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Le due scarpe sinistre dei poeti

« Lirica, sliricata, espressionistica, postsanguinetiana, protopasoliniana, visiva, sonora, neometrica, neoromantica, neocatacombale, maltusiana, manierata all’eccesso: è la poesia che si fa oggi. »

Di qui traggono l’abbrivo le Avvertenze con le quali principia Le due scarpe sinistre dei poeti (Fermenti 2015), un nutrito e densissimo mannello di saggi, stesi tra il 1996 e il 2014, intorno alle “avventure poetologiche” di autori impegnati sul versante di uno strenuo e solitario sperimentalismo: da Amelia Rosselli ad Andrea Zanzotto all’ ‘ircocervo’ Emilio Villa, da Velso Mucci a Gianni Toti sino a Piazzolla, a Edoardo Cacciatore, ad altri ancora. Tra questi troviamo inclusi anche Dario Bellezza, di cui è sottoposto a critica il ribellismo anarchico-romantico, e Alda Merini, mediocre e scaltra tessitrice di versi, definita dall’autore del libro, Donato Di Stasi, qualcosa come la Wanda Osiris delle poetesse (ad ogni buon conto Bellezza ha ben poco a che fare con lei, tuttoché proprio Merini rimanga agli occhi di molti il prototipo del poeta contemporaneo).

Quanto è intervenuto sul versante della poesia trasformatasi in un autoreferenziale partitario di retoriche e arcadie del tutto prive di ogni ambizione di ricerca e antagonismo, ha condotto secondo Di Stasi alla improvvida restaurazione di un lirismo al quale unicamente vengono riconosciute le più autentiche proprietà del poetico. Diversamente da tale vulgata, s’è avuta però una ondata di sperimentazione nondimeno sotto estimata e in ogni caso ignorata dai più.

Tra quel lirismo (deteriore, quantunque non tutta la poesia lirica lo sia) e la vera ricerca correrebbe per Di Stasi l’identica distanza tracciata a suo tempo da Claude-Lévi Strauss nel suo schema di passaggio antropologico dal “crudo” al “cotto”. Schema che trasposto nel disegno critico di Donato Di Stasi vale a un dipresso il percorso dal crudo dei “poetivendoli” sino al cotto dei poeti autentici. I quali ultimi, e qui si chiarisce il curiosissimo titolo, dibattendosi in un disperato volontarismo, possiedono scarpe consunte e scomode in mezzo a detriti e scorie di ogni genere.

Ecco, la prima cosa che serve puntualizzare è che il nostro saggista reca un contributo importante a una ricompitazione delle patrie lettere anche inducendo storici e storiografi a prenderne atto. Lo fa da studioso e da saggista provvisto di tutte le necessarie competenze, riaprendo percorsi e “sentieri interrotti”. D’altra parte la terza delle Avvertenze dichiara l’accordo con Pasolini circa il fatto che la “bella critica” debba essere letta alla stregua di un romanzo. Essendo anch’essa una narrazione che qui, nel volume, viene fatta iniziare con Arthur “l’enfant de colère” di Charleville, da distinguere dal poeta Arthur Rimbaud, il primo che abbia avuto la forza di sgretolare i valori residuali del “récit” poetico. Come si vede, siamo a pieno nel cerchio della modernità.

Nei suoi testi Di Stasi sviluppa una serratissimo confronto tra le varie istanze della letteratura poetica e, estensivamente, della nostra cultura e società letteraria. Gli esiti partitamente conseguiti andrebbero illustrati di saggio in saggio, questo va da sé, e in tutta evidenza anche discussi nelle parti più problematiche. Non è possibile ragionarne ora e non è questo il luogo – e lo si farà magari al riguardo di ogni singolo poeta.

Per intanto è da notare come l’intendimento dello studioso vada a concentrarsi su quegli autori che aiutano alla formazione di una rinnovata linea della poesia, così come all’uso di cui dovrebbero giovarsi studiosi e critici, specie militanti. Il che appunto avviene a fronte del riconoscimento di un deficit, che occorre obbligatoriamente compensare e correggere.

Così le dinamiche messe in campo trovano i loro più precipui sviluppi su una base materiale (con netta esclusione di qualunque trascendenza metafisica e, a maggior ragione, religiosa: si veda la singolare chiusa del saggio su Bellezza, in cui si evoca la domanda che il poeta romano pose un anno avanti la sua drammatica scomparsa riguardo all’esistenza di Dio). Allo stesso tempo quelle dinamiche si disvolgono su una base che è socio-politica e linguistico-filosofica. Sul piano politico e ove lo si preferisca ideale, alla ragione critica è imposto tassativamente il compito di sottrarre il lettore, acculturato e insieme colto, al manifesto progetto di ridurre a soggezione una massa di individui servendosi anche di succedanei e scarti del fare poetico.

L’altro piano attiene alla lingua come al pensiero, ed è quello più diffusamente praticato da Di Stasi date le competenze acquisite nel campo della filosofia. Utilizzato anche nel suo caso sperimentalmente per la definizione di una “teoria critica”. Tale infatti potrebbe essere l’approdo dell’intero suo lavoro – ancorché l’attenzione per la tecnica, o per i suoi presupposti, si sposti sul versante di una riflessione in grado di considerare quella tecnica non soltanto alla stregua di una abilità ma invece come attiva posizione nel mondo.

Il modello argomentativo distasiano procede comunque lungo capitoli e paragrafi rigorosamente ordinati in conformità ad una logica interpretativa che non vuol lasciare nulla al pressapochismo ed al caso, contrapposta al rapporto con un mercato ed un capitalismo che riuniscono sulle archeggiature del’eternità e sotto i ponti del sempre eguale quanto invece è per natura dinamico, aperto.

Alla fine emerge distintamente come il confronto che questo volume avanza in direzione della contemporaneità, pur virata su un passato recente in molti casi anche concluso, si muova benjaminianamente su una temporalità multipla giacché complessa (un po’ simile a quella che potrebbe definirsi la provvisorietà / revocabilità dei suoi asserti e delle varie configurazioni).

Se le parole non sono in grado - secondo quanto sostenuto nel Manualetto per giovani scrittori collocato in appendice, sotto il titolo Fenomenologia dell’agire poetico – di affrancarsi dalle figure della banalità, se ne induce il rischio di non poter più individuare nessun frammento di reale, di non possederne alcun ritaglio. Giacchè infine quelle stesse parole, rileva Donato Di Stasi, « misurano lo spazio e il tempo, cercano deliberatamente il bersaglio reale. Le cose, o hanno a che fare con se stesse, oppure si gettano nella totalità in cerca di quella solidarietà antichissima, espressa storicamente secondo la struttura del mito ». Anche in questo passaggio offrendoci preziosi spunti e un sempre rinnovato sprone.

Recensione
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