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Il cielo negli occhi
            L'affabile letterarietà di Francesco D'Episcopo

Quello che per prima cosa ci balza agli occhi sfogliando il libro di poesie di Francesco D’Episcopo, Il cielo negli occhi, è la copertina, che reca una fotografia di Pino Latronico raffigurante l’autore in vesti felliniane. Sullo sfondo giocattoli e ninnoli. Il volto che ci guarda sorridente dalla copertina è una metafora della poesia di Francesco D’Episcopo e del suo desiderio, della sua aspirazione alla felicità, che però è rinviata nel futuro che si evince dall’uso dei tempi verbali, come in Bellezza, dove c’è anche una contrapposizione tra la felicità con cui sporcarsi le mani e una sublimità di cielo “che non conosce sporcizia”. E cielo è anche nel titolo del libro. Metafora anche della sua voglia di tuffarsi nella vita, di addentarla, di berla (Il sole) avidamente, perché è la vita vera, “autentica” come il buon vino metaforico, “quello della vita”; vita pulsante che ci insegna qualcosa, ci “dice più cose di un museo”. Amore della vita, quello dell’io lirico, non sempre corrisposto (Vento); e anche amore per la giocosità. Anche molto solitario il poeta, quando è in contrapposizione con gli altri e tentato da uno sdegnoso isolamento (“Ma io non sono gli altri); e si vedano anche Fraintendimenti e Già fatto: “Come fanno gli altri/a ripetere lo stesso copione!”. E ancora: “Ma lasciamoli agli altri/che sanno fare ciò che/io non potrei mai fare” (Attore). Con la inevitabile conseguenza della solitudine (Sola, Donna d’amore).

Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente il professor Francesco (ha insegnato all’università Federico II di Napoli), e quindi posso riportare un episodio da lui raccontato. Un giorno, bagnandosi nelle acque di Cetara, si tuffò completamente immergendosi, meravigliandosi però che il suo ospite, un poeta del luogo da cui era stato invitato a pranzo (invito accettato da Francesco, a cui piacciono “le case degli altri”: Cambiare casa), nuotasse senza mai immergere il capo, ma giorni dopo una fastidiosa infezione alle orecchie lo punì di questo suo istintivo gesto e gli rivelò il motivo della cautela dell’altro. In questo aneddoto c’è tutto l’uomo, ma anche molto della sua poesia, che è in parte, come quasi sempre, autobiografica; addirittura l’autore declina il luogo di nascita: “Dimenticavo: sono nato in montagna”; di cui prova nostalgia: “sei stato il mio luogo incantato” (Mal di paese); ci descrive i suoi viaggi e i luoghi come Parigi, di cui conserva ricordi indelebili. Ma soprattutto si veda Collegio: “Nove anni di collegio/mi hanno fatto diventare ciò che sono:/un viandante di sogni”.

Ma torniamo alla foto di copertina. I giocattoli rimandano al mondo dell’infanzia, che appare già in limine, nella prima poesia; “Il mondo mi ruotava/come una giostra di bambini/su bianchi cavalli di sogno.” In questa bellissima ouverture c’è una parola rivelatrice anche se vuota: “senza”, il mondo è un “deserto dei vivi”. E in attesa c’è la morte, pronta a togliere “alla vita la sua festa”. In somma in nuce ci sono molte tematiche del libro: l’ambiente; la generosità, che si rivela nel gesto di donare in modo gratuito e disinteressato; l’aspirazione alla giustizia (Ingratitudine). L’amore declinato in tutti i modi: paterno, per i figli; per la donna; ma anche, a volte, la incapacità, nonostante la volontà, di amare (Penelope, Vivo di luce). E ancora: la tecnologia che ci condanna alla solitudine (Francesco preferisce la lettera alla mail); il mito: “Le nostre case / grotte da Ciclope / di un solo grande occhio” (Ciclope); ma anche la capacità mitopoietica: Miti. Non mancano le puntate polemiche contro “politici e falsi profeti”, “stupidi governi di giovani” e personaggi logorroici (Asini; Parlare).

La vita, si diceva: le occorrenze del termine ci dicono l’importanza dell’esistere: la vita come avventura e gioco rischioso (Vivere), dove si cammina “su un trapezio senza rete”; e bisogna esserci (con riferimento al Dasein), come recita il titolo di un’altra composizione. E bisogna essere eroi, anche, per vincere la partita. Bisogna avere fiducia nella vita, che a volte ti regala “pietruzze d’oro”, perché la vita è “una festa/un funerale”. L’uomo non deve fermarsi “ramingo/sul vestibolo della vita”. In Vivere, con un movimento efficacissimo, l’io poetico si rivolge a un voi indeterminato: “ditemi che devo fare per vivere” e conclude che bisogna aspettare che “il miracolo si rinnovi”: la vita come miracolo, dunque. Sulla parola miracolo mi vorrei soffermare. Nel ‘900, entrano in crisi troppe certezze. Così anche le categorie delle unità di spazio, tempo e causalità. Si dà importanza allora alle epifanie, al “caso” e al miracolo. Ed ecco che il Nostro trova “strana la vita”, fasciata com’è di “mistero”. Ma si veda anche l’incipit del Poeta: “Percorreva il mondo/con l’aria distratta e assente/di chi non lo comprende”. Questa vita che fa paura, perché “offende senza ritegno” (Più vicino). In somma l’istinto di lotta si alterna all’istinto di fuga, a volte all’interno della stessa composizione (Settant’anni). E allora c’è bisogno di un aiuto (Bed and breakfast).

Il titolo della silloge potrebbe essere Sagesse, in omaggio a Verlaine, alla tonalità sapienziale ma di disincanto propria di chi ha raggiunto la saggezza e la distribuisce in pillole che riassumono il senso di un’esistenza, senza la certezza che gli altri (Ansia), i giovani, se ne vorranno avvantaggiare (anche perché mancano i veri “Maestri”, di cui si parla in Superficie), lirica in cui l’autore spezza una lancia in difesa della lingua italiana. E allora egli si propone come maître à penser, che si distingue dai cattivi maestri, insegnando che la “miglior droga/è la vita” (Giovani). Pensiero poetante il suo, che si traduce efficacemente in immagini luccicanti, che danno un senso di concretezza; immagini spesso tratte dal mondo naturale, dall’amata campagna.

La sua poetica è affidata eminentemente ad alcune liriche: Poesia: in cui la poesia è “realtà, fantasia, / desiderio, ironia, malinconia (a proposito dell’ironia, D’Episcopo l’ha definita “infima e superba categoria novecentesca”, nella prefazione al mio primo libro di poesie); Treno, in cui i poeti, se veri poeti, “scrivono la vita / mentre la vivono da soli o in mezzo agli altri”; Poesie perdute, in cui D’Episcopo si rivela poeta contadino, vagheggiando poesie “lasciate nei solchi”; Poesia: dove si parla di ispirazione; Di getto, dove il poeta ci introduce nella sua officina, mostrandoci il suo metodo di lavoro; Taccuino, in cui si legge l’invito irresistibile della pagina bianca. E ancora: Il poeta. Le battute che pronunciamo sulla scena della vita sono perfette diversamente da quelle “che l’arte a volte ci costringe a dire”, scrive l’autore in una poesia. Differenza tra arte e vita, di sapore vagamente pirandelliano, che ritorna in Cinema, nella pagina allato, come in un dittico.

Fonti: I classici sono il punto di partenza per una rivisitazione. Catullo spesso stimola l’io poetante a un riuso o una citazione: “Viviamo, mia cara, / come Catullo e Lesbia”; espressioni celebri ritornano spesso come in A casa: “vissuto tante vite”. Un incipit palazzeschiano in Lasciatemi. E quasimodeo: “uno come tanti”; e altrove: “Ma cos’è la vita se non un sogno?” .

Lingua: notevole il ricorso ad altre lingue, il francese, il dialetto.

Quanto allo stile, spesso l’autore si rivolge a un “tu” (ad esempio in Morte), per ammonire, consigliare.

Il tono è infatti a volte gnomico e sentenzioso (“Così è la vita”), ma sempre colloquiale. D’Episcopo si serve spesso delle locuzioni, dei lessemi, degli stilemi con cui infiora le sue conferenze da gran mago della parola.

Si nota un parco ricorso, mai fine a se stesso, allo strumentario retorico: allitterazione (“vento vestito e vita”, in Vivimi, dedicato all’estate, la stagione preferita, che dà il titolo a una poesia; l’omeoteleuto e l’anafora: “chi incontrerai, chi troverai, chi perderai”; l’antitesi: “Ti muovi /…mentre noi stiamo fermi”; iperboli: “hanno fatto paura/anche alla luna”; l’ossimoro, a indicare confusione: “in un mondo chiaramente confuso”; il mondo è senza ordine anche in Libri, dove la cultura è un rifugio di fronte alla irruzione del reale. E ancora “calma e nervosa” e “gridarti il silenzio”: due ossimori in una sola poesia (Napoli); solo per fare alcuni esempi.

Insomma un libro che si legge volentieri, anche per la sua affabile letterarietà.

Recensione
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