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La voce degli specchi

Cantava Sergej Esenin (nella traduzione di Renato Poggioli; di una nuova traduzione, curata da Donata De Bartolomeo, si occupa in sede critica nel blog L’ombra delle parole Giorgio Linguaglossa): “Son l’ultimo poeta contadino”. In effetti anche Ernesto Ponziani, nel libro La voce degli specchi, ama definirsi a un di presso così, se la sua bibliografia nel risvolto di copertina recita: “Coltivatore di patate e parole”. E così si inserisce in una lunga teoria di poeti che in vario modo si sono ispirati alla campagna o in essa hanno amato vivere. Leggiamo infatti in Superficie di piccoli sospiri, strofe incipitaria: “Linea tonda/aratura/solchi lunghi (dove la parola “aratura” si conquista la gloria di occupare da sola l’intero verso). E in Pensieri e fagioli, nella prima poesia del libro, e per di più nel primo capoverso, quindi sulle soglie, in posizione privilegiata, a sentire gli esponenti della critica semiotica, si legge: “Sgrano pensieri come fagioli”.

A libro chiuso, l’immagine del poeta che rimane nella nostra mente è quella di un uomo che vive in uno sdegnoso isolamento al riparo da contaminazioni col Potere e i suoi lacchè, e frustando leopardianamente le ipocrisie dei “meschini e corrotti”, colpevoli magari di un “abuso edilizio”, che egli guarda dall’alto, un po’ come Lucrezio immaginava il saggio epicureo. Tra le occorrenze dei termini spicca infatti “finestra”, come se il destino del poeta fosse proprio quello di stare “ancorato alla finestra”, in certi giorni “aperta sulla giovane estate”, perché gli “piace rimanere / affacciato ad annusare”, ma anche ad osservare, iroso e divertito, il vario spettacolo della vita; a volte amaramente a spiare, con lo sguardo che “dietro la tenda / scivola giù sulla strada / a seguire il passo affrettato dell’addio”.

Iroso, si diceva. Non per niente molte delle composizioni presenti hanno un andamento epigrammatico e si alternano con una certa regolarità ad altre più lunghe. Tipico dell’epigramma è anche il fulmen in clausula. Eccone qualche esempio: “Morire da poeti / non saprei come si fa. / Meglio rimandare”.

La silloge si avvale della prefazione di uno dei maggiori poeti viventi, Giampiero Neri, da cui prendi amo in prestito alcune proposizioni, pienamente condivisibili, anche per dar conto della struttura dell’opera. Ernesto Ponziani, osserva il prefatore, scrive “con un editore particolare, il leggendario Alberto Casiraghy, l’editore che “stampa in giornata” (…) Casiraghy è anche poeta estemporaneo, liutaio, filosofo, amico degli animali, di cui tiene in casa una certa rappresentanza. Le poesie di Ponziani sono notevoli per la portata delle sue riflessioni e dense di significato. La novità di questo libro è che i due, poeta ed editore, si sono messi insieme a formare un testo che comprende le poesie dell’uno e gli aforismi dell’altro in stretto colloquio, epigrafi, disegni, cioè tutto quello che serve a rendere la vita di noi lettori più leggera e amabile”.

La seconda lirica reca un titolo che è al contempo una citazione (da una pièce teatrale se la memoria non mi inganna), e una provocazione al lettore, una volontà di épater l es bourgeois mediante l’allargamento del poetabile in direzione dell’antipoesia. Ma il poetico si affaccia qua e là, malgré lui. Come nella bellissima Due petali gialli: “Ho preso tra le dita / due petali gialli / come se stessi sparecchiando l’anima”.

Pure si accende in questi versi, anche se la fiamma resta nascosta, l’emozione, rattenuta, e perciò più potente, di una tematica privata; si indovina una storia d’amore, rivissuta amaramente, sul filo della memoria; che di un amore si pianga la fine lo conferma la lettura di uno dei vertici poetici della raccolta: Il passo di un addio. E un senso di scacco e di perdita troviamo anche in Perso, dove, in una dizione stringata ed essenziale e nel linguaggio di ogni giorno, particolarmente efficace è la dislocazione sintattica.

In Immobili nubi, si nota un ‘immagine in movimento antitetico, dalla fissità all’agitazione dello specchio del lago.

Una poesia, quella di Ernesto Ponziani, che mette in moto tutti i sensi (è notte, L’alba della stazione), dove trova spazio la visionarietà (Polvere, Nelle notti di gran vento). Si può parlare per la poesia del Nostro di sperimentalismo, che arriva fino al manierismo e a una ritmica convenzionale nella splendida Quando il lago ha quel colore ma non disdegna l’accostamento di termini semanticamente distanti (Vento Spavento), non senza una volontà di comunicare, come si evince dall’uso del tu. E una notizia che sembra volerci comunicare Ponziani, nella serie di componimenti che parlano dei poeti, è quella della marginalità della poesia nella società odierna, una poiesi che però non deve essere fiore di serra in un hortus conclusus e non può essere surrogato del vivere. La poetica di Ernesto Ponziani è affidata anche alla sezione “Colloqui”, che chiude la metà del libro a lui riservata.

L’altra metà, quella occupata dagli aforismi di Casiraghi, è introdotta da uno scritto illuminante di Cristina Vai, che rievoca il primo incontro con l’aforista e prosegue così: “Il dialogo poetico di Casiraghy e Ponziani rappresenta una bellissima occasione per guardare il mondo con quattro occhi proprio come uno dei personaggi che amo di più dei disegni di Alberto. Gli occhi di Alberto sono essenziali, ispirati alla gioia e amano le contrapposizioni surreali; quelli di Ernesto sono lucidi, sicuramente lucidati anche dal dolore, e tagliano l’ipocrisia. E attraverso i loro occhi uniti, il vero si palesa e la conoscenza, con tutto il suo potere seduttivo e dirimente, avanza tra colori, tratti e parole.” Ciò che colpisce negli scritti di Casiraghi è la capacità indubbia di creare un mondo nuovo dal nulla, mediante le sue antitesi e le sue “bugie”, che hanno radice sapienziale e la capacità veritativa propria della finzione, e ascoltando il “silenzio” e “i colori”; d’altronde: “Nel sogno perfetto / si trova ogni cosa”. Anche l’amore.

Recensione
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