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Sergio Corazzini, poeta

Conferenza tenutasi a Firenze
presso il Centro Socio Culturale “Il Fuligno”
con il Laboratorio di poesia
dell’Accademia Vittorio Alfieri
giovedì 7 aprile 2011

Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lacrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici Poeta?

Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
Le mie gioie furono semplici,
semplici così, che se io dovessi confessarle a te
arrossirei.

Oggi io penso a morire.

Inizio la mia conversazione su Sergio Corazzini con i suoi versi: parole di malinconia, parole di consapevolezza. Molto dei suo sentire, della sua poetica, della sua vita stessa, le possiamo davvero racchiudere in questi versi che sono tratti dal testo Desolazione del povero poeta sentimentale dal Piccolo libro inutile.

Il suo destino, il breve passaggio in questa vita terrena, una sorta di tenerezza, che provoca e sollecita la nostra mente, hanno indotto a chiamarlo spesso il poeta Fanciullo (come lui stesso si definisce pur rifiutando la definizione di poeta, come poi vedremo).

Sergio Corazzini nasce a Roma il 6 febbraio del 1886, sotto il segno dell’Acquario quindi. I genitori, Enrico Corazzini e Caterina Calamani, sono lui romano e lei cremonese. Dalla parte del padre, sia lui, Enrico, che il nonno Filippo, sono stati impiegati della Dataria Pontificia.

Quando il padre di Sergio si ritira dalla Dataria Pontificia, raggiungendo la pensione, apre un tabaccheria in Corso Umberto ed anche un ufficio di rappresentanza di vini e profumeria.

Tutto questo gli permette di poter far studiare i figli in collegio e di condurre una vita agiata, almeno per un periodo, perché ben presto la situazione cambia, a causa di scelte sbagliate del padre, Sergio si ritrova in una situazione molto diversa (lascerà la scuola di Spoleto), rientra a Roma dove si trova a dover cercare un lavoro per aiutare la famiglia. Lavoro che trova presso la Compagnia di Assicurazioni La Prussiana. Di questi momenti, del luogo triste e desolato, lui riporterà nei versi Soliloquio di un pazzo l’angoscia e lo smarrimento.

“Il mio cortile con un po’ di cielo,
con poche stelle, a me sembra uno strano
fiore: corolla azzurra e grigio stelo.

Il mio cortile è triste molto, come
il suono di una placida campana
sotto un cielo di nuvole e di pioggia.

Una bianca tristezza senza nome
veste i muri, e nell’alto, una lontana
luce, su li orli, un’ora dolce sfoggia.”

Ben presto si manifesta la malattia, la tubercolosi, la tisi, che lo condurrà ad una morte precoce, un destino e una malattia che colpirà anche la madre, anche se diversi anni dopo la scomparsa di Sergio, ed anche il fratello Gualtiero.

Ma non precorriamo i tempi: Sergio, dopo il lavoro, frequenta un caffè che si trova vicino alla Tabaccheria aperta dal padre Enrico: il Caffé Sartoris dove si incontra con i suoi amici poeti, tra i quali Corrado Govoni, che lui chiamerà Il grande fratello in una lettera a Palazzeschi, Alfredo Tusti, Alberto Tarchiani, Tito Marrone, Gino Calza-Bini, Fausto Maria Martini ed altri. Secondo le testimonianze dell’epoca lui viene descritto ricercato nel vestire con cappelli a larga tesa e cravatte a papillon e un accanito bevitore di Pernod.

Così ce ne parla invece Alfredo Tusti, suo amico fin dalla più tenera età:

“giovane dal volto pallido, la fronte chiara con la ciocca di capelli bruni sulla tempia destra, la bocca umida e rossa e gli occhi pieni di bontà e di festa”.

Il 17 maggio del 1902 viene pubblicata la sua prima lirica “‘Na bella idea”, in dialetto romanesco, su Marforio, un giornale satirico-umoristico. (Lettura) ed altre ne seguono Partenza, La tipografia abbandonata. Nel 1904, tramite la Tipografia Cooperativa Operaia Romana, pubblica la prima raccolta di poesie che ha per titolo “Dolcezze” che comprende le poesie pubblicate sui giornali Morforio, Rugantino e Fracassa, oltre a sette poesie inedite. (Anche i libri successivi di Sergio verranno pubblicati con la stessa tipografia).

Siamo nel 1904, Sergio ha 18 anni ed un destino segnato “con quella sua faccia un po’ reclina, gli occhi sorridenti e la voce così soave e calda in quella bocca sensuale che baciava col trasporto di una donna innamorata” (da un brano commemorativo di Corrado Govoni per l’amico Sergio).

Fermiamoci quindi un attimo nello scorrere della sua vita brevissima, attraverso le mie parole, per parlare dell’uomo, o del fanciullo, che non si scinde certo come figura dalla sua poesia.

Sergio Corazzini si inserisce nel crepuscolarismo una vera e propria corrente letteraria. Per i crepuscolari il poeta non è un protagonista, non è un vate, c’è questo abbandono del linguaggio aulico a favore di un lessico quotidiano ed anche la figura del poeta presenta quasi un rifiuto. Ricordiamo all’inizio: Perché tu mi dici Poeta? Io non sono Poeta.

E lo stesso Guido Gozzano: Io mi vergogno, sì mi vergogno di essere poeta (La signorina Felicita).

Ed ancora Marino Moretti: Aver qualcosa da dire / nel mondo a se stessi, alla gente / Che cosa? Non so veramente / perché io non ho nulla da dire. Fino alla conclusione: Ed io sono l’unico al mondo / che non ha niente da dire (Io non ho nulla da dire). Cito anche Aldo Palazzeschi che dichiara apertamente: Son forse un poeta? / No certo (Chi sono?)

Chi sono i crepuscolari? (pensiamo ai più noti: Corrado Govoni, Guido Gozzano, Marino Moretti, Sergio Corazzini)

Subito ce lo suggerisce il giornalista e scrittore Giuseppe Antonio Borgese nell’articolo a sua firma, pubblicato su La Stampa con il titolo Poesia crepuscolare il primo settembre del 1910, a seguito di una recensione scritta a Marino Moretti al libro Poesie scritte con il lapis.

Ecco la definizione Borgesiana su quello che i crepuscolari esprimono: “la torpida e limacciosa malinconia di non aver nulla da dire e da fare”.

Quindi questa struggente stanchezza del vivere, questo cogliere la vita nei momenti brevi, sommessi, senza ornamenti.

Uno dei primi poeti crepuscolari, Corrado Govoni, scrive in una lettera del 1904, all’amico Gian Piero Lucini, parole esemplari:

“le cose tristi, la musica girovaga, i canti d’amore cantati dai vecchi delle osterie, le preghiere delle suore, i mendicanti pittorescamente stracciati e malati, i convalescenti, gli alunni malinconici pieni di addii, le primavere nei collegi quasi timorose, le campagne magnetiche, le chiese dove piangono indifferentemente i ceri, le rose che si sfogliano su gli altarini nei canti delle vie deserte in cui cresce l’erba”.

Dopo questo breve inciso torniamo a Sergio Corazzini, alla sua vita, eravamo rimasti al 1904 che è l’anno nel quale Corazzini pubblica L’amaro calice, raccolta che comprende sette poesie inedite, oltre a tre poesie già pubblicate sulle riviste.

Già dall’inizio dell’anno successivo c’è un peggioramento della malattia di Sergio e ci sono molte lettere che testimoniano questo stato di cose. In una di queste, diretta ad Aldo Palazzeschi, Sergio parla di una “grave insidia” alla sua salute.

Il 25 marzo del 1904 viene pubblicata, sulla Rivista di Roma la poesia Sonetto della neve (Lettura) che poi andrà a fare parte della raccolta Le Aureole (che uscirà come raccolta nel luglio dello stesso anno con nove liriche inedite su dodici) e sempre nello stesso anno, in maggio, viene rappresentato, con scarso successo di critica e di pubblico, l’unico lavoro teatrale di Sergio Corazzini dal titolo Il traguardo, al Metastasio di Roma.

Per vedere se il clima mite può portare giovamento alla sua salute Sergio parte per Nocera Umbra e lo annuncia in una lettera all’amico Guido Sbordoni: io sono così debole, così fanciullo, e tremo d’angoscia, ora tremo perché il male progredisce sempre, sempre e domani non potrò uscire ….

Questo dolore, quest’ansia, quest’angoscia che accompagna la sua vita brevissima: un lampo, un flash nel firmamento degli anni che illuminano l’esistenza del poeta fanciullo. C’è questo pianto che lui manifesta agli altri, che scrive agli amici, questo scambio e conforto in una certa misura.

Leggiamo un estratto dalla prefazione di Franca Maria Martini all’edizione delle Liriche (a cura degli amici) pubblicata a Napoli, dalla Ricciardi nel 1922 (quindici anni dopo la morte del poeta):

“La sua poesia infatti non era se non l’ombra proiettata sul suo volto di giovinetto esangue della morte imminente che l’aveva in suo dominio da quando egli aveva cominciato a conoscere ed amare la vita, Da allora sente davanti a sé la nemica invisibile e da allora cominciò a cantare”

La Martini, nel suo scritto, parla anche di Battiti di poesia.

Aggiungo anche un pensiero di Idolina Landolfi, scrittrice e critico, tratto dalla sua introduzione sull’intera opera di Sergio Corazzini e riportato su Bur Classici (Rizzoli, 1999).

“ …(…)… seguitando nella metafora, si potrà dunque affermare che le prime tre raccolte, Dolcezze, L’amaro calice, Le aureole sono ancora partecipi della nebbia del risveglio; ma al punto che basta un nulla, una stropicciata alle palpebre, perché tutto acquisti un contorno definito. Piccolo libro inutile, Libro della domenica, sono opere così uniformi, a cui la coerenza di intenti impedisce i ripensamenti e le cadute che caratterizzano invece i volumetti passati.

In quel tempo si scrivevano, per fortuna, tante lettere a quindi rimangono delle bellissime testimonianze. Dopo tanti mesi di relazione epistolare Sergio Corazzini, nel 1906, incontra Marino Moretti il quale, essendo venuto a conoscenza del peggioramento di Sergio, va a trovarlo nel suo appartamento romano ed anche di questo episodio ci sono delle testimonianze davvero belle che poi Moretti riporta su Il Corriere della Sera (19/12/1942) Fuor di Firenze: Alloro per Sergio; poi Via Laura, Il libro dei sorprendenti vent’anni Milano-Verona Mondadori, 1944.

Ascoltiamo queste parole di Moretti: Sergio entrò elegantissimo, un po’ con l’aria di entrare in scena, se ben col sincero proposito d’abbracciare un fratello mai visto: …(…)… giovane d’appena vent’anni, bello prestante, aitante e tuttavia con qualcosa di vecchio nella figura e negli sguardi errabondi, candido e insieme letterario nell’espressione …(…)… questa è la prima testimonianza relativa a quel momento con Moretti e poi anche l’altra …(…)… A un certo punto mormorò qualcosa in francese che avrebbe potuto essere un verso come “Mon amie est un enfant en robe de parade”. Aveva già la febbre alta. Confidava che stava per morire con una leggera effervescenza letteraria, sì che non pareva che, dopo tutto ch’egli dicesse e facesse sul serio …(…)…

Ci avviciniamo alla conclusione della vita di Sergio: nel 1906 esce il Piccolo libro inutile dal quale ho tratto i versi con i quali ho iniziato questa mia conversazione. Il Piccolo libro inutile contiene otto poesia di Sergio e dieci di Alberto Tarchiani. Praticamente questo doveva essere il primo di una biblioteca di Piccoli libri inutili, cosa che non avvenne mai

Tra l’altro, sul retro della copertina, era scritto:

“i due poveri autori non hanno osato dichiarare il prezzo di questo libro perché, immaginandolo tale, pensarono che nessuno avrebbe voluto comprarlo”

Sempre nello stesso anno, vengono pubblicate le raccolte Elegia (con il sottotitolo di Frammento e sono sei pagine con 83 versi) e Libro per la sera della domenica, con dieci poesie inedite.

Vorrei tornare però un attimo indietro per parlare d’amore, cioè dell’innamoramento di Sergio, quando a Nocera Umbra conosce una giovane danese, di nome Sania, e ne parla in una lettera all’amico Alfredo Tusti (25/6/1906).

Ne cito alcune righe che sono di una tenerezza infinita per questo amore, anch’esso fanciullo, che prorompe con impeto e castità, desiderio e purezza.

Per Sania ho letto, per Sania un fremito mi corse e mi corre via per le vene, ripensando che i suoi capelli biondissimi s’inchinavano in amoroso assentimento. Rare volte ci troviamo, ma in quell’istante in cui mi è dato di stringerle la mano, tremula e bianca (la sua mano è un candido, voluttuoso poema in cinque canti), in quell’istante in cui posso fissarla profondamente, intensamente, trafiggendole gli occhi con le lancie dei miei sguardi, io mi sento così buono, così tenero, così dolce, che la mia vita fugge lenta e soave, e s’inazzurra e s’inciela.”

Ho scelto proprio dai vari epistolari questa lettera che parla d’amore, quest’entusiasmo dell’incontro e così mitiga un attimo la tristezza della sorte di Sergio che poco dopo, il 17 giugno del 1907, dopo varie ricadute e miglioramenti della malattia, muore ed ha solamente ventuno anni. Le sue ultime poesie sono Il sentiero e La morte di Tantalo, quest’ultima pubblicata postuma.

Purtroppo la famiglia non ha i denari necessari per fare la tomba a Sergio e devono passare tredici anni perché questo avvenga.

Torniamo alla poesia di Sergio, che intreccia innegabilmente la vita e il destino del poeta.

Vi ho parlato prima del cruposcolarismo, del quale Corazzini fu il capostipite e della magistrale definizione di Borgese che coniò proprio la parola “crepuscolare” nel 1910.

Sergio Corazzini era morto da tre anni quando, appunto, viene definita la parola crepuscolare e non dimentichiamo che appena un anno prima, nel 1909, Filippo Tommaso Marinetti, pubblica il Manifesto di fondazione del movimento futurista, nelle Cronache Letterarie del quotidiano bolognese La Gazzetta dell’Emilia, era il 5 febbraio. Pochi giorni dopo nella Gazzetta di Mantova, il 9 febbraio all’Arena di Verona, e dopo pochissimo su Le Figaro (20 febbraio), acquistando così un’internazionalità importante.

Quanta diversità dai nostri crepuscolari, scriveva Marinetti: Non v’è più bellezza / se non nella lotta./ Nessuna opera che non / abbia un carattere / aggressivo può essere / un capolavoro.

Non dimentichiamo neppure che ci stiamo avvicinando al primo conflitto mondiale e quindi il mondo viveva grandi tensioni. Per quanto riguarda l’arte: Kandinskij dipinge il suo primo acquarello astratto (1910) che viene ritenuto l’inizio della frattura con la pittura tradizionalista e proprio in quell’anno nasce, ad opera di Paul Poiret, uno stilista francese, l’Art Deco.

Un’ultima curiosità: in Italia, la fiorentina Francesca Bertini, alias Elena Seracini Vittiello, grande attrice del cinema muto, inizia la sua brillante carriera con il primo film Il Trovatore. Pare che, per mantenere la sua fama di diva, indossasse un abito nuovo ad ogni scena e che alle cinque del pomeriggio, indipendentemente dagli impegni cinematografici, interrompesse tutto per prendere il te con le amiche.

Ma torniamo, giustamente, ancora a Sergio Corazzini ed alla sua poesia.

Dal libro del critico Emilio Cecchi “I Crepuscolari: Gozzano e Corazzini” viene evidenziato come le poesie di Sergio siano variazioni su di un unico tema: la vita e la morte, infatti Sergio è un fanciullo ammalato che convive giorno per giorno con quest’idea e ne parla nei versi, nelle lettere agli amici e così via. Ed anche come in lui non abbia agito nessuna forma, nemmeno in quella di reazione. Infatti è il primo a stampare un libro di versi dove non c’è più traccia di D’Annunzio e simili. Questa è un’opinione critica (Cecchi) che ho riepilogato.

Prima di concludere vorrei parlare brevemente dell’epistolario di Sergio con Aldo Palazzeschi, dal quale ho citato prima qualche parola.

Però prima vediamo in quale occasione i due si conoscono, o almeno iniziano questo rapporto epistolare: Aldo Palazzeschi, aiutato dalla famiglia, pubblica il suo primo libro di poesie I cavalli bianchi con il nome di un editore immaginario Cesare Blanc, che in realtà era il nome del gatto di Palazzeschi stesso. Non soltanto, ma anche la sede dell’editore era immaginaria: Via Calimala 2, Firenze. Era il 1905 e la raccolta di poesie I cavalli bianchi avvicinava Palazzeschi al crepuscolarismo, sia come stile che contenuti. Sergio Corazzini recensisce il libro in maniera favorevole ed inizia una fitta corrispondenza con Palazzeschi che durerà fino alla morte di Corazzini, avvenuta nel 1907. Per quanto riguarda la recensione al libro di Palazzeschi essa non ebbe però un seguito ed il libro rimase praticamente sconosciuto.

Dall’epistolario vi leggo, adesso, una lettera del 1905:

“Mio carissimo Palazzeschi,

alle vostre parole fervide di gioia e di voti augurali, rispondo oggi, riavutomi appena da una grave insidia alla mia salute, e voglio, prima di ogni altra cosa, dirvi di me. Ecco, mio dolce fratello, la lotta cogli uomini non è per colui che sappia ogni felicità nel dolore. Io so provar ribrezzo, ma non ingiuriare.

Gli amici pensano della mia vita niente altro che un povero piccolo sogno. Ecco. E i libri di poesie da me pubblicati sono lo specchio umile della mia semplice anima …(…)…

La lettera poi continua con una citazione di Jammes e riprende

…(…)… E, che dolce sorpresa, trovarvi con San Francesco, leggendovi! Attendo la vostra opera, me ne scrivete con semplice profonda gioia, io vi auguro la più bella stella.

Verrete un giorno a vedermi? E le tristi ville romane sapranno, un giorno, il canto delle nostre due anime?

Conoscete Corrado Govoni? E’ un mio grande fratello. Egli verrà presto, verrà dalla sua tetra Ferrara, in Quaresima. Vi trovaste!

Arrivederci, amico lontano lontano, arrivederci e vogliate ricordarmi a Moretti.

Noi ci uniremo e ci ameremo.

Questa è una lettera nella quale, pur nella malattia e nel dolore, c’è un sentimento di speranza.

Ben diversa è quella che scrive a Palazzeschi nell’inverno del 1906. Ne cito solo poche parole.

…(…)… Prega per il tuo Sergio malato, nella più povera chiesa fiorentina. Non ti ho mai pensato intensamente come ora.

Qui mi fermo e concludo con breve pensiero, breve come la vita di Sergio: il suo “povero piccolo sogno” come lui stesso definisce la sua vicenda terrena.

Ci rimangono i versi: una poesia di piccole cose delle quali cibarsi, come la malinconia che fugge e ritorna, che accompagna il cammino e lo sostiene, che accarezza le ciglia, un po’ languida, un po’ sorniona del tempo breve del sogno.

Bibliografia:

Sergio Corazzini, Poesie, Bur classici, Rizzoli 1992/1999: Cronologia della vita e delle opere. Documenti e testimonianze del tempo. Giudizi critici posteriori.

Sergio Corazzini, Poesie, Bur classici, Rizzoli 1999: Introduzione e commento di Idolina Landolfi

Whipedia Sergio Corazzini, Crepuscolarismo, La poesia crepuscolare.

° ° °

Di seguito i testi letti alla conferenza

Prima lirica
(pubblicata su “Marforio”), 17/05/1902

’Na bella idea

Che vòi, Giggetto mio, m’ero stufato
da dovè sta mattina, giorno e sera
senza avecce gnisuno, ma ò pensato
finarmente che c’era la magnera

d’aripagasse subbito. So’ annato
da un giornale a fà mette che c’era
un signore distinto e assai educato
che cercava ‘na bona cammeriera.

Se presentorno in quattro; ma de quella
ariunione de serve, me pijai,
pe’ donna de servizio, la più bella.

Che già è inutile ch’io te l’annisconna
se ‘na notte m’occorre … caso mai,
fa commido er servizio de’ na donna.

° ° °

Dalla raccolta Dolcezze (1904)
Edito Tipografia Cooperativa Operaia Romana

Il mio cuore

Il mio cuore è una rossa
macchia di sangue dove
io bagno senza possa
la penna, a dolci prove

eternamente mossa.
E la penna si muove
e la carta s'arrossa
sempre a passioni nove.

Giorno verrà: lo so
che questo sangue ardente
a un tratto mancherà,

che la mia penna avrà
uno schianto stridente...

... e allora morirò.

° ° °

Dalla raccolta Dolcezze (1904)
Edito Tipografia Cooperativa Operaia Romana

Giardini

O piccoli giardini addormentati
in un sonno di pace e di dolcezze,
o piccoli custodi rassegnati
di sussurri, di baci e di carezze;

o ritrovi di sogni immacolati,
di desideri puri e di tristezze
infinite, o giardini ove gli alati
cantori sanno di notturne ebbrezze,

o quanto v'amo! I sogni che rinserra
il mio core, fioriscono, o giardini,
lungo i viali, ne le vostre aiuole.

Io v'amo, io v'amo, o fecondati al sole
di primavera in languidi mattini,
o giardini, sorrisi de la terra!

° ° °

Dalla raccolta L’amaro calice (1904)
Edito Tipografia Cooperativa Operaia Romana

Invito

Anima pura come un'alba pura,
anima triste per i suoi destini,
anima prigioniera nei confini
come una bara nella sepoltura,

anima, dolce buona creatura,
rassegnata nei tristi occhi divini,
non più rifioriranno i tuoi giardini
in questa vana primavera oscura.

Luce degli occhi, cuore del mio cuore,
tenerezza, sorella nel dolore
rondine affranta nel mio stesso cielo,

giglio fiorito a pena su lo stelo
e morto, vieni, ho spasimato anch'io,
vieni, sorella, il tuo martirio è il mio.

° ° °

Dalla raccolta L’amaro calice (1904)
Edito Tipografia Cooperativa Operaia Romana
Poesia era stata precedentemente pubblicata su “Marforio” con il titolo Sonetto dell'addio.

Il cuore e la pioggia

O mia piccola dolce casa, vergine rossa
c'hai vergogna e ti celi in un manto di foglie
qua e là strappato, ancora nell'occhio si raccoglie
un pianto triste e il cuore prova una fredda scossa

s'avvenga che ripensi le tue diserte soglie,
il tuo muto giardino, la terra non rimossa
da tempo grande, come la terra d'una fossa,
la fossa ch'ogni mia dolce speranza accoglie

Piccola casa rossa che il molle abbraccio tenta
del fiorito viale con mille incantamenti,
nell'ora triste in cui mi parve uscir di vita,

non io rossa ti vidi, ma come se una lenta
lagrima assai t'avesse corse le guancie ardenti,
mi sembrasti d'immenso dolore impallidita

(St. Moritz)

° ° °

Dalla raccolta Le aureole (1905)
Edito Tipografia Cooperativa Operaia Romana

Sonetto della neve

Nulla più triste di quell'orto era,
nulla più tetro di quel cielo morto
che disfaceva per il nudo orto
l'anima sua bianchissima e leggera.

Maternamente coronò la sera
l'offerta pura e il muto cuore assorto

in ricevere il tenero conforto
quasi nova fiorisse primavera.

Ma poi che l'alba insidiò co' 'l lieve
gesto la notte e, per l'usata via,
sorrisa venne di sua luce chiara,

parve celato come in una bara
l'orto sopito di melanconia
nella tetra dolcezza della neve.

° ° °

Dalla raccolta Le aureole (1905)
Edito Tipografia Cooperativa Operaia Romana

Dai soliloqui di un pazzo

Sbarrò nell'ombra i grigi occhi perduti:
l'alba coglieva con le dita bianche
le ultime stelle per i cieli muti.

Egli pensò che il cuor tremi alle soglie
dell'anima così, come le stelle
treman la notte, alle divine porte
fin che la pietosa alba le coglie.
«Hai visto tu passare le barelle,
o pazzo insonne, con le stelle morte?»

Chiarità di una lama, o tu che fendi
l'ombra maligna: io t'offro il mio cervello
oscuro e tristo per disegni orrendi.

Io non ho pace, l'anima è un pantano;
nell'anima stagnarono i ricordi,
subitamente; oh quante volte, pietre
vi hanno scagliato con secura mano!
Dopo, il silenzio per i tonfi sordi
sé avvolse in bende assai più gravi e tetre.

Un ragno tesse la sua tela folta
per il mio teschio e nella tela stanno,
morte stecchite, le idee d'una volta.

Mai più, mai più! su le terrene cose
l'occhio non sosta, l'occhio si dispera,
come un'ala ferita ai cieli tende.
Io voglio la tristezza delle rose
morte all'inizio della primavera
per farne una corona alle mie bende.

Il mio cortile con un po' di cielo,
con poche stelle, a me sembra uno strano
fiore: corolla azzurra e grigio stelo.

Il mio cortile è triste molto, come
il suono di una placida campana
sotto un cielo di nuvole e di pioggia.
Una bianca tristezza senza nome
veste i muri, e nell'alto, una lontana
luce, su li orli, un oro dolce sfoggia.

Tu che mi ascolti non aver pietà,
non lacrimare delle mie sventure
come quel Cristo nell'oscurità.

Ah, quel Cristo, lo vedi? egli moriva
così, come ora, desolatamente,
quando venni alla cella che mi chiude.
Avea negli occhi una gran fiamma viva,
la fronte dolce e pur sanguinolente
e piaghe orrende per le membra ignude.

Non morì mai, non morrà più: mi guarda
nel buio e trema quando il lume trema
come i fanciulli se la sera è tarda.

A poco a poco si dissangueranno
le sue ferite per la doglia atroce
infin che un tarlo, - quando? - lentamente
roda i chiodi terribili che sanno
l'ossa dell'uomo e il legno della croce
e spezzi invano quel suo cuore ardente.

Chi mi parla dell'anima? Un impuro
ladro, forse, o un abate incipriato?
L'anima è morta ed io ne son sicuro.

Come una fonte semplice e tranquilla
donò la gioia alle riarse gole
degli umani e non seppe, ahimè! tenere
per la sua sete giovane una stilla!
Morì così, come un ignoto sole
spento su le fiorite primavere.

Chi batte alla mia porta? sei tu, cara?
Vieni con l'alba alla mia cella triste?
L'inchiodi forse questa grigia bara?

Mi ricordo di te, sola; eri bionda,
esile come un sogno giovinetto,
pallida come un astro mattutino;
te sola, nell'oscurità profonda
del mio cuore, t'accorgi per diletto;
te sola, con il mio tetro destino.

Chi tenta l'ombra che stagnò nei trivi
in cui le donne come idee mal certe
più volte si volgean tentando i vivi?

Chi veste d'auree stole anche le immonde
case che il fango d'un amplesso cinge?
Chi l'oro ai figli della terra adduce?
Ah, sei tu, sole, che le più profonde
pupille ferme nell'eterna sfinge
avvivi, anima orgiaca della luce?!

° ° °

Dalla raccolta Le aureole (1905)
Edito Tipografia Cooperativa Operaia Romana

La finestra aperta sul mare
(A Francesco Serafini)

Non rammento. Io la vidi
aperta sul mare,
come un occhio a guardare,
coronata di nidi.
Ma non so né dove, né quando,
mi apparve; tenebrosa
come il cuore di un usuraio,
canora come l'anima
di un fanciullo. Era
la finestra di una torre in mezzo al mare, desolata
terribile nel crepuscolo,
spaventosa nella notte,
triste cancellatura
nella chiarità dell'alba.

Le antichissime sale morivano
di noia: solamente l'eco delle gavotte,
ballate in tempi lontani
da piccole folli signore incipriate,
le confortava un poco.

Qualche gufo co' i tristi
occhi, dall'alto nido
scricchiolante incantava
l'ombra vergine di stelle.
E non c'era più nessuno
da tanti anni, nella torre,
come nel mio cuore.

Sotto la polvere ancora,
un odore appassito, indefinito,
esalavano le cose,
come se le ultime rose
dell'ultima lontana primavera
fossero tutte morte
in quella torre triste, in una sera triste.

E lacrimava per i soffitti
pallidi, il cielo, talvolta
sopra lo sfacelo delle cose.
Lacrimava dolcemente
quietamente per ore
e ore, come un piccolo fanciullo malato.
Dopo, per la finestra
veniva il sole, e il mare,
sotto, cantava.

Cantava l'azzurro amante,
cingendo la torre tristissima
di tenerezze improvvise,
e il canto del titano
aveva dolcezze, sconforti,
malinconie, tristezze
profonde, nostalgie
terribili... Ed egli le offriva i suoi morti,
tutte le navi infrante,
naufragate lontano.

Una sera per la malinconia
di un cielo che invano
chiamava da ore e ore
le stelle, volarono via
con il cuore
pieno di tremore
le ultime rondini e a poco
a poco nel mare
caddero i nidi: un giorno
non vi fu più nulla intorno
alla finestra. Allora
qualche cosa tremò
si spezzò
nella torre e, quasi
in un inginocchiarsi lento
di rassegnazione
davanti al grigio altare
dell'aurora,
la torre
si donò al mare.

° ° °

Dalla raccolta Piccolo libro inutile (1906)
Edito Tipografia Cooperativa Operaia Romana

Desolazione del povero poeta sentimentale

I.

Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?

II.

Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
Le mie gioie furono semplici,
semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.

Oggi io penso a morire.

III.

Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;
solamente perché i grandi angioli
su le vetrate delle cattedrali
mi fanno tremare d'amore e di angoscia;
solamente perché, io sono, oramai,
rassegnato come uno specchio,
come un povero specchio melanconico.
Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.

IV.

Oh, non maravigliarti della mia tristezza!
E non domandarmi;
io non saprei dirti che parole così vane,
Dio mio, così vane,
che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire.
Le mie lagrime avrebbero l'aria
di sgranare un rosario di tristezza
davanti alla mia anima sette volte dolente,
ma io non sarei un poeta;
sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo
cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme.

V.

Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù.
E i sacerdoti del silenzio sono i romori,
poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio.

VI.

Questa notte ho dormito con le mani in croce.
Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo
dimenticato da tutti gli umani,
povera tenera preda del primo venuto;
e desiderai di essere venduto,
di essere battuto
di essere costretto a digiunare
per potermi mettere a piangere tutto solo,
disperatamente triste,
in un angolo oscuro.

VII.

Io amo la vita semplice delle cose.
Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,
per ogni cosa che se ne andava!
Ma tu non mi comprendi e sorridi.
E pensi che io sia malato.

VIII.

Oh, io sono, veramente malato!
E muoio, un poco, ogni giorno.
Vedi: come le cose.
Non sono, dunque, un poeta:
io so che per esser detto: poeta, conviene
viver ben altra vita!
Io non so, Dio mio, che morire.
Amen.

° ° °

Dalla raccolta Piccolo libro inutile (1906)
Edito Tipografia Cooperativa Operaia Romana

Per l'organo di Barberia

I.

Elemosina triste
di vecchie arie sperdute,
vanità di un'offerta
che nessuno raccoglie!
Primavera di foglie
in una via diserta!
Poveri ritornelli
che passano e ripassano
e sono come uccelli
di un cielo musicale!
Ariette d'ospedale
che ci sembra domandino
un'eco in elemosina!

II.

Vedi: nessuno ascolta.
Sfogli la tua tristezza
monotona davanti
alla piccola casa
provinciale che dorme;
singhiozzi quel tuo brindisi
folle di agonizzanti
una seconda volta,
ritorni su' tuoi pianti
ostinati di povero
fanciullo incontentato,
e nessuno ti ascolta.

° ° °

Da Libro per la sera della domenica (1906)
Edito Tipografia Cooperativa Operaia Romana

L'ultimo sogno
(per Alfredo Tusti)

Io sono giunto alla città
nel mezzo del bosco.
Batto ala porta, nessuno domanda,
batto a tutte le porte
della città muta; non odo
che fontane cantare
canzoni senza ritornelli
a la Monotonia.

Io grido: «non saprò
domani tornare
per la stessa via!
Sono un fanciullo bianco
ed è fiorita per i miei capelli
una ghirlanda!
Le mie piccole mani sono pure
come quelle dei santi di cera;
amo le creature
non so che una povera preghiera».

Le fontane cantano sempre
nella città muta dei sogni.

Io mi allontano
e la mia veste bianca
se la dividono i rovi,
e la mia ghirlanda s'è mutata
in una corona di spine,
le mie piccole mani sanguinano
senza fine
e l'anima è triste come
li occhi
di un agnello che sia per morire.

E le fontane cantano
dietro le bianche porte.

Ah! sono io dunque colui
che non dormirà più
che non sognerà più
fino alla morte?

° ° °

Poesia pubblicata postuma il 28 giugno 1907 su “Vita letteraria”.

La morte di Tantalo

Noi sedemmo sull'orlo
della fontana nella vigna d'oro.
Sedemmo lacrimosi in silenzio.
Le palpebre della mia dolce amica
si gonfiavano dietro le lagrime
come due vele
dietro una leggera brezza marina.

Il nostro dolore non era dolore d'amore
né dolore di nostalgia
né dolore carnale.
Noi morivamo tutti i giorni
cercando una causa divina
il mio dolce bene ed io.

Ma quel giorno già vanìa
e la causa della nostra morte
non era stata rinvenuta.

E calò la sera su la vigna d'oro
e tanto essa era oscura
che alle nostre anime apparve
una nevicata di stelle.

Assaporammo tutta la notte
i meravigliosi grappoli.

Bevemmo l'acqua d'oro,
e l'alba ci trovò seduti
sull'orlo della fontana
nella vigna non più d'oro.

O dolce mio amore,
confessa al viandante
che non abbiamo saputo morire
negandoci il frutto saporoso
e l'acqua d'oro, come la luna.

E aggiungi che non morremo più
e che andremo per la vita
errando per sempre.


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