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Cronaca di un soggiorno

Cronaca di un soggiorno è una silloge poetica densa, fluente che ti incalza con il variare meditante delle liriche, ti cattura con il mutare dei luoghi, dei personaggi, ti riposa nel conforto della natura, ti ripara nella sua grande umanità, perché protagonista ne è sempre la vita. E Pardini la guarda in faccia questa sua vita e ne fa un bilancio in colloqui intimi con i suoi familiari (seconda parte): il figlio Samuele, Debora, Sandra, Eleonora, la madre, il fratello, il padre e altri. Talora perfino si sofferma in un esame di coscienza misericordioso di chi ha vissuto a fondo ogni esperienza e ne ha scoperto il senso cioè la comprensione dell’altro nell’amore: ho amato l’amore / … questo vi posso dire afferma nella sua prima lirica.

Prova ne è la sua sofferenza nel rivelare al padre, al camposanto, la verità del suo segreto bambino: per chiederti perdono, padre, … per non averti detto le parole / che sono rimaste in aria per la furia / che tradisce la vita … per non averti chiesto, / fino in fondo, le piccole carezze / di bambino … per non averti detto fino in fondo / vicino al fiume che scorreva lento / verso una foce che ingollava i giorni: / “Giochiamo assieme, padre”! … Ed è tanto grande la sua capacità d’amare che, al mio sentire, l’autore, uomo maturo, si attribuisce ritornando bambino le manchevolezze del padre: i suoi silenzi, la sua scarsa affettuosità giustificandole nel contesto faticoso e duro del vivere paterno. Un modo per Nazario di riappacificarsi con la vita intera colmando le crepe in un’armoniosa ricomposizione dei sentimenti reciproci, operazione questa di chi ha dentro la saggezza del tempo della vita. In quest’ottica di un bene che va oltre la comune misura umana, che ignora se stesso ma vuole il meglio per l’altro, ricorda il fratello maggiore che soffriva per lui, ancora piccolo, e con gli occhi lo consolava: … stai tranquillo, non finisce qui: / anche noi avremo casa…. In diverse soste liriche afferma simili profonde verità tanto che questa sua Cronaca di un soggiorno diviene una ricerca continua del vero significato dell’esistenza. Il soggiorno però è anche una metafora del nostro breve vivere inteso nei suoi desideri, attese, fatiche, asprezze, affetti, gioie e dolori ed altro, vita insomma che è meravigliosa e terribile nello stesso tempo come ben diceva il mio amico poeta Cesare Ruffato che ne aveva sperimentato l’abisso e le cime più luminose. Nazario la percorre, la ripercorre dall’alfa all’omega, dall’infanzia alla vecchiezza, alla morte, insomma nelle sue varie fasi, investendo col suo alito poetico spazi, visioni, le nostre stesse vite fra le stagionali cadenze della natura, fra le sue albe e tramonti, sotto l’azzurro di speranza e di mille altre sorprese sempre.

Nel suo poetico andare ci coinvolge proprio nella comune coscienza di tempi duri, faticosi, sofferti di cui non si avverte il lamento ma si ascolta il silenzio del sacrificio, dell’accettazione, delle fatiche sofferte dal padre, dalla madre là nel rapporto duro con la terra fra sospiri di bonifica, nel sagrato / del tempio della casa-calore di affetti, pur fra le gelide pareti riscaldate in qualche modo: da un’apertura ampia / usciva per l’inverno / il bel caldo della stalla. Casa, figure, persone, tempi d’amore in cui in uguale dimensione si muovono il padre, la madre, ancora capace di stupirsi davanti ai quei giochi del tramonto sopra il campo, verso cui va la devozione del poeta che nei suoi versi le innalza un altare, già elevato in altro luogo nelle campagne venete da Camon.

La casa è quindi uno stile di vita, ricevuto da Pardini, che rappresenta la sostanza più profonda e autentica dei sentimenti: la premura, l’attenzione sempre per l’altro così resa in “Pisa era antica” nell’incontro tra il poeta ancora ragazzo e un mendicante suonatore: … Mi sentivo, nel cuore, / di doverlo compensare … Ma non avevo che toppe … e l’altro pronto a rispondergli … Mi hai già pagato – disse – / porgendomi attenzione. Valori che camminano nel sentiero dei cieli e lasciano orme di eterno e noi che abbiamo vissuto simili situazioni di bene, di buono, o che avremmo voluto viverle, ci sentiamo figli accomunati da queste presenze mitiche genitoriali, familiari (chi non ha avuto nel suo percorso una zia Rosina?) e amicali dolcemente sottratte dal prima in un’atmosfera sospesa tra passato e un presente che si infutura in un sapore di eternità: … è vero solo il mondo antecedente / e quello che continua oltre di noi …. Così la scala, la cucina, il cimitero, il viale rimbalzano davanti a noi stagliati vivi, attuali: un angolo di Toscana che non si sfuma, ma grazie a Pardini acquista il fascino di un pezzo raro di famiglia come un mobile antico senza tempo destinato al sempre. E di uguale magia vivono le Apuane, Metato, la primavera, la Pasqua, il profumo della rosa, i vitigni, il castello d’amore dove vivere con la sua donna, la pineta resinosa con i sentieri di lavanda ove muovere con lei i passi rinverditi in un giorno di maggio quando al tramonto il mare dipinge sulla bàttima/gli ultimi raggi della nostra fiaba. Espressioni tutte del suo canto sereno, consapevole alla vita.

Oasi incantata è La mia isola e dintorni (prima parte) colma di una natura turgida che si fa dono di colori, profumi, di bellezza, generosa, consolante come il pensiero stesso di Nazario che la contempla, la respira e la rivive quasi arcana Madre trascurata oggi nella furia abrasiva del tempo spirituale, ma sempre indice di rinnovo. Una natura quindi come luogo della felicità, lontano dai richiami effimeri di una società arida, luogo della tanto sospirata verità / che hanno cercato sempre i pensatori / nei secoli dei secoli, da sempre l’unica che permane a sé uguale, fedele oltre l’umano. Nella sua intima contemplazione del paesaggio naturale il poeta offre una forma di rieducazione, di formazione interiore, una tensione al sacro, ad un vivere buono di valori antichi ma sempre validi. Realizza pure questo cammino catartico anche attraverso l’ascolto della musica delle melodie più belle del Creato, in particolare quelle di Puccini, quel coro a bocca chiusa!, le cui note scivolano fra il verde sulle acque del lago. L’isola è così un luogo contenitore di tanti luoghi felici come l’amata Torre del Lago, la frequentata pineta di Pisa dove ti ritrovi rinato nella verità della bellezza che è conoscenza, conferma delle tue certezze, consolazione.

L’isola è la poesia stessa, rifugio, oasi del nostro sentire, spazio di fiducioso abbandono in cui rivivere, ricantare il passato, farne memoria come linfa per il futuro. È luogo in cui si arriva per salvarsi dal mondo sconnesso, dopo una vita di esperienze personali diverse, di fatica e di dolore anche, per ritrovare qui se stessi. Ne nasce l’auspicio di Pardini, espresso in una bella lettera introduttiva agli studenti, che i giovani approdino all’isola della poesia come ricerca interiore, arricchimento linguistico ed altro. Il libro ha il respiro dei grandi poemi: l’ardore e il coraggio omerico della giovinezza, la nostalgia della vecchiezza e insieme la pietas virgiliana con la sapienza, sottesa sempre, degli archetipi della vita, dei miti della terra da cui sgorgano le grandi verità: il sacrificio dei padri, la casa, la famiglia, gli affetti e l’amore come unica forza unificatrice. E insieme ha l’intimità di una confessione rivolta a un tu che tutti ci racchiude e avvolge.

Protagoniste della silloge sono anche alcune figure dei poemi omerici, innate nel poeta: ecco le Nausichee sulle rive del Serchio e Ulisse… evocate con l’insolita capacità, che è sua cifra, di attualizzare il passato, l’arcano, tanto da rendercelo un presente innervato da quel senso di eternità che percorre tutta l’opera. Perché In ogni luogo delle mie canzoni / ci sono Nausichee a ricordare / lo splendore degli anni. Il bello dell’amore. / Il fulgore del bello. Nausichee / che si aggirano su spiagge per cantare / inni di gioia, speranze giovanili, / sogni di dee, immagini di volti. Canti eterni alla giovinezza. Anche se il verdeè caduco, breve è il suo furore, // s’affaccia già il silenzio dell’autunno… lascia, dice il poeta, che la mia voce superi i confini / dello steccato misero del mondo, e renda questi canti appunto eterni.

E altro e altro, le Foibe, i Campi di concentramento… in questa cronaca del nostro breve umano scorrere, impreziosito dalla memoria collettiva, narrata in un discorso senza fine reso unico dalla scrittura di Nazario che sempre su alto registro linguistico crea toni mutevoli con una semplicità eccezionale e una ricchezza lessicale unica. Nella sua casa di parole, le raccoglie tutte nella loro autenticità: parole antiche, usate, consumate e quindi “illustri”, attribuendo ad esse però il sapore nuovo della sua poesia. Nazario opera sempre con quella umiltà di chi sa coniugare umanità e cultura insieme, e viverla realmente nei suoi rapporti con gli altri. Il che è solo dei grandi uomini devoti all’Amore e alla Verità, categorie eterne e universali.

25.4.2018

Recensione
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