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Alcibiade

Renato Pennisi non è nuovo alla letteratura teatrale. Un suo testo è stato portato in scena nel marzo 2015 e anche questo Alcibiade, uscito nel 2019 per i tipi delle Edizioni Novecento, ha goduto in quella stessa stagione di un primo passaggio drammatico alla Sala Magma di Catania mediato dall’interpretazione di Antonio Caruso e dalla regia di Salvo Nicotra – un secondo appuntamento lo si è avuto l’anno successivo al catanese Castello Ursino.

Suddiviso in cinque Episodi tutti incastonati tra un Prologo ed un Epilogo, l’Alcibiade pennisiano è un dramma in versi liberi. Potremmo agevolmente accomodarlo nei moduli del teatro di poesia (il che non stupisce affatto tanto copioso è risultato sino ad oggi il contributo dello scrittore catanese alle forme specifiche della poesia, così in lingua come in dialetto).

Comunque, se non fosse che questi versi risentono di una feconda aderenza all’odiernità, tutto che dissimulata e non platealmente esibita, figurando il personaggio di cui al titolo una referenza per aspetti della nostra antropologia nazionale e dei nostri costumi; se ci non fossero, dunque, i surricordati richiami al presente, questo testo di Pennisi si sarebbe potuto inscrivere in una linea di tradizione della quale nel testo si avvertono molti echi. E in ogni caso, il ravvenarsi di un soggetto ampiamente citato e ricordato in opere di diverse nazioni ed epoche, risulta soccorso da armoniche che trovano sola collocazione in una poesia contemporanea. Onde il congiungersi di classico e moderno, per quanto in senso lato e generale.

Alcibiade ci parla dall’antichità ma si protende in qualcosa che gli è futuro. La riflessione su fatti ed evenienze recenti, quali si spalancano e come si propalano nelle sette partizioni drammatiche, riceve ovviamente l’afflusso delle attribuzioni storiche del personaggio ma congiuntamente delle suggestioni e degli ulteriori semi sotto traccia. Del resto, la figura di Alcibiade, dato il suo ruolo storico, non è affatto nuova al teatro (quantunque di molto più presente nella produzione narrativa). La sua duplicità ne supporta la doppiezza, il carattere anfibio.

Sulle tavole del palcoscenico, Alcibiade è stato fatto comparire nella sua veste di capitano ateniese nello shakespeariano Timone d’Atene («Signori, e allora consentitemi di parlarvi … da combattente». traduzione di Cesare Vico Lodovici). Si dà per certo che lo scrittore inglese abbia desunto il profilo alcibideo dalle Vite parallele di Plutarco, in quei passaggi nei quali appunto venivano nominati Marcantonio ed Alcibiade). Timone, che è un nobile ateniese, si rivolge a lui perché intende donargli un pezzo di terreno. «Defiled land» commenta Alcibiade. Una terra sporca.

Non so con sicurezza se Pennisi lo abbia tenuto presente. Viceversa non poteva non portarsi sull’arco delle rivelazioni platoniche, in primis quelle del Simposio. Il fatto è che Platone è reiteratamente menzionato – e sbertucciato dal comandante – nel suo testo in contrapposizione a Socrate, a cui sempre Alcibiade era legato da una storia d’amore. La riprova è che quando si parla dell’autore del Fedone e ovviamente del Simposio, il linguaggio perde la sua convenuta dimensione per discendere verso una suburra espressionista: «noi / ci distendiamo pigri smignottando / mentre anche Apollo dorme / e di me se ne distintamente fotte», così l’avvelenato Alcibiade che ripete le proprie ineleganze e idiosincrasie in altri passaggi.

Questa incrinatura del linguaggio rivela il malanimo e la natura composita del personaggio. Diremmo che in questo risieda la sua psicologia, le trafitture della psiche, e in parte anche quella che s’è definita modernità, meglio la sua struttura formale. Tutto questo in forza di una mobilità di umori e di scivolamenti di tono che ora lo vedono prepotente e orgoglioso, ora volgarmente trasformista (e qui ci si accosta al nostro presente). Però rivelando dietro il tetro premere delle apparenze una coscienza sottoposta alle necessarie trasformazioni e metamorfosi, immersa in profondo in melmose polle e però anche facendo apparire in quel suo esistere un inquietante sentimento della vita.

A cominciare da quel rimpianto non si sa quanto genuino che anima il Primo Episodio, nel quale Alcibiade racconta in terra di Frigia il discorso dell’Agorà: lo spirito che anima la civiltà ma anche l’amore verso la patria. «Amici» (ripetuto per tre volte ad inizio di verso con forte battitura metrica), «Avete dimenticato la bellezza / di una lancia sollevata al sole… ?». Onde la necessità di distruggere Siracusa perché fosse distrutta Sparta. E una disperazione della gente che si tramuta in demagogia, affidandosi al primo ciarlatano che passa per strada e affidando a lui i figli minori «perché i maggiori erano / già ospiti dell’Ade».

La tragedia continua col racconto dell’impresa in Sicilia (secondo episodio), dell’esilio a Sparta (terzo episodio). Infine del ritorno in patria e della conseguente solitudine (nei due episodi successivi). Infine si ha l’impressione che le malmostose lacerazioni della personalità di Alcibiade nascano da un coacervo di ombre e luci. Per cui nell’Epilogo: «Maestro, Maestro, sono tornato qui / il mare è tranquillo in questo pomeriggio / sono accadute molte cose / mi sembrava di essere diventato un uomo / ma ho commesso molti errori / e sono tornato, infine».

Un libro, come ben si sa, è anche la sua confezione, la sua forma (tutt’affianco agli spazi della ricezione, al contesto che lo sorregge, al retroterra culturale e personale di chi lo ha scritto). In questo Alcibiade, l’orientamento operativo dell’editore, Antonio Aprile, in uno con gli intendimenti dell’autore, ha fatto perno su una preclara sobrietà. Le barre melodiche, diciamo così, della parte interna si sono alimentate al rosso vibrante, non eccessivo né aggressivo, della copertina. Ma era del resto quanto conveniva a un testo giocato sui contrasti.

Recensione
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