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Il compianto di Turoldo per la morte di Pasolini

Abstract

Il saggio si ispira al compianto per la morte di Pasolini di David Maria Turoldo dedicato alla madre del poeta e da lui letto al funerale a Casarsa, nella chiesa di Santa Croce, il 6 novembre 1975. E vuole evidenziare la figura dell’autore quale migrante che ritorna, per l’estremo conforto al suo corpo offeso, alla terra-madre-origine della sua poesia. A lei riporta il patrimonio umano e culturale accumulato nell’andare da luogo a luogo fra espressioni linguistiche molteplici, quale eredità eterna.

Turoldo’s Lamentation for Pasolini’s Death

The essay found inspiration from compianto, which David Maria Turoldo wrote for Pasolini’s death and which he dedicated to the poet’s mother and read at the poet’s funeral at Santa Croce Church, in Casarsa on November 6th 1975. It focuses on the figure of the poet, who like an emigrant returns to his mother-land and source of his poetry, for the last comfort to his wounded body. It is to this land that he brings back the human and cultural heritage he gathered during his travels from place to place, amongst multiple linguistic expressions to finally reach universal worth.

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La nota di Silvana Serafin, in apertura al decimo numero di Oltreoceano, tratteggia con felice intuizione la figura di Pier Paolo Pasolini ‘americano’, quale migrante da luogo a luogo alla ricerca di trame comuni fra tradizioni proprie e altrui, sempre più sensibile ai nuovi micro-macrocosmi avvicinati, teso a trasmetterne la viva voce in forme reinventate nel suo continuo itinere «tra linguaggi espressivi molteplici» (12). E ciò crea nell’affresco storico del migrare amalgama fra più lingue e culture e affina nel nomadismo di ogni autore le potenzialità del proprio ego.

Ora questa pagina che conclude il cammino pasoliniano riprende l’immagine dell’autore come antico migrante che ritorna alla terra amata con il suo carico di esperienze per ricevere là l’ultimo conforto al suo corpo dilaniato, al suo spirito offeso. E la riprende da “L’ultimo saluto” di Turoldo espresso alla madre di Pier Paolo in una dolce e dolorosa lettera da lui letta ai funerali, a Casarsa, nella chiesa di Santa Croce, il 6 novembre 1975.

1 L’orazione funebre di David Maria Turoldo venne poi inserita con il titolo “Chiediamo scusa di esistere” nel volume Pasolini in Friuli. Tutte le citazioni della lettera di Turoldo sono tratte dal sito internet: http://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/itinerariopasoliniano/chiesa-di-santa-croce/lultimo-saluto/.

Un ritorno, afferma l’amico fraterno friulano, al grembo dell’umile suo Friuli, al grembo della madre quale nido di purezza, nido della prima poesia nata «in nome della madre» (Zanzotto XVII) per usare l’intensa espressione di Zanzotto relativa all’origine della lirica di Turoldo, ma ben riferibile allo stesso Pasolini. E pure Bandini conferma che la sua poesia è parlare poetico succhiato dal latte materno come nutrimento. Un ritorno quindi il suo alla casa materna, a questa innocenza primordiale, fonte sorgiva della bellezza che purifica la sua fine devastante e diviene catarsi alla sua vita di figlio «divorato dalla stessa vita che tu gli hai dato: una vita rovinata dalla troppa umanità. Là c’è suo padre, ora in pace nella morte, c’è l’altro figlio ucciso pure lui per la nostra liberazione, e ci sono gli altri morti; e ci sono gli amici ancora vivi, tutta una gente di cui ti puoi fidare…» (s.p). Così Turoldo si rivolge, nella sua sofferta partecipazione, alla madre incitandola a riportare alla casa

il suo corpo di linciato, come figlio della stessa colpa […] ora simbolo della morte ormai dissacrata per sempre […], perché «C’è troppa violenza su Roma. Non c’è un fiore più che sbocci e non un alito di vento che ne spanda il profumo; non un fanciullo con la faccia pura; non un prete che preghi… E le messe in piazza S. Pietro servono a poco, né convincono molti a credere che sia questo davvero un anno santo, e che Roma è la città di Dio, secondo la parola del cardinale […]. Mamma, ti parlo per lui, che ora ha la bocca piena di sabbia e polvere, e non ti può chiamare: ma ha tanto bisogno di te, mamma; come l’ha sempre avuto lungo tutta la sua martoriata vita: una vita di povero friulano, solo, senza patria e senza pace. Eri tu la vera sua patria, il luogo della sua pace, il solo asilo sicuro. Lui così timido, fino al punto di aver paura di ogni cosa, per cui era diventato tanto spavaldo… Tu, che sei stata la sua madre addolorata sotto la croce… (s.p).

Solo là a Casarsa nel luogo delle origini, incontaminato dalle scorie della città, della società malata, si può ricomporre, nel ritorno del corpo e dello spirito pasoliniano, una vita di ricerca appassionata del bello che è essenza dell’arte ma anche ricupero di verità attraverso luoghi, persone, che diviene conoscenza, quindi urgenza di esprimere ogni messaggio in forme altre nel suo percorso poliedrico. Sempre con l’atteggiamento di un nomade che con pensiero e fantasia creativa riconosce nuove realtà trasfigurandole, riprendendo la nota iniziale della Serafin. E in questo suo impegno etico e civile, più avvertito da lui di umili origini, non si risparmia di andare fino in fondo, di indagare anche le borgate romane dove, secondo il nostro Turoldo, c’è solo «gente ingrumata e torva, gente che urla dalle baracche; oppure gioventù che pensa a strappare e a uccidere, caricando la ragazza morta nel bagagliaio, e l’altra viva appena, per poter raccontare come “finalmente ce l’hanno fatta” ad ammazzare» (s.p).

Quindi ancor più orrenda è la sua morte deturpante perché tradito proprio negli spazi che voleva riscattare, dai giovani che voleva salvare, e ancor più bisognosa, la sua morte, di sua madre e del Friuli che è la sua chiesa, la sua preghiera condivisa ora nel dolore corale di tutte le donne friulane vestite come la madre. Con le gonne lunghe e nere, con il fazzoletto nero in testa legato al collo che scende dietro le spalle sono figure ieratiche, sentimento di un tempo mitico, chiuse nei loro muti silenzi in cui gli occhi e l’espressione del volto parlano di un dolore eterno che ha tormentato il Friuli. Figure simili alla Madonna, alle donne altre ai piedi della croce nel suo eccelso “Vangelo secondo Matteo”. E il dolore stesso della madre si sublima in questa coralità, nella partecipazione d’una terra che ha sempre sofferto, avara nella sua configurazione geografica, attraversata sempre da orde barbariche, segnata dal destino, e quindi terra di conquista sottomessa ma umile come era umile Pier Paolo che solo qui accolto, avvolto da queste donne, dalla sua gente, unito agli altri canterà le ‘villotte della gioia’, sue prime composizioni giovani, sua prima viva poesia. «Perché afferma Turoldo –, noi siamo un popolo che canta, anche quando ha da piangere. È questa la nostra natura migliore, come era quella di tuo figlio, vero grande poeta del popolo, voce dei poveri! Perché, per noi, tutto il resto è “segnato”, è il destino» (s.p.).

E rivolgendosi a Dio aggiunge:

Quante volte in questa nostra piccola chiesa di Santa Croce, noi ti abbiamo cantato litanie (di Pier Paolo), perché tu avessi pietà della nostra terra! Ma ora ci accorgiamo di averti pregato per nulla… Oggi è la morte che ci gira intorno!… In fondo il tuo Pier Paolo, mamma, ha sempre vissuto con la morte dentro, se l’è portata in giro per il mondo lui stesso come suo fardello di emigrante, come suo carico fatale. Ed ora che l’ha raggiunta, è bene che ritorni anche lui a casa. Meglio che il silenzio scenda su quella notte… (s.p).

E nel ritorno di lui nomade al suo Friuli, si conclude la vicenda di questo migrante rabdomante della verità circondato ora dagli amici sinceri e veri che non giudicano e non sbavano con inchiostri di ogni colore nei giorni del grande dolore ma sanno solo accettare con dignità e con pietà com-patendo insieme.

E proprio il compianto di Turoldo, talora espresso su registro di acuta esasperazione contro la società e la Chiesa ufficiale, si fa così voce corale del Friuli, nota di poesia-bellezza che vince l’orrore della morte, eleva a Dio il patire della madre.

La tragica esperienza personale di Pier Paolo Pasolini purificata a Casarsa dal ricupero della freschezza della sua infanzia, diviene paradigma dell’offesa, del dolore antico e universale subito dalla sua gente, si carica quindi della memoria e della sapienza di un popolo. E il funerale acquista la sacralità di una grande liturgia paesana che ha sapore di eterno.

E con questo ritorno nella morte al nido della poesia si chiude quel percorso-tensione ne «Il ‘sogno di una cosa’ chiamata poesia», che Bandini evidenzia quale nota peculiare di tutta la sua vita: «luogo dell’assoluto, dove ogni asserzione diventa verità e il privato può presentarsi come universale. A questa perenne tensione verso la poesia vanno ricondotte anche tutte le altre sue scritture, compreso il cinema. […] In una volontà poetica ininterrotta e onninclusiva» (XV). Il tutto ora restituito, quale ricchezza accumulata da lui migrante, quale patrimonio universale, al luogo della sua origine.

Bibliografia citata

Bandini, Fernando. “Il ‘sogno di una cosa’ chiamata poesia”. Pier Paolo Pasolini. Tutte le poesie. Milano: Mondadori (Meridiani). 2003: XV-LVIII.

Pasolini, Pier Paolo. Tutte le poesie. Milano: Mondadori (Meridiani). 2003.

Serafin, Silvana. “Un duplice anniversario: Pasolini e Oltreoceano”. Oltreoceano, 10 (2015): 11-14.

Turoldo, David Maria. “Chiediamo scusa di esistere”. Corriere del Friuli e Comune di Casarsa della Delizia (eds.). Pasolini in Friuli. Udine: Arti Grafiche Friulane. 1976: 67-70.

–––––. “L’ultimo saluto”, www.centrostudiopierpaolopasolinicasarsa.it (consultato il 2 luglio 2015).

Zanzotto, Andrea. “Note introduttive”. David Maria Turoldo. O sensi miei… poesie 1948-1988. Milano: Bur. 19963: V-XVII.

Filmografia

Pasolini, Pier Paolo. “Il Vangelo secondo Matteo”. 1964.

Materiale
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