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100 anni di storia italiana.
Prima guerra mondiale: Antonio Toffanin, una storia minima

L’autore nella pagina conclusiva afferma: Ricordo nella nostra casa un armadio segreto di cui solo mio padre Antonio possedeva le chiavi e che lo apriva, non visto dagli altri, per riguardare le proprie cose lì riposte. E noi figli sempre a chiederci che cosa ci fosse, in quell’antico trumeau parmense serrato alla nostra curiosità. Quando il padre, depositario di questa corrispondenza con la sorella Adelina e con i suoi amici, ci lasciò a 77 anni, l’armadio fu aperto: lì furono ritrovate tra l’altro queste lettere. Mio fratello Marco divenne custode di quel patrimonio epistolare e fotografico tenuto con cura ed ora qui riordinato. È una fortuna quando in una famiglia si venera la memoria e si utilizza, poi, questo tesoro incontaminato per una storia di vita, come testimonia il titolo. A me questo privilegio.

In verità Massimo Toffanin riordinando le 79 lettere inviate al padre, dall’aprile del 1918 al marzo 1919, dalla sorella Adelina e da amici vari, ricostruisce una storia minuta di vita nello sfondo dell’ultimo anno della prima guerra mondiale segnato dalla rotta di Caporetto, dall’anno della fame ed inizio del fascismo. Ne sono protagonisti appunto Antonio, la sorella, la loro madre Angela e altri personaggi incontrati nei vari luoghi attraversati. Perché la piccola famiglia, originaria di Cittadella (Padova), è costretta a vari spostamenti prima per le vicende accadute ad Angela, poi per motivi di lavoro della figlia Adelina, impiegata alle poste, unica fonte di risorsa economica famigliare. La giovane deve quindi accettare questi trasferimenti e allontanarsi da Villafranca Padovana lasciando i cari coetanei con cui ha trascorso periodi felici anche con gite sui colli Euganei a dorso di mulo, per raggiungere Villabruna di Feltre (Belluno). Poi da Villabruna all’ufficio postale di Spilamberto (Modena) per effetto della disfatta di Caporetto e il conseguente fenomeno del profugato che coinvolge il Veneto e quindi anche la famigliola. Successivo è il ritorno a Villabruna per riaprire il servizio postale, a guerra ormai finita. In questa trama si snodano tante microstorie inedite: quella di Angela, una donna di fine ‘800, due volte vedova, sempre pronta a reagire alle avversità della vita e a caricarsi di sacrifici quotidiani senza lagnarsi mai. L’autore sottolinea che con coraggio e spirito di intraprendenza rari nelle donne in quei tempi, decide di rendersi autonoma e allontanarsi con la figlia Adelina dal suo paese natale trasferendosi ad Arlesega… dove trova lavoro presso la tintoria dei fratelli Marco e Giuseppe Toffanin, proprietari del laboratorio artigiano. E con Giuseppe, nel 1895, si risposa ridando stabilità alla propria vita. Adelina intanto frequenta le scuole di Mestrino e la parrocchia San Michele di Arlesega…

Ma il vero protagonista è Antonio, nato da questo secondo matrimonio, prima scolaro a Villafranca, poi a Thiene in collegio, quindi studente alla Regia Scuola Media di Commercio di Feltre, proiettato inaspettatamente nella guerra a soli 17 anni, all’inizio del 1918, richiamato per carenza di soldati a seguito della disfatta di Caporetto. È inserito nel reparto telegrafisti al fronte ovest, a Limone del Garda. Di questa esperienza sono testimoni le lettere a lui inviate da amici, compagni di scuola di Feltre e dalla sorella Adelina, premurosa e attenta alla vicenda del fratello, sempre in apprensione per la sua sorte. La vicenda si conclude con la lettera del 1922, appunto con il ritorno della famiglia a Parma dove una ricca documentazione fotografica illustra le Cinque Giornate Antifasciste della città, invasa dalle camicie nere di Italo Balbo. Questo interessante spaccato storico, come il già citato sulla disfatta di Caporetto e le sue conseguenze tra cui il fatidico anno della fame ben descritto nella sofferenza della gente feltrina da Adelina, fa da sfondo alla storia di uno, di tanti qui sigillata in queste eleganti epistole dalla scrittura agile ed accattivante come quella che annuncia la fine della guerra: … il suono delle campane ci sveglia stamane alle 4 ½ e la notizia dell’armistizio accettato andammo a sentirla subito in piazza, dove una quantità di popolo acclamava festante. Era uno spettacolo commuovente, il palazzo del governatore, edifici pubblici e privati erano illuminati da innumerevoli lampadine tricolori e non solo l’illuminazione era nel centro della città, ma anche dalle finestre delle vie secondarie pendevano palloncini tricolori e lampadine. Chi non vede in questo incalzare di avvenimenti la mano di Dio? Chi avrebbe preveduto qualche mese fa che le cose sarebbero terminate in così breve tempo e così bene? Ringraziamo il buon Dio e preghiamolo acciò la pace che ormai giustamente possiamo sperarla vicina, scenda nell’animo di tutti e sia da ognuno sentita e benedetta. Il vasto tempio maggiore era più affollato del solito stamane benché l’ora mattutina, non fosse propria a tutti, ed era commovente il contrasto delle acclamazioni della piazza col raccoglimento dei fedeli prostrati innanzi all’altare a benedire e a ringraziare il re degli eserciti…

Ma da altre lettere sono riemerse memorie dimenticate della drammatica realtà del tempo come il sacrificio di un soldato di Villabruna, Giosuè Pellin, caduto durante la battaglia del Solstizio, l’epidemia della febbre spagnola che ha provocato la decimazione non solo dell’esercita, ma anche della popolazione civile, e per ultimo il problema dei sussidi promessi, mai concessi ai famigliari dei soldati.

Piace ora riportare alcune considerazioni del prefatore Francesco Jori: … Questo volumetto, impreziosito da immagini che da sole valgono un intero racconto, si inserisce a pieno titolo nel filone sommerso di una memorialistica diffusa, che il centenario del primo conflitto mondiale sta meritoriamente contribuendo a riportare alla luce… il libro si fa leggere d’un fiato, perché offre un prezioso spaccato di micro-storie che consentono di vedere l’altro lato della guerra, quello oscuro: popolato dalla folla anonima che con le armi o nella vita civile deve comunque scendere ogni santo giorno in trincea a combattere la sua durissima e impegnativa battaglia. Ed è anche un modo di dire grazie a chi, cent’anni fa, ha saputo ricordarci che i veri vincitori di ogni guerra non sono quelli che l’hanno fatta scoppiare, ma quelli che hanno saputo attraversarla senza arrendersi, e che dal giorno dopo hanno ricominciato a piantare campi di pace su sentieri di guerra…

Il volumetto è appunto impreziosito da un dischetto allegato in cui si possono vedere immagini originali dei primi decenni del ‘900, in una carrellata che va dal delitto di Sarajevo fino al trasporto della salma del milite ignoto all’Altare della Patria del 1922.

Recensione
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