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L'oscura bellezza

L’amore supera il limite del tempo

La lettura di questa silloge poetica, L’oscura bellezza, colpisce sicuramente per il respiro di profonda umanità e sensibilità, per le immagini e i simboli intorno ai quali si confrontano le diverse antinomie tra vita e morte, tra memoria e realtà, tra parola e silenzio, tra tempo ed eternità, che attraversano tutta l’orditura delle poesie. La poesia di Livia Naccarato non ha nulla di artefatto o di retorico, non è una poesia costruita a freddo ma ha solide radici nell’amore che si alimenta nel ricordo e nel rimpianto rendendo meno penoso il vivere.

Oh, cara, cara illusione di possesso / sei tu la cagione / dell’ultimo, fugace / flusso di vita / che invade l’essere / nella piena dei suoi / sapori, odori, colori! (p.32). L’itinerario poetico di Livia ben caratterizzato dal suo amore verso le persone, il luogo natio, la natura tende a dare una immagine della molteplicità e della varietà dell’essere e dell’esistere, inseguendo particolari che suscitano forti sentimenti di felicità e di dolore e costruendo una impalcatura in cui l’io consapevolmente trova ristoro e pace. Sorge nel suo spazio esistenziale una rete assai fitta di temi , di situazioni, di figure il cui denominatore comune è il sentimento amoroso che lenisce il dolore. Lei non si muove in un labirinto oscuro e tortuoso, non provoca nessuna sxisis, cioè lacerazione, tra sé e il suo mondo di affetti familiari ma li custodisce con spirituale laicità nel suo animo.

Vuole fare partecipe attraverso il dettato poetico il lettore sul bene e il male, sul dolore e la gioia: Cosa ti spinge viandante / nella terra mia /sasso buttato in azzurre acque/ impervio e pur dolcissimo/ quando morente sole miela / le sue cime che ebbre/ si lasciano andare? Forse antiche affinità / o la sua violenta bellezza? Bello il neologismo miela che da l’idea della soavità e della luminosità che addolciscono le cime dei monti. Questo incipit chiama alla mente un epigramma della poetessa Nosside di Locri Epizefiri, anche lei calabrese. O straniero se tu navighi verso Mitilene dai bei cori / per accendere il fiore delle grazie di Saffo, / di come alle Muse sono cara e la terra locrese mi ha generato / e saputo che il mio nome è Nosside, va. E’una esortazione che le poetesse rivolgono a chi viaggia verso nuove terre e pur in un contesto di luogo e di tempo diversi balza in primo piano il motivo autobiografico.

Livia Naccarato fedele al tema dell’amore verso i suoi cari come nelle precedenti sillogi: Cercando amore; Andare e tornare; Il ritorno percorre sentieri poetici impervi con la sensibilità di uno spirito vibrante, tra luce e tenebra, tra l’essere e il non essere, che salendo dal suo animo si proietta nel sublime. I versi si nutrono di equilibrio tra realtà e speranza e il pensiero rimane sospeso sulla croce di una fossa dove l’amore trova ogni motivo di permanenza. La poesia assume un carattere liberatorio e catartico, l’arte come catarsi è un concetto che Aristotele ha espresso e altri dopo di lui. Entrando con attenzione nell’analisi testuale la sua lirica, sebbene sia strettamente legata alla vicenda biografica, è colma di miti e stupore aperta a luoghi e spazi materiati di silenzi, per aprirsi a un sentimento oscuro di nostalgia. Il pensiero del trascorrere del tempo tiranno che non si può fermare, il panta rei inesorabile che travolge persone e cose si affaccia in modo angoscioso: Allora come uno scoramento ci prende, / un sentimento oscuro di nostalgia / che non provano gli dei dell’Olimpo / non toccati dal trascorrere del tempo / questa la differenza fra noi e loro. / Che l’intelligenza dell’uomo / riesca a vincere il terribile mostro / e poter vivere in quella calma beata / che non è assenza di passioni / ma certezza dell’eterno! Bios e thanatos, cioè Vita e morte, i due estremi di ogni creatura sono il limite invalicabile dinanzi al quale sorge la ribellione; Per chi la festa di natura / per chi la sua bellezza / se tu non puoi goderne sorella?

La natura non è più benigna diventa matrigna e qui si sente l’eco della poesia leopardiana e del De rerum natura di Lucrezio. Anche tu natura / parca sei / ancor più degli uomini / tu che generosa dovresti essere / con i figli tuoi / invece or volubile / or capricciosa sei. / Così’ quando dolce s’espande il tuo respiro / ogni cosa all’altra sorride / muovendosi a passo di danza / e Amore connubi intreccia / indifferente / a ricchezze, sessi , razze / e fiori fioriscono / e frutti maturano / un paradiso terrestre dunque / e perche no? / Ma quando il tuo respiro / minaccioso infuria / carico di tempesta / e fiamme e sassi roventi / ogni cosa trema, si piega, si torce / sola con la morte. (pag 34) Sono versi di straordinaria bellezza eufonica la cui musicalità entra in sintonia con il flusso naturale dello stato d’animo della poetessa, mentre il pensiero del telos, cioè della fine, si fa sempre incombente e presente.

Ciò che risalta senza ombra di dubbio nei suoi versi è che non vi è alcuno appiglio metafisico al dolore, nessuna visione consolatoria che trascenda la realtà. L’amore diventa consolazione, rifugio, ricordo, è Dio e compagno, angelo e demone. Alcuni versi ne offrono una perfetta definizione (pag.71),Oh, generosa fanciulla / mi intenerisce e m’accora / il tuo andare incontro all’amore / così totalizzante, inarrestabile / che sarà esso / capriccioso mistero / or dolce, sospettoso, violento / e tu la sua preghiera disperata. / Ma tu ancora non sai / non sai. Livia Naccarato di Aiello Calabro mette come sfondo di tutto il suo poetare la Calabria di cui sente profondamente l’indissolubile legame ombelicale per la nascita e per il fascino dei colori e delle luci del paesaggio. Eleva un inno d’amore alla sua terra in molte liriche: l’azzurro del tuo mare/ corona smagliante delle foglie/ mormoranti parole d’amore (p.17 ) in un’altra: Gradito dono, amica / i dolci frutti / verdi e viola / giunti in cesto di canne / appena sgusciati dalle foglie / e mi sorridono con la bocca / impasticciata di miele, / di fichi è il loro nome / e vengono dalla terra mia / la bella Calabria / oggi offesa da troppi sanguigni mattoni / ma ancora capace di maturare sì dolci frutti / ancor regale nel suo aspetto / di dea marina / che s’erge sublime / dalle acque dei suoi mari. (p.29) Amore e ammirazione sono sentimenti naturali ma in lei sale forte l’indignatio e la denuncia per una regione deturpata purtroppo da troppi sanguigni mattoni. In poche parole la poetessa dimostra il suo impegno civile e mette in chiara evidenza come forze oscure e sotterranee hanno reso irriconoscibili luoghi marini e montani di divina bellezza.

La poesia di Livia Naccarato è moderna, vibrante, densa di tenerezza e malinconia che da voce allo strato più profondo del suo essere. E’ una poesia mediterranea per la fiammella interiore che illumina il pensiero, vertiginosa per la sua forza espressiva e intensa nella sua dilagante nostalgia evocativa che si sviluppa su uno sfondo di cultura laica tenendosi lontana da un lessico ricercato come pure da trascuratezza formale. Pertanto pur con l’armonia dello sguardo elegiaco la poesia ha il dono raro di far riemergere dal buio esistenziale e di lenire il dolore. La silloge L’oscura bellezza di Livia è un canto poetico che ha la capacità di creare una corrispondenza di amorosi sensi e di rendere immortale il messaggio d’amore.

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