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Anime fuggenti è l’ultima raccolta poetica dell’autore e gode della prefazione di Francesco D’Episcopo e postfazione di Sandro Gros-Pietro che illuminano questo nuovo-antico iter rescignano ritmato in due parti: Oggi, Ieri, ugualmente percorse dal canto alla vita, umile, grato alla provvidenza, cosciente dei suoi limiti, ma aperto anche in voli d’eterno: “…Siamo il respiro e il sospiro. | Vita e morte in ogni istante. | Ogni istante eternità e fine” (Accanto al fuoco). E l’Oggi quasi sfumato, pur nell’attualità della sua sostanza, l’Ieri atemporale, nella sua vis memorante, si fondono, si confondono in un corale abbraccio del creato e delle sue creature.

L’opera scaturisce dal mito di S. Maria di Castellabate mare-terra in cui affonda le sue radici la storia umana-poetica di Rescigno. E del mito la sua poesia ha la peculiarità del racconto, la sacralità dei riti, il senso dell’eterno. Ne deriva un’atmosfera quasi senza tempo nella quale sono descritti, tratteggiati, suggeriti personaggi e paesaggi, tanti.

Piace andare fra le pagine a cogliere gli aspetti del suo dire poetico. Si avverte subito che Rescigno, con la saggezza maturata dal suo cammino, è in ascolto di tutti i battiti del procedere umano: ne sente le comuni radici di cielo, le pulsioni d’eternità, le uguali lacrime con la stessa urgenza di mani cui poggiarsi per condividere il peso del giorno e del patire, e sempre la coscienza che si vive “…per imparare a morire” (Ti dirò). In particolare la vecchiaia in Angoli d’attesa si nutre solo del passato: la gioia dei giorni d’amore. Quanta malinconia, nostalgia, rimpianto di voci forti che davano ali ai sogni, in questa vita vissuta come “…una corsa senza respiro…” e vicino al traguardo “…t’accorgi che poco o niente hai amato…” (La corsa) e ti prende invano un’ansia di ricuperare la primavera, il tempo degli affetti, dell’amicizia. Ma il tempo è impietoso: la vita, secondo il poeta, scorre come un rosario fra le dita e i decenni passano nel lampo di un giorno. I ricordi si rincorrono, rimbalzano, ritornano come un divino bene, ma anche sentinelle-riflessioni del tempo perduto, degli errori compiuti, delle stagioni sbagliate come il canto della cicala novembrina. E insieme quanti brividi di tenerezza per questa natura sempre eterna che ti dà garanzia di lirica salvezza, di minute resurrezioni nello sfondo però di una cruda realtà a cui Rescigno dà nomi, volti accompagnandoci con empatia nel coma di Norberta, nell’esperienza della madre di Oreste, giovane drogato, del cieco, del barbone, nelle ore allucinanti dell’amico ammalato di sclerosi multipla: “… Eppure a te che inconsapevolmente | respiri morte ogni momento parlo di vita. | …accendo lo scintillio dei tuoi occhi…” (Sclerosi multipla); di tanti altri uniti dal comune denominatore della sofferenza a cui la poesia ridà dignità con la sua potenza rigeneratrice. E la Parola sollecita, conforta l’anima anche nello sfondo di ataviche e odierne barbarie, di torri massacrate da nuovi giuda per cui si prova di fronte al nipote “…la vergogna | d’essere grande…” (Un giorno a Manhattan) mentre i lamenti della violenza per i vicoli di Scampia e Palermo, allontanano Dio dalle folle. Un mondo senza più valori, insensibile alla vita e alla morte: un nome-un uomo deceduto è subito spazzato via dalla terra della memoria da un vento folle di indifferenza che brucia anche “…il giardino delle rose | della giovinezza …” (Figli nostri). Giovani privi di speranza che non hanno più sogni né attese di miracoli per amare ancora la vita: l’uomo è naufrago nel suo mistero. Ma Rescigno che registra questo male di vivere, crede che pure i cani abbiano un’anima e i gigli rossi un nome di donna perché in lui c’è sempre premura per l’altro, per tutte le creature del creato, in lui c’è fede nella poesia vero amalgama tra gli uomini, epifania di quell’eterno che spesso ignoriamo. E avverte:“…L’eternità ci è dentro: | non l’ascoltiamo…” (La notte la luce la sera) e ancora “Nei fiori dei campi…Nelle albe a luce fioca | …Nelle piogge …C’è qualcosa di te che ti ripete |…” (C’è qualcosa di te).

Ora il poeta cantore dell’umano procedere per strade così diverse, ha fiducia ancora nella vita e nel potere ristrutturante della memoria, perfino in Auschwitz : “C’è laggiù una luce di memoria | tempestata da urli nella notte. | …Vento di lingua e luce di memoria | eternamente spinto ai quattro angoli del mondo.” con l’auspicio che la storia si redima.

E subito, sempre si nutre del miele della sua terra, terra di miti e radici piantate da genti diverse venute dal mare nelle vicende dei secoli. E quel vino sgorgato nel tempo, nettare per dei, sirene, eroi, immortalato anche nelle tombe, continua tuttora a ribollire nei tini: certezza d’eterno. Terra la sua, unica, amata per il cielo che ti apre “…il primo sogno di primavera…col sorriso lunare dei mandorli…” (Un passo senza rumore) e ti offre nuovi prodigi con l’acqua di fiume e di mare memoranti, terra che diviene con i sui colori-profumi sangue, palpito, vita stessa di Rescigno. Terra di arcana storia, di uomini e donne piegate negli umili gesti del giorno, uniti nella preghiera al tramonto, conforto al lavoro, gratitudine a Dio, in simbiosi con la natura intorno, le ali piegate alla sera. Un grande canto corale che si dispiega dal suo animo esaltando memorie d’uomo e di terra in stagioni diverse della fatica umana come il rito della vendemmia, annunciato dalla campana, racchiuso fra due cieli di stelle. Scena di comune partecipazione ritmata dai suoni familiari, accesa dal sole che “…lustrava il viso col sorriso…” (All’alba ci chiamava la campana), sempre accompagnata da una preghiera, un canto che diviene poi “…d’aria: | di donne e di cicale | di pecore e d’uccelli…” (Fiaschi rinfrescati), di uomini odorosi di terra: voce di pienezza e armonia a mezzogiorno, sotto i noci con il vino appena tirato su dal pozzo. Ma il canto mitico è la casa nella sua sacralità con le pietre trasudanti gocce d’antico, i riti del pane passati di donna in donna, gli affetti custoditi in scrigni di rispetto, la vita e la morte insieme nelle emblematiche figure di vecchi il cui respiro “…si perdeva in fiumi di vento…” (Case bianche). Ancora odori, luci, suoni sono confusi in un’aria senza tempo e sempre una favola chiude il giorno fra le mani della notte. E nello sfondo di un mare-cielo stellato rivive la figura della madre custode della casa, di parole raddolcite da decotti di alloro e fichi per i figli, custode di dolori, ma anche di speranza, terra per il magico seme della vita. Sempre da uno sfondo di terra, semi, piante balzano gli sguardi paterni che mandano messaggi e poche frasi dritte al cuore, ma che insegnano ai figli a procedere soli nel dopo. La sua vita “…una fiaba: | ogni giorno un racconto…cielo di grandi montagne | negli occhi… (Mio padre). Dalla memoria della sua terra Rescigno ricupera altri miti in racconti-affreschi di ampio respiro: ieratiche immagini di donne in preghiera, vestali dei dolori della guerra, della pazienza del lavoro, profetesse del dopo, dell’odio che non cessa e si fa violenza in un tempo di pace ricomposta però senza giustizia e pane. Figure quelle della madre, del padre, delle donne come Verità di un mondo antico radicato su valori, messaggi da trasmettere ai giovani per il domani. Gente che accetta tre guerre sulle spalle che opera con onestà e lascia come eredità i suoi gesti, le sue tradizioni, la sua fede vissuta nella casa, nei campi in naturale sintonia con gli altri e la natura. Esempi non compresi forse allora nella luminosa e tempestosa giovinezza, nel canto di cicale tra il grano quando le parole erano “…farfalle in volo verso il sole…”  (Dietro alle parole), ma consacrati dalla saggezza del tempo e dal senso d’eterno racchiuso nell’animo di ogni poeta. Rescigno ritorna ragazzo al suo fiume tra guizzi di luce e suoni animali e vegetali, risente quei canti vagabondi quasi scaturiti dai campi lontani, e rivede alcuni personaggi particolari che lo hanno catturato con il loro vissuto. Ognuno con una grande passione alla fine tradita, ognuno con una sua verità in cui credere, come Armando che tanto ama il mare da sentirselo nel sangue, perfino nel passo ondulante. Figure diverse, ma con segni d’appartenenza a questa corale fatica del vivere.

Illuminano ogni pagina il mare, la luna, le stelle, la campagna con le spighe e le farfalle gialle, i papaveri rossi, le ciliegie bianche e nere, il canto della cicala e l’odore del vino cotto e l’odore delle stagioni da cui guizzano immagini di giovinezza indefinibili, indicibili forme armoniose come uscite da arcani vasi d’argilla: “…La bruma stagnava | ed era bella nelle vigne | perché bello era il tuo giorno | nella ventata della tua fretta | tra i pampini…e la tua giovinezza | la prendevi tra i campi: in giro la mostravi. | Ti faceva campana | intorno alla gonna” (Vino cotto nelle foglie di fico).

Ma il poeta quando “…i venti feriranno le gole…” e non si udranno più canti di fiori né di rondini al ritorno, avrà ali di gabbiano e volerà alto senza paura: sarà la voce della poesia che rigenera ed eterna. Non sarà, come lui afferma, “…un’ombra | tra la morte e il risveglio…”. (I venti feriranno il sonno dei roseti).

Ecco Rescigno canta la vita, la morte, la fatica, il dolore, la gioia, la memoria, la vecchiaia, la giovinezza, la casa, gli affetti, sentimenti comuni a tutti i poeti affannati per la terrestre avventura. E attraversa tutte le realtà dell’uomo di oggi, di ieri con fede nel passato come linfa da trasmettere al futuro. Ma l’elemento innovatore della sua poesia è la parola da lui ricreata, intrisa di vento, mare, canti. tessuta di cielo, terra, semi, plasmata quindi dal suo vissuto in quel mitico luogo di S.Maria di Castellabate. Questa sua parola, anche se talora più discorsiva e realistica, ma leggera come l’aria, profonda come il mare, è il filtro attraverso il quale l’esperienza raccontata si smaterializza: le sue figure, i suoi paesaggi diventano Verità fuori del contingente, proiettate in un tempo senza tempo, abitato da quell’eterno che è del creatore, del creato e dei poeti, che è delle grandi opere d’arte, così garantite a vita duratura. E queste anime fuggenti, di passaggio, sospese tra terra e cielo, tra vita e morte diventano come i personaggi di certe tele di Fattori: tratti dalla realtà, immobili nell’eternità del quadro, ma vibranti dell’umanità dell’autore, della sua magia creativa, capaci quindi di comunicare ancora messaggi.

Piace questo suo poetare onesto, misurato, incantato e profondo, sempre ispirato, in cui palpitano e l’uomo di oggi, di ieri e il cosmo intero con le sue luci, suoni, colori, profumi, suggestioni uguali dai primordi. Elementi che appartengono alla materna terra di Rescigno e da sempre alla terra, dal poeta così metabolizzati da reinventare la sua parola che ha quindi l’innocenza delle origini del mondo, lo stupore del suo cuore fanciullo. E insieme recita verità scaturite dal suo essere uomo-poeta in S.Maria di Castellabate. Linguaggio quindi mitico generato dal mito di un luogo, da un’ispirazione così autentica che trasforma la poesia in musica interiore di cielo-mare-terra modulata su figure retoriche sorgive, pentagramma di note di questa sua liricità.

Recensione
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