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Astro immemore

Tripudio di musica e luce nelle liriche di Adriana Gloria Marigo.

La poesia di Adriana Gloria Marigo si inserisce agevolmente in una linea analogica di ascendenza arcanista, mostrando una fede assoluta nella parola e nel poetico in sé. Poesia ardua, con predominio del significante. Molto acutamente Andrea Matucci, nella sua postfazione, osserva: “Ma è sulla parola, sulla parola poetica, che Marigo prevalentemente lavora: prima di tutto nella ricerca di accostamenti inusitati e illuminanti, e fino dal titolo: Astro immemore, che ci riporta di nuovo a una parola cara a Ungaretti, e alla sua magistrale capacità di provocare corti circuiti semantici”. E prosegue accennando tra l’altro al “magistero dantesco”. E di Dante vengono in mente i tripudi di luce e lo splendore delle gemme paradisiache. Per concludere: “Perché quella di Marigo è poesia vera, pura come un cristallo”. E mai similitudine fu più appropriata.

La poetessa riesce a dar voce infatti all’ungarettiano “ritmo dell’aria” e alla sua luminosità, alla sua “aerea levità”, alla malia e magia dei colori di mesi e stagioni, come in Vennero corsiere di luminanza. Ma in generale è fitta la occorrenza di termini indicanti la trasparenza dell’aria e della luce; un gusto quasi pittorico di catturare il gioco di luce e ombra (l’una non esiste senza l’altra, sembra dirci Adriana), come nella bellissima Più docile a pura trasparenza; o nella successiva (sono evidenti i raccordi fantastici a breve distanza) La luce più non piega le cadenze, dove si parla di “traccia solerte dell’ombra, / penitenza dei giorni assorti / manchevoli al pastello dell’aria”. Ma si vedano anche le ariose movenze di Tutto il foliage mi splende addosso, in cui “l’estate / libera repentina venti esotici”. Molto bello l’incipit di Tutto coincide nella luce (la luce è quella di “un ottobre fiammato”), uno dei vertici poetici dell’intera la raccolta. E altrove la “pazienza d’albero converge / purità di salmo arioso”. Continua l’ imagerie in Già vediamo la libera luce. È una luce umanizzata, se “emoziona le foglie”, col trasferimento efficacissimo di un’emozione umana alle creature naturali.

La poeta, come Dante, convoca, a illustrare questo suo personale paradiso lacustre, anche i suoni: musica e luce, dunque: ed ecco gli “acuti d’ombra”, un “assolo d’argento” è il tridente di nettuno, si ode un eco dalle gole di Gondo; perdura in cuore “quasi iperbole di breve lucore / torto sulle braccia clamanti / l’alto mattinale del cielo”; e il “convivio dell’erba” è “vibrato”. In filigrana il profumo; sottaciuto, ma presente, atteso che riesce a condizionare l’idioma “stordito dei fiori” (Ora l’equinozio d’autunno).

Il gusto cromatico emerge anche in Rosse punteggiano il bosco, dove il soggetto, dislocato, è costituito dalle “bacche dell’inverno”. E in Improvvisa una lucertola “più intensa la fiamma verde_/ ora di fitto oro in testa”. Si diceva di Dante. Ma in quest’aureo e smilzo libretto, numero 83 della Collana di Poesia Contemporanea diretta da Francesco Solitario, impreziosito in copertina da un’opera di Franco Rognoni, La donna del lago, quasi un autoritratto di Gloria, che sulla sponda lombarda del lago maggiore ha vissuto, come leggiamo nella Nota dell’autrice, il riferimento d’obbligo, trattandosi di poesia pura, è anche all’altro grande trecentista, Petrarca, che infatti compare tra gli eserghi in una citazione non scontata. Le scelte lessicali confermano tale sua vicinanza poetica: un lessico alto, prezioso, ricercato, lussureggiante, selezionato, elegante, raffinato, schifiltoso starei per dire, eppure non esente da impasti linguistici, soprattutto con latinismi (brevitas, viridarium ne sono gli esempi potenti), ma anche con tessere prelevate dal greco, neologismi di eleganza gelida e parnassiana, forestierismi.

Una cosa colpisce nella poiesi della Nostra: l’assenza, nei paesaggi, di figure umane, già opportunamente segnalata nella Postfazione. E tra le assenze spicca l’assenza quasi totale di chi solo raramente dice io nel testo. Una delle poche presenze dell’io lirico e del suo sguardo è in Seduta su pietra prealpina. Citiamo ancora Andrea Matucci. “Ma non si tratta solo dello storico rifiuto della soggettività ordinante propria di tanto ermetismo novecentesco: qui c’è di più, come un nuovo passo oltre il confine della soggettività, nell’esperire una vera fusione sensoriale, e quasi sensuale, del sé con l’altro da sé”.

Non si tratta quasi mai di poesia di memoria, se non per alcune composizioni citate nella Nota: come ad esempio Ricordo una campagna, dove appare infatti tra i tempi verbali l’imperfetto, il tempo del ricordo e della nostalgia, cioè, secondo l’etimo, del ‘dolore del ritorno’: “Ricordo una campagna / e una carrareccia, / di abbandono e di esilio / non sapevo l’incidenza, / il loro annodare e sbrecciare / la lunazione della nostalgia / il bagliore del ritorno in sogno”. Testo, questo, che forma quasi un dittico col successivo Depreco ottobre, dove ricompare “la vocazione alle nostalgie”, e dove forse una presenza umana si indovina nella sineddoche “dei tuoi passi”.

C’è una figura, in conclusione, che può diventare l’emblema della poesia quintessenziata e preziosa di Adriana Gloria Marigo: l’eleganza del cigno. Bella come il cigno e come il cigno spietata nel perseguire una sua purezza assoluta e sublime.

Recensione
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