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In questo libro, la trevigiana Elisa Sala Borin racconta la sua infanzia legata ad un passato recente, ma non troppo che qui si fa tuttavia documento storico. Poiché, l'avvento di un progresso fin troppo veloce, relega nel dimenticatoio anche gli episodi di un vissuto non poi tanto lontano. Qui l'autrice, con una sequenza  narrativa sempre autobiografica di lettura godibilissima fa rivivere anche il passato: ella rispolvera usanze, riti, comportamenti, quel vissuto quotidiano degli anni che seguirono l'ultimo conflitto bellico (anni '40-'50). Qui il lettore si ritrova, con piacere e talvolta con sofferenza, secondo ciò che viene raccontato ma, soprattutto, questo libro è un meraviglioso e preciso affresco della città di Treviso negli anni post-bellici, quelli della "rinascita" veloce e ad ogni costo in atto in tutta Italia. A Treviso lo fu in modo particolare, dopo la desolazione lasciata dal drammatico bombardamento sulla città il sette aprile 1944 (un Venerdì Santo) che causò moltissime vittime e la distruzione di buona parte di edifici storici e di case private, compresa quella dell'autrice. In questo, contesto dunque cammina l'infanzia di Elisa che, raccontando il suo piccolo mondo di bambina, traccia univocamente un ampio disegno sulla vita cittadina dell'epoca. Emergono allora la fatica di ricrearsi un'esistenza dignitosa (e una casa per chi l'aveva perduta), il mondo della scuola com' era allora, la disciplina – talora assurda – che vigeva nelle colonie estive a Jesolo e tante altre cose.

Negli ultimi racconti c'è poi la Treviso culturale degli anni cinquanta-sessanta, con il suo teatro dove recitavano i nomi più famosi di quel tempo. L'autrice qui è una cronista privilegiata poiché la sua famiglia gestiva una trattoria adiacente il Teatro Comunale dove gli attori andavano a pranzare. L'autrice stessa veniva invitata a recitare in patti che includevano bambini. Ma un'altra importante caratteristica distingue questa narrazione ed è il comportamento dell'adulto verso il fanciullo, qui analizzato dall'autrice bambina con candore disarmante nella sua assennatezza: l'adulto trattava spesso il bambino – pur nella sua buona fede – in maniera insensibile (oggi accade di rado) guardando prima alla cosa pratica che alla sensibilità del piccolo. Ma in quel tempo, alle esigenze dell'animo, prevalevano quelle terragne e pratiche, volte a un'esistenza più dignitosa e comoda. Il comportamento degli adulti dunque, visto finalmente e giudicato, con gli occhi del bambino (in genere avviene l' incontrario). Ma anche un raccontare squisito che si fa documento di un'epoca.

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