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Diviso in tre parli. "Oscillazioni", "Attese" (che dà il titolo all'intera raccolta) e "Brevi incontri" (prose nelle quali non di raro si respira la poesia, ma interessanti anche per il contenuto, il colore, il linguaggio), il volume di Ferdinando Banchini racchiude versi pieni dì movimento (si legga, per esempio, il componimento che ha per titolo "Nubi", con quel sogno-aspirazione finale quasi apocalittico degli "angeli balenanti'a capofitto su noi ombre inchiodate a fingere io rota") Una poesia melica, musicalmente dolce, che legheremmo volentieri alla ancora non offuscata – contro il parere di certi cinici – corrente del Realismo lirico

In Attese c'e descrittività sapiente e colorata quel tanto che basta per dare alle cose, ai paesaggi, agli ambienti, non soltanto la loro identità, ma anche sapori e profumi, com'è di quel lieve – indolente lo definisce d poeta – gioco d'un "soffio | di vento salso fra gli ulivi" C'è movimento – dicevamo – e il vento ne è l'anima, l'espressione più pura Il vento dà respiro al mare, trasporta i richiami, dà voce all'erba, alle piante, il vento serpeggia per ogni dove, sommuove, rende vive per fino le ombre che, non statiche, dimostrano addirittura una bella persunalità se è proprio un "gorgo d'ombra" che controlla il poeta, lo "spia dall'invisibile". Il vento è rivoluzione, penetra e sconvolge gli inverni, le ansie, i voli e "consente" "all'amore, particola di silenzio".

Banchini vive a Roma, ma il paesaggio che si respira in questi versi non è tipico né della grande città, né della campagna laziale. La città è definita luogo "di fughe e di ferite" in cui egli s'immerge costretto dall' "esilio aspro del giorno" e dal quale anela – immaginiamo – allontanarsi per una catarsi di cieli limpidi, di mari aperti e calici, di campagne non contaminate. Il paesaggio da lui descritto e sognato è solare e smosso, quasi da sud semitropicale, stracolmo di ori, di luminarie, ma anche di ombre intense, nette, come marcati contorni di certe fascinose pitture; è il paesaggio di un ambiente forse ben radicato nel suo cuore, di un paese reale e fantastico nello stesso tempo, che gli è sorriso e fiore, dove tutto è puro non tanto nella corposità compositiva (acque, terra, aria, erbe, flrutti...), quanto nell'intimo, se è vero che l'inquinamento più inossidabile che sta mandando a picco il mondo è proptio quello del nostro cuore (si legga, a proposito, la lirica "Desertificazioni").

Siamo, allora, in presenza di una religiosità generale e la natura è parte del progetto divino alla cui realizzazione l'uomo è stato chiamato fin dalla creazione. Banchini è alla ricerca – e in attesa – di un Dio che in lui a volte si fa "tenebra e silenzio", non nel senso nichilista, del nulla, ma dell'incognito, dell'incommensurabile, dell'inconoscibile, che ciascuno di noi ha almeno una volta avvertito in fondo al proprio animo. ll Signore, presente nello splendore del Creato, è Colui che ci scava e ci rende inquieti, sicché il nostro cuore di continuo oscilla sopra cupo burrone In Lui, solo in l,ui è la nostra quiete.

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