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In particolare chi ha vissuto l'ultima guerra apprezzerà la bellezza di questo libro autobiografico di Walter Nesti. E' la storia della maturazione di un ragazzo che, all'inizio, non sa capacitarsi dell'inferno dell'esistenza e non riesce a credere come persone care, o a lui vicine, possano scomparire all'improvviso - quasi fantasmi - ghermiti dalla morte e in modo così tragico. Ma sarà sufficiente una sola Estate di fuoco (Giunti/Marzocco Editore) a fargli capire quanto tragica e precaria è la vita umana.

La maturazione avverrà toccando con mano l'assai mobile faccia di gente che, dal considerare atti criminali le azioni partigiane, arriverà poi, in poco tempo, a sciacquarsi la bocca con la parola «partigiano» e si vanterà d'aver fatto quella resistenza che nella realtà ha, invece, sempre osteggiato; avverrà ascoltando lo stillicidio delle notizie di feriti lasciati a dissanguarsi da un popolo pecorone e «cristiano»; tra bombardamenti e cannoneggiamenti senza senso; tra il crepitare della mitraglia e i sempre presenti polveroni che, una volta diradati, fanno vedere mucchi di rovine e case dalle cui stanze occhieggia l'azzurrità del cielo. Ma, in particolare, tale maturazione avverrà tra feriti che non si lamentano e sani che gemono come feriti.

A poco a poco, dunque, il ragazzo comprende l'atrocità del momento, anche se la natura circostante ‑ l'autore sembra voler sottolineare questo dualismo ‑ e l'istinto giovanile lo spingono al sogno e all'abbandono. Così, egli spesso sembra vivere in dormiveglia, tra la cruda realtà che gli mostra il marcio di tutte le cose e lo spinge ad aguzzare l'ingegno e la sua indole, la sua aspirazione di pace e di tranquillità; così non può fare a meno, errando per la campagna e i boschi, di notare i larghi ombrelli dei pini con i rami incrociati quasi in amoroso abbraccio, gli alberi più radi cedere i1 posto alla vampa del sole che brucia il grano giallo, o le rade striscie di sole che, forando le chiome dei pini e delle querci disegnano sul muschio strani arabeschi. Tutto un mondo di poesia, dunque, che i grandi forse non rilevano totalmente presi come sono dagli avvenimenti dolorosi che il ragazzo avverte ma che quasi - e fortunatamente - subito cancella. La guerra, in tali momenti, sembra lontana e la bellezza e la vita sembrano avere il sopravvento sull'orrore e la morte. La tensione si allenta e per naturale istinto quasi si dimenticano calamità e pericoli. Tuttavia anche nei momenti tragici, incessante è il frinire delle cale, quasi che, per loro, non esista dramma. Nel libro, cicale e aerei sono due presenze continue, quasi due contrastanti divinità: le une il bene, gli altri il male.

Il ragazzo passa da un'osservazione all'altra. Osservazioni che, a volte, potrebbero apparire ben strane se viste dall'angolazione del protagonista: I tedeschi rappresentano un pericolo qui in terra, ma lassù nel cielo sono completamente innocui. Inversamente gli alleati sono terribili nel cielo, 1'aria solcata da potenti formazioni da bombardamento o da squadriglie di caccia mentre qui, in terra, sarebbe intensamente gradito il loro arrivo; oppure: le bombe non guardano in faccia nessuno e non distinguono fra italiani e tedeschi.

Man mano che i giorni passano maturano gli eventi, anche la mitologia sugli alleati si trasforma e si deforma, diventa anch'essa inferno: loro, i liberatori, non sono migliori dei tedeschi - pensa addirittura il ragazzo -; non importa un bel niente a loro se con i cannoneggiamenti e i bombardamenti provocano tra i civili migliaia di morti e di feriti.

Prosa lineare, semplice. L'opera è tutta bella, ma ci sono pezzi che eccellono per umanità e movimento, come quello, per esempio, che descrive la corsa del ragazzo dal casolare al paese; le sue soste col cuore in gola e l'orecchio teso a captare il minimo brontolio preannunciante l'arrivo degli odiati aeroplani; il passaggio a freccia lungo la cinta del cimitero; il dimenticar di tutto, improvviso, alla vista dei coetanei intenti al gioco del sassolino.

Personaggi ben caratterizzati, indimenticabili anche quelli descritti con pochi tocchi. E non mancano le macchiette, come quella del Cintelli, pauroso, la cui principale occupazione è la bestemmia e che nell'ora del pericolo si copre goffamente la testa con la giacchetta e recita avemarie e pater nostri.

Recensione
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