Servizi
Contatti

Eventi


Mabò lo straniero

Circa sessant’anni fa fu Pier Paolo Pasolini tra i primi a raccontare nella sua poesia quel processo di amalgama di culture e lingue provocato dalla (in quei tempi così nominata) frattura coloniale. Allora che, con il crescere dei flussi migratori, dal continente africano e comunque dal Terzo Mondo presero a risalire su verso l’Europa centinaia di migliaia di vittime di quel dominio violento e sopraffattore.

Così suonavano i suoi versi: «Ninetto è un messaggero, / e vincendo (con un riso di zucchero / che gli sfolgora da tutto l’essere, / come in un mussulmano o un indù) / la timidezza, / si presenta come in un areopago / a parlare dei Persiani». E immediatamente dopo: «I Persiani, dice, si ammassano alle frontiere. / Ma milioni e milioni di essi sono già pacificamente immigrati, / sono qui, al capolinea del 12, del 13, del 409, dei tranvetti / della Stefer. Che bei Persiani! / Dio li ha appena sbozzati, in gioventù, / come i mussulmani o gli indù: / hanno i lineamenti corti degli animali, / gli zigomi duri, i nasetti schiacciati o all’insù, / le ciglia lunghe lunghe, i capelli riccetti. // Il loro capo si chiama: / Alì dagli Occhi Azzurri».

Questo suggestivo testo poetico, che chiude appunto il volume di Alì dagli Occhi Azzurri del 1965, reca nel titolo Avvertenza e si appaia idealmente a un altro, Profezia, dedicato a Jean-Paul Sartre che aveva raccontato allo stesso Pasolini la storia appunto di Alì. Tutto ciò non a caso, atteso che proprio il filosofo francese negli anni successivi al secondo conflitto mondiale, esattamente nel 1948 con Orphée noir che era il saggio introduttivo alla senghoriana Anthologie de la nouvelle poésie nègre et malgache de langue française, aveva introdotto nei corretti modi storici e ideologici all’interno della cultura d’oltralpe e europea quella che sarebbe stata definita la «mise en débat(s) du fait colonial», così in seguito Romain Bernard in Mémoires d’empire uscito nel settembre 2006. Memorie imperiali che erano state tra le altre opere anticipate anche dal giovane emigrato raccontato poeticamente da Pasolini: «Alì dagli Occhi Azzurri / uno dei tanti figli di figli, / scenderà da Algeri, su navi / a vela e a remi. Saranno / con lui migliaia di uomini / coi corpicini e gli occhi / di poveri cani dei padri» (è, come si intuisce, ancora Profezia).

Da ciò che sappiamo, considerata la questione da un altro punto di vista, la diatriba coloniale, o post-coloniale, si sarebbe rapidamente trasformata in questione sociale, questo in Francia e nel Regno Unito (da noi tutto sarebbe accaduto più tardi). Ma accanto a considerazioni sempre vissute e orientate con gli occhi e gli interessi degli antichi ed eterni colonialisti, c’erano vivi e urgenti i problemi dei tanti Alì che approdavano nelle nostre nazioni. Al di là di ogni vulgata coloniale, esistevano e facevano questione le tante soggettività esulcerate e ferite.

Nel suo testo Pier Paolo Pasolini introduce anche il tema della concorrenza tra i poveri, cioè a dire di tutti gli ultimi ed emarginati tra loro, contrasto che egli risolve utopicamente nell’alleanza auspicata e necessaria tra i calabresi del suo racconto in versi, cioè i nostri emarginati, e gli Alì sbarcati in Italia. Eravamo nei primi anni ’60 (nell’Indice Profezia ha segnata la data del 1962-64 e ancora l’ideologia neo-capitalistica del boom non aveva travolto le nostre coscienze). Comunque, dopo d’allora, i nostri letterati e poeti, anche quelli che si volevano ideologizzati comme il fallait e soprattutto all’avanguardia, non coltivarono in nessun modo questa linea.

Stupisce perciò non poco che quell’ordine di problemi, appunto dimenticati da tanti, e che sappiamo essere gli stessi dei nostri giorni schiacciati sulla globalizzazione, compaiano in una raccolta inedita di Marino Piazzolla: una sessantina di lasse (tanto scrive Stefano Lanuzza nella sua introduzione, testo di riflessione e indignazione civile), riaffiorate tra le carte lasciate da Marino prima che ci lasciasse all’amico che insieme a Gemma Forti avrebbe assunto la sua eredità culturale e morale difendendone e diffondendone le opere, cioè Velio Carratoni.

Mabò lo straniero, tale il titolo della visionaria raccolta, pubblicato nel marzo 2021 dalla Fermenti in collaborazione con la Fondazione Marino Piazzolla, va felicemente ad affiancarsi alla scoperta, sempre post mortem, di un Piazzolla sperimentale e al tempo medesimo criptico (Hudèmata) e ancor più a un Marino Piazzolla artista plastico che anche nelle sculture si esercita in un premente confronto con le ombre e i fantasmi di un passato oscuro (e qui il riferimento va alla davvero straordinarie e impreviste mostre di Castelbellino allestite negli anni passati, purtroppo quando erano aperte visitate da pochi – ma ora si spererebbe di supplire a questo vuoto con l’approntamento di una Sala Piazzolla negli spazi previsti a ospitare il Fondo delle Opere che dal deposito sono passate in questo ridente e bellissimo borgo collinare delle Marche centrali, tra la città di Iesi e i territori che furono familiari a Luigi Bartolini).

L’avvio di Mabò lo straniero espone la inedita (cioè non prevista dalle nostre sociologie e filosofie e dai prontuari del tempo) alienazione individuale. «Siccome non ho nulla / mi sembra di non essere; / mi sento come un sasso. / Le idee se ne sono volate / ed è vuoto il mio capo.» Per tutti, per la società all’intorno come per le istituzioni, l’individuo diverso appare “inessenziale”. Anzi, è un elemento da asservire con spietatezza alle finalità generali, tanto del senso comune come di un’economia dell’accumulo e dello sfruttamento.

Tutto questo è nei versi di Piazzolla un’ombra mai rischiarata e mai sedata che ci si porta dentro nella mente e nel corpo. Un Nulla, una estraneità che si potrebbe ricondurre ai sensi e alle rivelazioni della coscienza étrange, abusata, sconvolta dalla vita stessa. L’io poetico e degradato di Mabò (oggettivo, ma forse anche una proiezione di Piazzolla in un senso che interroga la morale e insieme lo spirito religioso), analizza ed espone l’“atomizzazione”, la “dispersione”, in una sorta di fenomenologia formale dell’individuo contrapposta alla fenomenologia del gruppo cui arride secondo il potere ogni sovranità.

«Se oggi morissi / nessuno mi piangerebbe. / Sono troppo lontano da me, / per ricordarmi di vivere. / Sono quasi una cosa / a cui la morte è forse / lo stato naturale.» «Un giorno spaccherò la mia vita / per vedere com’ero fatto / prima della condanna / ad essere un altro / con queste mani gonfie / d’umana impazienza.» La deliberazione razionale-volontaria (per dirla al modo sartriano) sopraggiungerà ma in un momento ulteriore, dopo la scoperta primaria. Ed è il ritrovamento di una vera natura dell’uomo, l’ «umana essenza» a suo tempo sottratta «colla falsa pietà».

A tale fine, una versificazione semplice ma efficace e diretta, precisa nei suoi caratteri, senza sovrattoni e strappi che ne ledano la persuasività e la logica, esibisce un sistema dell’alienità che potrebbe richiamare i percorsi dell’esistenzialismo se non fosse che il richiamo costante va non già alla diversità ontologica ma a quella del concretamente vissuto e subìto, e riconduce inequivocabilmente a una frantumazione indotta dal sistema della depredazione.

Quel senso acuto dell’irrelatività, lo stesso richiamo fatto nel titolo all’étrangeté, trascinano impetuosamente alla mente Albert Camus e il suo Straniero. Essendo Marino Piazzolla cresciuto – dopo esperienze italiane ben introiettate ma anche presto superate – in Francia anche in un rapporto di conoscenza e di frequentazione con alcuni numi basilari della letteratura francese (Paul Valéry, Gide) e con certo surrealismo ribellistico e giovane, non sarebbe fuori luogo pensare a un influsso anche camusiano.

Ma, sin dal titolo, già nella prima composizione, la stessa riportata più sopra, il suo “straniero”, appunto Mabò, è esattamente l’opposto dell’Etranger camusiano. Viceversa viene da subito assunto il punto di vista di una coscienza non inerte in-sé ma invece protesa a superare la situazione. Tornando al libro di Camus, non certo il punto di vista del Signor Tout-le-Monde che ci espone le sue angosce e défaillances, ma semmai degli algerini cui Mersault, quel signore, spara e di cui la narrazione non si prende cura non ritenendo di doverlo fare (così che il libro come si sa, prototipo alla sua uscita di letteratura coloniale di cui non ci si accorse, sarebbe stato poi corretto da Camus con L’Exil et le Royaume prima della sua scomparsa).

All’incontrario l’io poetico delle strofe piazzolliane intona il proprio linguaggio a quei vacillamenti dell’esistente e – nella seconda parte – a un necessario agire-libero di un soggetto che cerchi di comprendere la trama di scelte che costituiscono l’essere stesso dell’uomo. Infine, sottratto il materiale culturale e filosofico come banda e spiegazione ultima della poesia e più particolarmente di questa poesia (Piazzolla insegnava filosofia e aveva conoscenza di prima mano della poesia francese e non solo di quella), la figurabilità dell’evento di Mabò lo straniero viene a ricondursi a un insieme di sensi ad un tempo storici e soggettivi, legati a una acuta intuizione del proprio tempo e di quello futuro.

La scrittura codificata nella prima persona, come abbiamo detto, si trincera in una dimensione interiore, anche di responsabilità soggettiva, la cui significazione viene fatta avanzare alla volta dei lettori in un coinvolgimento che impedisce le facili salvezze. Al modo, lo si ricorderà, dell’hypocrite lecteur a cui con spietata lucidità si rivolgeva Baudelaire. Ma in Piazzolla l’ipocrisia si identifica con una scelta politica di decisioni che costringono gli esclusi a vivere come automi e offese al creato.

Afferma il personaggio e insieme l’io poetico di Mabò: «Se tu vedi sudare un albero / esso porta il mio nome.» Un’eco eluardiana sigla l’intima integrazione del soggetto, la risoluzione del suo sradicamento anche infine nella rivolta. Pertanto: «Verrà il tempo/ delle spighe per tutti». O potrebbe venire, persino con l’ausilio della poesia. Insomma, Piazzolla si mostra a tutti gli effetti un autore che si rivela e conferma al tutto contemporaneo. E ciò che è straordinario nei suoi versi, è la capacità di un’autoanalisi che descrive dall’interno un inferno esistenziale al contempo sociale e storico.

P. S. – Si diceva poco sopra della meraviglia che ogni volta interviene alla lettura delle carte inedite di Marino Piazzolla: in raccolte organicamente composte che eguagliano – quando non le trascendano apertamente – le qualità delle opere più riuscite, da Lettere della sposa demente a quell’Esilio sull’Himalaya che attirò l’attenzione di María Zambrano, dalle pubblicazioni in lingua francese negli anni ’30 sino a I detti immemorabili di R. M. Ratti. Si passa di stupore in stupore, ma insieme di scrittura in scrittura (atteso che Piazzolla credeva nella forza di una poesia libera dal peso delle formule letterarie, degli stili che le pesano addosso). Ma proprio per questo è arrivato il momento di affrontare il patrimonio poetico che ci ha lasciato con le armi di una critica che si nutra anche di supporti filologici.

Recensione
Literary © 1997-2021 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza