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Prefazione a
Voli paralleli
di Alessandro Perugini

Roberta Degl'Innocenti

Sono sei i racconti che compongono Voli paralleli, opera prima del giovanissimo scrittore fiorentino Alessandro Perugini: sei storie d’anima. Quello che potrebbe sembrare un precoce esordio letterario, risulta invece essere un felice connubio fra la fantasia e uno stile già personale.

Un gruppo di voci, una coralità, anime che parlano, sognano, gridano, però sempre in maniera sommessa- sottovoce– la loro unicità d’intenti e di pensiero. Voci diverse, trame differenti intersecano i racconti, anche di lunghezza non eguale, infatti “La perdita del silenzio”, il primo racconto del libro, è molto più lungo degli altri, quasi il preludio di ciò che potrà rappresentare in futuro, un momento ancora più importante per l’autore: la stesura di un romanzo.

Ma torniamo a Voli paralleli: l’autore ha voluto un titolo già di per sé chiarificatore. La prima parola, voli, ci riporta ad un desiderio ancestrale di libertà, ad una fantasia che trasmigra, fuori da ogni possibile costrizione, traducendosi in un soffio di celeste meraviglia. La seconda parola, paralleli, indica tutte le vite con le quali veniamo a contatto diretto perché entrano silenziosamente nella nostra vita, accarezzano il pensiero o lo frugano; sono spesso vite che respirano la medesima ansia salvifica e percorrono sentieri comuni, pur restando fermo il destino del non incontro, del non conoscersi o riconoscersi.

Quindi, stabilito il significato del titolo, salvo differenti sfumature, e la composizione del libro, viene da chiedersi cosa unisce queste anime, quale è un loro denominatore comune, o meglio in che cosa l’autore le rende simili, seppure diverse?

La più evidente chiave di lettura è quella poetica, pur trattandosi ovviamente, come si evince dal contenuto e dalla forma, di un libro di narrativa; esiste un timbro lirico inconfondibile che è quello della poesia, alla quale l’autore si rivolge in maniera più o meno consapevole.

In secondo luogo è necessario fermarsi ad ascoltare tutte queste voci: un mormorio, un fiume che scorre, leggero, sui sassi, quasi la segretezza di un canto. Voci che non sovrastano, che non cercano di attirare l’attenzione e di sconfiggere il silenzio ma ne rappresentano un dolce sottofondo. Insomma, per usare anche un titolo caro allo scrittore, questo libro è, fondamentalmente, un coro di voci.

Le unisce anche un altro sentimento importante: la malinconia, ed ho parlato di sentimento perché spesso la malinconia è un sentire comune, un fermarsi ad ascoltare la propria interiorità, un singulto non trattenuto, un sorriso che diventa rimpianto.

Analizzo brevemente i racconti.

Il primo, “La perdita del silenzio”, sono una o due storie di solitudini che si incontrano: uno scrittore stanco anche della propria ispirazione e in cerca di nuova linfa vitale incontra un giovane sbandato. Nasce un’amicizia. Nelle pagine si avverte incessantemente il passaggio del tempo: ciò che oggi vediamo, domani non sarà più, la precarietà dell’uomo, quasi un’immagine sbiadita che cerca di afferrare un piccolo spazio nell’eternità. Questo silenzio così importante, perché permette di ascoltare e di ascoltarsi dentro, non poteva non farmi pensare a Emily Dickinson. – Non sopportavo di vivere – ad alta voce | mi vergognavo talmente del chiasso.

Nel corso del racconto ci sono frequenti citazioni letterarie, di costume e di cinema che indicano le conoscenze del giovane autore e come lui si ispiri a ciò che ha colpito la sua intelligenza e fantasia.

Alessandro Perugini ricorda La voce della luna di Federico Fellini: solo i pazzi e i sognatori parlano alla luna a solo a loro essa risponde narrando le sue storie – ci dice. Colpisce questo momento magico che unisce Antonio e Michele, i due protagonisti, quasi un’empatia, un’unione che si manifesta anche solo semplicemente in una vicinanza epidermica: sono due anime sole, le accomuna, in quel preciso istante, un unico desiderio di unione con la natura; la sensazione di essere un piccolo punto.

Il secondo racconto, “Pianto indiano”, è pervaso da un senso di fatalità, il destino di fronte al quale l’individuo può solo inginocchiarsi. La vita e la morte sono eguali alle stagioni, bisogna accettarle come un fatto logico, nel ritmo incessante del tempo. Nulla si ferma, l’uomo e la natura sono una continua trasformazione e gli eventi, talvolta disperati, che paiono una sorta di presagio della morte, sono forse le uniche certezze.

Bankim, uno dei protagonisti, dice: – le parole non fermano il tempo, non lo fanno tornare indietro –. Nella frase è insito tutto il significato di questo intenso spaccato di vita, scandito dai ritmi lenti, quasi smarriti, di un sogno che si perde lontano.

Nel testo più breve del libro, che troviamo subito dopo e che ha un titolo abbastanza curioso, “Lo sciopero del desiderio”, un uomo decide di partire e lasciarsi alle spalle legami e sentimenti – la vita scorre come un fiume, senza sapere quale sarà l’ultima fermata –.

Però continue concessioni al lirismo, insito nella prosa di Alessandro Perugini, le troviamo ancora di più nella struggente storia “’L’ultima poesia”. Un paese deserto, immerso nella rarefatta atmosfera che invita alla malinconia. Vi troviamo il protagonista ed Anselmo, fedele custode delle memorie riportate nel presente con una poesia per ciascuno degli abitanti estinti. Per non morire, non spiritualmente almeno, anche se il corpo è già deposto al cimitero. Questi sono i suggerimenti che l’accaduto porge all’io narrante, affascinato da un brulicare d’anime, rumori, vite sepolte ma che echeggiano nell’aria, come eventi sospesi, anche grazie ad Anselmo.

L’ultimo regalo, la poesia per Anselmo alla sua morte, appare come un dono e aggiunge una nota di serenità al racconto, giocato sul filo del ricordo, che esula dal piano personale, per inserirsi in un contesto più ampio: il respiro degli abitanti di Pratovecchio con le loro vicende, dolci e amare, il riso e il pianto, come sussurri dell’esistenza terrena. Un breve richiamo al capolavoro di Edgar Lee Masters, almeno nell’idea se non nella forma.

Un sorriso aperto, invece, ce lo strappa "Il guinzaglio", felice storia di cani che l’autore conclude, tornando ancora una volta poeta, con una lirica che ha per titolo Poesia del cane randagio.

Lascio per ultimo il racconto probabilmente più riuscito: “Coro di voci”. Una malattia ormai terminale, un luogo di dolore che si trasforma, con l’aiuto di ricordi pur confusi, in frammenti di memoria viva e partecipe nello sguardo d’un quotidiano dal quale si può carpire la figura d’un albero carico di mele, ancora da raccogliere. Il racconto si sviluppa per immagini, quasi come un film, mantenendo un timbro narrativo dolce e accattivante. Domenico, in quelle brevi, interminabili ore che lo separano dalla morte non è solo, non desidera essere solo, un coro di voci lo accompagna, lo raggiunge attraverso i vetri della finestra, penetra dentro le mura; voci che divengono amiche, compagne della vita che piano si allontana. Ancora un intenso fatalismo pervade il racconto che si snoda così fra un sentimento di vita e un preludio di morte.

Vogliamo sorridere a Domenico, che immagina di correre insieme alla compagna Silvia in un prato, interrotto soltanto da cespugli di ginestre? Auguriamoci di sì, in modo che ogni stagione sia un coro di voci da ricordare, accarezzare o semplicemente stringere in un pugno, assaporando il profumo dell’erba appena tagliata.

Concludo dicendo che ho preferito entrare in punta di piedi nel merito di ogni racconto –più che nella forma di scrittura chiara e scorrevole- con l’intento di lasciarne intatta la suggestione al lettore.

Tuttalpiù ho posto una traccia, percorso la via che l’autore ha indicato, catturandone il respiro, l’ansia e la malinconia distratta di un Pierrot in bianco e nero, dimenticando i colori del mondo, in un mondo dove Nulla si sa e tutto s’immagina, trasformandoli nel coro che sovrasta il silenzio.

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