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Prefazione a
La belle Denise
di Mauro Marzi

Roberta Degl'Innocenti

La belle Denise, l’ultimo romanzo dello scrittore toscano Mauro Marzi segue i due precedenti lavori: Zita, l’uomo che ascolta e Tutti gli uomini bevono vino. Tutte le opere, e sarebbe improprio chiamarle un trittico, presentano differenti trame, ambientazione storica e contenutistica però hanno almeno tre punti in comune: l’attenzione profonda dello scrittore verso la donna, la dignità dei personaggi e il fatalismo che alimenta le storie.

Paris, début du siècle (1900), Montparnasse e Montmartre, il cuore dell’arte e della vita cittadina. La Parigi dei bistrot, delle donne in calze nere di Toulouse-Lautrec, o la donna dagli occhi vuoti e il collo di cigno di Amedeo Modigliani. Un bordello di lusso, o almeno frequentato da ricchi “avventori”, e tanti fiati di donna, nella casa di tolleranza dove il ritmo del tempo è scandito da ordini secchi, dai passi ovattati sulle scale, dai respiri, dai gemiti. Primo piano, secondo, ultimo, in base alla giovinezza e alla bellezza. La Camera Grande: un obbiettivo fino all’approdo dell’estrema spiaggia:  il famigerato ultimo piano, luogo di crudeltà, prima dell’abbandono.

Margot, Denise, Fleur, Violette: fiori, margherite strappate al verde di un prato, fiori leggeri, impalpabili, oppure dai colori violenti: rosso sangue. Fiori di vita e d’amore. Amore e morte: un connubio romantico e terribile.

Potrebbe sembrare assurdo e contraddittorio, rispetto a quello che ho espresso in precedenza, parlare di un inno alla vita, o forse in misura maggiore all’amore, in questo romanzo dove molti dei personaggi vengono, per diversi motivi, a mancare? Eppure vi si respira un’atmosfera positiva, a dispetto degli eventi, della drammatica sequenza, quasi a immagini, che lo contraddistingue. Le azioni  si svolgono, in un primo tempo, nella rarefatta atmosfera d’una Parigi che l’autore ha sapientemente ricostruito negli usi, nell’impianto urbanistico della città e perfino nel linguaggio di certi particolari.

I personaggi femminili condividono uno struggente anelito di vita in un volo che non si può identificare nell’Icaro dalle ali di cera. Quando tutto appare perduto ecco che la speranza s’impadronisce di loro, di un sentire comune, lo esalta.

Mauro Marzi, che ricordiamo nel romanzo Zita, l’uomo che ascolta: un fervido preludio al femminile nella grinta della diversità che si fa forza, coraggio, irrequieto raccontare  e Tutti gli uomini bevono vino, preciso affresco corale di una società che cambia attraverso gli orrori della guerra e ricostruisce con le ansie e gli aneliti di un nuovo inizio, in questo terzo romanzo ha cambiato registro narrativo: lo stile si fa rapido, avvolgente, il linguaggio moderno, il ritmo incalzante. I dialoghi, pressoché assenti nei precedenti scritti, divengono parte importante e vitale del romanzo stesso. Impariamo, così, a conoscere le protagoniste attraverso le loro parole, attraverso un pensiero che fluttua e riesce a condurre la storia o le storie. L’atmosfera è decisamente romantica, vi si respira una dolcezza che stempera la crudeltà di certi avvenimenti dei quali diveniamo partecipi, nostro malgrado.

Così le nostre-vostre eroine sono esenti da ogni colpa, non possiamo che assolverle come assolviamo noi stessi, in questo sottile fatalismo che incombe sulla vita, la invade, la trasforma. (Al ritorno sarai leggera come una piuma, così per la prima volta le potrai scendere volando. Sarai leggera e silenziosa come un aliante, scivolerai nell’aria come un sospiro sereno). Queste sono parole che Denise rivolge alla sfortunata Fleur  che sceglie l’amore. Amore e Dolore, ancora Amore e Morte.

Nel percorso dei protagonisti si avverte il cuore di Mauro Marzi, esperienza comune agli altri due libri, il suo trascorso emotivo è trasferito al vissuto dei suoi personaggi. Per cui la belle Denise non è fuori dal tempo perché un secolo la precede dal nostro sentimento. Il sentimento del tempo è comune ad ogni evento, travalica la storia, s’impadronisce di un sogno, di una carezza rubata, di un ansito animale.

L’epigrafe del libro è tratta dalla canzone Via del Campo di Fabrizio De André, splendidamente attuale e pertinente al romanzo. Nella ragazza dagli  occhi color di foglia c’è comunque una sorta di candore, di inconsapevolezza. Ancora assenza di giudizio, e un messaggio di speranza: nascon fiori dove cammina. Se esiste colpa vi è anche l’assoluzione.

In questo universo al femminile, spesso rappresentato in situazioni di degrado, alcune terminali, si avverte il malessere dell’autodistruzione, di un’accettazione condivisa. Donne segnate da un’infanzia negata che si nutre di dolori, privazioni, violenze, vedi l’esperienza terribile ricordata da Margot. Esiste una forma di riscatto morale, però, (la ricerca o l’inno alla vita del quale parlavo prima). Donne la cui vita è scandita da un ritmo, un movimento del corpo, un desiderio da soddisfare. Scelte quasi per condanna, fino a che avviene la scelta vera, la scissione, la decisione da o per se stesse, la fuga per un amore, la voglia di un figlio, la scelta di un figlio, un amore che rimane intatto anche quando Fleur decide di interrompere la gravidanza e ci regala alcune delle pagine più toccanti del libro. La passività delle nostre eroine, viene annientata dalla forza, dalla decisione, e qui entra in campo Denise, la più bella e desiderata, che l’autore chiama nella titolazione.

Denise che sceglie la fuga per un figlio, quasi una rinascita. Un addio romanticamente espresso: “Le strade sono già addobbate per la festa…”.

Denise, che ha il coraggio di fare un’accurata disamina di una vita-non vita, sceglie, come dicevo prima, la fuga: il volo solitario dell’aquila, anziché continuare un percorso del quale conosce in anticipo la fine.

Questo libro ha il fascino della coincidenza degli opposti: è romantico e crudo allo stesso tempo o, comunque, con la medesima intensità. E’ poetico quanto basta per coinvolgere la mente in immagini flessuose e suadenti e nello stesso tempo vero nella misura in cui una verità ferisce e porta a un ragionamento difficile da accettare. Tali opposti convivono e fanno condividere al lettore tutte le emozioni che hanno determinato la scrittura. E poi il dialogo dei personaggi, a volte complesso, uno scavo interiore, spesso scomodo, teso a evidenziare le contraddizioni, i soprusi, i desideri inconsci: un’autoconfessione, una consapevolezza matura e sofferta.

Mi riallaccio proprio alla parola sofferenza perché ritengo che sia proprio nelle situazioni estreme, fatte di violenza fisica e morale, nella prostrazione che conduce gli eventi e sorprende la vita che il romanzo svela le sue pagine migliori, senza che la crudezza di linguaggio si trasformi mai in volgarità.

Per contrasto altri momenti di bellezza sono dati da oasi di poesia, passaggi di grande efficacia. L’accostamento della natura agli eventi, attimi sospesi, rubati al tempo, alla storia. La medesima storia che, nell’ultima parte del libro, ci porta in Italia sulle tracce di un vissuto da ricomporre come un puzzle.

Firenze, la città degli uomini di marmo, Firenze raccolta: conchiglia attraversata da un fiume è teatro degli ultimi avvenimenti e dell’epilogo del quale, ovviamente, non è opportuno svelare la trama.

Un crescendo di sentimenti dove anche la razionalità ha una sua precisa collocazione (l’uomo o la donna in questo caso) divengono artefici e protagonisti del loro destino fino a che il desiderio di vita si ferma e s’inginocchia.

Parigi magica e terribile sembra lontana anni luce. 

Allora immaginiamo ancora una volta Denise e Margot, fumare una papirosy, celiando su “la piazza delle illusioni”. Tra un attimo saliranno verso il Sacro Cuore. (Il fumo dei fuochi d’artificio si era ormai dissolto, all’orizzonte prendeva forma un’alba color sangue, la punta della Torre Eiffel tagliava il cielo terso di Parigi). Ancora angeli, ancora demoni, un confine sottile, un respiro sudato. Ancora Amore, Amore e Morte.

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