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L’intermissione dei cigni
Cinquantanove giorni alla frontiera della letteratura

Non è propriamente facile intervenire su un saggio – nella fattispecie L’intermissione dei cigni )a cui un semplice testo di recensione andrebbe stretto, laddove si tratta di scivolare all’interno dei suoi flussi di pensiero e scrittura. D’altronde il suo autore, Angelo Vannini, mandandomelo, non richiedeva la pronunzia di una definizione quanto una partecipazione forse a canone sospeso, aperto.

Ma volendo andare per ordine: Vannini è un giovane anconetano (anno di nascita 1982) che s’è creato le giuste opportunità per una formazione culturale europea. Vive a Parigi e ha insegnato all’Université Paris Nanterre e all’Université de Franche-Comté. Nel suo curriculum, si incontrano performances in diverse gallerie d’arte a Parigi e alla Triennale di Milano.

A Urbino, dove l’ho conosciuto, e dove presumerei abbia avuto alcuni tra i suoi più importanti incontri e con molta probabilità aver, se non proprio avviato, sicuramente rinsaldato gli interessi che l’hanno anche condotto a questo lavoro, ha soggiornato per qualche tempo. Ma prima, per lui, c’è stata Ancona, la città natale, ad antecedere tutto (rammento alcune volanti conversazioni in piazza a Urbino, dove ci si era incrociati, se ben ricordo su Traité du style di Louis Aragon e soprattutto su Le paysan de Paris che mi hanno stupito e che mostravano interessi già maturi).

Ma dicevo Ancona. E proprio a riprova il capoluogo dorico è il teatro dei primi movimenti delineati nel libro:

Cercavo di respirare un po’ d’aria salendo il colle Guasco, ascoltando i sussurri dei fantasmi, quando lui è arrivato. È arrivato col suo solito passo, la camicia parte dentro e parte fuori i pantaloni, e una voce – non francese stavolta -, ma spagnola. Una voce che querida recava in sé l’abbraccio, il sorriso negli occhi dell’amico, e un invito. «Pensa la frontiera, dico – fallo dove vuoi, come vuoi – non ti servo precisioni». Poi è partito col vento, al primo fiato.

L’avvio parrebbe narrativo e comunque introduce una modalità e una durata. Ma quel che è in cantiere più che un viaggio è una sorta di percorso verso un punto limite, come il sottotitolo rammemora nella sua sintesi: Cinquantanove giorni alla frontiera della letteratura. Dunque è questione di un andare che per il fatto di concernere la scrittura non può non intessersi di pagine e parole, pur se si possa pensare a una letteratura che è tale per sé, di là da ogni esplicitazione fenomenica.

Anche per questo esso lo è di un pensiero estetico che si nutre del passato come degli autori di una modernità da indagare. L’itinerario che dal colle Guasco si inflette nel mondo greco e in Platone batte sentieri non previsti, scivola giù verso chine imprevedute e fa della esperienza e delle emozioni qualcosa che è concetto eminentemente formale, nel senso che ne è protagonista qualcosa di formale, cioè la scrittura, ma una scrittura che tende a chiudersi in spazi di astrazione, come Vannini scrive, ma pur sempre possiede una propria materialità tant’è che egli ne evoca un fondamento di sincerità nel momento in cui essa esiste.

Come si vede, vengono messe in campo categorie complesse che non è qui opportuno discutere data l’esiguità dello spazio a disposizione. Se le ho introdotte, è per lasciar capire quello che è l’ordine del discorso avviato per di più alla volta di un limite, o se si preferisce della frontiera variamente evocata dai grandi pensatori-scrittori del Novecento, da Paul Celan a Adorno, ma simultaneamente dagli autori di una classicità che, per essere fondativa di tutto, è ampiamente contemporanea.

Tale spazio di frontiera Vannini lo attraversa con un’energia ermeneutica che non ignora i grimaldelli della filologia ma non se ne lascia imprigionare. Vuoi per un antiaccademismo congenito, e d’altronde stare in uno spazio di contiguità tra filosofia e letteratura non poteva altro che sortire tale effetto. Vuoi perché essa nel momento in cui compare è già data ed è in più qualcosa di misterioso, Gespräch im Gebirg, un conversare che è un tacere nondimeno conforme a un non tacere.

C’è un passaggio in cui Vannini si sorprende che le parole - anche quelle voci che gli arrivano nel momento in cui muovendosi a ridosso del porto di Ancona si trova di fronte a Santa Maria della Piazza - inquinano la letteratura. Dovremmo immaginare una letteratura il cui nucleo profondo prescinda da esse e, in effetti, ci sono stati interpreti (ad es. il Carlo Bo degli anni Trenta e prima di lui Rivière ma ancora altri) i quali pensavano che ogni schema formale o stilistico fosse retorica occlusiva di un senso poetico che però in qualcosa deve pur consistere.

Dietro una parola, è vero, stanno infiniti gradi di indicibilità. E se essa è esperienza di confine che si colloca in un luogo-non luogo, essa è alla fine linguaggio, sia pure nei modi complessi evocati da Benjamin, e per esso si ha anche da pensare a una sua genesi non astratta pur se ineffabile, pur se come in Dante viene da qualcosa che non appartiene a un singolo, anche se questi o chi per lui sia obbligato a dire ciò che soltanto può essere taciuto.

Infine, l’approdo segnalato per la letteratura parrebbe essere la sua tristezza, una triste gioia di cui Angelo Vannini ha trovato prova nei quattro versi, peraltro da lui tradotti, di una tanka o cortocanto pubblicato nel 1908 dal poeta Wakayama Bokusui. Versi nei quali compare la figura dei cigni di cui al titolo. Ma su questo, con un discorso che si sposta sempre in avanti e verso zone per cui si richiedono competenze sempre più raffinate, penso di non dover aggiungere nulla. Chi vuol sapere legga il saggio.

Altro ha maggiormente acceso il mio interesse:ad es., le riflessioni o inflessioni sulla zona di confine, o sulla soglia che non si arriva a superare, la Grenzland zwischen Einsamkeit und Gemeinschaft di cui ha scritto Franz Kafka nei Diari, o per utilizzare la metafora-principe della cultura ceca, la Praha. Qualche anno fa, coinvolto almeno all’inizio nell’organizzazione di un convegno su Paolo Volponi e volendo stimolare a percorsi non ovvi e non già battuti e ribattuti sul piano critico, proposi il titolo di ‘Volponi estremo’ a muovere da quanto interveniva nella testualità volponiana tarda. Il titolo rimase, ma i molti giovani studiosi che risposero all’appello preferirono svolgere le loro analisi partitamente sulle varie opere senza sguardi ulteriori.

È più o meno in quel passaggio d’anni che mi venne chiesta una tesi sempre su Volponi da uno studente che mi parve avesse dalla sua motivazioni essenziali. Si trattava del fratello minore di Angelo Vannini, Antonio. Per ragioni legate appunto a quella sua dimensione di necessità, Antonio Vannini non completò il suo lavoro rispetto al piano previsto. Ma l’impegno della tesi pur non portata al termine prefisso mantenne intatta la sua tensione. Ecco, mi piace qui pensare che lui fosse giunto a quella zona di confine in cui Volponi si era fermato in attesa che il tacere intervenuto in seguito alla sconfitta storica del suo progetto facesse risentire una sua voce. E in qualche modo Antonio Vannini, con la sua sensibilità e intelligenza, ne aveva afferrato la modalità sino al punto di doversene difendere.

Recensione
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