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Dialoghi. Due donne raccontano tre poeti

Fra le nuvole di Erice

Ricordando: Veniero Scarselli, Siro Guerrieri e Gianni Rescigno

Pioggia fredda, battente, un sipario di nebbia a Erice, quel pomeriggio del 12 marzo 2016: accoglienza della natura non felice. Ma la cerimonia animata da musica, canti, danze, guidata sempre con passione ed entusiasmo da Giuseppe Vultaggio, da Roberto Guerrini, vicepresidente Iplac e da altri ospiti, ridà calore all’ambiente. L’alternarsi dei premiati, con lettura delle poesie e relativi giudizi, ricarica l’atmosfera di umanità. Ancora emozionata per il premio ricevuto, sento con stupore il nome di Veniero Scarselli: ne rivedo il volto sulle pagine della rivista La Nuova Tribuna Letteraria, nell’articolo che ne annunciava la scomparsa, e ascolto con attenzione la motivazione di Franco Campegiani per La suprema macchina elettrostatica. Premio quindi alla memoria, che la moglie Gemma riceve sul palco, immergendosi nella lettura di alcuni brani del poemetto Diletta sposa. Provo un certo rammarico per non aver conosciuto, frequentato di più questo poeta. Poco più tardi, nel calore della cena di gala, Gemma Scarselli mi viene incontro: “Ho espresso a Giuseppe Vultaggio il desiderio di sedere al suo tavolo, perché la conoscevo dalle pagine della rivista La Nuova Tribuna Letteraria, in cui mio marito Veniero Scarselli era ben presente. Ora sono contenta nel vedere che lei mi accoglie con un bel sorriso e mi invita a sedere”.

“Mi rammento bene di Veniero, incontrato al premio Cinque Terre di La Spezia. Ricordo di avergli chiesto timidamente, perché tuo marito mi dava un po’ di soggezione, una copia di Diletta sposa, silloge pubblicata come primo premio in quel concorso. L’ho letta con piacere e la serbo con cura”.

“Veramente mio marito era solo timido, non certo superbo. Ero presente anch’io a quel premio e penso che abbiamo perso un’occasione preziosa di amicizia”.

“Possiamo recuperare ora. I suoi poemi mi davano l’impressione che lui volesse assumere il ruolo di un Padreterno e non mi accorgevo che, in realtà, seguivamo la stessa idea: ovvero che una poesia sola non basta per dire tutto e, quindi, va ampliata in un discorso composito e strutturato”.

“Lui ha creduto fortemente nella poesia poematica, ma forse non diffondeva abbastanza il suo pensiero perché, essendo schivo, non partecipava volentieri agli eventi e ai premi letterari. Ero io che lo sollecitavo a farlo e così, alla sua morte, mi sono trovata come disoccupata. Mentre riordinavo le sue carte, mi è venuta l’idea che avrei potuto continuare la mia opera ed, anzi, abbracciarla come una missione, per non far cadere nell’oblio un poeta da molti considerato di valore. Chi più di una moglie, che ha assistito giorno dopo giorno alla creazione poetica del marito, apprezzandone l’originalità e la bellezza, può assolvere tale missione? Così, continuo ad inviare le sue opere ai concorsi”.

“Fai bene a farlo. Ma parlami di Veniero, della sua vita, delle sue abitudini, dei luoghi più amati”.

“Veniero, come detto, era solo riservato, non certo superbo. Per lui la poesia non era un passatempo, né uno sfogo sentimentale. Tutta la sua vita è stata intessuta di poesia. Ha conservato tutti i suoi appunti su quei quaderni dalla copertina nera, dall’adolescenza fino alla maturità, e io spesso riapro quelle pagine giovanili, in cui già si rivela una grande capacità di analisi dell’animo umano e di riflessione sui grandi temi esistenziali. Era molto metodico, a colazione si programmava il pranzo e non amava cambiamenti. Era un buongustaio, ottimo cuoco e perfezionista in tutte le faccende, per cui io mi aspettavo sempre un ‘appuntino’. A tavola si cominciava con grandi elogi, poi cominciavano le piccole critiche: forse manca un po’ di sale; ma ce l’hai messo l’aglio?. Nel lavoro il suo perfezionismo era tale che, terminata un’opera, la stampava, la rilegava e poi cominciava a correggerla a mano, con la stilografica: e questo procedimento per quattro, cinque, sei stesure! Il suo amico Giancarlo Oli gli raccomandava, scherzando, di non buttar via nulla, perché per i critici futuri sarebbe stato ghiotto materiale di studio. Aveva molta fiducia nella mia capacità ‘diplomatica’, che però talvolta tacciava di ‘buonismo’; era molto comunicativo, mi leggeva tutte le sue opere, durante la stesura e prima dell’edizione, accertandosi che tutti i pensieri fossero chiaramente espressi. Anche tutta la posta ‘in arrivo e in uscita’ si leggeva insieme e se io, nelle sue risposte, giudicavo qualche frase troppo tranchant e gli suggerivo di ammorbidirla, lui mi ascoltava riconoscente. Era molto irascibile, ma bastava una coccola a farlo rabbonire, perché era molto affettuoso: purtroppo l’ho capito tardi. Possedeva un grande senso dell’umorismo, a volte accompagnato da una pungente ironia, anche verso di me, ma comunque abbiamo riso tanto insieme. Penso che il riso unisca una coppia più della commozione o del pianto, perché il riso è ad un livello intellettivo superiore. Abbiamo ascoltato tanta musica insieme, ma amava veramente solo Bach. Il mare era la sua passione ed era un provetto, ma prudentissimo capitano. Molti suoi libri sono ispirati alle navigazioni, in barca a vela; il titolo del primo è proprio Isole e vele e l’ultimo Vera storia del vascello fantasma”.

“È bello conoscere tutti questi aspetti di un uomo, è come svelare un po’ il mistero che c’è intorno ad ognuno di noi”.

“Anch’io ricordo bene il premio in cui hai incontrato Veniero, il ‘Cinque Terre’, organizzato da Sirio Guerrieri. Memorabili erano le cerimonie di premiazione, precedute da tavole rotonde e dibattiti ai quali Veniero si preparava scrupolosamente, con lo scopo di promuovere la poesia poematica elogiandone le potenzialità”.

“Ascoltandoti, ho la sensazione che si stia aprendo la porta di un lungo corridoio, con tante stanze abitate dai ricordi di persone diverse. Risento le voci dei partecipanti, là sulle colline intorno a La Spezia ma anche a Potenzana o ad Aulla. Ovunque si discuteva, dopo le dotte relazioni tenute da Guerrieri, da Ninnj Di Stefano Busà o da altri membri di quella splendida giuria. E rivedo il ristorante albergo Alla Foce, simpatico luogo della premiazione, dove io e mio marito andavamo a cena con Sirio e Luciana felici, entusiasti di stare insieme. Sirio mi voleva molto bene e amava i miei versi, perché ormai era al di sopra delle stupide rivalità che avvelenano la poesia: manifestava il suo animo puro di fanciullo innamorato della propria terra, della mitica casetta che sognava di poter abitare ancora, come nei tempi giovani. Ma lui era soprattutto un critico colto e raffinato, grande poeta, custode e cantore della flora della sua Liguria di cui conosceva, come un botanico, nomi e caratteristiche. Una poesia che nasceva dalla verità della natura, ma che portava dentro il senso della casa, il suo vissuto umano, la memoria del passato come la sua esperienza di partigiano, trasferiti in un mondo immaginifico, con la natura stessa ispiratrice e forza salvifica dalla realtà. E la parola raffinata in un verso amabile”.

“Anche Veniero aveva molta stima di Guerrieri, come poeta e come persona, diverso da tutti gli altri per lo slancio generoso che, nella condivisione dell’amore per la poesia, gli faceva aprire anche la porta di casa sua”.

“Di Sirio non dimenticherò mai le telefonate: ci siamo sentiti anche il giorno prima della sua morte - nel 2009, a quasi novantatre anni - quando mi ha annunciato d’essere riuscito a completare un suo giudizio critico sulla mia poesia, da pubblicare nell’antologia della Helicon da lui curata. Era soddisfatto, felice nel dirlo. Questo per me è stato il testamento spirituale di un rapporto umano prezioso e affettuoso, che talora la poesia sa donare”.

“Sono nate tante belle amicizie grazie a Guerrieri e ai suoi premi letterari, che diventavano eventi memorabili. Era in giuria in premi prestigiosi, tra cui il Premio Casentino di Poppi, in occasione del quale non ha mancato di farci visita a Pratovecchio”.

“Mitiche le sue tavole rotonde in barcone, sul mar Ligure, di cui io non ho goduto se non nel racconto di altri. Ricordo altre telefonate in cui mi dettava le recensioni sulle mie sillogi con una insuperabile capacità critica di analisi e di sintesi, rivelando la sua vasta cultura aperta al confronto con poeti di tutto l’orizzonte europeo del Novecento.

Mi leggeva anche le sue poesie che odoravano sempre di vento salmastro, di erbe, di fiori, pervase da una grande nostalgia per un tempo ormai passato. Questo rafforzava in me il senso della mia scrittura e, contemporaneamente, la fiducia e la stima reciproche.

Rivedo il suo arrivo al castello di Riomaggiore con il trenino delle Cinque Terre insieme a molti amici, a Luciana, per presentare con Graziella Corsinovi Iter Ligure: nel suo intervento espresse tutte le sue doti critiche e l’approfondita conoscenza dei miei versi.

Il suo stile di vita e il suo rapporto con gli altri riflettevano il suo mondo poetico, in assonanza con il Creato. Un’esistenza devota alla poesia, alla cultura, di cui io amo trattenere anche i piccoli frammenti di vissuto: come il suo invito a La Spezia, d’inverno, per la presentazione della poesia mia e di altre scrittrici, seguita dalla cena a casa di Virginia Sommovigo e la relativa offerta di ospitalità per la notte.

Sirio temeva che, data la stagione, trovassimo il Passo della Cisa ghiacciato. Quanta amicizia, premura, e quanti affetti in questi premi”.

“Per i poeti, poi, era bello rivedersi alle successive premiazioni, che diventavano occasione di nuove amicizie. Per Veniero è stato molto importante l’incontro con Rossano Onano, con il quale si instaurò una rapporto profondo. Gli è stato vicino fino agli ultimi giorni”.

“Rossano Onano? È anche un mio caro amico. Ha dimostrato grande interesse per il libro Sebastiano Schiavon lo strapazzasiori, saggio storico di mio marito. Ricordo sempre la sua disponibilità, la sua competenza raffinata alla lettura dell’analisi critica di Mario Richter sulla mia poesia, presentata sulle pagine di Pomezia Notizie, oppure il suo ironico e acuto articolo su I luoghi di Sebastiano, romanzo a quattro mani, quelle di mio marito e mie. È veramente una bella penna! E ripenso ai libri scritti da lui e da Veniero. Preziose queste collaborazioni e i rapporti umani che tengono desto il fuoco sincero della stima, degli interessi comuni”.

“Voglio raccontarti in che modo Rossano è stato vicino a Veniero, scoraggiandolo dal ricorrere all’eutanasia e spronandolo ad affrontare coscientemente la morte da par suo, come l’esperienza suprema in cui esprimere il meglio di sé. Gli suggerì di vedere il film Il settimo sigillo di Bergman, sostituendo la partita a scacchi tra il cavaliere e la morte con un certame poetico nel quale, ad esser sfidato, fosse l’arcangelo Gabriele. Non sappiamo se nell’intimo di Veniero questo sia in effetti avvenuto, perché via via che i sintomi della malattia si aggravavano non ha più parlato, né mangiato, né accettato la nutrizione per sondino; ha cercato solo l’acqua. Sembrava concentrato in se stesso con la sua morte. Io ho seguito alla lettera le sue raccomandazioni, ispirate dal Libro Tibetano dei morti e fatte proprie in Diletta sposa, di non ostacolarne il trapasso con effusioni affettuose”.

“Ti ringrazio per aver condiviso con me, e con i lettori, questo momento così intimo, privato, sacro. Che nobile questa presenza negli ultimi giorni di Veniero, confortante anche per te credo. Solamente nella vera amicizia puoi trovare il viatico per percorrere il cammino terreno e il suo epilogo finale. Anche un altro poeta, mio carissimo amico, ci ha lasciati da poco: Gianni Rescigno, un cantore quasi epico della sua terra, del suo mare, della sua gente, della casa, degli affetti, della memoria, della vita insomma, in versi intrisi di Cielo, attraverso una parola sempre più rarefatta nel tempo”.

“Anche per lui, pur non amico stretto, nutrivamo molta stima, che io gli ho espresso anche in due recensioni. Era un poeta assai diverso da Veniero, per stile e contenuti, ma comunque molto profondo, di grande religiosità e con un grande attaccamento alla propria terra”.

“Gianni Rescigno e la moglie Lucia, come diceva lui, ‘la sua ombra di giorno, la sua stella di notte’… quanto cari mi erano! Ci incontravamo al Premio Arcidosso, ai piedi del monte Amiata, con cerimonia in un’antica chiesa sconsacrata e rinfresco all’aperto. Oltre ad Onano e Rescigno, lì trovavamo anche Sandro Angelucci, don Roberto Bianchini, Roberta Fabbris, tutti animati dalla passione e dalla fede nella poesia. Molte le belle giornate trascorse insieme, come la visita a Santa Fosca con le splendide opere di Luca della Robbia e ad altri luoghi inediti di arte e di cultura. Mi manca veramente quel premio in cui mi ritrovavo con tanti cari amici. Mi pare che allora ci fossero rapporti più umani, autentici, nella stima reciproca: oggigiorno sento una certa arroganza, una volontà di essere sopra gli altri e di sfruttare tutto e tutti per raggiungere qualcosa.

Abbiamo bisogno davvero di uomini come Guerrieri e Rescigno, vanno ricordati perché hanno fatto della cultura e della poesia lo scopo della loro esistenza creando armonie, rapporti, sentimenti profondi che non possiamo dimenticare. In un mio libro dico che la memoria è linfa di vita per i giovani che, leggeri, vanno a sforare il futuro. I nostri due amici avevano molti elementi in comune: la loro poesia odorava di alghe marine, era intrisa di memoria, di sogni, di speranza, con una grande disponibilità per l’uomo, con un sentire quasi etico l’impegno del vivere. La poesia come stile di vita, respiro della loro stessa esistenza, in Sirio aperta, con la sua capacità organizzativa, in un progetto di comunione con gli altri”.

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