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E’ un libro di grande spessore per il tema “l’assenza di libertà”, leitmotiv dei monologhi di un carcerato e di un drogato in due parti strettamente legate tra loro per unità strutturale e di contenuto, elaborato e reso con parola poetica calibrata e incisiva. Colpisce subito che l’analisi di tale condizione d’umana sofferenza per la perdita di quella luce a cui eri abituato, per colpa propria o d’altri, sia realizzata nella tragica realtà delle \carceri , nel labirinto interiore della tossicodipendenza, stanze del vivere raramente aperte dalla poesia, ma in questa opera perlustrate con sapienza e sensibilità. E l’esito poetico è intenso, coinvolgente in tutti gli 83 canti e per il linguaggio essenziale e per la varietà di toni delle voci recitanti e per quel ritmo unico del verso di Ruffilli e per quella sua partecipazione discreta alla vicenda. Bene lo evidenzia Giuliani nella magistrale prefazione al testo. Ma l’autore pur evitando, com’è nel suo stile, di rendere soggettivo il discorso poetico, è a mio avviso presente con la sua umana condivisione in queste storie di solitudini devastanti. La raccolta poggia infatti tutta sul percorso del suo pensiero impegnato in una indagine incalzante della realtà: capire senza condannare l’esperienza del carcerato, su cui mi soffermo, in rapporto alla legge, alla giustizia e al contesto sociale. Ed ecco l’analisi quasi ora per ora della sua anima, condotta con premura ed umiltà in ogni segreta piega, con rara capacità di vestirne la sostanza. Un andirivieni tormentato tra ma e se, rimpianti e ricordi confusi in sogni amari, per una strada ove si perdono speranze e desideri e le attese si fanno minime, in un rapporto insistente con la colpa e il giudizio nel tentativo di “…provare a se stessi | la propria parziale | incerta verità | e non è solo colpa tua | il tuo inutile delitto | ma della parte | più brutale della vita…”. Una tensione al ricupero di una identità distrutta in un ambiente di odio e castigo dove una condanna, che appare talora poco meditata, relega l’uomo lasciandolo solo, nudo nel suo silenzio senza più spazio e tempo come un rifiuto anche per le persone care.

E qui urge sostare e ascoltare la voce del carcerato resa con linguaggio decantato da un rigoroso labor limae, ma egualmente soffuso d’umano in quel ritmo ora lento del tempo perduto, dei tanti lutti subiti ( la perdita della dignità, del rispetto, perfino delle distanze dal mondo esterno ), ora concitato alla ricerca del proprio io: “…e dove se ne vanno | gli anni? Come adesso, | non li vivi più? | Lo scorrere del tempo | dentro è solo | la goccia che ti scava…”; “…E resti sempre più azzerato: | non sei più padre | o figlio, | non sei più niente. | Sei solo un delinquente | condannato.”; “…Piangere e ridere, sì, | sono per noi le cose | rimaste chiuse | fuori da qui. | “La donna che un tempo | avevo amato, | la ragazza | dagli occhi neri | che per sempre | mi ha lasciato.L’idea che non | la vedrò più…” ; “Non so spiegare | neppure con me stesso | come possa restare | un animo infantile | all’io di adesso | dentro il suo delitto | e che ostinato | continui a alimentare | dentro la colpa | degli atti suoi di ieri | i sogni, i propositi, | i pensieri…”.

E muove un insieme di emozioni sentire “…il fresco della vita  | già seccato e scolorito” e ancora “la fiamma | della vita fuori…” che è tenuta accesa invano dalla presenza dei propri cari al di là del vetro o vedere aperture a spazi altri: “Da qui vedo una casa | …e un albero fiorito | che spicca per colore | sulla facciata in ombra. | Quel pesco in fiore | e il suo tornante rifiorire | …è il simbolo | di quello che mi manca | e che ho perduto.” come se la grazia della parola poetica potesse così offrire un conforto nel buio di un morire qui senza morte. Per dire come questo diario in versi riesca a coinvolgere il lettore che alla fine avverte il tutto quasi una sequenza di meditazioni sulle grandi verità della vita. L’uomo è sempre persona con una sua dignità da rivalutare non da demolire, anche nelle situazioni più gravi di difficile comprensione: il mistero dell’atto compiuto “neppure Dio lo sa | perché l’ho fatto” con conseguente denuncia del sistema carcerario basato sulla punizione come metodo rieducativo in un luogo dove è concentrato “…tutto l’odio infinito…”. Denuncia insieme di una società che arrogante guida un progresso apparente, per vari aspetti acivile: insensibile per lo più la gerarchia carceraria, bendati di presunte certezze i giudici, dischiuse le barriere alla droga-distruttiva evasione dal reale. E suona da queste annotazioni-meditazioni allora più forte il richiamo sull’esercizio al dubbio rivolto a chi è nella necessità di giudicare l’errore: “ho avuto, un tempo, | sedici anni anch’io. | E’ un’età tragica, | il grande spartiacque | in cui di colpo | un’esperienza sola | ti segna e può segnarti | per tutto il tuo futuro. | …in una direzione | senza più ritorno.” Rivolto anche ad ogni uomo di buona volontà nelle sue abituali relazioni. Dubbio inteso come capacità di ripiegarsi ancora su se stessi per vedere nuovi spiragli nella lettura dei fatti, per avvicinarsi il più possibile alla verità senza presunzione di condanne definitive. E insieme il richiamo a guardare con attenzione e rispetto l’altro anche se può aver sbagliato “abbiamo perso | ogni diritto, qui al rispetto.”  perché vive il suo errore in catene di solitudine alienante che frantumano la sua parte di umano, quando invece è sempre persona. Un rispetto che andrebbe in ogni caso, in ogni luogo reintegrato come valore universale anche perché ognuno di noi può vivere nel segreto reclusioni fisiche o psichiche con perdita momentanea o definitiva della propria libertà. Ecco quindi che il libro turba, si allarga ad altre realtà, certamente chiama a riguardarci dentro nei nostri rapporti con l’esterno riacquistando volontà di comprendere, misura nei giudizi, coraggio nel dubbio. E ciò non per un eccesso di buonismo di fronte a chi sbaglia, ma per una ricerca continua del vero condotti da onestà intellettuale e da quella pietas necessaria per sorreggerci reciprocamente.

Questi canti variegati nei toni del dolore, perfino struggenti nel delirio del drogato avvalorano che la poesia può offrire al lettore messaggi di vita, occasione di rinnovo quando è testimonianza dell’autenticità interiore che l’ha generata. E “Le stanze del cielo” sono proprio il frutto di una lunga gestazione rigorosa e sofferta. Un libro quindi vero, coraggioso nell’analisi amara della realtà, palpitante di una diffusa umanità: leggendo noi la respiriamo tutta ed entriamo così col poeta nella cella del carcerato, nello spazio del drogato coinvolti dal suo pensiero, dalla vis poetica sprigionata da ogni verso. Un libro da diffondere tra i giovani, da meditare e discutere con loro. Grazie.

Recensione
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