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Mi sono messo nei panni di Carrà.  Questa mia straordinaria avventura

«Un giorno, poi che mio padre dovette andare a Mantova per una mostra del Mantegna, Carrà mi invitò a colazione con i suoi nipoti. In bicicletta, a metà strada, mi colse un gran temporale che mi fece giungere a destinazione come fossi caduto in mare. Carrà sollecitò la moglie Ines a rivestirmi con i propri abiti, non avendone altri. È così che, oggi, posso dire che mi sono messo nei panni di Carrà.»

Ecco l’aneddoto che dà il titolo al libro edito da Fermenti che Tiziana Casatelli Guzzi, sua moglie, ha voluto riproporre, in ricordo di Domenico, per quanti l’hanno conosciuto o ne hanno letto testi, recensioni e critiche.

Titolo, che lo stesso Domenico, aveva dato ad una sorta di autobiografia che, in parte, venne pubblicata in occasione di presentazioni di mostre dedicate a suo padre Virgilio.

In questa sua meditata “confessione” viene evidenziato non solo l’intenso rapporto che ebbe con i suoi genitori ma, soprattutto, il percorso di attenzione che rivolgerà, nel corso della sua vita, a tutte le manifestazioni artistiche che lo coinvolgeranno; oltre che ai rapporti intercorsi con gli esponenti più significativi dell’arte figurativa e non solo.

A coronamento del racconto, che parte dall’infanzia e giunge terminando con quello che fu il suo intervento alla commemorazione che la città di Molfetta volle dedicare a suo padre con la mostra che curò personalmente, si vanno ad aggiungere una serie di interventi di quanti lo conobbero e, ne apprezzarono la specifica competenza e conoscenza del “mondo artistico” e, in particolare di quello romano; la sua acuta ricerca ed attenzione non solo del presente vissuto ma anche del passato; il suo cordiale proporsi, nonché il suo profilo umano. Ed in tal senso, ne scrivono: Sissi Aslan, Ennio Calabria, Claudio Rendina e suo cugino Paolo ed alti ancora.

Della sua costante ricerca ne testimoniano gli innumerevoli saggi critici tra i quali quelli su De Chirico, Guttuso, Greco, Vespignani, Carrà, Balla e tanti altri ancora, così come le tantissime mostre pubbliche allestite nel corso della certo non lunga vita.

Personalmente, lo conobbi in occasione della pubblicazione, di notevolissimo interesse per gli addetti ai lavori e per i tantissimi artisti che vengono ricordati, che aveva realizzato nel 2004. Quell’ “Anello Mancante” che ripercorre tutto quanto ha rappresentato la “figurazione” in Italia negli anni ’60 e ’70.

Fu quando mi trasferii a Roma da Napoli nel 2007 e il mio maestro ed amico Armando De Stefano, non avendo ricevuto per disguidi postali, la pubblicazione succitata che Guzzi gli aveva inviata, mi chiese di contattarlo e ritirare personalmente i due volumi.

Cosa che feci e, gentilmente mi fissò un appuntamento. Ci incontrammo ed avemmo un breve colloquio nel quale accennai del mio rapporto, non solo con Armando De Stefano ma con l’ambiente dell’Accademia e gli artisti napoletani. Della difficoltà che incontravo nell’inserirmi in quello romano per chi come me aveva vissuto sessanta anni a Napoli. Ne convenne e, nell’offrire anche a me i testi di quel prezioso lavoro mi invitò a risentirci. Cosa che purtroppo non avvenne.

Quei testi, che conservo gelosamente, rappresentano non solo un articolato studio sulle avanguardie e neoavanguardie che hanno testimoniato, con la loro significativa presenza e articolazione lo scenario artistico nazionale ma, anche la capillare e quanto mai articolata individuazione di mostre ed aventi susseguitisi in quegli anni.

Si aggiunga poi, la interessante pagina sinottica che individua quanti dal ’60 al ’78 sono stati presenti: con invito o attraverso Giuria, in mostre storiche o sale omaggio, sia alle Biennali che alle Quadriennali. A coronamento, poi, l’interessante raccolta di immagini.

In definitiva, quanto scaturisce e ne indica il senso di: “Mi sono messo nei panni di Carrà”, è quello di voler ripercorrere ed in certo senso tramandare, quella che egli stesso definisce nel titolo: “una straordinaria avventura” di storico dell’arte e di profondo conoscitore di quel mondo, che, nata seguendo suo padre Virgilio e vissuta in un mondo domestico di pennelli e colori, lo indirizzeranno non solo nel variegato panorama intellettuale ma, anche ed in particolare, in quello creativo ed espositivo che rappresenterà e narrerà attraverso il suo grandissimo bagaglio di conoscenza e lo accompagnerà, in giorni e giorni di ricerca e studio, fino agli ultimi istanti della sua giovane esistenza.

Mi ha colpito e per questo ripropongo, una delle sue risposte a chi lo indicava come non partecipe alla mondanità romana e, di essere costantemente rinchiuso nel suo studio. «Io sono un intellettuale ed uno studioso. Se il mio valore si basa sulla vita mondana, di quel valore ne posso fare a meno. Io sono quel che valgo e lo sanno anche gli altri……se vogliono sanno dove cercarmi.»

Lo si cercava infatti, per quel che era stato ed era. Purtroppo così come suo padre i suoi giorni si spensero alla vigilia di un incarico prestigioso. Per Virgilio quello di far parte nella organizzazione della Biennale di Venezia. Per Domenico la Quadriennale di Roma. Si spensero lasciando, come era solito fare ad ogni inizio d’anno, un augurio a sua figlia Giuliana a Tiziana sua moglie ed a se stesso. Soprattutto di buona salute…Era il 2009 ma purtroppo per lui quell’augurio non servì. Ma resta e resterà viva la sua presenza in quanti l’hanno conosciuto e apprezzato come saggista e critico, nel variegato mondo dell’arte italiana.

Recensione
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