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E’ stata una lettura insolita, questa del saggio di A.M. Guidi sulla poesia di S. Penna, diversa dai consueti testi critici, molto complessa e al contempo ricca di soluzioni mai viste: ho trovato particolarmente interessante l’accostamento fra i semplicissimi versi di Penna e la vivace esegesi, poeticamente variopinta e fiorita di allitterazioni, simmetrie, rime interne e doppie letture – mo(n)do, convers(az)ione, ordi(na)ti…–, espedienti letterari che non avevo finora riscontrato in alcuno…

In merito alla questione alessandrina, su cui la G. particolarmente si sofferma, anch’io penso che il Nostro non debba la sua particolare impronta poetico-amorosa all’influsso dell’Antologia Palatina. La poesia semplice e genuina di penna, così sobria e colloquiale, non ha nulla a che vedere con le finezze degli alessandrini, è pura sostanza e pulsione, è fisicità e insieme innocenza (leggendo le osservazioni psicocritiche del saggio, mi veniva in mente la “brama” di U. Saba, non a caso vicinissimo a Penna, che infatti è opportunamente citato.

Aggiungo inoltre che, molto spesso, coloro che hanno davvero continuato la lezione alessandrina hanno riproposto il modulo dell’amore pederastico senza che tale recupero dovesse minimamente intendersi come un riferimento alla loro vita privata: esso era solo frutto di un raffinato esercizio di stile. Molti autori latini (seguaci dei greci, poi modelli per gli umanisti) amavano ricordare infatti nei loro carmi che, se anche trattavano in poesia argomenti “sconvenienti”, la loro reale condotta di vita non aveva nulla a che vedere con la poesia (ricordo Catullo, XVI, 5-6: “Nam castum esse decet pium poetam/ipsum, versiculos nihil necesse est” e Marziale, 14, 8: “Lasciva est nobis pagina, vita proba”).

Concordo con la G., Penna non si abbandona mai all’emulazione colta, le sue emozioni sono reali, così reali da creargli non pochi problemi personali ( un conto è essere omosessuali nel mondo ellenistico-romano, e così anche nell’attuale – come diffusamente argomentato dalla G. – un altro è esserlo stato durante il ventennio fascista!): inoltre, è vero che Penna è attentissimo alla forma, ma, a mio avviso, in chiave diametralmente opposta rispetto agli alessandrini: quelli curavano i versi per renderli più rari e preziosi possibile, Penna invece li lima per dare l’impressione dell’immediatezza e della spontaneità, (un lavoro così ben fatto che nessuno si accorge che è stato fatto…).

Tutti i miei complimenti alla G. per questa sua ricca, originale interpretazione psicocritica della poesia penniana.
Recensione
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