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Io governavo greggi di pensieri

Ben articolata ma anche scissa tra scritture brevi e vere e proprie raccolte poetiche, le prime in prosa e le seconde ovviamente in versi, dialettali oltreché in lingua, la produzione più recente di Giuseppe Rosato si presenta greve di una esistenza quotidiana affaticata e dolente, anche in attesa di una conclusiva soluzione. Questo Io governavo flussi di pensieri è l’ulteriore stazione o sofferto transito delle “brevi”, ma quel titolo che contrassegna anche la prima delle due sezioni del libro, trae l’abbrivo da un endecasillabo che potremmo interpretare come una forma di postuma abreazione di uno stato d’animo, oppure la sublimazione lirica di una condizione esistenziale estrema che suppone però (come ho osservato in altri miei interventi su questo autore) altri possibili approdi che non la fine.

Il periodo è infatti temperato da un ordo musicale nella ripresa che arriva immediatamente dopo: «li vedevo distendersi uno a uno sul verde clivo e tutti li tenevo sotto gli occhi, si nutrivano d’erba felici e li raccapezzavo ogni sera in un unico stazzo, già pensandone per l’indomani il nuovo pascolo e il fertile governo». Le metafore campestri e pastorali che regolano la costruzione delle immagini portano a pensare a una bella famiglia d’erbe e d’animali tramutati in sentimenti e pensieri, e la discesa (di ascendenza foscoliana) giù per il “clivo” allude a una pienezza che trascende ogni negatività quasi collocandosi in un sovramondo. La forma eletta potrebbe però anche adombrare un filo di sarcasmo, o un velo di moderata ironia, per una condizione esistenziale che non è di un singolo ma bensì di tutti, senza che nessuno venga poi chiamato in causa nello scambio di compassione e nella mutua solidarietà.

Il fatto si è che la compartimentazione delle parole suddivise tra prosastiche e liriche, tra moderne ed antiche, le prime cernibili nella territorialità del quotidiano e le seconde (specie se dialettali, del neo-volgare frentano) invece protese a cogliere quella che si è soliti chiamare la “vera lingua”, si allarga nella direzione delle parole che si trovano recluse nel pensiero, ivi protette e mantenute in vita a lungo e intensamente prima ancora che finiscano per interrarsi nel buio – così il poeta abruzzese nel testo che sopravviene di seguito all’iniziale. Prima insomma che si perdano nella distanza che noi si assegna al Verbo, oppure di un segno purchessia, anche non così solenne e alto.

E infatti: «Andiamo, andiamo, è tempo. Come le pecore migranti ci metteremo in via. Ma transumare dice ritorno dopo dell’andata e quindi ancora questa e poi di nuovo quello, in leggiadra vicenda. Noi andiamo, andiamo solamente ed è senza vicenda, e senza alcuna storia, il transito».

Il passaggio denegato ancora che sperato, da una assenza chiusa alla volta di una nebula, di un’essenza che esiste proprio nella distanza, però non c’è come non c’è congiungimento tra le varie vite, essendo la «vita, ognuna delle vite, interminabile». Torna dunque l’affanno/lato rosatiano, che s’apparenta sempre in questo libretto al pensiero e alle espressioni di un altro pessimista predestinato all’isolamento, il sudamericano Mario Benedetti («la mia anima resterà sola nella sua tana»).

In un campo visivo divagante e sfocato, di fronte a cose ormai divenute leggere nel senso di evanescenti, non dunque al modo sabiano, l’indagine aperta da Giuseppe Rosato va a toccare gli universali dell’esistenza (la vecchiaia, la solitudine, ma insieme l’etica) non ricusando anche un soffio d’ideologia. Il bisogno di trarsi fuori dalla realtà si trascina infatti alla volta della ricerca di altre, ulteriori ragioni, nel cercare le almeno supposte finalità di un immaginario letterario e poetico e storico. Tutte arsioni di purezza che però lasciano spazio alle possibili segnature di un’illusione vista dalla parte della disillusione definitiva.

La seconda sezione, Lo scrittore di severo piglio morale, utilizza ancora le frecce dell’ironia per dar conto dell’impotenza di qualsivoglia piglio di fronte alla vita. I pensieri di Rosato, in bilico su una dimensione abrasa, irrigidita, seguono ambivalentemente una curva a cui l’apocalisse presenta tuttora uno sguardo tenero. Il fatto è che il poema prepara pur sempre un proprio ordine amoroso e utopico, alle proprie «águilas incandescentes». E, per dirla con l’Octavio Paz appunto di Águila o sol? (libro di pensieri anche poetici che ha qualcosa di comune con le modalità rosatiane), arrancare alla disperata è infine provocare anche un’eruzione, uno sviluppo. La pagina continua perciò a coprirsi di tracce e richiami indelebili (perché sennò continuare a scrivere?). Ciò nondimeno il tempo e l’istante si congelano, aprendosi in due e più parti che sono «hora del salto mortal». Perché ogni poema si compie a spese del suo autore e della sua propria vita.

Perciò presumibilmente lo scrittore etico ravvisa la sua più mirata contemporaneità in una apologia della disperazione quasi come unica risorsa critica. O, detto diversamente, Rosato possiede la perseveranza di un monaco innamorato della sua cella solitaria. Che è anche un modo di vivere col corpo e coi pensieri il nostro presente nei suoi aspetti maggiormente lancinanti, come già suggeriva in Morte segreta un ancora giovane Dario Bellezza. Con il quale, non certo a caso, Giuseppe Rosato ha aperto un dialogo di somiglianza in una poesia della sua ultima raccolta intitolata significativamente E dapò? (Book Editore 2020): «I’, pe’ mme, la paùre de murìreme / nen è nijènte ‘m bàcce / a queste de campà’». Ma ad essa fa da contrappunto, anche nel suo caso, il coraggio di vivere.

Recensione
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