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Monte Stella

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Sono due le immagini che si accampano fin dalle soglie del libro di poesie di Luigi Fontanella, Monte Stella: il bosco e il giardino. Il bosco, luogo archetipico degli incontri misteriosi e a volte pericolosi (basti pensare all’incontro del viator Dante con le tre fiere nella selva), ma spesso attraversato da un sentiero; e il giardino, il locus amenus sicuro e protettivo, dove cresce “il muschio che ricopre i tronchi”; l’ hortus conclusus, di cui si può ammirare “il verde irresistibile dei rami, il loro movimento” (Il movimento dei rami è anche il titolo dell’ultima sezione), gradatamente, sembra sottentrare al primo (ma talvolta il giardino quando diventa “infinito” vien quasi a confondersi con il bosco), come se nel progredire dell’età ci fosse necessità di un posto più sicuro, un rifugio, quel rifugio che sembra cercare anche il fiore “abbassato fino all’abisso” (O lucido rancore) dopo il distacco dalla violenza delle passioni e delle guerre; un posto dove l’eroe, il “guerriero antico”, dalla “spada sguainata”, che sfila “lungo il viadotto”, lontano dagli scontri con “i nemici”, parola tematica che appare già nelle primissima poesia, in limine, si direbbe, possa ritornare bambino, e riposare l’animo stancato e abbandonarsi all’onda dei ricordi, per comprendere, mettere ordine nella propria vita, suddividendola in ere e capitoli. Si veda in particolare la bellissima poesia che ha per capoverso Piove: “ Piove. / Sento il singhiozzo del tempo / oltre questo giardino”.

Dove il giardino è appunto il luogo cintato e protetto. Come protettivi sono anche gli interni, fosse pure un “interno desolato” (“Ora invano ricerco interni che /ci hanno visto protagonisti un giorno”). Ma veniamo al titolo: Monte Stella. È uno dei poli della geografia interiore del nostro, il mezzogiorno d’Italia; l’altro è l’America; questo aggrondato e con un che di minaccioso; l’altro una plaga felice baciata dal sole e lambita dal mare (i luoghi dove Luigi ha avuto i natali conservano, nel desiderio rammemorante, una loro riposante e calma bellezza: le radici sono saldamente al Sud); con il vantaggio indubbio di potere scrivere di quei luoghi standone lontano, come capitò a Verga, Quasimodo e a tanti altri grandissimi, dal momento che Fontanella vive un po’ di qua e un po’ di là dall’Atlantico selvaggio.

Del monte in tono favoloso parla il poeta: un monte che non ha mai scalato: un simbolo anche questo, come le “guglie” da “scalare”. Simbolo di elevazione: Fontanella ha saputo usare la piccozza di pascoliana (ma anche dannunziana memoria: perché il grande pescarese fece a Pascoli eco; cito a memoria: “Altro è il monte invisibile ch’ei sale / e che io salgo dall’opposta balza; / soli e discosti entrambi un’immortale / ansia c’incalza”) per scalare il monte della poesia e del successo; ma ha dovuto farlo altrove, aiutato da un dio di New York, come capitò all’eroe di un suo fortunato romanzo, esule pure lui, una sorta di alter ego del Nostro.

Da questo monte le muse con i loro forconi (“furcillis” diceva Catullo), non han potuto spingerlo giù, impedirgli la strada. Eppure c’è sempre qualcosa da conquistare, c’è “tutto l’azzurro non conquistato”, un “Azzurro immane”; “anche se nessuno osa scalarne la vetta”, perché, come diceva Valéry, richiede pazienza. Ma potrebbe esser simbolo anche di un’altra elevazione, più spirituale: e allora quell’acqua che compare insistente, anche sotto forma di pioggia, un po’ dappertutto in questo libro bellissimo, quasi pianto silente delle cose (perché sunt lacrimae rerum) sarà, anche al di là di ogni altro significato psicologico, un’acqua lustrale, che scorre “pura/immemore”. L’America è spesso dipinta e raffigurata colpita dall’acqua, con alberi mossi dal vento che fruscia tra i rami e li agita, irrequieto. Si legga il bellissimo notturno nella poesia dedicata a Irene: “In notti come queste / dentro il tuo letto mentre infuria / vento e pioggia, e gli alberi di Long Island / si sfogliano rapidamente”.

Quelle città spazzate dalla pioggia sono anche simbolo delle tempeste della vita, da cui cercare, ancora una volta, rifugio, riparo, come capita a Luigi e ad Emma: “Un padre e una figlia che cercavano riparo” per fuggire al vento e alla pioggia; che metaforicamente sono i fortunali dell’esistenza, nel momento che questa “mostra il viso cattivo”.

Libro di poesie, anzi di canti. In prima di copertina una suggestiva lirica comincia infatti così: “Qui si celebra il canto del distacco”. Dunque, leopardianamente, Fontanella usa la parola canto: e una voglia di canto disteso si nota in alcune intense liriche: “Noi cantavamo / gli ultimi giorni della nostra giovinezza”.

Ma l’altra parole è ‘distacco’: distacco dai luoghi cari (e ritorna alcune pagine dopo: “Tu sai quanto conta / in questo canto del distacco…”), che, ad ogni ritorno, svelano, come il campanile di Proust, sempre nuove angolature, ma subiscono anche dei rimpicciolimenti. Cosa naturale, e topos letterario, ma nella fattispecie accentuata dal confronto con l’immensità spaziale del Nuovo continente, al cui confronto, inevitabilmente, tutto appare come miniaturizzato. “La strada / a Salerno si rimpicciolisce”; e “Quella lunga strada oggi è / poco più di un vicolo”, in una “sempre angusta regione”; “Tutto uguale, / ma tanto, troppo più piccolo. / Una miniatura, un presepe /…ogni cosa, ogni palazzuolo / ogni minuscolo spazio / divenuto microscopico anfratto”.

Distacco dalla vita, quasi un prendere congedo dalle illusioni, e sentire lo scricchiolio delle ossa come un certe liriche di Blok, o in qualche danza macabra: “Qualche farfalla svagata svolazza sulle teste di noi già morti”.

La primissima lirica, che ha come capoverso “nati in una scorza di fuga” presenta un altro aspetto ricorrente, quello del metaforismo e del metamorfismo: “Ha mani e occhi e il frusciare dei gelsi”. Ritornerà in seguito: “Cadono dagli alberi mani e fiori”; e altrove: “fiori e mani bianchissime”; e ancora “rami fratelli rami uccelli”; e infine: “Piove piano vi entro piano / in questa pioggia che carezza le mie mani / non più corpo ma suono tenero”.

In queste prime sezioni del libro ci sono altre osservazioni da fare, perché un libro importante è come un classico, una miniera; scavando si trova sempre qualche altra pietra preziosa. Innanzi tutto il gusto dell’iterazione: “nella fissità della tua giovinezza / della tua eterna giovinezza.” Poesia eternatrice? “Libera la tua stanza. Libera il pensiero”. E ancora: “Dormi ora, mio finto amore. Dormi / anche tu, mia bambina infinita. / Dormi, mia ombra”. Qui l’anafora “dormi” è insistente, ossessiva.

L’esortazione a inizio e a fine verso è martellante. Ogni volta la parola ripetuta si accompagna a nuove determinazioni, costituendo una variazione sul tema, come se l’autore volesse chiarire, per pennellate successive, un concetto, un’immagine, un sentimento. E ancora: “quella ignoranza che è la morte / quella morte in lampi che ci assedia”. Se nei versi sopra citati la figura era una epanadiplosi o inclusione e il dolce imperativo “dormi”, che nella sua insistenza ricorda una lirica celeberrima di Pascoli, circonda infatti, iconicamente, come un braccio amorevole, il “finto amore”, che diventa “bambina infinita”, “mia ombra”; nei versi sulla morte è una anadiplosi, che sembra voler chiarire il concetto funebre anche mediante il potente chiaroscuro con la parola “luce”.

Il ritorno degli stessi lessemi in posizione diversa rivela un gusto tipicamente musicale della variazione (Luigi è un assiduo ascoltatore di musica classica). Qui domina anche la figura della sinestesia; un esempio efficace: “lacrime sorde”. Inoltre da notare l’aspetto colto della sua ispirazione che si rifà sempre a pagine di autori amati: Huysmans, Walser (con una lettera a Silvio Aman, che di Walser è cultore appassionato), Luzi; senza contare i riferimenti a Van Gogh. Ma queste figure della letteratura o del mito o della storia sono ormai entrate nelle arterie di chi dice io, diventano compagni di viaggio, persone che in un dialogo impossibile il poeta interroga, di cui immagina i pensieri, e non restano mai esibizioni esteriori di cultura.

In Kind of blues, successiva sezione, sembra prevalere un interesse di tipo filosofico; già nella prima lirica, in un angolo ci sono “malinconiche scarpe”. Heidegger pensa che l’opera d’arte sveli il significato autentico delle cose, e fa l’esempio del paio di scarpe, raffigurate in un quadro di Van Gogh; a tesi esistenzialistiche si rifà anche Not(h)ing important: “Le forze che avrebbero dovuto / rilanciarla (quella storia) /in altri lidi…mentre / ora si trova nullificata / nel niente ch’è il pane quotidiano / del nostro esserci”. Così le poesie del Nostro, in virtù di tali implicazioni culturali, acquistano vieppiù spessore.

Poesia incentrata sulla vicenda autobiografica e sul memorialismo è quella scritta Per Angela Fontanella, come anche quella che comincia col verso “L’Irno è quasi scomparso”.

Si riscontra anche il ritorno di figure emblematiche: la farfalla, i celesti abitatori di un mondo intermedio; si veda A un uccello in volo sulle macerie di Genova, dove compare con una certa insistenza la rima.

Un’immagine intrigante si ripete in un gruppo di liriche: le “persone bendate”. Nell’acuta prefazione Sebastiano Aglieco dice: “Chiaramente evocato il mito platonico della grotta si trasforma in teatro espressionista dello scacco, dell’impossibilità a conoscere e ad essere nella pienezza: “improvvisamente le strade / si riempiono di persone bendate. /Nessuno riconosce nessuno. / è tutto un intrico di mani stecchite,   /di lacrime sorde. Un intrico / dentro un fiore deposto su un giaciglio / in una caverna di ombre che si abbracciano”. E in Votarsi al silenzio: “Inutile mascherarsi! Sei solo tu a guardarti”. Non si può non pensare al dipinto del surrealista Magritte (Fontanella è uno specialista del surrealismo), Les amants, raffigurante gli amanti che si baciano bendati, fantasmi privi d’identità.

In Neve e lucchetti, interessante la tendenza alla personificazione della voce, che è quella, dolente e appassionata, di Marilyn Monroe, a cui è attribuita l’angoscia esistenziale.

Il titolo di una successiva sezione, “Familiari”, conferma la centralità del tema familiare nell’ispirazione del Nostro; In ambito squisitamente intimistico si muove anche G.F. 10 aprile 1970, una sorta di prosimetro in cui alla parte in prosa è affidata la commossa rievocazione della morte del padre; e qui il poetare di Fontanella trova strade espressamente effusive. Poesie son dedicate alla figlia Emma, che compare spesso nel corpo delle composizioni, ad esempio in Vincent, con l’invocazione alla figlia che ha qualcosa delle antiche Laudi e dei versi di Jacopone.

Già nella prima composizione si riscontra l’esigenza insopprimibile di tornare con i ricordi nei luoghi del passato. E tornano i riferimenti espliciti e circostanziati a luoghi e personaggi (i cortiletti e le vie che, arroventati dagli “sguardi tagliati” di fanciulle in fiore, “Anna ed Elvira”, diventano il teatro degli “scazzottamenti improvvisi”), ed eventi della storia personale dell’autore (“le interminabili partite a pallone, le corse a perdifiato”). Anna ed Elvira, nomi propri: anche questa è una costante della poesia di Fontanella,, che cede alla suggestione, al fascino dei nomi propri; quella di nominare, chiamare per nome le persone quasi per richiamarle dal fondo oscuro del passato o della morte. I nomi sono convenzioni, ma si caricano di significati ulteriori nel caso di nomi di persone conosciute. Come l’innamorato si compiace di pronunciare o scrivere il nome dell’amata, così il poeta pronuncia i nomi per far rivivere e per eternare persone del passato.

Il poeta ricorda tutto dolorosamente, con la mente e col corpo: “Resta un taglio inciso / nella carne della memoria / come quell’odore immutabile / che impregnava l’aria / della mia antica scuola di Salerno” (La terra immemore), ma nessuno degli astanti, dei personaggi presenti e sopravvissuti quasi nel luoghi visitati dal Nostro in una sorta di mesto pellegrinaggio (Paris change, precisava Baudelaire, al quale rimanda l’ultima lirica, che termina, baudelairianamente, con un’apostrofe al lettore, mais rien dans ma malinconie n’a bougé”), sembra ricordare neppure i nomi di luoghi, quanto mutati e quasi scomparsi.

E così la malinconia, questo “sforzo creativo del dare senso alle cose”, come dice Aglieco, conferisce quella particolare patina di vecchio dagherrotipo, “negativa di una foto”, quella tonalità particolare e quel fascino inconfondibile ai versi di Luigi Fontanella. Il prefatore aggiunge: “L’illusorietà di ogni cosa, l’apparire transeunte - fino all’espressa invocazione di un fantasma - è resa in immagini di abbandono e di trepidazione”. E cita “Ora vieni. Piega le tue ginocchia / d’aria. Raccogli la voce / di tua madre”. Ricorrente la presenza dei fantasmi, ad esempio nella forma di “un lemure familiare / che torna a tenerti compagnia”, di “antichi Lari” familiari, definiti “cari”. Improvvise epifanie che sanno di miracolo postulano la presenza dell’Altro, che questo sia il nulla o “una deità che sappia / sgrovigliare il filo che gli appartiene” e possa sciogliere qualche nodo esistenziale.

Recensione
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