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Emerico Giachery, professore emerito di letteratura italiana moderna e contemporanea presso l'Università Tor Vergata di Roma, dedica un saggio all'amico scomparso Albino Pierro, giudicandolo un "omaggio dovuto" per la venticinquennale amicizia e per aver già scritto più volte su di lui. "Tento — egli dice — con questo libro di rompere il purgatoriale silenzio calato sull'opera, di riproporre con amore la lettura di questo poeta".

La bibliografia del poeta lucano conta centinaia di voci e le sue poesie vennero tradotte in più lingue, perfino in persiano, tanto da essere candidato al Premio Nobel; ma dopo la sua morte, avvenuta nel 1995, cadde sulla sua opera, tanto ammirata, un inspiegabile silenzio, per cui questa rivisitazione va salutata con particolare entusiasmo. La domanda preliminare che si pone il lettore è come mai Albino Pierro sia passato dalla lingua ufficiale al dialetto di Tursi e, vivendo a Roma, dove insegnava in un liceo e dove successivamente fu ispettore ministeriale, abbia sentito il bisogno di cantare la sua terra d'origine, i suoi riti secolari, adottandone la lingua. Così risponde il critico: "...in un contesto di vita frastornante e alienante, dispersivo, babelico, abbiamo bisogno di sentir sapore di radici, bisogno di un luogo — non fosse che simbolico — dove veramente abitare, dove poter «tornare». La perdita della madre, a pochi mesi dalla nascita, gli fece sentire il bisogno di avere una seconda madre nella terra d'origine, terra di calanchi, di burroni, di pietrame e abitata da una comunità ancora primitiva che conserva riti secolari e parla un dialetto forte, aspro, in gran parte a noi incomprensibile.

Il mondo poetico di Pierro è "fondato su un numero piuttosto ridotto di temi essenziali, di elementi semici ricorrenti e interdipendenti, e per di più percorso da frequente emersione di archetipi". A ravvivarlo entra il tema dell'amore, fortemente sentito dal poeta, in un'ottica stilnovistica ed anche trovadorica: "l'amore è soprattutto lontananza: il destarsi da un breve sogno, lo scoprire nell'anima il segno duraturo di qualcosa che è passato". Ecco un esempio, tra i tanti, trasposto in lingua: "Si guardavano zitti e senza fiato gli innamorati. Avevano gli occhi fermi e brillanti, ma il tempo che passava vuoto vi ammucchiava il buio e i tremiti del pianto...". Accanto a versi di una coinvolgente dolcezza ne compaiono molti altri appartenenti a un diverso registro, dal "tono petroso, ora aspro e ferrigno" che bene si adatta alla vita che conduceva la gente del paese. Suggestive e note le descrizioni del Natale, giorno di gioia per la nascita del Salvatore: "Ma in questo gelo il cuore se ne va difilato al paese, a quando sotto Natale, c'è il bianco della neve sopra i tetti e squarciato ci pende nelle case il porco ucciso". Il contrasto tra la festività religiosa e il porco squarciato è voluto, ma anche questo è Natale.

Molte le immagini natalizie che sarebbe troppo lungo citare e che, quando il poeta è a Roma, fanno nascere in lui una struggente nostalgia e la voglia di tornare: "...ma questo Natale, oggi, per me, è un vento freddo che arriva da lontano... E hanno voglia di suonare le campane, hanno voglia; questo gemito arrugginito non so se di pecore o di ferri in una lastra di vetro, è come il pianto o il riso d'un muto...". Nella poesia di Pierro predomina il "tono tragico ed elegiaco", esclusa la dimensione dell'umorismo – osserva E. Giachery – "che comporta una presa di distanza da se stessi. Ma — aggiunge — non saprei trovare un altro poeta del nostro tempo che sia, al pari di lui, riuscito, almeno negli anni della maturità artistica, a non scrivere una riga che non fosse di poesia".

Con questo giudizio l'illustre critico conclude la sua analisi, dandoci alla fine una piccola antologia di significative poesie nel dialetto tursitano, con traduzione in calce, in cui, pur ignorando la lingua usata, si avverte la forza travolgente di questa poesia.

Recensione
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