vicine a Roberta, i Tati, come lei li chiama, sono gli amici Rita e Pia Magherini, Adolfo Stratini, Dino Ciappi con i quali ha trascorso l'infanzia, l'adolescenza e gran parte della giovinezza. Nella loro casa con i mattoni rossi di Via del Larione lei ha passato tanti giorni felici, erano come la sua famiglia, le hanno voluto tantissimo bene e lei lo ha ricambiato con forza. Così profondo è il legame con quel luogo che non può fare a meno di passare talvolta ancora da quella strada per annusare l'aria familiare, anche se loro non ci sono più e la casa ha cambiato proprietario. Nell'aria resta la memoria dei “rossi gerani alla terrazza, / del colore che pulsa” come recita un verso di una sua precedente poesia in un'altra raccolta, quello è il luogo dove il suo percorso è iniziato ascoltando De André e leggendo Prévert, dove la ragazza ”con le unghie laccate di carminio, cerca petali in pagine di libri.“

La frase appartiene a un racconto sulla casa scritto da Roberta, ancora inedito. L'autrice ha scritto molto su questo argomento in momenti e tempi diversi.

Anche questo lutto ha lasciato tracce profondissime, è stato il taglio di quel cordone ombelicale che ci lega metaforicamente all'adolescenza imponendoci di diventare adulti. E quindi la scelta di porre alla fine proprio quella poesia chiude il cerchio simbolico e si ricongiunge con l'inizio.

La prima parte del libro è un canto di vita nell'incantesimo del sogno, quante favole di volta in volta ci seducono, lei si trasforma in fata, elfo, zingara o sirena, conchiglia e chiede, supplica “margherite scarlatte”.

Scarlatte come il sangue, come l'amore, come l'eros che percorre tutte queste pagine e che diviene dirompente soprattutto nella sezione intitolata “Graffiacielo“

Qui il desiderio di sensazioni forti e trasgressive esplode nei versi, come un getto di lava infuocata, talvolta è un grido, altre una velata preghiera rivolta alle stelle cadenti, il dono di un momento speciale, erotico, che faccia ancora sentire il sangue scorrere nelle vene che allontani ed esorcizzi il dolore passato. Per realizzare questo sogno si fa Dea del bosco, chiama a raccolta gli uccelli e gli alberi, vorrebbe essere zingara che danza con un corpetto corto sopra i seni. Accompagnano il lettore un grande numero di fiori, d'ogni tipo, nostalgici, sbarazzini, dolenti, ammiccanti, fanno parte di paesaggi surreali contemplativi, dove i personaggi che via via s'incontrano sembrano usciti dalle fiabe nordiche. Elfi e folletti s'aggirano tra i versi e ci trascinano a leggere catturandoci.

Tutta la struggente tensione si scarica e si stempera nella scrittura e nel continuo dialogo con un interlocutore muto a cui l'autrice pone domande senza risposta, rivela i suoi sogni, i desideri e le inquietudini. E' a lui che racconta memorie del passato. Momenti di serena felicità con dolcezza incantata, da qui “La gonna dei papaveri” malizioso momento della giovinezza oppure “Due foglie” dedicata all'amico di sempre, Mauro Marzi, la cui amicizia risale al tempo della scuola e non è mai cessata. Questa poesia di delicata dolcezza dalla serena espressione di una lunga amicizia da cui emana un'atmosfera che quasi commuove, fa parte dell'ultima sezione “Rosaviola” secondo me la più malinconica, dai colori sfumati che si mescolano l'uno dentro l'altro. Nella “Ballata dei poeti” dichiara apertamente che i poeti sono dei mentitori che si nascondono dentro le parole ma a cui “basta un verso per essere felici”. Ecco qui la fortuna di chi scrive, un verso basta per cicatrizzare, per ritrovare il coraggio di vincere la morte, magari stringendo nel pugno un po' di conchiglie oppure un sorriso rubato o un'alba, una scheggia viola, da guardare di nascosto per assimilarne la forza positiva, necessaria alla vita.

Ho lasciato in ultimo la sezione dedicata ai viaggi. L'autrice li presenta come indiscreti, io credo perché ce li porge come se aprisse un cofanetto di ricordi, come se ci lasciasse sfogliare un suo personale album di foto, di quelle che si fanno quando si va in gita con gli amici o con le persone che amiamo. Uno spazio di vita reale dove si attraversano i paesaggi suggestivi di Piazza Mayor, tra i pescatori di Alta mentre tirano le reti, il giallo delle foglie dei faggi di Abbadia scoppiettante di fuochi, la neve di Vallombrosa, la struggente malinconia di Lugano, e via via tutti gli altri viaggi. Ognuna di queste poesie ci racconta un piccolo pezzettino di Roberta, per ultima ho lasciato la poesia dedicata a Firenze che lei ha omaggiato di una sezione a parte, tutta per la sua città che ama oltre il consueto. Città di sogno in cui si adagia e si lascia cullare nel dondolìo del bus all'alba, quando ancora la luce è quasi una danza tra le case. Firenze per sempre scrive, sì per sempre, dentro lo zefiro lento delle tue eleganti parole.

Grazie.

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